Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Antonio Labriola’

Turati

Nella storia del movimento operaio e socialista esistono le teorie e le loro «letture». Il dato è fisiologico ma va difeso con molta onestà intellettuale dalle sue frequenti degenerazioni patologiche. In questo senso il dibattito in corso nel corpo vivo di «Potere al Popolo!» fa suonare per me come un campanello di allarme.
Nel 1892, quando nasce a Genova il primo grande partito di massa e organizza operai, artigiani e contadini, le condizioni economiche e sociali – e di conseguenza il livello della coscienza di classe – sembrano inadeguate. Il partito, pensano molti contemporanei, nasce decisamente prematuro. Non a caso, mentre gli anarchici gridano subito allo scandalo e gli appiccicano  l’etichetta di «legalitario», Antonio Labriola vede nel partito di Filippo Turati un movimento di intellettuali borghesi e un allevamento di «bestiame votante».
Spero che oggi siamo d’accordo: benché fosse un riformista, Turati aveva ragione. Il Partito dei lavoratori nasce da una necessità della storia, sicché, come talvolta capita, corregge la dottrina e si trasforma in una lezione da non dimenticare: non possiamo ordinare i fatti in virtù della nostra lettura di una teoria.
Di lì a poco, le posizioni si rovesciano e Labriola rompe lo schema. In una Sicilia simbolo di arretratezza, l’incontro tra intellettuali di formazione borghese e contadini ferocemente sfruttati segna infatti per lui una forte crescita della coscienza di classe. Turati, invece, per una volta operaista e più marxista del filosofo materialista, si interroga sulla maturità della coscienza di classe dei contadini siciliani – non si tratta per caso dell’endemico ribellismo del Sud? – e diffida dei Fasci Siciliani. Il leader socialista immagina quel movimento di un Sud che non conosce come una sorta di figlio del brigantaggio, nato e cresciuto in un covo di malfattori, agitato da arruffapopoli repubblicani. E’ così che ancora oggi noi meridionali siamo per tanta parte del Paese, come dimostra la ricostruzione storica delle cosiddette Quattro Giornate.
Turati, tuttavia, è un uomo scrupoloso e non vuole fermarsi alle apparenze. Mentre Crispi occupa militarmente l’isola e ricorre allo stato d’assedio, calpestando lo Statuto Albertino, a gennaio del 1894 assieme ad Anna Kuliscioff, si rivolge a Federico Engels, giunto alla fine del suo percorso, per sapere quale contegno deve tenere il partito di fronte ai Fasci Siciliani, «un movimento rivoluzionario non lontano, che ciascuno sente nell’aria».
Engels mette mano alla teoria e detta la sua regola: «La vittoria della piccola borghesia in disintegrazione», scrive, così come quella «dei contadini porterà a un ministero di repubblicani convertiti. Ciò ci procurerà il suffragio elettorale e una libertà di movimento assai più considerevole. Oppure ci porterà la repubblica borghese, con gli stessi uomini e qualche mazziniano con essi. Ciò allargherebbe ancora e di assai la nostra libertà. Evidentemente non è a noi che spetta di preparare direttamente un movimento che non è quello che noi rappresentiamo. Se […] il movimento è davvero nazionale, i nostri uomini non staranno nascosti. Ma dovrà essere ben inteso, e […] dovremo proclamarlo altamente, che noi partecipiamo come partito indipendente, alleato ai radicali e ai repubblicani, ma […] distinto da essi».
Naturalmente, mentre Turati e compagni verificano le intenzioni dei possibili alleati, Crispi schiaccia il movimento siciliano e scioglie il partito socialista.
Oggi, mentre la «repubblica borghese» c’è e vacilla, mentre su alcuni argomenti si mette in discussione il diritto di voto e molte libertà conquistate sono cancellate, noi che facciamo? Dimentichiamo il disastro che nasce dallo schematismo dottrinario? Ci collochiamo più indietro di Turati, mentre la reazione avanza, e aspettiamo di costruire il movimento che rappresentiamo o immaginiamo di rappresentare? Eppure – anche questo dimentichiamo? – di lì a pochi anni, senza la collaborazione della borghesia costituzionale, i socialisti da soli non avrebbero mai potuto fermare gli «spettri del ‘98» e una feroce svolta autoritaria.
Non credo che le alleanze tattiche debbano essere una costante, ma vorrei sapere se la logica della transizione cui fa cenno Engels sia per «Potere al Popolo!» un’eresia e non vada nemmeno tentata. Ho bisogno di capire se posso essere così comunista da sentire molto lontani da me i socialdemocratici e ricordare, tuttavia, che Giacomo Matteotti, un socialdemocratico, si fa uccidere dai fascisti nel 1924, perché ha capito in quale baratro siamo caduti, mentre un altro martire, Antonio Gramsci, un grande comunista, immagina che «le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, giornali, Vaticano, massoneria […] passano dalla parte delle opposizioni», sicché «se il fascismo volesse resistere […] sarebbe distrutto in una lunga guerra civile».
Vorrei capire, insomma, se siamo davvero così capaci di «fare tutto al contrario», da riuscire a svincolarci dalla morsa di letture e lettori di teorie e guardare con senso politico ai fatti, come ci si presentano nel momento che viviamo.

