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Posts Tagged ‘Basaglia’


Informato per vie segrete che abbiamo gli Unni alle porte, il “governo dei migliori” ha subito programmato per il 2021-2023 la spesa di un miliardo e mezzo di euro per due K 767 da aggiungere ai quattro che già possediamo. Preoccupata per la minaccia, nonostante la terribile pandemia, l’aeronautica militare ha chiesto e ottenuto 343 milioni di euro per aggiornare e mantenere in condizioni operative soddisfacenti, i droni che compongono la nostra flotta di velivoli a pilotaggio remoto.
In un Paese malato, che ha bisogno di tutto, ma teme più gli Unni che il Covid, il nostro lungimirante governo ha messo in bilancio una spesa di 59 milioni di euro annui per gli anni che vanno dal 2023 al 2034 per l’aggiornamento di mezza età dei velivoli T 346 e per il Supporto Logistico Integrato.
Deciso a difenderci dai barbari, anche a costo di imbarbarirci, Draghi, il nostro santo protettore, ha deciso di proseguire il programma di addestramento dei piloti e di soddisfare le esigenze della nostra irrinunciabile Pattuglia Acrobatica. Dopo un attento esame del rapporto benefici e costi, quindi, i “migliori” hanno approvato una spesa di 190 milioni per il periodo 2021-2025.
Poiché l’appetito vien mangiando e gli Unni sono feroci, Draghi e soci, preoccupati per le problematiche e l’obsolescenza dei preziosi Eurofighter F 2000, hanno ritenuto di dover stanziare 190 milioni di euro per il biennio 2021-22. Per gli F 35, inoltre, indispensabili per fare a pezzi gli Unni, l’anno prossimo spenderemo 7 miliardi per l’acquisizione di 28 velivoli, cui aggiungeremo altri 27 aerei entro il 2030 per una cifra che si aggira ancora una volta attorno ai 7 miliardi. Naturalmente, finché non si troverà come sostituirli, i “migliori”, nei panni del Divino Salvatore, fino al 2025 manterranno in attività i Tornado per l’irrisoria spesa di mezzo miliardo, suddivisi in cinque versamenti di 100 milioni l’anno.
Quanto agli elicotteri, i 12 HH 101 Combat SAR sono troppo pochi per un Paese che ripudia la guerra e si è perciò provveduto ad acquistarne altri tre non è chiaro a che prezzo. Si sa, invece, che 432 milioni serviranno per l’acquisto di alcuni P 180. Naturalmente per far la guerra c’è bisogno di armi e perciò abbiamo appena speso 10,2 milioni per i missili AGM 88E e spenderemo ancora 7 milioni all’anno per i missili Meteor.
Per autoproteggere i veivoli di supporto al combattimento con gli Unni, abbiamo tirato fuori 30 milioni nel biennio 2020-21 e 15 sono già stanziati per il 2022; con 290 milioni di euro finanzieremo inoltre un Centro di Simulazione al volo per il supporto operativo di guerra elettronica.
Siamo pronti alla sfida? No, chiunque conosca gli Unni sa che tutto questo non basta: occorre mettere in connessione le infrastrutture di addestramento operativo. La “Leonardo”, fino a poco tempo fa affidata alle mani sapienti del ministro Cingolani, assicura che pagheremo solo 181 milioni in sei anni, cui vanno aggiunti 330 milioni che ci assicureranno una consistente e persistente superiorità nella Ciber difesa nel combattimento e nell’Intelligence.
A conti fatti – la cifra è approssimata per difetto – in vista di una feroce invasione degli Unni. spenderemo per la sola arma aerea circa 20 miliardi di Euro. Poco? Molto? Decidete voi. Io immagino quante cose utili alla gente si potrebbero fare con tanti miliardi per la formazione, la salute e il lavoro e mi chiedo se non sia il caso di dimenticare per una volta Basaglia e Piro e riaprire almeno un manicomio. Uno solo, in cui sistemare comodamente re Draghi e la sua corte.

