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Posts Tagged ‘Asiento’

– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò avvilito Francesco. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano date e generali, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che alla televisione una sera parlava dell’Asiento…
– L’Asiento? E cos’è? chiese Lucia incuriosita.
– Una parola che affascina, ma il significato è terribile. Si parlava dei grandi Stati, i “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Piano piano venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario che ognuno voleva tutto per sé. Tu ascoltavi e incontravi di tutto: sovrani, affaristi, magistrati, militari, ma non sentivi la sofferenza atroce di milioni di sventurati venduti come merce a questo o a quel padrone.
– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.
E su queste parole s’inceppò il discorso. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.
– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.
Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile confindustriale travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa gli sfruttatori: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! Urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco, lo so quanto vali!
Lucia sobbalzò.
– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!
La moglie era sbiancata a vederlo così esasperato e ora lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano giunte come in preghiera, s’erano mosse con l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazio alla tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non saper più smettere. E le tornava in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia, e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:
– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.
Di questa Waterloo dei sentimenti, non parlano mai gli esperti che rilasciano interviste. Eppure è così che accade: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri sono pieni di faccende che riguardano il prodotto interno lordo, i titoli, le oscillazioni delle borse, le importazioni e le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, dell’intimità di coppie sconvolte dalla miseria e di milioni di famiglie distrutte dai capricci del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
“Privilegiati”, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, dal piccolo schermo, col tono autorevole che gli veniva dalla sua triplice veste di avvocato, studioso e senatore. “Privilegiati“, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e la nausea gli si dipingeva sul viso largo e onesto.
– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano i padri e i figli.
Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.
– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.
Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.
– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni drl vapore, c’era la repubblica, ma si licenziava per primo chi dava fastidio. Non si diceva che era così, naturalmente, perché un motivo lo trovavi, ma si faceva. Negli anni Cinquanta ci sono stati quindicimila operai processati e sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre. E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Una legge, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo!
L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:
– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?
– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.
Per queste ricette miracolose il giuslavorista aveva collezionato premi, notorietà e prebende. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista aveva già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Una mano il professore forse l’aveva data, ma non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava pagare, come da anni, del resto, i lavoratori pagavano la scorta armata che proteggeva l’esperto.
L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:
– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?
– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te davvero ti sta facendo male questa maledetta situazione. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…
Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si accorgeva di quanto feroce fosse stata la vita.
Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.
– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Pietro, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…
– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:
– Pietro, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?
– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo. Col sindacato o contro il sindacato, dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…
Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Cgil e di Camera del Lavoro, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.
– In Parlamento, proseguiva Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.
– Che ha fatto nella vita?
– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in un lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.
– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici
– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese
Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.
– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…
– Tra me e te?
– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.
– Cercava una compagna… disponibile.
– Una puttana, dici?
– Pensava che tu ti vendessi.
– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.
– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…
Pietro, l’esperto, era tornato intanto su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:
– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.
Lucia fece appena in tempo a commetare:
– Non è una bella cosa, ma per forza ci vuole la scorta
Francesco la guardava come non capitava da tempo.
– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione
– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.
– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 dicembre 2011

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* Sono trascorsi molti anni, ma mi pare attuale e, archiviandolo in questo spazio che in fondo è un pezzo della mia memoria, tornerei a scriverlo così come lo ripropongo, mentre Bush esce di scena e consegna alla storia gli anni oscuri e, per certi versi barbari, della sua presidenza.

