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Posts Tagged ‘Aragno’

84189341_653954322079684_4444624954687750144_nInsistere troppo sul rischio di una sventura non è mai un’idea geniale. A dar retta a chi vive di superstizioni, il male evocato può svegliarsi davvero. Da mesi si insiste su un pressante allarme per una fantomatica, salviniana e fascista “onda nera” e l’onda alla fine si è materializzata. Un’onda fascista? No. E’ un nauseante  fiume di fango puzzolente che si è improvvisamente abbattuto sul Collegio 7 di Napoli, dov’è in corso la campagna elettorale per le elezioni suppletive di un un senatore. I fascisti naturalmente non c’entrano niente. Il protagonista della sconcertante vicenda, che sta rendendo l’aria irrespirabile è – guarda caso – il paladino della democrazia che ha lanciato l’allarme, quel Sandro Ruotolo che la stampa padronale va presentando come “Santo Ruotolo martire”,  pronto a fare miracoli per la sventurata città di San Gennaro.
Le cose stanno così e sono davvero scandalose.
Avevo proposto un #ConfrontoDemocratico tra noi candidati nell’interesse delle napoletane e dei napoletani.
Ho ricevuto il rifiuto inaspettato di #Ruotolo.

Una scelta, a mio avviso, profondamente sbagliata, ma l’accetto.

Quello che invece non posso accettare è che uno dei principali media nazionali decida in maniera assolutamente arbitraria la quantità di spazio di cui ogni candidato ha diritto.
Quattro candidati su cinque avevano accettato di partecipare al confronto di un‘ora proposto da Repubblica Napoli per il prossimo Lunedì sera, con tempi e modalità prefissate.
Perché si è deciso di concedere un monologo di 45 minuti all’unico candidato che si era sfilato dal confronto?
Non credo che se io avessi rinunciato al confronto, sarei stato trattato alla stessa maniera.

Non lo posso accettare perchè questo modo di operare mette a rischio la partecipazione e la giusta informazione dei cittadini e delle cittadine.

Faccio appello a chi crede nella democrazia perché chieda a gran voce uguali spazi per tutti i candidati alle #Suppletive2020.

  

Qui il comunicato stampa congiunto:

 

ARAGNO, GUANGI, GUARINO E NAPOLITANO: “Ruotolo rifiuta confronto. Chiediamo gli stessi spazi per tutti i candidati e un confronto democratico”

“Dopo avere visto in diretta sul sito di Repubblica l’intervista a Sandro Ruotolo, ringraziamo la redazione di Repubblica Napoli Tv per l’invito di una diretta di confronto tra i candidati, ma decliniamo.
Non abbiamo intenzione di partecipare a un confronto politico sui temi delle elezioni suppletive del Senato previste per il 23 febbraio prossimo che non vedrà tutti i candidati presenti, soprattutto quando all’unico candidato che ha declinato il confronto democratico viene concesso uno spazio esclusivo di più di mezz’ora.

Lo declineremo finché non si organizzerà tale confronto tra tutti e cinque i candidati, con regole precise e stesse condizioni, oppure finché non venga concesso lo stesso spazio anche agli altri candidati.
È questione di democrazia.

Resta il nostro disappunto per la scelta di volere ospitare Sandro Ruotolo da solo, cioè senza contraddittorio politico, quando era già previsto il confronto per la prossima settimana.”. Lo affermano i candidati alle elezioni suppletive campane per il Senato della Repubblica previste per il 23 febbraio prossimo Giuseppe Aragno, Salvatore Guangi, Riccardo Guarino e Luigi Napolitano.

Napoli, 14 febbraio 2020

 

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Questa cosa me la segnala un amico e devo dirlo: da solo non ci sarei arrivato. E’ stupefacente! Non so chi siano, ma me li tengo buoni: non si trova mica tutti i giorni gente che ti dà così tanta importanza. Mi ha colpito, stupito e mi ha fatto anche sognare una scoperta: sono in grado di scendere in campo!

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logoblog920«23 dicembre – Aragno, già corifeo emozionale ufficiale di De Magistris a Napoli scende in campo a difesa della giunta grillina di Roma – supportato prontamente dalla Rete dei comunisti

 

Dalla lotta alle grandi caste e alle mafie capitali alla difesa delle ‘piccole caste’ e delle piccole mafie capitali.
Lor ‘signorini’ si lamentano dell’impegno della grande stampa padronale nel mettere in luce le magagne romane e del cerchio ‘magico-tragico’ grillino.

