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Guido_Leto

Guido Leto, capo dell’OVRA fascista e Direttore tecnico delle scuole di polizia della repubblica

Stamattina il primo saluto è stato quello di un pinco pallino invisibile, che alla Metro ha accolto gli studenti minacciando di chiamare i carabinieri. Ho preso il treno con i manifestanti che partivano dal Vomero e con loro sono arrivato a piazza del Gesù. Ero un po’ irritato per il ferroviere questurino, ma per rendermi utile ho aiutato una collega a prendere le bandiere dei Cobas e m’è passata. Insegnanti in giro ce n’erano pochi. Chi s’è mosso era a Roma, nel cuore della manifestazione, ma ho sorriso quando due ragazze ci hanno chiesto se eravamo docenti. Non credevano ai loro occhi.
Mi sono guardato un po’ in giro: ragazzi così giovani, che qualcuno sobbalzava per le botte a muro e i petardi che faceva esplodere. Li ho lasciati dopo un po’. Stavolta non potevo accompagnarli fino alla fine, come faccio sempre, come feci anche cinque anni fa, quando ci riempirono di botte tutti quanti assieme, i due o tre adulti presenti e  i tanti studenti dell’Onda.
I filmati non consentono dubbi: l’attacco è venuto a tradimento, in piazza, come a tradimento ci aggredirono cinque anni fa nel Teatro San Carlo, bastonando il primo violinista dell’orchestra. Allora, però, c’era ancora qualcuno che ti sosteneva: gli artisti, che puntarono immediatamente il dito, un giornale che ospitò un appello, una pattuglia di intellettuali disposta a firmare e fu possibile mettere assieme quante firme bastavano per cantargliele in coro. Oggi nemmeno quello.
In ogni caso, me ne sono andato via tranquillo dopo un po’. Problemi in archivio e un’intervista fissata da tempo. Tante cose da fare, troppi anni per non sentirti d’impaccio e soprattutto nessun sospetto, neanche l’idea pallida che si potesse giungere a tanto. Purtroppo gli anni pesano e non m’è venuto in mente che a guidare i “tutori dell’ordine” c’è Alfano.
In archivio, una telefonata, la notizia delle cariche, le rassicurazioni: “No, prof, solite cose”. Chissà, forse una maniera educata per dirmi di lasciar perdere.
Sono tornato a casa che ormai era sera; uno sguardo alle mail, ai filmati che girano, e me la sono trovata davanti la teppa in divisa. La stessa dai tempi di Crispi. Forte coi deboli, debole coi forti. Coraggiosamente protetta dall’anonimato. Oggi Napoli era zona franca per la malavita. In piazza c’era il pericolo dei pericoli: la scuola che protesta. Ci mancavano solo i blindati.
Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consentì di tornare alla pena di morte, i morti di Scelba e poi Pinelli, un elenco interminabile, che non è bastato Abbiamo dovuto assistere al macello di Genova, alle torture della Diaz, alla fine di Cucchi, al massacro di Aldrovandi. Non è cambiato nulla e si va avanti così, anzi è peggio. Questo è il Paese in cui una banda di clandestini, entrata in Parlamento con una legge fuorilegge, modifica la Costituzione antifascista e si tiene caro il Codice del fascista Rocco. Chiamateli se avete bisogno di aiuto, questi eroi da operetta, poi mettetevi in fila ad aspettare. Sono tutti impegnati a picchiare lavoratori e studenti. Possono farlo: il governo è fascista e i genitori stanno a casa a guardare i figli che prendono botte, dopo che gli hanno scippato la scuola, il lavoro e il futuro.
E’ vero, sì, ormai siamo messi così male, che guai a muoversi: ti fanno a pezzi e nessuno parla. Vero è anche, però, che i regimi autoritari partono sempre da questa situazione di forza inizialmente inattaccabile, ma finiscono puntualmente a testa in giù, nella piazza che meritano, come i fascisti meritarono Piazzale Loreto.
Eccolo qua l’ultimo capolavoro.

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