classifiche

Annunci

Read Full Post »

Come ogni regime, anche la nascente “democrazia autoritaria” è alle prese con la costruzione del consenso e il tema vitale della gestione dell’informazione. Al confronto, tuttavia, occorre dirlo, il “fascismo classico” ebbe un compito tutto sommato semplice: imbavagliare socialisti, anarchici e comunisti e piegare gli strumenti della comunicazione di massa al ferreo controllo dell’apparato. E’ vero, inizialmente ci fu anche una contrapposizione fra la maschera “legalitaria” del “mussolinismo” e lo squadrismo “rivoluzionario” e “movimentista“, ma la frattura fu presto composta e, in ogni caso, non si trattò di una questione “strutturale”. L’esistenza del regime e il suo volto “ufficiale” non furono mai strettamente legati all’esistenza formale di una vera opposizione istituzionale. Oggi, le cose non stanno così. Su temi marginali il sistema politico ha tutto l’interesse a far passare per “visione alternativa” le periodiche convulsioni dipietriste, le contorsioni autonomistiche di Casini, il “dissenso” sterile su questioni di principio, astratte e senza prospettiva politica, di cui si fa portavoce Gianfranco Fini e, ciò che più conta, le chiusure formali e le sostanziali aperture di Bersani: è il volto “democratico” di un sistema che usa come un volgare “specchietto per le allodole” il polverone levato ad arte nei “salotti televisivi“, per “coprire” così la natura reazionaria di provvedimenti politici che riscrivono nei fatti le regole del gioco, Senza il respiro “democratico” di un’opposizione di facciata, il rovescio autoritario del “sistema” verrebbe allo scoperto e prima o poi un campanello d’allarme agiterebbe le acque della palude qualunquista puntualmente divisa in “colpevolisti” e “innocentisti” sull’immancabile caso di cronaca nera, sulle indecenti vicende personali di questo o quel personaggio politico, sull’insolubile dilemma tra il giustizialismo forcaiolo e l’ipergarantismo, sulla sorte di una magistratura storicamente legata ai giochi di potere, sull’eterno complotto che assolve o condanna Craxi, spiega senza spiegare gli “anni di piombo” e cerca perennemente il “grande vecchio” che tiene i fili della tela segreta che, da Cavour a Berlusconi, fa la storia d’Italia e la fortuna del pennivendolo di turno. E’ un gioco di prestigio: chi ne ha piange tutte le lacrime per il tempo andato e non bada alla tragedia del presente, da cui si sente fuori, tratto ad arte lontano dalla forza schiacciante della disinformazione.
Il caso Scuola/Gelmini – o forse meglio la riduzione in servitù della scuola pubblica in un Paese che mostra sempre più chiari i sintomi dell’asfissia – ha, in questo senso un valore emblematico. Se si fa eccezione per gli “addetti ai lavori“, messi però sistematicamente a tacere ovunque si parli di formazione, i sedicenti leaders politici, gli immancabili esperti, i tuttologi, i velinari e i maestri della disinformazione sono tutti sintonizzati su un’unica lunghezza d’onda: il nodo cruciale della discussione è, di fatto, il filosofo fascista Giovanni Gentile.
Se il paragone stia in piedi, non interessa a nessuno. Se il gelminiano “più matematica, più scienze e più lingue straniere” abbia qualcosa a che vedere col filosofo che riconduce a unità nella coscienza spirito e natura, è problema del tutto secondario. La verità è una, categorica, imperativa e non si discute: la “rivoluzione didattica” del giovane avvocato, che riduce a una questione quantitativa il tema cruciale della “formazione” – “gli studenti italiani sono quelli che passano più tempo in aula con i risultati più scarsi” – basta e avanza perché gli “autoritari” vantino il loro primato – è la prima riforma organica dopo Gentile – e i sedicenti “democratici” insorgano quasi in difesa del teorico del fascismo: “è una riforma Gentile in versione ridotta“, urla scandalizzata Maria Pia Garavaglia, che non contenta aggiunge: “avesse anche solo la quarta parte dell’impianto gentiliano, la riforma Gelmini avrebbe già centrato l’obiettivo“.
Novant’anni dopo – Gentile sorriderebbe – il Parlamento d’una repubblica costruita sul rifiuto della sua dottrina finge d’accapigliarsi sul tema della formazione, ma condivide in ogni suo settore la concezione di una scuola che chiama “meritocrazia” il principio della selezione di classe e impone ai cittadini il possesso di una concezione religiosa. E non serve dirlo: quella cattolica, che è la religione delle classi dominanti.
Garavaglia non se n’è accorta, Gelmini non è in grado di cogliere – parlano per lei i consiglieri papalini e la sinistra neocodina – ma la “democrazia” condivide ora col fascismo un disprezzo profondo per i principi della pedagogia e una sottovalutazione ottusa degli aspetti psicologici dell’insegnamento. Partendo dal ruolo “centrale” del “maestro” tornato non a caso “unico“, si è passati per la “sottomissione” dello studente attraverso il “cinque in condotta” e si approda infine alla religione dei contenuti, al predominio della nozione, alla manomissione e alla confusione tra discipline e materie. Rimane sullo sfondo, non detto, ma più pericoloso dei “tagli” e, se possibile, più insidioso della privatizzazione strisciante, l’attacco alla formazione del cittadino e della sua coscienza critica. Quella che si disegna è una fabbrica di disciplinati soldatini del capitale, la produzione in serie di quel “bestiame votante“, per usare le parole di Antonio Labriola, che è pronto a servire un governo autoritario seguendo stupidamente tutti i precetti della democrazia borghese.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 febbraio 2010

Read Full Post »