E’ inutile dire che per chi si picca di intellettuale autoprestato alla politica non ci dovrebbe trovare nulla di strano… Usare questo, invece, per nascondere e minimizzare fatti e far rientrare tutto nella grande congiura, è solo una manifestazione della miseria dell’elettoralismo e del riformismo municipale, che copre, pur di far rientrare il tutto nel nuovo schema della sinistra filogrillina e ‘filopopulista’, l’ignobile politica politicante che pratica come direbbe qualcuno “la scomparsa dei fatti”.
proletari comunisti  – dicembre 2016


Per conoscenza pubblichiamo tutto l’articolo di contropiano perché ognuno si faccia una idea
».

L’articolo è sul mio Blog. Contropiano l’ha letto e ha deciso di pubblicarlo. Ha fatto bene e mi fa piacere. Il processo al corifeo emozionale (ma che è sta cosa?) continua. Se c’è chi ha voglia di leggerlo, ecco il link.

Buon Natale a tutti.

 

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Una vita “recitata” fuori dei teatri, da spettatori che s’improvvisano attori è un fenomeno banale, un inganno comunemente accettato, una maniera d’essere. Negare di aver recitato da professionisti su tavole di palcoscenico può apparire agli spettatori un’intollerabile violazione delle regole, una diversità sediziosa, un disordine inaudito: mia madre negò, disordinata e diversa, e gli inesorabili ammiratori sparirono.
Apparentemente impassibile, ella tenne però lealmente fede, con coerenza destinata ad apparire poi patologica, ai patti scellerati siglati con le nozze, che già sono in fondo commistione sciagurata di sentimenti e legge: abbandonò il teatro, secondando l’orgoglio geloso e improvvido di mio padre, si violentò come e quanto le fu possibile e si calò in un ruolo che non sentiva. Recitava la vita: una fatica mentale che non conobbe pause e la stremò.
Teatrante d’istinto, visse da quel momento su un palcoscenico senza luci, e si fece sicuramente del male, perché, di norma, accade il contrario: ci percepiamo – e forse siamo – come luce nel buio. Mia madre sentì invece di essere un cono d’ombra imprigionato in una compatta massa di luce, materia irrimediabilmente spenta nella notte dell’universo, buio costretto in una gabbia fosforescente, buco nero nel cuore d’una stella nova, menzogna oscura che non può sperare riscatto dalla confessione. Senza possibilità di provare, non apprese mai bene l’ingrata parte che si era scelta per il resto dei suoi giorni e presto disperò. Avrebbe potuto rifiutarsi d’invecchiare, restar giovane dentro, dar battaglia. Non tentò. Accettato per illusione d’amore – e come, se non per amore, si potrebbe sottoscrivere un accordo che ci schiavizza? – rifiutato ben presto per insopprimibile bisogno di libertà, quel ruolo la indusse infine a sdoppiarsi e fu recitato, sul piano emotivo e psicologico, in termini di paranoia. Sono casi ben più frequenti di quanto si creda e non c’è scampo: se la libertà rende umano l’amore, l’amore per la libertà spinge agli estremi: per desiderio di libertà il pugnale riottoso di Bruto si levò su Cesare amato ed Ettore si separò dall’abbraccio struggente di Andromaca per andare incontro alla morte in attesa dietro Achille insanguinato. Dall’insostenibile scontro tra amore e libertà due donne nacquero nella testa sventurata di mia madre, l’una nemica dell’altra, desiderose reciprocamente di sopprimersi, ma consapevoli di poter solo vivere assieme o assieme sparire. Con sorprendente duttilità quel povero cervello, confuso e presto mortalmente stanco, costretto dal bisogno di regole, seppe darsi un’organizzazione dicotomica, in cui gli opposti convivevano e gli eccessi si toccavano. Un circolo vizioso, un andamento schizofrenico che solo la rottura del contratto avrebbe potuto interrompere. I tempi però non erano adatti a rotture di quella natura e solo i cattolici ricchi, o i clienti di prelati influenti, potevano sperare in una libertà riacquistata al prezzo fissato dalla “Sacra Romana Rota”, non per divorzio, s’intende, ma per bizantinismi procedurali che “annullavano” ad un tempo nozze, contratto e sacramento. Mia madre, cattolica povera e senza patroni, non poteva contare sulla Chiesa, non aveva forze bastanti ad affrontare l’immancabile condanna sociale, e non intendeva fare del male ai suoi figli. Danni in realtà ne faceva, numerosi, reiterati, gravi e irreversibili, ma non ne aveva alcuna consapevolezza: pensava che bastasse esserci perché i figli diventassero praticamente invulnerabili. Ridotta allo stremo, si smarrì sul suo palcoscenico senza luci, dimenticò di possedere ancora la chiave della sua prigione e lentamente cominciò a pensare che i carcerieri fossero fuori di sé. Dapprima senza volto, poi fantasmi più o meno noti che le agitavano le notti, gli aguzzini si moltiplicarono, assunsero identità e volti noti, si fecero massa, folla di visi identici, umanità di sosia: da un lato un’innocente incatenata, dall’altro un’infinità di guardie carcerarie.
