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Posts Tagged ‘Andromaca’

In prima persona, con uno spirito apertamente “democratico“. E se Pierino rivoluzionario, quello che più rivoluzionario proprio non si può, dirà che i “sacri testi” sono chiari e fatalmente la crisi stana l’anima mia borghese, sorriderò di Pierino, e della sua rivoluzionaria rivoluzione, perché il versetto di un’antica bibbia recita testualmente: “l’idea che sia possibile costruire il socialismo […] senza l’aiuto degli esperti borghesi, è una puerilità […] Nessun prezzo sarà troppo alto per istruirci, purché soltanto impariamo in modo intelligente“. E’ Lenin che lo sostiene, ma ho in sospetto le verità per fede e non ne ricavo una bibbia nuova – prassi e teoria, del resto, non si sposarono nei Soviet – ed è stata spesso la borghesia a imparare dal socialismo, ma l’idea mi conforta: non mi manca la compagnia. Ci tengo molto: istruiamoci, riconosciamo il bisogno d’imparare dalla cultura dei padroni per criticarla, ma anche per penetrare i meccanismi della sua attuale e sorprendente capacità di egemonia.
Abbiamo bisogno di conoscere e di farlo in modo intelligente. Non è un caso se nella crisi, in ogni crisi, la cultura finisca sotto tiro. Quella del lavoro – la cultura operaia in un senso lato – e quella “classica” dei luoghi deputati alla formazione. Studenti e lavoratori, scuola, università e fabbrica, sono i presidi d’una democrazia che, senza esperienza e conoscenza critica e, quindi, senza reale partecipazione e controllo, esclude i ceti subalterni, privi di rappresentanza e si riduce a dittatura d’una maggioranza virtuale, aggregata in un blocco sociale, sulla maggioranza reale disgregata e negata. E’ necessario dirselo: se la democrazia autoritaria ci sta soffocando, la piazza può diventare il parlamento della maggioranza negata. Occorre però che la democrazia dal basso ragioni in termini di resistenza e diventi inclusiva. Unire le lotte. Sembra uno slogan, ma è l’ultima spiaggia e occorre fermarsi un attimo a ragionare.
Se le colonne d’Ercole si fanno incubo di mostri per vietarmi l’Oceano mare, m’imbarco sulla nave dannata d’Ulisse e Dante per me è divino soprattutto all’inferno, con le passioni sbilanciate sull’uomo; benché ami la pace, so che la guerra è passione feroce che vive nella storia e pertanto mi schiero. Sono partigiano. A vederla in poesia, di fronte alla belluina furia di Achille, sto con Ettore in armi, turbato, mentre alle porte Scee va incontro al destino e si lascia alle spalle Andromaca diletta e il timore per il figlioletto. Sono terribilmente elementare, lo so, e in tema di filosofia della storia giungo alla rozzezza. So che si fa un gran parlare di pensiero debole e pensiero forte, ma mi fermo al pensiero che non ha aggettivi e lo chiamo critica. Elementare come sono, mi riconosco limiti insuperabili: non so collocare sulla linea del tempo l’idea contemporanea di postmoderno, che, se non vado fuori strada, dà per certa l’esperienza d’una fine: moderna fu la “storia” intesa come insieme “unitario” delle vicende umane, regolato allo stesso tempo da idee “cardine”, temi centrali, visioni geograficamente unificanti e dalla loro contrapposizione. “Finita” questa “storia”, cessa il conflitto e, senza la contrapposizione di idee totalizzanti, anche l’evo moderno. Di qui l’approdo al “postmoderno”.