Napoli, 7 ottobre 2001

Mi rivolgo a voi, perché sento il bisogno di affidare alla vostra passione civile le mie riflessioni sulla miseria quotidiana del dibattito politico, sull’individualismo dilagante che colma il suo vuoto morale coi feticci del mercato e sulla tracotanza di un potere economico deciso ad autoregolamentarsi; un potere che celebra i suoi fasti nel rituale dei sorrisi stereotipati consegnati alle telecamere negli incontri dei cosiddetti “grandi”, mentre la protesta giovanile incendia le piazze dell’Occidente, l’intifatada insanguina il Medio Oriente e la civiltà islamica è sconvolta dalla furia integralista. Un’orgia di violenza e ipocrisia, in cui la politica annega senza sussulti e senza dignità. Di fronte ad una crisi epocale, stretti nella morsa di problemi irrisolti. rifiutiamo di “leggere” con spirito autocritico le manifestazioni estreme di una violenza che l’Occidente ha costruito, giorno dopo giorno, ignorando le contraddizioni del mondo, i segnali di malessere, le domande e le insoddisfazioni dei giovani. L’Occidente, che ha edificato le sue fortune sulla violenza e sullo sfruttamento delle risorse economiche ed umane del cosiddetto “terzo mondo”, ed oggi entra in guerra contro la disperazione – un intervento mirato, per usare un tragicomico eufemismo particolarmente fortunato in queste ore difficili – fingendo di credere che un’azione bellica possa dire parole risolutive in tema di terrorismo. E’ la “guerra infinita” di Bush, la nostra guerra, collaterale e solidale, che ci vede sgomitare per un posto in proscenio. Perché la guerra? Perché – urla la canea “interventista” -c’è stato un grave attentato, anzi, un atto di guerra, che richiede una risposta militare. Per mettere a tacere chi osserva che un attentato, per quanto feroce, è un crimine da codice penale, c’è addirittura chi evoca il fantasma di Pearl Harbor. Per manipolare le coscienze, di storia scrivono sempre più spesso opinionisti, politologi e pennivendoli. Gaetano Arfé ha affermato di recente che toccherebbe alla “corporazione degli storici” denunciare le strumentali forzature che, stravolgono la ricostruzione della storia a fini di penosa propaganda, ma gli storici reagiscono debolmente o tacciono. Un silenzio inquietante, perché torna utile a chi, forzando il senso di fatti e parole, svuota di significato i valori della democrazia. Indicativo, in questo senso, l’uso della parola guerra, pronunciata da Bush e compagni sull’onda emotiva dei tragici eventi dell’undici settembre, poi ribadita sino a coinvolgere la NATO e infine tradotta in azione. Messa al bando in uno sforzo di censura che ha partorito la formula demenziale dell’intervento “umanitario”, per dieci anni la guerra è stata fatta e negata, sostenendo l’azione militare con una propaganda da regime, che ha giustificato l’uso delle armi con violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani interni agli Stati attaccati: il Kuwait invaso dall’Iraq, gli albanesi del Kosovo vittime della ferocia serba e così via. La guerra si è fatta, ma il “circuito massmediatico” ha negato l’evidenza per dimostrare che guerra non era, per disinformare le masse e conquistarne il consenso. Ormai è evidente: per sfruttare appieno la caduta del muro di Berlino, si è messa in scena la farsa della funzione “morale” del capitalismo che garantiva al mondo, liberato dalla “tirannide del comunismo” e unificato dal “mercato”, l’era della serenità e del benessere. E se in giro c’erano ancora dei tipacci, il loro tempo era scaduto – prometteva l’Occidente – e non avrebbero recato più danni alla “comunità internazionale”. Di qui le scorrerie anglo-americane nei cieli di Baghdad, le “operazioni di polizia preventiva” contro il Sudan, i nuovi o rinnovati “embargo” contro Cuba, l’Iraq e la Jugoslavia, le regole oscure e le leggi retroattive del tribunale internazionale dell’Aja. Un tribunale illegittimo, come affermano ormai uomini del valore di Raniero Lavalle. In dieci anni è nato il mondo “virtuale” della globalizzazione, unificato solo da slogan e grafica computerizzata, in cui le contraddizioni sono risolte, non esistono né conflitto né proprietà sociale, la resistenza dei popoli è anomalia, malattia sociale, terrorismo e la guerra si fa solo a popoli e Stati “criminali”. Alla farsa segue così la tragedia.
In questo quadro si collocano le immagini sconvolgenti delle torri attaccate, diffuse dalla televisione in “tempo reale”, e le conseguenze dell’attentato. Da settimane l’animo ferito si ribella e l’intelligenza offesa s’interroga. Domande angosciose, dopo lo choc. Una anzitutto, che non so evitare, nonostante il rispetto per le vittime, o che forse mi pongo proprio per la pena che sento: si può aggredire un popolo, scaricandogli addosso la responsabilità di una follia che non può essere sua? Un attentato impegna polizia, magistrati e servizi segreti nella ricerca di prove e colpevoli, impone di indagare in ogni direzione, anche in casa propria, per far luce su possibili connivenze, senza negare i diritti della difesa, di domandare estradizioni in base ai trattati internazionali, di fare processi giusti, come detta la legge. Qualora esista il dubbio che un’autorità politica costituita, che abbia confini, territori, eserciti regolari e riconoscibili, abbia prestato o presti aiuto a presunti colpevoli, allora, a sostegno dell’accusa gravissima, servono prove da presentare ad organismi internazionali neutrali e indipendenti, per rimettersi al loro inappellabile giudizio sul riconoscimento della colpa, sulle eventuali sanzioni, sui modi in cui applicarle e sulla scelta degli esecutori. Solo un’assemblea di barbari, che si affidi al giudizio di Dio, all’ordalia, ricorre alla guerra come strumento di giustizia: la legge fondante della guerra è la violenza e la giustizia compatibile con la violenza è quella sommaria. Non è pacifismo, ma senso della storia. Un conflitto che impegni un popolo contro un esercito aggressore è il tragico prezzo che l’uomo paga al suo amore per la libertà. Il resto è retorica, egoismo travestito da ideale, serve a mercanti d’armi, speculatori e sciacalli. Finché non sarà dimostrato che un attentato è un atto di guerra e che un popolo inerme risponde dei misfatti dei tiranni che lo governano, bene, quali che siano le segrete e “impressionanti” prove raccolte dagli USA, il diritto sarà dalla parte del popolo afgano, vittima di una dittatura costruita dalle potenze che oggi lo aggrediscono. Comunque si guardi, la guerra, questa guerra, è illegale e chi la conduce non colpisce i terroristi, ma li aiuta a crescere.