Ci sono pensieri e opere di per sé neutri. Chi si propone di ricavar quattrini dal suo impegno non fa male a nessuno, né fa danni un concetto di formazione e conoscenza che escluda dai propri orizzonti il profitto. Per decenni questi due principi hanno saputo convivere pacificamente e, nonostante limiti, ritardi e insufficienza, scienza economica, prassi politica e dottrine della formazione accettavano l’idea fondante di un modello di crescita sociale che non un bolscevico, ma don Milani, uomo di scuola e di chiesa, aveva riassunto in una formula che aveva la forza dì un assioma: “chi si preoccupa di formazione e istruzione e trascura invece le occasioni di tirar l’acqua al proprio mulino non può far male mai“.
Acqua n’è passata sotto i ponti e, tra la caduta del muro di Berlino e la fiction delle “Torri Gemelle”, un modello di “eversione dall’alto” ha prodotto il collasso di Istituzioni democratiche partorite con segni di cianosi e a stento sopravvissute alla liquidazione della Resistenza e al riciclaggio del fascismo. Nonostante il naufragio del neoliberismo, da anni una spinta reazionaria di giacobini che hanno in odio il popolo ha rovesciato persino i valori cari alla “borghesia illuminata“, sicché conoscenza e formazione sono ormai diventate un attraente “valore di mercato” e, di fronte all’idillio Gelmini-rettori, folgorati sulla via di Damasco, settori minoritari dell’università scoprono dalla sera alla mattina la privatizzazione dell’accademia, contro la quale da tempo si sono scatenate le demagogiche piazzate mediatiche sul “fannullonismo” e le sforbiciate “meritocratiche” subite dai fondi per la ricerca. Gli storici diranno domani quale peso hanno avuto sulla Waterloo le oscure concertazioni e l’attendismo dimostrato, mentre la scuola, abbandonata a se stessa, affondava. E’ vero. Qualche Laocoonte reduce dalle piazze in subbuglio, dalle scuole e dagli atenei occupati, aveva previsto la debacle, ma l’idra multicefala degli interessi di parrocchia, una concezione aristocratica e asindacale del ruolo dei docenti universitari ne ha decretato l’immediato sacrificio e la coscienza civile non s’è svegliata nemmeno quando, in combutta con quei campioni della legalità che, dalla mattanza di Genova agli omicidi Aldovrandi e Cucchi, fanno temere una svolta autoritaria, il neofascismo s’è schierato contro gli studenti a Piazza Navona e in Parlamento.
Cassandra l’aveva previsto – ma si sa, Cassandra è pazza – che il modello aziendale non poneva alla scuola semplicemente la discutibile questione della ricerca di un “compromesso” tra le preoccupazioni dei nostri “sani imprenditori” e le finalità di “sviluppo integrale” di tutte le classi sociali, figlie delle lotte del Sessantotto. Cassandra aveva “visto” che, in realtà, la pretesa era un’altra: subordinare la conoscenza alle leggi autoreferenziali del mercato e del profitto. Cassandra però è dannata a non esser creduta e, d’altra parte, da tempo la sinistra rabbrividisce quando sente parlare di conoscenza e cultura come “ricchezza che – sosteneva il Che – appartiene al mondo, è forse, come il linguaggio, qualcosa che appartiene alla specie umana“.
