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Posts Tagged ‘Banca Romana’

Per Berlusconi era l’«azienda Italia» e ne menava vanto: a guidarla l’aveva voluto il «popolo sovrano». Il voto non è dettaglio banale, ma dopo il lavoro forsennato dei curatori d’immagine e le utili idiozie dei pennivendoli, l’amore per la democrazia si fa passione per la «sobrietà». L’opinione pubblica si costruisce: è la fabbrica del consenso che si studia nelle scuole non a caso ridotte alla fame. L’intelligenza critica non cede al ricatto dello spread.
Monti, che pare vada per la maggiore, nei sondaggi sarebbe al 50%, ma si finge d’ignorare che metà degli elettori non intende votare, sicché il dato reale d’un consenso virtuale non va oltre il 25%. Ai rischi legati a statistiche manipolate è molto attento il libero insegnamento, ma Profumo dovrebbe saperlo: chi investe in formazione punta sui tempi lunghi e lavora quasi a futura memoria. Sapendo che è un imbroglio e nell’aula sorda e grigia sta in piedi solo col voto dei nominati di Berlusconi, Monti va in scena col nuovo che avanza, raffina l’arroganza padronale del suo predecessore-sostenitore e specializza l’impresa: la sua «azienda Italia» è ora una «merchant bank» che, per dirla volgarmente, fa intermediazione finanziaria, colloca titoli, trasforma risparmi in capitale di rischio, arricchisce così le “sue”banche e manda alla malora la povera gente. Per farla breve, se Berlusconi badava alle imprese di famiglia, Monti sfascia le famiglie per aiutare le imprese che l’hanno messo dov’è. E’ un gioco di specchi.
Per il «self-made man» il «mattone era volano dell’economia»; il professore mette all’arco altre frecce e tira colpi con la miope sicumera di chi passa per scienziato. In comune, però, i due hanno una verità di fede: il capitalismo, sottratto al destino dell’evento storico che nasce, cresce e muore. Entrambi, forzano verso l’idealismo la filosofia della storia che, farsa o tragedia, nei fatti si ripete, in un delirio di astrazioni estraneo alla fenomenologia storica degli avvenimenti. A scuola, ove la Grecia di Socrate ancora non prende ordini dalle banche, c’è chi ricorda il dissidio tra platonici e aristotelici, con l’anatomista che mostrava nel cervello il centro del sistema nervoso e l’aristotelico, gelido e tronfio, che a stento concedeva: «se Aristotele non avesse affermato ch’è il cuore il motore del nostro sentire, direi che hai ragione». Si andò avanti per secoli così.
Il nuovo che avanza non vola più alto e tiene per assioma che il debito si è accumulato per colpa dei lavoratori che – ipse dixit – hanno vissuto al disopra delle proprie possibilità. E va per la sua strada: paga gli strozzini e sacrifica dignità e diritti al feticcio del mercato. Metafisica, direbbe Comte, ma non c’è scampo. Triviale avanspettacolo berlusconiano o humor volgarmente britannico di Monti, non c’è limite all’indecenza: dai laureati sfigati al titolo di studio svalutato, dall’oltraggiosa monotonia del posto fisso, all’impresa da aprire con un euro, al giovane che non è imprenditore di stesso, alla sperequazione livellata in basso per smantellare le tutele, tutto fa a pugni con la realtà, la banca che non concede mutui, il lavoro, quale che sia, sfruttato, il futuro negato; tutto è propaganda di guerra e la differenza è solo un’apparenza. I velinari hanno versato fiumi d’inchiostro sul loden e il doppiopetto ma se Berlusconi avesse parlato di posto fisso coi toni di Monti, se di articolo 18 avesse discusso Sacconi con le parole di Fornero, se Brunetta avesse attaccato gli studenti lavoratori come Martone, l’enfant prodigio che “brucia le tappe“, qualcuno l’avrebbe detto: sono pugni allo stomaco della democrazia.
A scuola, con lo scandalo della Banca Romana diventa subito chiaro: la storia del debito è un imbroglio scandaloso. Ai più bravi, poi, di questi tempi, chi può fa leggere con la dovuta cautela un celebre brano sull’Economia Politica alla Monti, sui problemi di una teoria storica sulle scienze e sulla «inutilità delle pretese scientifiche dei nostri economisti» ai quali manca lo «spirito abituale di razionalità positiva che credono di aver trasferito nelle loro ricerche». Un paradosso anacronistico di Comte, se ogni parola di Monti, che solo due mesi fa ha scoperto l’esistenza di pensionati a 500 euro mensili, non confermasse il giudizio e non lo completasse: sacerdoti di un liberismo che parte da verità di fede, Monti, Fornero e soci sono «inevitabilmente estranei […] ad ogni idea di osservazione scientifica, a ogni nozione di legge naturale, a ogni sentimento di vera dimostrazione». Senza giungere a Marx, converrebbe anche Keynes: non hanno saputo applicare «convenientemente alle analisi più difficili un metodo del quale non conoscono affatto le più semplici applicazioni», sicché, «l’insieme delle loro opere manifesta [ ..], ad ogni giudice competente ed esercitato, i caratteri più decisivi delle concezioni puramente metafisiche».
Avanti così noi non andremo a lungo: la nostalgia per l’umanità del passato esploderà in rabbia.