In quanto agli italiani, che un Parlamento “interventista” non ascolta, questa guerra non ha motivi riconosciuti dalla Costituzione, ed essi non la vogliono. Non la vogliono i milioni di disoccupati, costretti a guerre quotidiane con la disperazione, le madri, che temono per i figli, i vecchi che la guerra l’hanno fatta o la ricordano, i giovani che contestano la globalizzazione, chiedono nuovi diritti, legalità e giustizia e coltivano un sogno: “un altro mondo è possibile”. Un mondo che non vuole terroristi e guerre. Ma chi ascolta i giovani? Chi valuta i danni arrecati dalla nostra scarsa onestà intellettuale alla loro crescita civile? Che diremo loro dopo le menzogne dell’azione di “polizia internazionale” e degli “interventi umanitari”, smentite dalle immagini quotidiane dei bombardamenti su popolazioni inermi e dai risultati ottenuti? Prevarrà, come temo, la favola ignobile della “guerra giusta” e dell’intervento “mirato”, o troveremo il coraggio di sostenere le ragioni della storia, per affermare che la guerra non serve e nasconde fini inconfessabili, che noi, anzitutto noi, siamo i padri della violenza che ci esplode contro, per denunciare chi getta in braccio ai terroristi masse disperate perché non ne ascolta le ragioni? Restituiremo dignità politica alle nostre parole per affermare che nessun gesto estremo giustifica la condanna di un popolo ch’è tutto intero un mondo? Versailles, addebitando alla Germania lo scoppio della “grande guerra”, innescò la bomba che, vent’anni dopo, uccise milioni di sventurati e firmò l’atto di nascita del nazismo che si macchiò di crimini disumani, tutti ampiamente provati. Norimberga, tuttavia, tribunale di vincitori ammaestrati dalla storia, non osò condannare il popolo tedesco e la grande cultura germanica per i crimini nazisti ed evitò di farne un popolo di disperati, pericolosi per l’umanità. Difendiamola, quindi, la civiltà dalla barbarie, ma con le armi della democrazia, non con quelle dei barbari. Trovo così dolorosa la violenza esercitata dallo Stato in nome della legalità, che l’idea di affidare agli USA o alla NATO l’esercizio della giustizia tra i popoli, ricorrendo alle armi, mi fa pensare al suicidio delle leggi su cui fonda la convivenza civile: l’eutanasia della civiltà, per far guerra ai barbari. Non è un paradosso, ma un rischio concreto, se la politica non torna a ragionare in termini di diritto, restituendo i terroristi ai loro giudici naturali e facendo giustizia di una stridente contraddizione: la guerra riconosce al nemico una qualche legittimità politica, una dignità che spetta al soldato, il quale – aggiungo – ha una bandiera e una causa da difendere. Se – come si vuole – i terroristi non hanno bandiere e sono solo criminali, allora la guerra è illegittima. Anche se il delitto ferisce l’intera comunità dei popoli, ci vogliono codici, leggi e tribunali. Lo chiede la maestà del diritto, e quindi la civiltà, lo impone, a noi italiani, la Costituzione, che non consente di rispondere ad un crimine con un crimine. Questa guerra è illegale e il Parlamento, che invita a por mano alle armi, rischia di produrre ferite profonde nel tessuto democratico del Paese. Certo, gli americani ci stimano poco e chiederanno uomini solo in caso d’estremo bisogno. Se le cose però dovessero complicarsi, partiremmo per una guerra ingiusta e dichiaratamente sporca. Occorre evitarlo. E’ vero che siamo ad una svolta. A determinarla, però non è l’attentato alle torri. La miopia politica, il conformismo soffocante della vita sociale e la tracotanza d’un potere economico che non accetta regole, stanno dividendo il mondo. Il movimento contro la globalizzazione e la durissima risposta repressiva sono un monito serio. Cresce il dissenso, molti disertano il campo senza onore di chi, seminando disperazione, alimenta il terrorismo e se ne serve finché torna utile ad inconfessabili progetti, se poi non sta al gioco, gli dichiara guerra.