Nell’assoluta indifferenza dell’accademia, da cui dovrebbe peraltro venire un qualche pensiero pedagogico, l’attacco alla scuola statale ha potuto puntare dritto al “prodotto finito“: non si vuole pensiero critico, ma militi disciplinati del capitale. L’etica dell’insegnamento scientifico ha ceduto terreno alla verità di fede del neoclericalismo, la formazione come strumento di emancipazione è stata accantonata per tornare alla trasmissione dei dogmi della cultura dominante, l’autoritarismo ha annichilito l’autorità dell’autorevolezza, alcune delle chiavi di volta della scuola moderna sono state spezzate, la didattica modulare è stata messa da parte per tornare al “maestro unico“; sparita ogni forma di continuità didattica, il respiro universale del concetto di conoscenza è stato sacrificato sull’altare del più gretto localismo leghista e un attacco selvaggio ha fatto terra bruciata dell’aggiornamento dei docenti, della formazione permanente e del rispetto dei ritmi di apprendimento. Nel silenzio complice dell’accademia, si sono riprese le crociate e s’è riaperto lo scontro tra guelfi e ghibellini.
Una mattina di pochi giorni fa pezzi di università, usciti dal sonno della ragione, hanno “scoperto” che più difficile è il contesto in cui operano, meno risorse otterranno, che il “valore della conoscenza” non è rappresentato dal bisogno che ne sente la società – lo stesso che rende preziosa l’aria – ma segue il corso d’una qualunque merce e sopravvive solo se offre opportunità di guadagno a sponsor, strutture private e nicchie di mercato. E’ apparso così chiaro che dietro l’attacco al Sessantotto, si nascondeva un principio di carattere puramente economico: un largo accesso al mondo della conoscenza – esito del diritto allo studio – equivale a un eccesso di produzione che svaluta la “merce” e mette a rischio il saggio di profitto. Come accade per il surplus di pomodori, si fa ricorso al macero. Meno facoltà statali, meno cattedre, meno ricercatori, meno fondi e, di conseguenza, meno ricerca nella formazione pubblica, tutto questo moltiplica la domanda nel privato e fa lievitare i prezzi. Due piccioni in una fava: costi alle stelle in una società classista, con una manovalanza d’ignoranti da trasformare agevolmente in clienti, crumiri e massa di manovra che, per dirla con Antonio Labriola, faccia da “bestiame votante“. Con buona pace della sia pur asfittica democrazia borghese.
Tanto “valeva” il muro di Berlino, tanto paghiamo l’incapacità dei partiti storici di ispirazione marxista di trovare un’uscita a sinistra per la crisi del “socialismo reale“.