In quanto a mio padre, in teoria avrebbe potuto restituirle la libertà rubata e forse l’avrebbe fatto, se il fascismo non gli avesse fatto pagare sino in fondo le “colpe” di mio nonno. Costretto dalla miseria a combattere per la vita, era destinato invece a perdersi fatalmente in quel micidiale labirinto. Alla libertà di mia madre, comunque, non intendeva e non intese mai sacrificare il suo orgoglio di maschio. Groviglio inestricabile di contraddizioni, come accade assai spesso agli insicuri, non seppe mai pensare in prospettiva larga e, senza cogliere la differenza profonda che corre tra forma e sostanza, non ebbe mai dubbi: scelse la forma. Così – figlio d’antifascista – era riuscito a non iscriversi al partito fascista e sembrava avesse il culto della memoria del padre. Di fatto, aveva in odio gli antifascisti perché era monarchico e mostrava disprezzo per i partigiani. Per lui “Aragno” non fu mai roccaforte di democrazia – come l’aveva sognato suo padre – ma l’agiatezza che la storia gli aveva sottratto, sicché la lezione, male appresa, si ridusse ad un mito fuori dal tempo, la cui sola concretezza si chiamava coraggio. Ed era coraggio fisico, non tempra morale. Anni dopo, poco prima che morisse, nelle discussioni finalmente serene che ci accompagnarono lungo la via di una separazione stavolta definitiva e senza rimedi, ridotto ad un vecchio cieco e sofferente, colse lucidamente le contraddizioni che ne avevano regolato i comportamenti e confessò: il nonno era stato per lui un simbolo di libertà, ma spesso la libertà gli era sembrata causa di disordine; lo aveva amato ma non ne aveva compreso le scelte; ne era stato orgoglioso, ma ne aveva avuto anche vergogna. Il passato aveva avuto un peso determinante sulla sua maniera di essere padre, ma ad un certo punto della sua vita, chiedendomi di ritrovarne le tracce e di spiegargli chi era suo padre, aveva inteso gettare un ponte tra noi che ci stavamo separando come due nemici. Io, che pure avevo ormai un figlio, non l’avevo capito, ma non pensai mai di scusarmi. Gli dissi quello che mi pareva più onesto e vicino alla verità: avevamo sbagliato entrambi, forse perché sulla nostra testa erano passati eventi che non avevano consentito scelte. Ci eravamo fatti molto male, ma senza premeditazione, ci eravamo arroccati ognuno a difesa del suo modo di affrontare la vita, ma non c’erano vincitori e vinti. Il mondo se n’era semplicemente andato da un’altra parte. E’ strano come gli anni e le sconfitte ci insegnino a parlare un linguaggio comune e suggeriscano alla comunicazione soluzioni imprevedibili. Ma tutto era alle nostre spalle e a nulla c’era più rimedio.
Prigionieri, ciascuno a suo modo, delle loro storie personali, degli schemi e dei pregiudizi sociali, i miei genitori vissero tristemente in un mondo senza colori, in un cielo senza stelle; condussero la loro navicella nel mare eternamente tempestoso in cui la famiglia nel nostro paese si sfaldava e navigarono a vista sul filo della corrente, senza bussola, senza vele, senza motore o remi. Mia madre mise in scena la sua tragica rappresentazione, fu moglie fedele e frigida amante – incurante della sottigliezza delle pareti, mio padre glielo rimproverò furibondo mille volte nei notturni litigi – e visse per i figli, con dedizione assoluta, che dava per scontata una solidarietà totale e senza condizioni. Con una mano dava tutto ciò che aveva, con l’altra prendeva – anzi pretendeva – tutto ciò che avevamo. Ne era fermamente convinta: ciò che dava era dono d’amore, che non consentiva rifiuto; ciò che prendeva era invece il religioso sacrificio dovuto alla maternità dalle leggi del sangue e della tradizione morale. Essere madre, quindi, imponeva una dedizione totale, ma garantiva diritti illimitati, sicché, per un figlio, dissentire significava tradire. C’era in tutto questo una ferocia indicibile, un illimitato egoismo, eppure, per ragioni misteriose, legate probabilmente ad insondabili processi psichici, per anni fu passione senza limiti capace di riempire ogni vuoto.
