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Posts Tagged ‘Angela Merkell’

Rfig166Prima del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, pennivendoli, velinari, servi sciocchi e giullari di corte, hanno provato a fare la lezione agli inglesi, spiegandogli quale grave errore sarebbe stato mollare i ciarlatani golpisti targati Merkell. Sono così stupidi questi strapagati scribacchini, da non sapere che gli inglesi sono orgogliosi e non accettano lezioni non chieste. Ora che il dado è tratto, sono disperati, hanno perso la bussola e navigano a vista. Non so chi gli abbia mandato la geniale velina, ma d’improvviso hanno preso a cantare in coro: il popolo non è abbastanza maturo per decidere su argomenti molto complessi.
La paura fa 90 e ottobre è più vicino di quello che pare. Uno dice, va beh, ma la pianteranno, in fondo la storia è maestra di vita e qualcosa la insegna. E no, cari miei, non insegna un bel nulla, se gli allievi non provano a studiarla o peggio ancora, sono penne prezzolate e stupidi figli di un potere cieco.

Questa cazzata liberticida si potrebbe renderla più chiara, ma non vogliono farlo. Basterebbe fare un uso migliore e più appropriato delle parole . Diciamola meglio e prendiamone atto: il popolo non è più sovrano. De Gasperi, Pertini, Togliatti  e Calamandrei erano dei deficienti. E’ sovrana una minoranza di ladri che nessuno ha eletto. Subito dopo però prepariamoci a subirne le conseguenze. Le ghigliottine e le teste cadute a migliaia non furono colpa del popolo, ma di chi aveva deciso di decidere che il voto di una banda di cialtroni contava più di quello che decide il popolo che non sa decidere.

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0301_alexis-tsipras_1260Oggi, mentre la presenza di Tsipras a Strasburgo consente ai cittadini dell’UE di scoprire che esiste un Parlamento europeo, non mi va di affrontare ragionamenti lunghi e complicati. M’interessa solo riflettere brevemente sul principio etico di cui si è fatto paladino il ministro e neofilosofo Schäuble, uno dei più riusciti prodotti di laboratorio della cultura autoritaria espressa dal capitale finanziario tedesco.
Secondo il ministro di Angela Merkell, esiste una ragione morale per cui non si deve tagliare il debito alla Grecia: chi sbaglia e s’indebita, afferma infatti il sacerdote dell’etica neoliberista, deve pagare altrimenti prima o poi continuerà a spillare quattrini.
Occorre immaginare che l’asceta tedesco non sia così ottuso da negare che, adottato per una banale questione di debiti, il suo “principio morale” sia tanto più valido, quanto più efferato è il crimine da condannare.  Egli, quindi, dovrebbe riconoscere che la Germania avrebbe dovuto pagare per intero le riparazioni per i suoi atroci crimini, dopo la guerra scatenata contro l’umanità. E non basta. Dal momento che il suo contegno al tavolo delle trattative dimostra oggi senza possibilità di dubbio che la grazia ottenuta ha impedito ai tedeschi di imparare la lezione, sicché la ferocia teutonica torna da protagonista sul palcoscenico della storia, il signor Schäuble dovrebbe mettersi anzitutto d’accordo con se stesso. Dovrebbe – ecco una questione di autentica morale! – provare a spiegare a tutti noi come fa a parlare di morale ai Greci, dopo che la Germania, senza scomodare l’etica, ha chiesto e ottenuto nel 1953 e poi al momento dell’unificazione ciò che ora nega ai Greci per una questione… morale.