Uscito sul “Manifesto” il 17 novembre 2009, su “Sardegna democratica” il 15 novembre, su “Fuoriregistro” il 13 novembre 2009, e su “Report on line” il 12 novembre 2009.

Read Full Post »

Ho amato molto l’insegnamento, forse perché, da studente, i miei rapporti con la scuola sono stati decisamente difficili. Nominato maestro elementare di ruolo nel 1971, passato alla scuola media dell’obbligo nel 1976, dallo scorso ottobre sono un ex 113: docente addetto a mansioni diverse dall’insegnamento per ragioni di salute. Si conclude così, in maniera impensata e malinconica il mio percorso di insegnante. In realtà – e questa è davvero la cosa più triste – ormai sto bene e, volendolo, potrei tornare in classe, ma non ho alcuna intenzione di farlo. Il rapporto con gli studenti – tutto ciò che della scuola può mancare ad un insegnante cui hanno tolto la “classe” – non si è del tutto interrotto. Prosegue all’università – dove collaboro con la cattedra di storia contemporanea – e mi basta, anche se il lavoro non ha nulla a che vedere con quello che si fa di regola a scuola e spesso vi incontro “professori” che meriterebbero un’iscrizione d’ufficio a corsi intensivi d’alfabetizzazione didattica. Sono invece – ed è inutile dirlo – tra quelli che, di norma, vengono ogni tanto a scuola ad “aggiornare” il personale docente. L’inefficienza della nostra università è un dato ormai storico, una sorta di regola fissa del nostro sistema formativo. Ma non vi fa caso nessuno ed anzi è dall’università che proviene la gran maggioranza dei “riformatori”, che cianciano di scuola senza sapere di che parlano e arrecano al paese danni incalcolabili, senza dar conto a nessuno di quello che fanno. La verità è che da noi non c’è parte politica disposta a rinunciare ai servi sciocchi.
Come che sia, potrà apparire strano, ma, per quanto mi riguarda, da quando è stato soppresso l’insegnante che era in me, non avverto più sensi di colpa e non provo più vergogna. Dico soppresso, perché di morte violenta si è trattato e alla spiaggia delle “scarpe vecchie” quel mio disgraziato ospite fu trascinato a viva forza per il suo passato di sindacalista onesto – ce ne sono, anche se sono in via di estinzione – per l’ostinata resistenza opposta alla più o meno strisciante privatizzazione e per la lotta senza quartiere e senza speranze ingaggiata in perfetta solitudine con l’ultima preside passata per la sua strada, una vecchia sbavante per i fasti promessi ad una componente di primo piano di una delle più agguerrite tribù di servi sciocchi che popolano il pianeta formazione: i disponibili “manager” della scuola d’ispirazione confindustriale. Morto l’insegnante, libero d’un tratto è ritornato l’uomo. Lo sospettai da studente e lo scopro da docente, messo, s’intende, come prescrive la norma, a vegetare nel limbo dei fuori ruolo. E perciò, non serbo rancore, né per la CGIL, che non usa difendere antichi dirigenti provinciali in odore d’eresia, né per i colleghi, spettatori passivi, e talvolta complici, della “soppressione”, né per il “manager” ambizioso, killer per elezione, modello e prototipo del braccio armato di quella tragica farsa che Berlinguer definisce “riforma”, il cui compito – immaginate quanto possa contare l’omicidio d’un modesto professore – è soprattutto quello di condurre alla morte per strangolamento le caratteristiche peculiari della scuola dello Stato e, con esse, quanto spirito critico era ancora possibile produrvi. Ciò che si vuole è, per dirla con Antonio Labriola, una bella stalla per il “bestiame votante”. E sì, votante, perché nella fatale evoluzione che i tempi impongono alle cose, anche le forme esteriori dei regimi cambiano, e sarebbe d’una rozzezza estrema e di una totale inefficacia, imporsi di nuovo con l’olio di ricino e con i manganelli. E’ questione di stile, s’intende, perché, nei fatti, la sostanza non cambia, così come non cambiano certi particolari che andrebbero attentamente valutati: è solo un caso, per fare un esempio, se, per la seconda volta in una manciata di decenni, occorre un pugno di disertori perché il veleno imposto dai poteri forti sia prescritto come un’efficace medicina alla popolazione altrimenti diffidente?