Agoravox, 2 dicembre 2021

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Alessandro Barbero ha scoperto la fatica misconosciuta degli insegnanti («l’insegnamento è il più frustrante dei mestieri moderni») e si è accorto che la religione del mercato ha prodotto una classe dirigente che ritiene «la cultura, la scuola, lo spirito critico […] pericoli da neutralizzare».  Scoperta l’acqua calda, ha consigliato ai docenti di «cominciare a combattere apertamente tutto ciò che in cuor loro riconoscono come offensivo, inutile, frustrante, senza avere il coraggio di dirlo. Non compilare le scartoffie superflue, non andare alle riunioni che fanno perdere tempo, togliere il saluto a chi parla di meritocrazia, isolare nel disprezzo i dirigenti scolastici che si prestano alla distruzione della scuola e all’umiliazione degli insegnanti».
Che Barbero si sia svegliato fa piacere. Spiace che l’abbia fatto quando la scuola è moribonda e viene da chiedersi dov’era quando si lottava per tenerla in vita, a quanti colleghi accademici ha tolto il saluto e quanti presidi di facoltà e rettori ha isolato nel disprezzo. Dovrebbe averlo fatto, perché,  tra noi vive ormai almeno una generazione di giovani – studenti e docenti – educata nelle scuole e nelle università di un Paese soffocato nei confini che vanno da Bassanini a Renzi. Una generazione, ma forse qualcosa in più, cui non solo la scuola, ma anche l’università hanno abilmente sottratto gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare con la propria testa e valutare liberamente, che in fondo è anche capacità di opporsi, di non rassegnarsi, non cedere all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
Le università sono un irrinunciabile bene comune. Dovrebbero rendere possibile ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». Le cose però non stanno così; Barbero dovrebbe saperlo e stare sulle barricate. Sfiducia degli studenti, immatricolazioni che calano e livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sono gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste. L’Italia è l’ultimo paese europeo per percentuale di laureati, ma impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; da noi le difficoltà economiche causano la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, ma la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli «idonei non beneficiari», giovani ai quali, cioè, si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è un’astrazione. L’università, indebolita dalla penuria dei finanziamenti, isolata dal contesto sociale è inaccessibile ai meno abbienti. La sua decadenza è tra le cause principali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.
I docenti delle scuole statali lottano contro l’Invalsi. Cosa fanno i docenti universitari contro l’Anvur e un sistema di valutazione che è controllo sulla cultura e galera per i ricercatori? Non è un tema da tre soldi e se non lo affrontiamo, non avremo mai una formazione critica generalizzata e di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione non è un corpo a sé. Il suo principio-guida è nella Costituzione, quando, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, essa dice che quest’ultima è fondata sul lavoro, ma la sovranità non appartiene al mercato, bensì al popolo. Solo seguendo questa bussola, l’Università, per fare un esempio, può insegnare che le risorse della natura non costituiscono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri e che dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Ma l’Università questo non può più farlo, perché, gli equilibri ambientali sono subordinati agli interessi economici. Se le cose stanno così, si spiega il ruolo centrale svolto dall’Anvur: creare sacerdoti del pensiero unico e spegnere nella maggior parte degli studenti la capacità di organizzare resistenza.
L’Anvur è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di testi che le commissioni non leggono. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita –  gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di «speedy gonzales» che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca?
A che serve questo meccanismo e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur con la sua logica produttivistica impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in base alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa? La risposta è semplice: l’Anvur sa che il legame forte tra «grandi editori» e «baroni» che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, per esempio, non pubblico i risultati delle mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non otterrò cattedre con le mie ricerche, perché non troverò editori. O rinuncio, o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di  contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potremmo continuare, ma dovrebbe esser chiaro. Valutare per controllare significa imporre dall’esterno «obiettivi di valore» che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa diranno i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente, formato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica
Che Barbero si sia svegliato fa piacere. Spiace che l’abbia fatto quando la scuola è moribonda e non si sia accorto che per l’università sono ormai pronti i funerali.