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Un libro di storia, qualche legge da esaminare ed eccolo il problema che non si pone con forza perché il silenzio dell’informazione si compra pagando o intimidendo. In quanto alla scuole e all’accademia, se nelle aule spieghi agli studenti che la Banca d’Italia è di fatto un Istituto privato, ti prendono per pazzo e non mancherà lo scandalo per “il professore che fa politica“. Si sa, siamo una “grande democrazia“. Pochi vogliono vederlo, molti lo nascondono e in tanti minimizzano, ma il conflitto c’è ed è grave. La solfa del “debito pubblico”  terrorizza, ma non è mai chiaro chi sia il debitore e chi il creditore. La verità è che il famigerato “debito”, non è ciò che noi dobbiamo a qualcuno, bensì l’ammontare del prestito che i cittadini fanno alla Banca d’Italia acquistando titoli di Stato. I lavoratori dipendenti, perciò, con questo maledetto affare non c’entrano nulla. I governi hanno sprecato i quattrini avuti in prestito favorendo l’evasione fiscale, sperperando miliardi in armamenti, guerre mimetizzate, sprechi incontrollati, costi insostenibili della politica e favori agli imprenditori. Gli interessi del “debito pubblico”, così accumulato, cioè i soldi che lo Stato deve a chi compra i suoi titoli, si fanno poi pagare a chi i titoli di Stato non li ha comprati, non ci ha mai guadagnato un centesimo e non sa come sbarcare il lunario. Messa in questi termini, la situazione è più chiara: la povera gente, i lavoratori a reddito fisso, i disoccupati, i giovani che dallo Stato non hanno mai nulla – ormai si paga tutto, in cambio di nulla – non c’entrano niente col debito e non si capisce perché a pagarlo debbano essere loro, come pretende Draghi, che si accinge a guidare la BCE, dopo la brillante carriera alla testa di un oggetto misterioso che si chiama Banca d’Italia, un Istituto che sembrerebbe pubblico ed è invece privato.

A Bankitalia occorrerebbe dedicare un istruttivo capitolo dei nostri manuali di storia. Incamerata la parte di riserve auree dello Stato borbonico – quella che non era sparita nei rivoli carsici del finanziamento alle imprese settentrionali – la Banca vede la luce il 23 ottobre 1865 a Firenze, allora capitale, col Decreto n. 2585 del 1865 e con l’approvazione contemporanea della “Convenzione per la formazione della Banca d’Italia” e del suo Statuto. Il decreto, però, non è trasformato in legge e, di fatto, la Banca è istituita solo il 10 agosto 1893 da Giolitti, poi travolto dal primo grande scandalo bancario del nostro Paese, quello della Banca Romana, che copriva le perdite di bilancio stampando banconote false. La Banca non ha ancora il ruolo attuale; a emettere moneta, infatti, sono anche il Banco di Napoli e quello di Sicilia, secondo criteri ribaditi dal decreto n. 204/28 aprile 1910. Così stando le cose, è la stessa Banca d’Italia a riconoscere che “data la scarsa diffusione dei depositi bancari, la fonte principale di risorse per effettuare il credito bancario era costituita proprio dall’emissione di biglietti: in pratica, accettando i biglietti di banca, il pubblico faceva credito agli istituti di emissione, e questi potevano far credito ai propri clienti“. Sembra strano, me è così e l’ammissione è illuminante.

