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Posts Tagged ‘aristotelici’

banchieriCon la consueta schiettezza un ottimo amico, onesto, riflessivo e preparato, ha scritto due parole semplici, chiare e ricche di umanità:

«Non amo i numeri, anzi per la precisione,non credo nei numeri. Sin da bambino. Mio nonno, quando mi insegnava a giocare a carte chiudeva sempre la sua lezione dicendo “la matematica non è un’ opinione”, sancendo così la stessa come scienza esatta, nel senso che, a briscola, se lui aveva fatto 70 punti, io inevitabilmente ne avevo fatti 50. Non uno di più ne uno di meno».

Naturalmente la sua diffidenza per i numeri non si ferma al nonno e la sua spiegazione merita il massimo rispetto. La logica dei numeri, prosegue, infatti,

«quella che prevale nel mondo, è quella che fa accettare come verità inoppugnabile il fatto che a 50 anni sei già vecchio per lavorare, che a 60 una donna non può essere madre. La logica dei numeri è quella che stabilisce, per esempio, che i governi d’Europa non possono sforare il rapporto del 3% tra entrate e uscite pubbliche. E dietro quel numero, quel banalissimo numero,3%, si pongono le vite di milioni di persone».

Sulla maternità della sessantenne e su quanti anni ci occorrono per essere vecchi, nessuno eccepisce, ma poiché siamo ormai tutti economisti, sul 3 % e sui numeri in generale, apriti cielo! «Guarda che non sono uno sprovveduto» – gli fa indispettito un commentatore – «I numeri sono l’unico modo di interpretare la realtà…». Questi sono tempi in cui se ce l’hai coi numeri, ti trattano come il Santo Uffizio trattava gli eretici: ti abbrustoliscono in piazza. Io però gli do ragione al mio amico e pazienza se in piazza poi bruciano anche me. I numeri sono un modo di interpretare, non l’unico e tutte le interpretazioni hanno bisogno di parametri di riferimento. Se io non mangio nulla e un altro mangia due polli, i numeri diranno che siamo in due e abbiamo mangiato un pollo a testa. Non interpreteranno la realtà, ma la stravolgeranno. In quanto al 3 %, è stato scelto da un burocrate a cui fu detto di far presto. Nessuno verificò e tutti fecero l’elogio dei seri calcoli fatti. Lo dice il giornale della Confindustria e nessuno l’ha mai smentito, perché è vero.
Una scienza è tale se formula ipotesi, le verifica e dimostra che a condizioni date il risultato è ovunque e comunque quello ottenuto in sede sperimentale. L’economia, ripetono ossessivi i nostri politici, spalleggiati da una stampa sempre più serva, è una scienza, le leggi di mercato esistono,  hanno comportamenti prevedibili e consentono di predire il futuro. Sulla base di questa credibilità scientifica ci si racconta quotidianamente, con infinita arroganza, che sono la domanda e l’offerta a condizionare le nostre vite, non le scelte politiche effettuate in conseguenza delle predizioni degli analisti economici. Un bombardamento quotidiano di «certezze» ci presenta le leggi del mercato come «naturali» quanto la legge di gravità. Per alta che sia la soglia d’attenzione e il senso critico di un ascoltatore, è difficile impedire alla nostra mente di immaginare gli economisti come matematici in grado di elaborare dati certi, utilizzando equazioni e diagrammi da cui ricavare la predizione del futuro.
Le cose stanno davvero così? La predizione di un economista ha il grado di certezza di quelle di un fisico? La risposta a questa domanda non è banale. Se è positiva, vuol dire che gli economisti sono scienziati. Se è negativa, significa che sono poco più che astrologi, alchimisti capaci di descrivere tutt’al più in senso probabilistico una realtà sostanzialmente ignota. Per elaborare una predizione, che, essendo fondata su probabilità, retrocede subito al rango di previsione, l’economista esamina il passato – spesso filtrato attraverso la statistica – e applica teorie a variabili legate al caso e al rischio. Ne viene fuori un dato necessariamente soggettivo, frutto di esperienze diverse e  conoscenze e dottrine diverse. La previsione, pertanto, produce aspettative più o meno razionali e dati statistici da verificare, ma non ha la solennità della predizione, una parola che si riferisce a certezze, a risultati già verificati in laboratorio in ogni possibile condizione che hanno valore di dato scientifico. L’analista economico propone uno scenario, in base a un valore atteso dalla elaborazione e dalla distribuzione di probabilità scelte soggettivamente. In un quadro di crisi e di endemica incertezza non può avere alcuna pretesa di profezia o di verità perché per ottenere questo risultato occorrerebbe un veggente.
Ci parlano ogni giorno di «modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (DSGE)»; ce li presentano come certezze, ma due cose sono certe: li elaborano le banche centrali per regolare l’economia e risultano puntualmente sballati sette giorni dopo che sono stati dati per infallibili. Se glielo fai notare, gli economisti ti guardano dall’alto in basso, lasciando trapelare il disprezzo del matematico che, secondo la lezione di Galilei, interpreta la natura. Il problema è che l’economista non utilizza la matematica come fanno i fisici e sono in tanti ormai a sostenere che

«i principali “gioielli della corona” della scienza economica sono del tutto privi di riscontri empirici e non possono essere confrontati. […] con dati osservativi perché la previsione che scaturisce da una teoria e consente di verificarne gli enunciati con esperimenti cruciali è impossibile in economia».

Ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni di carattere assiomatico, certezze che non occorre dimostrare, dogmi simili a verità di fede, contro le quali è pericoloso manifestare dubbi, pena la scomunica. I politici, mai così culturalmente indigenti, fanno ormai gli aristotelici in polemica con gli anatomisti neoplatonici: «è vero sì, si vede bene che tutti i nervi portano al cervello, ma Aristotele dice che l’intelligenza è nel cuore…».
Ogni giorno una «certezza» naufraga. Ogni giorno una predizione si dimostra campata per aria e ha conseguenze tragiche sulla vita degli uomini, però nessuno ha quel tanto di umorismo necessario per ricordare ciò Nicolas Chamfort ebbe a scrivere sugli economisti: sono ottimi anatomisti, ma chirurghi scadenti: fanno meraviglie sui morti e massacrano i vivi.

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Per Berlusconi era l’«azienda Italia» e ne menava vanto: a guidarla l’aveva voluto il «popolo sovrano». Il voto non è dettaglio banale, ma dopo il lavoro forsennato dei curatori d’immagine e le utili idiozie dei pennivendoli, l’amore per la democrazia si fa passione per la «sobrietà». L’opinione pubblica si costruisce: è la fabbrica del consenso che si studia nelle scuole non a caso ridotte alla fame. L’intelligenza critica non cede al ricatto dello spread.
Monti, che pare vada per la maggiore, nei sondaggi sarebbe al 50%, ma si finge d’ignorare che metà degli elettori non intende votare, sicché il dato reale d’un consenso virtuale non va oltre il 25%. Ai rischi legati a statistiche manipolate è molto attento il libero insegnamento, ma Profumo dovrebbe saperlo: chi investe in formazione punta sui tempi lunghi e lavora quasi a futura memoria. Sapendo che è un imbroglio e nell’aula sorda e grigia sta in piedi solo col voto dei nominati di Berlusconi, Monti va in scena col nuovo che avanza, raffina l’arroganza padronale del suo predecessore-sostenitore e specializza l’impresa: la sua «azienda Italia» è ora una «merchant bank» che, per dirla volgarmente, fa intermediazione finanziaria, colloca titoli, trasforma risparmi in capitale di rischio, arricchisce così le “sue”banche e manda alla malora la povera gente. Per farla breve, se Berlusconi badava alle imprese di famiglia, Monti sfascia le famiglie per aiutare le imprese che l’hanno messo dov’è. E’ un gioco di specchi.
Per il «self-made man» il «mattone era volano dell’economia»; il professore mette all’arco altre frecce e tira colpi con la miope sicumera di chi passa per scienziato. In comune, però, i due hanno una verità di fede: il capitalismo, sottratto al destino dell’evento storico che nasce, cresce e muore. Entrambi, forzano verso l’idealismo la filosofia della storia che, farsa o tragedia, nei fatti si ripete, in un delirio di astrazioni estraneo alla fenomenologia storica degli avvenimenti. A scuola, ove la Grecia di Socrate ancora non prende ordini dalle banche, c’è chi ricorda il dissidio tra platonici e aristotelici, con l’anatomista che mostrava nel cervello il centro del sistema nervoso e l’aristotelico, gelido e tronfio, che a stento concedeva: «se Aristotele non avesse affermato ch’è il cuore il motore del nostro sentire, direi che hai ragione». Si andò avanti per secoli così.
Il nuovo che avanza non vola più alto e tiene per assioma che il debito si è accumulato per colpa dei lavoratori che – ipse dixit – hanno vissuto al disopra delle proprie possibilità. E va per la sua strada: paga gli strozzini e sacrifica dignità e diritti al feticcio del mercato. Metafisica, direbbe Comte, ma non c’è scampo. Triviale avanspettacolo berlusconiano o humor volgarmente britannico di Monti, non c’è limite all’indecenza: dai laureati sfigati al titolo di studio svalutato, dall’oltraggiosa monotonia del posto fisso, all’impresa da aprire con un euro, al giovane che non è imprenditore di stesso, alla sperequazione livellata in basso per smantellare le tutele, tutto fa a pugni con la realtà, la banca che non concede mutui, il lavoro, quale che sia, sfruttato, il futuro negato; tutto è propaganda di guerra e la differenza è solo un’apparenza. I velinari hanno versato fiumi d’inchiostro sul loden e il doppiopetto ma se Berlusconi avesse parlato di posto fisso coi toni di Monti, se di articolo 18 avesse discusso Sacconi con le parole di Fornero, se Brunetta avesse attaccato gli studenti lavoratori come Martone, l’enfant prodigio che “brucia le tappe“, qualcuno l’avrebbe detto: sono pugni allo stomaco della democrazia.
A scuola, con lo scandalo della Banca Romana diventa subito chiaro: la storia del debito è un imbroglio scandaloso. Ai più bravi, poi, di questi tempi, chi può fa leggere con la dovuta cautela un celebre brano sull’Economia Politica alla Monti, sui problemi di una teoria storica sulle scienze e sulla «inutilità delle pretese scientifiche dei nostri economisti» ai quali manca lo «spirito abituale di razionalità positiva che credono di aver trasferito nelle loro ricerche». Un paradosso anacronistico di Comte, se ogni parola di Monti, che solo due mesi fa ha scoperto l’esistenza di pensionati a 500 euro mensili, non confermasse il giudizio e non lo completasse: sacerdoti di un liberismo che parte da verità di fede, Monti, Fornero e soci sono «inevitabilmente estranei […] ad ogni idea di osservazione scientifica, a ogni nozione di legge naturale, a ogni sentimento di vera dimostrazione». Senza giungere a Marx, converrebbe anche Keynes: non hanno saputo applicare «convenientemente alle analisi più difficili un metodo del quale non conoscono affatto le più semplici applicazioni», sicché, «l’insieme delle loro opere manifesta [ ..], ad ogni giudice competente ed esercitato, i caratteri più decisivi delle concezioni puramente metafisiche».
Avanti così noi non andremo a lungo: la nostalgia per l’umanità del passato esploderà in rabbia.

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Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini – “e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

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