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39 - TOSCANO FRANCA (16).jpgNelle testimonianze rese alla Commissione per il riconoscimento del titolo di partigiano, Eugenio Arpaia e Luigi Pisacane, compagni di lotta e testimoni del suo consapevole valore, descrivono Franca Toscano, partigiana delle Quattro Giornate di Napoli, come una donna di grandi qualità, che «nei combattimenti fu di esempio a tutti» e «con la sua fede e il suo entusiasmo fu di sprone ai più timorosi», partecipando a uno dei rari scontri in cui gli antifascisti affrontano gruppi di fascisti che non agiscono solo da invisibili cecchini. Come la maggior parte delle figure femminili protagoniste dell’insurrezione napoletana del settembre 1943, la donna è stata però del tutto dimenticata. Sepolte in vecchie carte di archivio sono finite anche le parole ammirate del partigiano Teodoro Corato, nelle quali Franca Toscano diventa «una delle più belle figure della lotta di liberazione», capace di lasciare «nell’animo di tutti il più bel ricordo della sue eroiche gesta, compiute per un bisogno sentimentale e non per speranza di ricompensa».
Riferito a un uomo, quel «bisogno sentimentale» sarebbe diventato certamente passione militante, ci avrebbe condotti a un partito, a un sistema di valori e sarebbe uscito rapidamente dagli scaffali dell’archivio, protettivi, ma talora definitivi e irrimediabili come la morte. Per la combattente antifascista, invece, tutto si è cristallizzato ed è ancora lì, sospeso in una sorta di limbo; è vero, nessuno si azzarderebbe a negarlo, Franca Toscano è stata una «irriducibile antifascista tra le più ardenti nella lotta», una «che ha fatto uso della sua arma, che non si è sottratta ai pericoli e quando non ha combattuto si è adoperata per fornire viveri e munizioni ai combattenti»; alla resa dei conti però, il suo pensiero politico non c’è e la Toscano è solo e anzitutto una donna.
Quel «bisogno sentimentale», quindi, si riduce a uno stato d’animo femminile, a una inclinazione di carattere romantico, ma non racconta alcuna fede politica e per quanto la militanza sia parte importante della vita di Franca Toscano, nessuno ti dice qual è il movimento che le sta a cuore e quale Italia intende ricostruire. Di lei si sa solo che «ha molto sofferto per le sue convinzioni politiche, per le quali ancora si batte con forte intransigenza con chiunque e contro chiunque».
E’ evidente, quindi, e non è certo poco, che la rivolta è stata una tappa della sua crescita, che la militante perseguitata dai fascisti ha proseguito con coerenza il suo percorso anche dopo la vittoria, «dando prova del suo attaccamento alle sue idee ». A quali idee, però, non diventa mai chiaro, anche se è facile intuire che non il caso, ma una forte volontà di rivalsa l’ha guidata tra via San Giovanni a Carbonara e la Torre degli Arditi a Porta Capuana, quando si è trovata, «unica donna del rione, ad impugnare le armi e a combattere là dove maggiore era il pericolo, nell’assedio di fascisti asserragliati nei fabbricati incendiati di via Carbonara». Se, com’è probabile, Franca Toscano sia una stata anzitutto una donna in lotta contro la condizione femminile che il regime le ha dolosamente e duramente imposto, questo non è non sarà mai chiaro, perché un’indicazione precisa non ci viene data.
A ben vedere, Franca Toscano, la partigiana che lotta per la liberazione della città e contribuisce a snidare i fascisti della Torre degli arditi a Portacapuana, è un personaggio scomodo per un Paese nel quale la crisi del fascismo e l’inizio della Liberazione risultano ancora del tutto insufficienti a porre in chiave di parità il problema della condizione della donna e della parità tra i sessi. Non a caso, perciò la sua significativa presenza è ben presto dimenticata. Sembra quasi che l’eroismo dei combattenti, il «diritto alla memoria» e il ricordo della militanza nei partiti fosse ancora privilegio dei maschi, sicché il ruolo della partigiana e il silenzio che lo circonda, più che indicare una via di progresso rivelano una condizione di arretratezza e una visione maschilista della società. Una condizione mai veramente superata, come sembrano dimostrare ampiamente purtroppo i tempi che viviamo.

Repubblica, 30 settembre 2019; Agoravox,
2 ottobre 2019
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Ferdinando Cordova, fino a novembre scorso ordinario di Storia Contemporanea alla Sapienza, era nato a Reggio Calabria nel 1938 e se n’è andato nelle prime ore del mattino di lunedì 11 luglio. L’ha portato via, in poco più d’un mese, un male che non perdona e che aveva affrontato così come ha vissuto: da uomo schivo e gentile, col coraggio sereno e consapevole di chi è in pace con se stesso. La notizia dolorosa si è materializzata improvvisa sul pc, come capita in questo tempo nostro di veloci vie tecnologiche: “lutto“, la parola in oggetto, secca, tagliente e irrimediabile. Sapevo che sarebbe giunta, ma non credevo così terribilmente presto e non immaginavo quanto amara e difficile da accettare. Nando, così ero abituato a chiamarlo, era un uomo al quale non potevi che voler bene. E me ne accorgo oggi, come mai l’avevo sentito prima, perché è così, perché è il fatto compiuto e senza rimedio quello che ti pone davanti a te stesso e ti parla come non sa fare nessun altro momento della vita. L’avevo sentito a telefono, ora non ricordo più bene se venerdì o sabato. Stava malissimo, era consapevole ma anche sereno e ancora capace di far cenno agli “amici affettuosissimi“, con quel tratto umano inconfondibile, che la sofferenza devastante non aveva potuto e non poteva cancellare. Era stato lui stesso a dirmi della sua malattia il 3 luglio scorso. “Farò di tutto per uscirne, – mi aveva scritto – ma, se dovesse andare male, ricordami ad amici e studiosi“.
