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Posts Tagged ‘Angelo Poletti; Salvatore Principato’


E’ vero, la foto di Mussolini e dei gerarchi uccisi ed esposti a Piazzale Loreto suscita orrore e pietà, ma sarebbe un errore gravissimo separarla dal contesto in cui nacque e dalle ragioni di cui era figlia. Certo, tra chi inveisce e oltraggia i cadaveri non mancavano colore che erano stati fascisti. Non meno certo è però che da un punto di vista morale quei morti erano giunti in quella Piazza solo per loro esclusiva volontà.
Da quando scuola e università sono state praticamente distrutte, i giudizi moralistici, i commenti delle immancabili anime pie, e si è andata affermando una ricostruzione storica che ha stravolto la feroce realtà del fascismo e ha processato e condannato una inesistente e colpevole violenza partigiana, quei giudizi e quei commenti si sono moltiplicati. Ricordare perciò cosa avvenne proprio lì, a Piazzale Loreto, alcuni mesi prima, è diventato un dovere morale. Quanti sanno, infatti, che proprio lì in quella piazza, il 10 agosto 1944 quindici partigiani erano stati massacrati dai militi repubblichini, alleati delle SS, le feroci forze di sicurezza naziste?
Le guerre non sono mai balli di gala e sono sempre feroci, Una ferocia, tuttavia, la cui prima responsabilità va messa nel conto da pagare da chi la guerra l’ha voluta. In nome di quella ferocia, pochi giorni prima, l’8 agosto, in viale Abruzzi, due bombe avevano fatto saltare un autocarro tedesco. Incredibilmente, però, i tedeschi non avevano avuto vittime, i passanti sì. E’ noto che i partigiani rivendicavano le loro azioni, ma in quel caso non lo fecero. A Milano alla testa dei Gap c’era il comunista Giovanni Pesce, combattente di Spagna, reduce dal confino politico a Ventotene e medaglia d’oro al valor militare. Un comandante esperto e coraggioso, particolarmente abile nella guerriglia urbana, che non avrebbe fallito il colpo e che l’avrebbe rivendicato se fosse stato opera sua. Non a caso del resto, nel 1999, processando in contumacia Theodor Saevecke, capo dei servizi di sicurezza tedeschi e della Gestapo, il Tribunale Militare di Milano ritenne l’attacco al camion un colpo dei nazisti, che intendeva così mettere in cattiva luce gli uomini della Resisteza agli occhi della popolazione. Saevecke, un criminale che, terminata la guerra risultò uno sterminatore di ebrei e un torturatore e assassino di partigiani, fallito il colpo, nonostante non ci fossero vittime tedesche, organizzò la rappresaglia e fece fucilare quindici partigiani italiani prigionieri.
Screditare i partigiani e dare un esempio terrificante era ancora possibile e il criminale non esitò. Dopo la fucilazione eseguita il 14 agosto, il boia di Piazzale Loreto diede ordine che i moti, definiti «assassini» da un cartello messo lì apposta per ingannare la popolazione, rimanessero nella piazza senza essere ricomposti. Com’ere prevedibile, quei poveri corpi straziati si decomposero subito sotto il sole rovente davanti agli occhi della città atterrita. Rimasero lì per venti interminabili ore, avvolta dall’odore terribile del disfacimento e da nugoli d’insetti. Un disumano oltraggio alla pietà e alla dignità umana. La gente portò dei fiori, ma passata la sorpresa, per venti ore i militi fascisti vietarono a parenti e passanti impietositi di fermarsi a pregare e di porta un fiore.
Mussolini non ebbe il coraggio di intervenire e fece solo pervenire all’ambasciatore tedesco un protesta formale e inutile. Meritatamente, meno di un anno dopo prese il posto di quegli sventurati. A distanza di decenni lo si può ricordare solo per quello che fu: un criminale. Delle vittime, invece, vanno ricordati i nomi. Nomi che conservano l’onore dei partigiani, E ricordando, dal momento che i tempi sono sempre più bui, è giusto gridare con forza:
Ora e sempre, Resistenza!
Si chiamavano Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti; Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale Vertemati.
Tre erano meridionali e nessuno di loro sapeva di morire per la libertà di gente come Salvini.

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