Com’ è naturale, il labirinto nel quale ben presto ci perdemmo io, mio fratello e mia sorella, nati con scadenza biennale nonostante il calore dell’inferno in cui eravamo finiti, divenne col tempo un terrificante campo di battaglia. Miscugli di bianco e nero e malinconiche scale di grigi opachi e retinati si sostituirono ai colori della fanciullezza ed un’ansia incombente e maligna produsse osservazioni faticose, comportamenti e pensieri da adulti. Presto la nostra infanzia si ammalò. Ciò che ne rimase – va sempre così in un conflitto e bisognerebbe ricordarlo – non trovò mai più considerazione o rispetto. Come appare talora nei documentari girati in zone di guerra, nel fuoco dello scontro fummo tutti soldati. La mia condizione poi, se possibile, fu resa ancor più difficile dai ruoli che un tempo la famiglia assegnava ai suoi membri; a due anni, un istante dopo la nascita di mio fratello, ed ancor più a quattro, quando nacque mia sorella, mi affidarono supplenze e responsabilità di comando. A seconda delle necessità, la primogenitura mi costò mansioni da aiutante di campo, furiere, portantino e sentinella, cui si aggiunsero ben presto, in caso di estrema necessità, quelle di vivandiere per i “più piccoli” che dovevano mangiare. Nelle famiglie della mia infanzia che prima del divorzio – nessuno se ne ricorda ma è così – andavano avanti con la sofferenza acuta dell’ineluttabile e la rassegnazione che ti insegnano le cose che non possono cambiare, primo figlio significava disciplina. L’anelito di libertà che mi porto dentro da quando ho memoria di me, si accompagna sempre al ricordo di rinunzie dolorosissime e responsabilità precoci, non ultime, quelle derivate dalla disgrazia di esser nato per primo. Cedere nelle liti, badare prima agli altri e poi a me stesso, dare il buon esempio e comportarmi da uomo: una condanna senza appello e, per certi versi, senza fine.
In tanto sfascio, e nonostante l’infinita confusione, le sfere di competenza furono sempre d’una estrema chiarezza. La passione per la lettura e la fede nelle virtù emancipatrici della cultura, ad esempio, fecero di mia madre il riferimento costante della mia crescita culturale. La scuola ed i nostri studi erano un suo indiscusso territorio. E lo difese con grande dignità. Ricordo come fosse oggi il suo disperato coraggio. Puttana per definizione – tali erano per la gente di Forcella tutte in solido le attrici – e ostentatamente tollerata, come educatrice fu bocciata dal clan: debole, anzitutto, molle per la sua cultura da autodidatta e, ciò che più conta, pericolosa per il suo passato. Con scuse maligne le fui strappato. Giorni, settimane, mesi, ospite della nonna paterna per mia libera scelta – una menzogna che intimidito e plagiato confermai spesso quando mia madre protestò smarrita – nella sostanza rapito, consegnato all’economia del vicolo e destinato a “diventare uomo” nella Forcella dei camorristi. Mia mamma veniva a farmi visita, controllata a vista, si ribellava invano, poi andava via sconfitta e pensierosa. Ogni volta era peggio: mentivo e avevo la morte nel cuore. Mettevo radici dove un balcone si affacciava sul breve rettilineo in salita su cui si muoveva la figura snella e graziosa di mia madre e non mi muovevo nemmeno quando spariva, svoltando verso i seicenteschi palazzi di via dei Tribunali a Sedil Capuano. Ho pianto più volte avvinghiato alla ringhiera di quel balcone, senza aver voglia di rientrare, di giocare, di andare avanti, convinto di essere un vile e di meritarmi castighi anche peggiori. La sera stentavo ad addormentarmi in un letto estraneo che nulla valeva a riscaldare, né giocattoli, né carezze, né attenzioni. Pregavo la notte, come m’aveva insegnato mia madre, e domandavo ad un Signore in cui sentivo di non credere, di non aver pietà, di farmi soffrire tutte le pene dell’inferno, perché non avevo il coraggio di chiedere di tornare a casa, di dire che mia madre e mio fratello mi mancavano terribilmente. Dio naturalmente non s’interessò mai al mio caso – non s’interessa ai casi di nessuno – e non ricevetti altri castighi. Un giorno che l’apatia era al culmine e sognavo di morire, mi trovai non so come al muro di tufo che chiudeva il vicolo di Sant’Agostino alla Zecca scosso anni prima da bombe “alleate”, oltrepassai il piccolo arco che forava il muro come un occhio cavo e mi sentii prendere per mano. Tremavo, mentre mia madre mi portava a casa senza parlare, col bel volto pallido d’emozione, col seno ansimante come per una lunga corsa, con gli occhi azzurri asciutti e leggermente stretti, col passo deciso di chi non torna indietro. Non chiesi nulla. Non ce n’era bisogno: stava sfidando i suoi terribili nemici e nessuno aveva osato fermarla.
Quella sera dormii a casa nel grande letto matrimoniale, nascosto nel suo seno. Mi addormentai nel cuore della notte, quando sentii che mio padre si stendeva al mio fianco. Era tornato a casa. Uno dei tanti ritorni che inutilmente sognai definitivo. La mattina dopo, mezzo addormentato, mi trovai addosso un grembiulino azzurro col suo fiocco rosso e tornai a scuola.
Quella sera, l’ho capito anni dopo, morì felice – fortunato e senza rimpianti – uno dei tanti scugnizzi di Forcella. Tutto ciò che di buono sono stato poi, poco o molto che sia, nacque quella sera. Una di quelle sere umide e buie che annunziano l’inverno.
Batteva il cuore di mia madre e la sua carezza nervosa mi metteva tranquillo…