Ecco, il cittadino è libero, morto il professore, perché non è più costretto a porsi ogni giorno la domanda logorante: – Come faccio a spiegarlo ai ragazzi?
E’ una domanda che ha tormentato per anni il mio malcapitato ospite. Una condizione di difficoltà crescente, iniziata al tempo della guerra del Golfo Persico, con le “operazioni di polizia internazionale” e la Costituzione calpestata. Una difficoltà che si è fatta compagna di vita e non è più sparita, ma è anzi cresciuta di giorno in giorno, di fronte alle spettacolari – e per certi aspetti impossibili – uccisioni dei giudici Falcone e Borsellino, che indagavano sui rapporti tra mafia e politica; uccisioni che, incredibile a dirsi, sarebbero state “pensate” ed eseguite da una manciata di furfanti poco più intelligenti delle capre che custodivano; una difficoltà che si è fatta sensazione di soffocamento quando un’inchiesta subito “passata alla storia” e subito americanizzata dai media scatenati, ha colpito scientificamente un’intera classe dirigente, e con essa la storia della nostra giovane repubblica, ambiguamente ribattezzata d’un tratto la “prima”, come per segnale convenuto, benché nessun’altra l’abbia preceduta né seguita. Un’inchiesta costruita soprattutto sulla base d’una accusa che si è atteso decenni per formulare, d’un reato di cui tutti conoscevano perfettamente l’esistenza, giudici compresi, e che d’un tratto alcuni “magistrati” convertitisi alla riscoperta legalità hanno preso a contestare alle vittime predestinate. E non c’è stato chi abbia mostrato fastidio o si sia insospettito per un simile ritardo e per l’improvvisa ondata d’integralismo che ha caratterizzato l’inchiesta. Né sul tutto ha gettato ombre o sollevato dubbi il fatto che contro questi “impavidi magistrati” nessun pecoraio abbia mai pensato di esercitare la sua pur sperimentata capacità di ammazzare. Hanno parlato – i giudici – da tutti i pulpiti, hanno predicato, comandano, ammanettato, ma nessun arrestato è poi stato tenuto in galera, se si fa eccezione per un tal Cusani, che non si sa perché ci è finito da solo e, ciò che più conta, ci è restato. Hanno parlato, predicato, comandato, ammanettato, i giudici integralisti e se ne sono andati in giro tranquilli senza che nessuno abbia mai seriamente provato a colpirli, benché siano stati sempre molto meno protetti di quanto erano altri, che non ebbero certo il loro successo. Liberi, come l’aria nel cielo, sono andati e venuti, vanno e vengono, liberi e intoccabili, mentre altri, chiusi in caserme e superprotetti, sono stati colpiti. I caprai che hanno fatto mirabilie con Falcone e Borsellino hanno smarrito inspiegabilmente l’acume e nessuno se ne è meravigliato.

