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Posts Tagged ‘Aragno Giuseppe’

Le Quattro giornate di Napoli a

Che fine ha fatto il libro di Aragno? Non l’ha voluto nessuno e lui, deluso, l’ha dovuto riporre in un cassetto? Tranquilli. Per tutta l’estate l’editore ha pensato di tenerlo fermo nei suoi depositi ma domani le mie «Quattro Giornate» entreranno finalmente nelle grandi librerie di Napoli; in settimana, poi, le troverete anche in quelle minori. Il libro, però, non ha nessuna intenzione di stare ancora fermo: vuole uscire fuori le mura e farsi conoscere un po’ dovunque. Naturalmente molto dipenderà da voi: andate a chiederlo ai librai nelle vostre città, acquistatelo on line e lui farà il viaggio che ha programmato. Vale la pena? Io dico di sì e per invogliarvi eccovi intanto la copertina, la quarta di copertina, l’inizio del primo capitolo e l’indice un po’ stravagante.
Di che si tratta? Sulla quarta di copertina c’è scritto che il «libro racconta una “storia civile”. Al centro della scena uomini e donne che vincono la paura e lottano per la dignità in una notte disperata. Sullo sfondo, la dittatura, la repressione, la guerra e un’occupazione spietata. E’ l’alba della Resistenza.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico. Non rinuncia al rigore della ricerca, ma dà la parola a chi non l’ha mai avuta e diventa il canto corale della Napoli antifascista. Questa ricostruzione storica delle Quattro Giornate non solo smantella lo stereotipo della città di plebe, ma restituisce alla memoria collettiva i nomi, le storie umane e la vicenda politica degli sconosciuti protagonisti di una delle più belle pagine della millenaria storia di Napoli: quella dell’antifascismo popolare colto nel suo momento più alto, fatto di speranza e sacrificio.
Un messaggio di grande attualità nel nostro tempo che torna ad essere buio».
Segue una premessa, che potrete leggere a casa con calma, poi comincia la ricostruzione.

I

Le fotografie di De Val

C’è un mito da sfatare. A Napoli la Resistenza non è durata sì e no quattro giorni e non è stata la sommossa degli eterni «scugnizzi», improbabili eroi di un popolo di «senza storia». Tra settembre e ottobre del 1943, dall’armistizio all’arrivo degli Alleati, la lotta ai nazifascisti presenta alla storia una delle più belle «foto di massa» della guerra di liberazione, ma nell’immaginario collettivo prevalgono sin dall’inizio la «città di plebe», con il suo «popolino» e rari, effimeri lampi «individuali». Poco dopo la rivolta, l’8 novembre del 1943, alcune foto di «scugnizzi» in armi, firmate da Robert Capa per «Life», diventano subito il simbolo fuorviante di un evento improvviso, spontaneo e disperato, un misto di rabbia, folclore e lotta per la sopravvivenza, assolutamente privo di connotati politici. Quelle foto, però, il fotografo americano non le ha mai scattate; l’autore, un giovane partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di qualche dollaro. Si chiama Alessandro Aurisicchio De Val, è un comunista militante e ha portato nella lotta una così forte identità politica, che in qualche misura la sua storia personale smentisce l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.
Dopo la sommossa, il De Val continua la sua militanza nel Pci e diventa un collaboratore della «Voce». Nel 1948, dopo una perquisizione domiciliare, la polizia, che ha in organico agenti e funzionari del ventennio fascista e continua a tenere d’occhio i «rossi», lo spedisce in galera per possesso di bossoli e caricatori. I bossoli sono senza proiettili e i caricatori vuoti, ma alla Squadra politica questo non importa. In tribunale, il comunista si difende nell’unico modo possibile, raccontando la verità: si tratta di innocui ricordi delle sue Quattro Giornate. Il giudice lo assolve, ma nessuno si scandalizza per l’incredibile montatura poliziesca contro un partigiano. Da tempo ormai l’insurrezione non rappresenta più il primo, significativo episodio della Resistenza, ma è una sorta di anacronistica rivolta di «Jaques Bonhomme» o forse, e peggio, un’esplosione di «sanfedismo» alla rovescia, in cui per la prima volta nella storia i «lazzari» hanno preso miracolosamente posto dalla parte giusta. De Val lo ha scoperto a sue spese: nessuno crede che gli antifascisti c’entrino davvero con la lotta che ha sostenuto dall’8 settembre all’1 ottobre del 1943. La rivolta ha perso ogni carattere politico, si è trasformata in una delle momentanee esplosioni della «collera cupa che sempre fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud». Una collera così lontana dalla consapevolezza politica, che non solo «l’insurrezione vera e propria non c’è», ma c’è chi crede che utilizzare questa parola per definire le Quattro Giornate di Napoli, significhi «dire qualche cosa di troppo preciso» per un evento che ha i connotati «indefinibili di un fenomeno della natura». Un fenomeno i cui protagonisti sono diventati ormai gli occasionali scugnizzi delle sue foto.
Chiunque provi oggi a capire quanti furono gli antifascisti militanti come De Val che presero parte alle Quattro Giornate, cercherà inutilmente le loro storie nei saggi che si occupano della vicenda. Perché è andata così? Perché siamo più o meno fermi alle foto di Capra e non conosciamo i volti, le storie e le idee politiche dei combattenti? Perché gli elenchi di nomi, che pure esistono da decenni, non corrispondono a vicende umane e percorsi di militanza, in grado di definire posizioni politiche? […]

Ecco l’indice:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui si ferma la promozione. Il resto tocca a voi.

 

 

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