Dopo la prima guerra mondiale, che consentì enormi profitti al padronato, quando si trattò di pagare i costi del conflitto e le spese per tornare a un’economia di pace, la Banca d’Italia si accollò l’enorme peso del salvataggio di Istituti privati a spese del pubblico: una marea di soldi passò così dalle tasche dei lavoratori a quelle dei “pescecani” che avevano “scialato” sulla pelle degli operai e dei contadini.
Nel 1926 a Bankitalia va l’esclusiva sull’emissione della moneta, ma la riorganizzazione vera, giunta nel 1928, dura un amen. Tutto, infatti, cambia, quando diventa chiaro che si va verso la guerra coloniale e nel 1935 si dà l’assalto all’Etiopia. Col decreto-legge n. 375 del 12 marzo 1936 (recentemente confermato dalla Cassazione con sentenza n. 16751/2006), trasformato poi nella legge n. 141 del 7 marzo 1938, si realizza una riforma bancaria che rende la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” ed espropria gli azionisti privati, che contano, però, di essere lautamente ripagati dai profitti di guerra.

Nel secondo dopoguerra, si torna lentamente a una privatizzazione che muove i suoi passi più decisi con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica. La legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992, sancisce la privatizzazione degli istituti di credito e degli enti pubblici. Non è cosa di poco conto, se si pensa che, intanto, i privati sono tornati nella proprietà della Banca d’Italia e di lì a poco la legge n.82 del 7 febbraio 1992, voluta da Guido Carli, guarda caso ex Governatore di Bankitalia prestato opportunamente alla politica, stabilisce in via definitiva che a decidere sul tasso di sconto sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia che ormai fissa in piena autonomia il costo del denaro. Lo Stato non c’entra più nulla. Tutto questo, mentre l’Italia firma il Trattato di Maastrich, che istituisce il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE) che riunisce le Banche Centrali dei Paesi membri dell’Unione Europea. Un tentativo di rimettere le cose a posto, si ha con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata dal primo Governo D’Alema, che tenta di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e far sì che le azioni della Banca siano tutte dello Stato. La legge naturalmente non sarà approvata, e basta leggerla per capire il perché: “Il presente disegno di legge” – recitava testualmente – “attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione […]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi“.

Siamo praticamente a oggi.
L’assetto proprietario della Banca d’Italia è reso noto da “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, facendo riferimento ai risultati di una ricerca scientifica, pubblica proprietari e quote e scrive testualmente: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia“.
Presa in contropiede, il 20 settembre 2005 Bankitalia rende pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale“, che ci dà il quadro attuale della situazione: il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Questo è. I nomi? Bene: Intesa San Paolo 30,3 % 50 voti; Unicredito 22,1, 50 voti Assicurazioni Generali 6,3 %, 42 voti; Cassa di Risparmio Bologna, 6,2 % 41 voti e via così. Inutile dire che Intesa e Unicredito hanno fortissime presenze di capitale estero, con tutto ciò che questo significa. Chi conosce anche solo un po’ la storia nostra sa che, se dici Intesa dici ex Comit, la Banca Commerciale, a capitale prevalentemente tedesco. Oggi? Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo: se il Crédit Agricole e Paris Bas hanno una solida presenza qui da noi, dio solo sa quante azioni della Banca d’Italia sono in mano a banche estere.

Ecco. Gli studenti capiscono più di quanto crediamo, occorre però fornirgli gli strumenti.  Quando li avranno, non ci metteranno molto a interrogarsi sul ruolo di Einaudi, Carli, Ciampi e Dini, uomini di Bankitalia e politici in posti chiave e in momenti decisivi. Senza dire di Draghi, che ora va alla BCE e detta il programma di Governo.
C’è una legge, la n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della […] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Da tempo, però, con un previdente intervento, la legge 291 del 12 dicembre 2006 ha cancellato dall’art. 3 dello Statuto della Banca d’Italia la parte che imponeva il possesso pubblico della maggioranza delle azioni della Banca Centrale. Si è così messo lo Stato definitivamente fuori da Bankitalia e, di conseguenza, dalla BCE. La lettera inviata da Trichet e Draghi a Berlusconi dimostra che a governare l’Italia e a decidere delle nostre vite sono, di fatto due privati cittadini.
Tutto cambia, si sa, anche la maniera di esprimersi. Un tempo si sarebbe detto “golpe“. Oggi si dice crisi.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 ottobre 2011

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