Uscuto su “Fuoriregistro” il 23 ottobre 2002

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Premessa

Premessa

Da giovane speravo di rimanere com’ero fino alla fine dei miei giorni. Oggi che la giovinezza è lontana temo di essere troppo uguale a com’ero a vent’anni. E’ come se mi fossi sdoppiato: se mi guardo allo specchio non mi riconosco, e tuttavia più il tempo passa e più mi avvedo che tra le pieghe dei pensieri e dei sentimenti tenacemente si nasconde il ragazzo che sono stato e non c’è più.
Non ho una storia personale e tutto quello che potrei raccontare è un non senso: inizi senza fine. Non si raccontano a parole decenni di parole, un’esistenza che si riduce a una linea di tendenza, un’ipotesi mai verificata, la linea di mezzo tra quello che poteva essere e non è stato. Non si racconta, credo, se non nel quadro d’una storia di respiro più ampio in cui anche la mia anonima vicenda personale assume un rilievo, non perché abbia un qualche valore soggettivo, ma perché si inserisce nel dramma di una generazione che esce sconfitta dal palcoscenico della storia, dopo aver fatto stupendi sogni collettivi.
Che potrei raccontare? Che sono com’ero, che non sono salito sul carro del vincitore e non ho seguito la strada “normale” dell’evoluzione? Che non sono diventato un saggio conservatore e che, anzi, non sono né saggio e né conservatore? E’ vero, la rivolta m’è rimasta dentro. Ma i miei compagni di strada che hanno seguito la parabola “classica” hanno messo i piedi per terra e stanno contribuendo a cambiare davvero la nostra società.
In peggio – mi esplode subito dentro – in peggio come fanno servi e cialtroni.
Ma chi dice che sia io ad avere ragione? Potrei avere torto, potri essere io quello ch’è fuori posto, quello che si trova al posto sbagliato. Potrei, proprio perché resto ancora dov’eravamo insieme tanti anni fa. Il bello è che di questa cosa mi vanto con me stesso: sono com’ero, mi dico. Ma è cosa di cui vantarsi?

La mia storia.

Potrei immaginare di dividerla in capitoli, ma dovrei partire da lontano e cercare le mie radici nelle vicende del nostro paese, che s’intrecciarono singolarmente col mio destino di uomo che ancora non c’era.
Aragno“, ecco il titolo del primo capitolo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19-10-2002

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