Potrei sbagliare, ma i presupposti per una rivolta morale ci sono già tutti. Il clima è sempre più pesante e quanto è accaduto dopo l’attentato è emblematico. La Palestina brucia e Bush, a caccia di alleati per rompere il fronte arabo, offre ad Arafat ciò che ha sempre negato, ignorando l’integralismo che terrorizza Israele. Gli ebrei, che non hanno più mano libera, accusano: l’obiettivo della guerra non è il terrorismo. C’è di che meditare, invece si corre tra i punti estremi di un segmento: gli USA rinviano all’Afghanistan, Kabul a New York, e tutti alla guerra. Un andirivieni dettato dal tema scelto dal “pensiero unico”: il terrorismo. Uscire dal coro spudorato di commenti e versioni ufficiali è “uscire fuori tema”. A leggere i fatti è il potere, ed è un assioma; la prova è provata, il diritto è ignorato e in quanto alla difesa, consentita anche al reo confesso, non c’è chi ne parli. Per chi dissente, è pronta l’accusa: cattivo maestro, fiancheggiatore o complice. Questione di età. Un dogma non si discute e di dogma si tratta: un Dio adirato ha scolpito la verità a lettere di fuoco nel nuovo decalogo e occorre crederci: il dubbio è eresia e, conduce al rogo. Parlando per bocca di Bush, che comunica il verbo agli europei adoranti, è stato chiaro come solo un Dio sa essere: tu – ha detto al presidente eletto tra sospetti di brogli e indifferenza di popolo da una pattuglia di sponsor – tu sei il braccio armato del bene che combatte il male. E il male, ha aggiunto, non sono le gravissime ingiustizie sociali, lo sfruttamento del lavoro ricondotto alla schiavitù, il traffico di droga ed armi, le insostenibili discriminazioni, la miseria disperata, la fame che uccide milioni di bambini all’anno sottraendoli pietosa alla caccia dei mercanti d’organi, all’insidia delle mine che li lasciano ciechi e senza mani, e le altre infamie che tormentano i diseredati del pianeta. Il male è il terrorismo, che ci impedisce di aprire l’età nuova e merita la guerra che condurrà la terra al regno del bene. Ecco la buona novella, la volontà del Dio dell’Occidente, che di terrore s’intende come il suo profeta. Ed ecco, la guerra è venuta e farà i suoi morti. E’ venuta, perché “Dio lo vuole” e non c’è che fare: l’Europa non ha né un Lutero da opporre né nuove tesi da esporre a Wittenberg. Nessuno protesta e molti, folgorati sulla via di Damasco, ingrossano i ranghi dell’armata: la Russia per prima, decisa a liquidare la resistenza cecena, che – serve dirlo? – è diventata una pericolosa centrale del terrore. Protette dall’ombrello NATO, in Spagna ed Irlanda IRA ed ETA hanno licenza di uccidere e nessuna sconvolta coscienza pensa di bombardare l’Ulster o i Pirenei. Eccola la guerra, in Oriente ovviamente, che già fai suoi morti. La guerra modernissima che i giornalisti non possono documentare e di cui non si sa niente, se non che gli occidentali eliminano i “terroristi” e i loro complici. Cadono, uccisi dalla fame e dalle armi, donne, malati, vecchi e bambini inermi ma Veltroni, non pianta alberelli inteneriti nelle vie della città eterna e non ci sono pennivendoli a ricordarli commossi. Cosa ricordare del resto, come imbastire la telenovela? Le vittime non sono sposini in viaggio di nozze, non hanno cellulari con cui invocare aiuto dalle macerie che li coprono, non sono lavoratori e cittadini esemplari o addirittura eroi, che, si sa, nascono solo in Occidente. L’Oriente produce al più dittatori spietati, kamikaze folli, straccioni e disperati. Tutti potenziali terroristi, gente per cui non si coprono muri con foto e fiori e non si sprecano minuti di silenzio nelle scuole, negli uffici e negli stadi.