Cordova è stato allo stesso tempo studioso serio e valoroso e uomo onesto e geloso della sua autonomia di pensiero. Dopo quarant’anni d’amicizia, me lo ricordo così, rigoroso nella ricerca, pronto e acuto nella “battaglia delle idee“, netto, se necessario, ma pacato, sereno e mai fazioso. A leggere oggi i suoi molti saggi, non è difficile riconoscere i tratti migliori della scuola di Renzo De Felice, che ci fu maestro comune e di cui egli fu allievo degnissimo, sebbene indocile e soprattutto indipendente. L’ho conosciuto ch’ero ancora uno studente-lavoratore, nella fertile confusione che fu la mia vita negli ultimi anni Sessanta. Il primo ricordo è un esame di storia, dopo la prova scritta, i suoi generosi complimenti e le parole che segnano una vita: “Renzo, questo è Aragno…“. L’inizio d’una intensa e lunga collaborazione negli ormai lontanissimi anni Settanta, vissuti in una Salerno che non c’è più, in un edificio di via Irno, dov’eravamo distaccati e dove il caso e il magistero di De Felice ci avevano messi assieme. Si occupava, in quegli anni, degli arditi e dei legionari dannunziani e aveva appena pubblicato un saggio ancora oggi utile a chi voglia capire la cause della crisi del mondo liberale. Così valido e “anticipatore“, che nel 2007, quasi quarant’anni dopo, il Manifestolibri l’ha potuto riproporre com’era uscito nel 1969. I ricordi sono mille: i pranzi frugali, da giovani più o meno spiantati – l’accademia non è stata mai ricca – in una sorta di taverna a ridosso del Corso Italia, le lunghe, formative e appassionate discussioni con De Felice, che andava pubblicando la sua monumentale biografia di Mussolini, un anno drammatico, non saprei dire con certezza, ma credo il 1974, con le polemiche sugli “anni del consenso” che investirono anche noi e giunsero a separare i due allievi dal maestro che, intanto, era approdato a Roma. Abbiamo poi preso strade diverse, ma non ci siamo mai persi di vista e, nonostante il trascorrere degli anni, il posto in cui era più probabile incontrarlo era ancora l’Archivio Centrale dello Stato, a Roma. Lì ha trascorso tanta parte della sua vita di ricercatore. Lì aveva proficuamente studiato la Massoneria e il sindacato fascista e, ormai vecchio, ancora studiava da maestro il fascismo, lo Stato totalitario la storia e la cultura del nostro Paese dall’Unità alla Repubblica. Ha scritto saggi pregevoli che lasciano un segno. L’ultimo – Il ‘consenso imperfetto’ quattro capitoli sul Fascismo – cui tanto teneva, quasi presagisse la fine, aveva pagine e spunti davvero illuminanti. La cultura del nostro Paese perde un protagonista serio, coerente, capace di assumersi la responsabilità del rischio, senza inseguire mode, con la fermezza di chi sa di essere un riferimento. Non è perdita lieve. Mancheranno il suo contributo autorevole, il senso della misura e la capacità di cogliere il significato profondo degli eventi storici. Personalmente gli devo molto e sempre, quando avevo un dubbio o sentivo il bisogno di andare a fondo in una ricerca, lo trovavo disponibile, aperto, pronto a dare una mano, a dire la sua con intuizioni sempre felici, idee chiare e una cultura fine e ricca di umanità. L’anno scorso, dopo aver pubblicato due mie biografie di antifascisti sul suo “Giornale di Storia Contemporanea“, con affettuosa insistenza, mi aveva convinto a mettere assieme alcune biografie di sconosciuti antifascisti per farne un “Quaderno” della sua rivista. L’introduzione sarebbe stata sua, se la morte non se lo fosse portato via, ma terminerò il lavoro e troverò modo di farlo uscire ugualmente. Glielo devo, come gli dovevo questo tentativo di ricordarlo e rispondere a quel suo invito del 3 luglio scorso, quando lottava per la sopravvivenza e mi chiedeva di ricordarlo alla comunità degli studiosi.
Degli storici parlano soprattutto le mille ricerche e i saggi prodotti. Quelli di Ferdinando Cordova lo faranno a lungo: hanno a buon diritto il loro posto tra quelli degli studiosi che la morte non cancella.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2011 e su “il Manifesto” il 14 luglio 2011 

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