Fuoriregistro“, 9 luglio 2015 e “Agoravox“, 8 luglio 2015

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shoah_3Invano Hannah Arendt fissò in due parole semplici, che hanno un’evidenza fotografica, il carattere essenziale dei crimini contro l’umanità: “banalità del male”, scrisse, e aveva in mente  Eichmann, un uomo che aveva organizzato il trasferimento degli ebrei nei campi di sterminio e poi, trascinato in tribunale per il mostruoso genocidio, sostenne di essersi limitato a “occuparsi di trasporti”. Noi facciamo come lui. Ci nascondiamo dietro la retorica, dietro i giorni della memoria a scadenza fissa e poi assistiamo inerti alle chiacchiere di legislatori che fanno nascere nuovi “organizzatori di trasporti”. La nostra inerzia ci rende complici. Se il Mediterraneo s’è trasformato in un immenso cimitero, se oltre il mare c’è un deserto in cui si ammassano cataste di morti sventurati e nessuno ne parla, se tutto questo avviene sotto i nostri occhi e non accade nulla, per favore, piantiamola di dirci addolorati e guardiamo ai fatti per quello che sono.
Andata in scena la pantomima del silenzio nelle scuole e nelle università, il governo tedesco ci ha prontamente informati: per Angela Merkell i “clandestini”, come continua a chiamarli su Repubblica il giornalista democratico Ezio Mauro sono un problema dell’Italia. Uno si aspetta che a questo punto la ministra Carrozza tenga fede alle dichiarazioni di sdegno e, come aveva annunciato, pretenda da Letta e dalla Merkell che si apra un immediato “confronto sui temi dell’accoglienza, dell’integrazione e dell’immigrazione, strategici per il nostro Paese e per l’Europa“. Si aspetta che lo chieda senza inutili prudenze diplomatiche, urlando se serve, puntando i piedi e ricavando dalla rozza e arrogante posizione tedesca e dagli impacciati balbettii del suo impotente presidente del Consiglio le sole conseguenze possibili: così com’è nata, tutta banche, banchieri, deliri liberisti e gendarmi armati contro la disperazione e lo sfruttamento, questa Europa non è né riformabile, né accettabile. E’ l’Europa che ha costretto la Grecia a chiudere le università, imbavagliando così quella che è stata la culla della civiltà. Questa Europa è un mostro dai connotati nazisti che andrebbe immediatamente neutralizzato.
Gli insegnanti si aspettavano altro dalla ministra. Piuttosto che al lutto, avrebbero preferito che l’esponente del “democratico governo italiano”, li avesse invitati a riflettere con gli studenti sui segni indelebili che ha già lasciato nella storia della ferocia umana la criminale volontà politica del binomio Germania-Italia. Sarebbe stato necessario farlo, piuttosto che occuparsi dell’Invalsi e delle circolari, perché provare a coltivare il pensiero critico non solo non è tempo perso, ma ci aiuta a riconoscere le azioni malvagie. Il male di cui parlava la Arendt non si presenta, infatti, con un’etichetta, non si dichiara per quello che è. Le leggi razziste che regolano l’accoglienza, passano nell’indifferenza della popolazione, perché la retorica della sicurezza, il  “male banale” travestito da “bene” – io mi occupavo solo di trasporti – attacca alla radice la facoltà di pensare e fa sembrare giusto ciò che è sbagliato. Creare gli strumenti che affinino la facoltà di giudizio su quanto di morale e immorale ci sia in una legge, significa porre un argine a un nuovo e più tragico totalitarismo. E’ l’uomo avvezzo a rispettare l’ordine gerarchico, che si ferma all’apparenza e fa del male in nome d’una legge mostruosa. E’ la legge, dice a se stesso, e ubbidisce. Lo fa, perché il mostro non lo riguarda: lui esegue solo una disposizione. Mancano gli strumenti. Per contrastare questa incapacità di pensare criticamente, la Ministra dovrebbe saperlo, la scuola non ha bisogno di star zitta un minuto, ha bisogno di risorse e di guide preparate. Lei, invece che fa? Lei lascia che il vice di Letta, quel galantuomo di Alfano, si faccia garante di una legge barbara e razzista come la Bossi-Fini e se ne sta zitta. Se ne sta zitta e non parla nemmeno quando Letta, il Presidente del Consiglio di cui fa parte, dimostra coi fatti di non voler mettere in discussione i rapporti di forza europei, che sottomettono la politica alla speculazione della finanza. La ministra è così presa da una “normalità” malaticcia, dalla “terribile normalità” delle atrocità, che non sente quanto siano intollerabili la retorica del dolore e il minuto di silenzio. Lei non è stupida, lei pensa, ma si muove nei limiti che le impone la mostruosa,”normalità” del potere e tutto quello che sa dirci è che possiamo star tranquilli: non si candiderà al congresso del suo partito.
La Arendt ebbe come modello Socrate e fece del dubbio la sua religione. Scelse Socrate perché suscitava dubbi e domande e obbligava al giudizio. Scelse il filosofo greco, perché aveva messo tanta paura al potere. che si tentò di farlo tacere. E’ la pia illusione del male. Socrate, infatti, ancora oggi continua a parlare alle generazioni che si susseguono e quando i nostri giovani impareranno ad ascoltarlo e a guardarsi dentro, allora capiranno che non è più tempo di scrivere o parlare. Un’intera generazione si incontrerà nelle piazze. Stessa ora, stesso obiettivo, una sola decisione: se ne devono andare. Chi ci governa così male se ne deve andare via per sempre. Con le buone, se possibile, con le cattive se necessario.

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Report on line” il 5 ottobre 2013 e su “Liberazione.it” il 7 ottobre 2013.

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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