Agoravox 30 dicembre 2010

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Spyware-Android-768x432Pochi giorni fa, a Napoli, al tavolo di lavoro che Pap ha dedicato al sistema formativo, la presenza di collettivi studenteschi disposti a dialogare coi docenti ha suscitato una motivata soddisfazione; non è mancato, tuttavia, chi ha osservato che quella particolare circostanza non modificava una realtà in cui gli studenti che partecipano sono pochi, così come, per quanto riguarda i docenti, gli «anziani» prevalgono sui giovani.
Per cogliere le ragioni profonde che hanno determinato questa situazione sarebbe stata probabilmente utile una riflessione sulle condizioni in cui versano oggi università e ricerca, argomenti di cui però finora Pap si è occupata davvero poco. Eppure da tempo l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo crea i suoi «intellettuali», forma i futuri docenti alla sua filosofia e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle giovani generazioni. Com’è ovvio, i contenuti di questo insegnamento sono quelli consentiti da un sistema di valutazione che, di fatto, costituisce uno strumento di controllo sulla cultura.
Quando diciamo Invalsi, sappiamo bene di che parliamo e non a caso lottiamo. Molto meno nota è l’Agenzia di valutazione del sistema universitario, l’Anvur, l’equivalente dell’Invalsi a livello universitario; figlia di questa scarsa conoscenza è la sottovalutazione del ruolo decisivo che l’agenzia svolge non solo per quanto riguarda l’Università, ma anche per la scuola. L’Anvur, l’invisibile gabbia che imprigiona la ricerca e i ricercatori, ha un ruolo centrale nell’attuale sistema formativo, perché costruisce sacerdoti del pensiero unico, che non hanno alcuna capacità di organizzare resistenza. Il principio ispiratore dell’Anvur è semplice e pericoloso: la quantità della produzione scientifica è la misura della qualità dei testi che le commissioni valutano senza leggere. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita –  gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali.
Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di «speedy gonzales» della ricerca che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo come Cristo moltiplicò i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione, che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, avrebbe dovuto porsi la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca? Non l’ha fatto e anzi l’ha premiato.

Poniamocela noi qualche domanda. A che serve questo meccanismo in base al quale lo Stato finanzia la ricerca e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur, con la sua logica produttivistica, impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in relazione alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa?
Le risposta sono semplici e illuminanti: l’Anvur sa che il forte legame tra «grandi editori» e «baroni» che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se decido di studiare gli anarchici, per esempio, è difficile che trovi grandi editori; rischio di non pubblicare i risultati delle mie ricerche e quindi di non vincere concorsi. Così stando le cose, è naturale che io scelga di studiare altro, ma è chiaro anche che di questo passo nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Non diversamente vanno le cose a chi si occupa di salute mentale; se sceglie di seguire la scuola di Basaglia e Piro, non ha speranze di ottenere cattedre perché con le sue ricerche non troverà editori. O rinuncia o si rassegna a battere la via organicistica e farmacologica della «malattia mentale». La conseguenza è un ritorno a scelte repressive, narcotici e letti di  contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del sofferenza mentale come male sociale.
Si potrebbe continuare, ma credo sia chiaro. Valutare con i criteri scelti dall’Anvur, vuol dire anzitutto controllare, imporre dall’esterno «obiettivi di valore», selezionare temi, decidere ciò che dicono e ciò che non devono dire i libri di testo; significa soprattutto creare docenti che – quanto consapevolmente conta davvero poco – formati ai principi e agli insegnamenti del pensiero dominante, tutelano potere e mercato. La conseguenza più seria di questo processo di sedicente valutazione sono scuole sempre meno capaci di formare intelligenze critiche e giovani incapaci di sfuggire alla conoscenza prescritta dal potere. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava solo sugli studenti, ma è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

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Per “Panorama” uno degli “strumenti di maggior successo nel mondo” ma non in Italia, purtroppo, commenta il giornale, “è la pistola elettrica Taser, in grado di paralizzare temporaneamente un soggetto con scariche ad altissimo voltaggio e bassissima corrente”. Confesso che di queste cose non mi intendo e può darsi che sia vero. “Negli Stati Uniti”, aggiunge Nadia Francalacci per rafforzare la tesi, “si contano ormai quasi due milioni di episodi d’impiego sicuro ed efficace, a fronte di alcuni episodi (circa 10-50 a seconda delle fonti) in cui si è verificata la morte del soggetto”.
Che dire? Può darsi che io sbagli, ma il giorno in cui dovessi incontrare qualcuno che definisce “soggetto” una persona che è stata uccisa e ritiene che una cinquantina di morti siano una cosa da nulla, per la prima volta nella vita mi chiederò se Basaglia avesse veramente ragione, quando pensò di chiudere i manicomi. Forse esistono casi in cui ci può essere un urgente bisogno di pronto soccorso psichiatrico.

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