E’ cambiata, intanto, la legge elettorale: è giunto il momento del maggioritario, contrabbandato per una grande novità e descritto come la garanzia della governabilità. Lo dicevano tutti, e bisognava crederci per fede: la governabilità è sinonimo di buon governo e per garantirla è necessario stringere sempre più gli spazi della democrazia e rinunciare alla proporzionale che, tra l’altro, consente l’esistenza di troppi partiti. Presto si è scoperto che con la nuova legge la governabilità non è garantita, che i partiti si moltiplicano e che il buon governo è uno slogan. Ma indietro non si torna e si è così posto mano alla Costituzione senza far ricorso alla… Costituzione. Non è tempo di leggi costituzionali, si è deciso, ma di bicamerali, di patti scellerati che, tuttavia, non sono approdati a nulla. Tutto ciò che ancora si poteva fare è stato, infine, fatto: si è consegnato il programma dei poteri forti ad una pseudo sinistra, cui fanno finta di opporsi pseudo destre “pericolose” per definizione. Per Berlinguer che ha avuto infine l’atteso semaforo verde, è iniziato il dettato: Confindustria ha letto con voce chiaramente minacciosa ed il ministro ed i suoi “tecnici” hanno scritto. La “qualità aziendale” è entrata nella scuola, destinata a produrre Dio sa cosa, mentre tutti in una volta centomila docenti tentavano di uscirne. La strada dei pensionamenti, com’è ovvio è stata a quel punto prontamente chiusa sicché, forti di un così palpabile consenso, i disertori ora procedono sereni. E’ un lavoro facile: distruggere è sempre più agevole che costruire. Così si fa presto.

Quando tutto questo accadeva, io non c’entravo già più nulla, ed estraneo ero ormai alla tragica farsa che Berlinguer ed i suoi servi sciocchi mettevano in scena intitolandola “riforma”: il professore in me era morto, anche se il suo ricordo è ancora così forte, che m’indigno ugualmente quando mi accorgo che i docenti, ne discutono, questo criticando, questo accettando, come fosse davvero una riforma. La riforma che non ha programmi. La rivolta che m’aspettavo imminente, però non è scoppiata. Si è sollevato debolmente il personale amministrativo, di cui ormai sono in certa misura un componente, ha tentato di organizzarsi, si è agitato, e nella scuole dove vivo il mio triste tramonto gli ATA mi hanno chiesto di rappresentarli. Ho accettato dopo una debole resistenza, ed ho colto l’occasione per vuotare il sacco, inviando a Berlinguer, ancora ministro, la seguente e- mail:

Gli Assistenti Amministrativi dell’84° Circolo Didattico “E. A. Mario” di Napoli condividono le rivendicazioni dei colleghi e ne sostengono la protesta.
Chi scrive, tuttavia, esclusivamente a suo nome, non si sperticherebbe in esaltazioni – nemmeno strumentali – del Ministro a cui gli Assistenti Amministrativi riconoscono “il grande e qualificato impegno profuso in questi anni per riformare la Scuola e portarla ai livelli di un paese moderno. A chi si rivolgono in cerca d’aiuto? A chi vive di rendita sul patrimonio d’una illustre casata? All’architetto d’un malfermo edificio, d’un contenitore vuoto, nel quale ficcare alla rinfusa paccottiglia di scarto d’origine confindustriale, esiti di patteggiamenti di dubbio profilo tra l’anima cattolica e quella laica – che tengono la poltrona sotto il Ministro – e ciò che vi può entrare d’una logica di mercato applicata ad una scuola virtuale, che non ha programmi, non ha insegnanti, se non quelli tenuti a forza dopo un tentativo di fuga in massa – centomila domande di pensione in un anno! – e non ha personale amministrativo se non quello che protesta via Intranet sul computer ministeriale, identificandosi in una categoria che è stata ghettizzata e demotivata. Ma di ciò può occuparsi il Ministro? Egli, che sa tutto di scuola virtuale e di astrologia, contempla nel globo di vetro il suo nome già inciso a caratteri in oro sugli annali della storia patria, e bada, intanto, agli alambicchi dove bollono succhi didattici e metodologici, estratti di cicli e l’essenza del sapere: i programmi che chissà quando elaboreranno commissioni di saggi e sommi teorici, scelti – s’intende – soprattutto per la scarsa esperienza concreta d’insegnamento nella scuola di oggi e di ieri e sistemati da tempo nell’empireo del pensiero puro. In che sperano? Peggio di lui fece forse Gentile, quel Giovanni, filosofo esimio, che pagò con la vita le aberrazioni sottoscritte in nome del fascismo. Il ministro, per sua buona sorte, non corre rischi del genere ed attende il trionfo solenne. I rischi, se mai li corrono i poveri studenti o, per dir meglio, gli studenti poveri ospitati nel suo malfermo edificio.
Quelli ricchi, si sa, viaggiano ormai da tempo verso i lidi ospitali della formazione privata.
Per la solidarietà, il personale amministrativo dell’84° Circolo Didattico “E. A. Mario” di Napoli. Per il resto… Giuseppe Aragno – 84° CD ‘E. A. Mario’ Napoli“.

Come mi aspettavo, non c’è stata una replica immediata. Quest’anno, però, non a caso, il Provveditore non ha voluto rinnovarmi l’incarico di funzione obiettivo, perché secondo una sua interpretazione personale, e del tutto arbitraria, del contratto nazionale di lavoro, la funzione obiettivo non comporta esonero. Come se un ex 113 potesse esser esonerato dall’insegnamento a causa della funzione obiettivo! Il collegio dei docenti, che pure mi aveva riconfermato nell’incarico, riconoscendomi la maniera del tutto estranea alla logica berlingueriana, con cui avevo svolto il mio compito, non ha avuto l’animo di reagire ed ha preferito rinunciare alle sue prerogative per non avere guai.
La sola protesta di cui gli insegnanti sono stati davvero capaci, di fronte allo scempio che si va facendo della scuola, si è concretizzata in una confusa e debole sommossa contro un principio che sarebbe invece condivisibile, se gli stipendi degli insegnanti non fossero da fame e se fossero chiari i criteri della valutazione: pagare di più chi fa meglio. Sarà stato un caso, ma per i soldi, solo per i soldi, la categoria è insorta. Il bello è che a Roma hanno fatto subito eroicamente marcia indietro. E’ stata una vittoria? Naturalmente no, anzi, è apparso chiaro che meritiamo sia la farsa che la tragedia. Una verità è emersa, questo sì, ma ha un retrogusto sinceramente amaro: è stato molto più facile di quanto si potesse pensare. Sarebbe bastato probabilmente volare più alto ed attaccare con uguale decisione l’impianto stesso del progetto, per metterlo in crisi. Invece il gioco è fatto. Passa la “riforma” che si chiuderà, affidando la scuola alle regioni, così che ognuno avrà la sua. Naturalmente saranno l’una diversa dall’altra e le regioni povere avranno le scuole peggiori. Ma di ciò cosa importa a Berlinguer. I figli che per lui contano davvero, i suoi nipoti, studieranno ovviamente altrove: all’estero probabilmente, o nelle rare oasi del privato di qualità. Una qualità che – s’intende – non è quella aziendale, prescritta dalla Confidustria alla scuola dello Stato.

Uscito su Fuoriregistro il 7 febbraio 2001

classifiche

Read Full Post »