Per quanto mi riguarda, sono inquieto. Ho assistito in diretta televisiva ad un tragico massacro. Sembrava un videogame ed era una strage. Ho visto materializzarsi l’impossibile. Può accadere – mi hanno spiegato – ma non ne sono convinto. Potrò sbagliare, credo però che l’eccezionalità dell’evento meriti un rigido rispetto delle regole. Le chiacchiere dei giornalisti, ispirate – o dettate? – da fonti occidentali, la ridda di ipotesi, notizie incontrollabili insinuate nel linguaggio ambiguo dei periodi ipotetici, tutto “potrebbe” e “sarebbe”, lasciano il tempo che trovano. Occorre sgombrare il campo da dubbi legittimi sulle possibilità concrete che un’organizzazione terroristica abbia di realizzare un attentato della micidiale efficacia di quello attuato negli USA, senza appoggi, connivenze o interessati silenzi di servizi segreti di livello occidentale. Un esame onesto dei fatti, così come sono noti, conduce ad una solo indiscutibile conclusione, la stessa che alcuni conduttori televisivi – cedendo a scrupoli residuali di una coscienza professionale che sembra morire – non hanno voluto cancellare dalle risposte ironiche e amare della gente di Harlem: “gli unici che ricavano vantaggi da questa tragedia – dicevano gli americani che non votano – sono gli Stati Uniti, che ora hanno il mondo in pugno”. Riflessioni di un’altra America, che non conta e perciò è ignorata; un’America più viva e più vera di quella tutta fede, patria e bandiere delle star, degli uomini d’affari e del cittadino “televisivo”. L’America che non s’interessa di politica perché nessuno la rappresenta – né i democratici, né i repubblicani – ed ha diritti concreti quando ci vuole la fanteria che rischi la pelle. L’America ignorata e irridente che ti conquista in un amen ed alla quale mi sento vicino, perché non rinuncia a pensare e resiste come me al lavaggio del cervello operato dai media. Il Signore della civiltà NATO mi destinerà a castighi impensati, ma devo dirlo: è dal 1861 – dalla lontana Guerra di Secessione – che la cultura militare statunitense non solo teorizza l’opportunità di prendere di mira la popolazione civile del paese nemico, ma traduce in sistematica pratica bellica questa impostazione teorica. La logica del Pentagono è ancora quella spietata del generale Sheridan – “non bisogna lasciare al popolo altro che gli occhi per piangere le sue sofferenze”. Posso dirlo o bestemmio? I morti di New York non mi hanno fatto più pena di quelli sepolti sotto i cumuli di macerie prodotti dai nostri bombardamenti in Serbia ed in Iraq, dove l’Occidente ha sperimentato le sue armi proibite e la tragedia delle torri bruciate è stata a lungo vita quotidiana. No, non credo che in ciò che accade la sola lesa sia l’Occidente, quello schiavista dell’Asiento, delle guerre di religione, di Torquemada e dell’Inquisizione, di Hitler, del razzismo, dei disastri del colonialismo e delle carneficine dell’imperialismo, l’Occidente che oggi convive senza problemi di coscienza con gli oltre quaranta milioni di bambini che muoiono ogni anno di mille morti atroci. In quanto alla guida del mondo civile, smettiamola di assegnarla a Bush, come non sapessimo che per volontà sua e di una parte del suo popolo – la minoranza nella minoranza che vota? – ogni giorno bambini iracheni muoiono per mancanza di medicinali. E’ un primato che non riconosco perché so che negli USA il boia lavora nonostante l’insegnamento del nostro Beccaria – ma Bush conosce Beccaria? – perché, per volontà del suo popolo, Hiroshima e Nagasaki, inermi città giapponesi dove c’erano solo donne, bambini e vecchi, conobbero gli effetti delle bombe atomiche, le uniche che mai esercito abbia usato contro un nemico. Mi spiace, ma non so ignorare che per volontà di chi rappresenta la “civiltà”, le bombe di Pinochet piovvero sulla residenza di Salvador Allende, così come sui villaggi vietnamiti si abbatterono le terribili bombe incendiarie che uccisero atrocemente un’infinità di innocenti. No, non credo di dover dimenticare, perché so che esistono un’Europa ed un’America ricche d’umanità e d’innocenza, che non stanno con Bush, o con Prodi. No, non ho bisogno dell’alberello d’un sindaco smemorato per ricordare ciò che c’è da ricordare.
Portino, perciò, Bush e compagni, improbabili paladini del bene, la vendetta del Dio della NATO agli “studenti” afgani, un tempo loro buoni amici. Io non sarò sotto le loro bandiere e spero che, in un guizzo d’orgoglio, altri eretici affrontino il rischio del fuoco e dicano ciò che pensano: noi non vi seguiremo.
E’ un po’ che leggo con interesse gli studi sul crollo dell’Impero Romano. Partono tutti da una constatazione: sembrava impossibile e divenne inevitabile. Dio era con i barbari.

Pubblicato su “Fuoriregistro” l’11 ottobre del 2001.

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