Come si giunga a Marchionne da questa premessa, dovrebbero spiegarcelo i “mastri pensatori” della borghesia, che a questa dottrina hanno ispirato la riforma padronale del sistema formativo firmata dalla Gelmini. A noi può tornare utile, intanto, organizzare scorrerie nel campo avverso. Saremo in centomila su molti milioni, ma “l’età di Gutemberg” ci trova che ragioniamo ancora col piombo e con l’inchiostro, professori e studenti, e facciamo scuola alla maniera antica. Siamo un “conflitto sopravissuto”, un po’ di famigerato moderno nel mitico postmoderno? Va bene così. Debole o forte che sia il pensiero, non è facile negarlo: quando sopravvive, un mondo dato per spacciato è la prova del difetto logico nel ragionamento dei suoi becchini. Il fatto è che non esistono fonti documentarie che possano sostenere due costruzioni metafisiche – la fine della storia e la fine delle ideologie – poste a sostegno d’una teoria che predica la fine della metafisica come filosofia della storia e, paradossalmente, pretende di fare delle ragioni dell’interesse economico i documenti d’una ricostruzione storica. L’immagine unitaria e globale della storia umana non è mai esistita. Per quanti sforzi possano fare i pensatori della borghesia, il maestro che narra ai suoi scolari l’apologo di Menenio Agrippa non racconta ai giovani dell’età postmoderna la storia dell’Evo antico. No. Il bravo maestro fornisce agli studenti “globalizzati” dalla Gelmini una chiave di lettura del conflitto in atto a Mirafiori. Getta un ponte tra passato e presente e prende a schiaffi l’idea stessa della fine delle ideologie: ideologica è l’idea che la scuola rinunci a pensare, ideologica è l’idea che la lotta in fabbrica sia conservazione, ideologica la convinzione che il futuro sia già scritto, perché non esistono i fondamenti del conflitto. C’è un “agire unico” che nasce dall’istinto. Se il maestro spiega agli scolari la rivolta di Spartaco, lo scolaro capisce che un filo rosso conduce al presente: l’uomo si fa uccidere in nome del diritto all’umanità. Il maestro sarà prudente, ma il pensiero rimarrà forte: esisteva, esiste ed esisterà un conflitto, ogni volta che gli interessi tra individui e tra gruppi di individui che condividono interessi non coincidono. La natura dell’uomo non può soggiacere passivamente al feticcio del mercato. Il servo è un capitale del padrone, ma la natura umana è proprietà del servo e sfugge al possesso del padrone. Esiste una proprietà che è di ogni uomo e di tutti. Non si compra e non è in vendita. Sembrerà strano, ma una merce che sfugge alla legge del mercato produce confitto, perché è una parte che nega il tutto, è la legge della vita che va in rotta di collisione con le leggi del profitto.
E’ indubbio, non ci sono verità che costituiscano un pensiero così forte da spiegare tutto. Sarebbe ideologico negarlo. Tuttavia, per quanto debole, nessun pensiero potrà pretendere di spiegare tutto quello che non spiegava il pensiero forte. Crederlo, sarebbe altrettanto ideologico e, in più, avrebbe il difetto di negarlo. Ogni sistema di pensiero, non potendo spiegare tutto, non può che ammetterlo: una domanda può avere risposte contrastanti. Ecco, questo è il principale conflitto che il sedicente postmoderno riceve in eredità dal passato moderno e, checché ne pensino Marchionne e soci, è un’eredità che si chiama uomo. E’ l’uomo il conflitto vero e insopprimibile della storia. In nome di questo conflitto, il buon maestro, nonostante Gelmini, spiegherà che l’uso massiccio degli schiavi consentì di risparmiare sul costo del lavoro ma segnò la fine dell’impero romano. Non fu questione di pensiero forte o debole e non c’entravano nulla le considerazioni di Ichino e Giavazzi sulle ragioni del mercato. Più semplicemente, accadde che i romani liberi non trovarono conveniente difendere i padroni che li affamavano. Meglio i barbari, si dissero tutti. Anche questa è legge del mercato e, senza alcuna intenzione di far politica, il maestro avrà spiegato così agli studenti il rischio reale che c’è dietro il ricatto referendario di Marchionne. Che la presunta barbarie del conflitto, diventi preferibile ai fasti della “civiltà”.
E, d’altra parte, fingiamo che sia vero: la storia è finita. Il capitale ha sciolto il conflitto nell’acido di schiaccianti rapporti di forza e lo ha travestito da collaborazione di classe. Un maestro che, spiegando il fascismo, dicesse che il suo fondamento voleva essere il corporativismo, non direbbe sciocchezze e, dopo la spiegazione, si vedrebbe chiaro il filo che attraversa i fatti della storia, senza dover far questione di formule o di nomi, senza dare i numeri sul pensiero che è debole o forte a seconda della sorte della storia. La pietra tombale sul naufragio “corporativo” è di marca fascista. Pietro Capoferri, sindacato dell’industria, così scrisse con audace realismo a Benito Mussolini: si continua “a perpetuare l’errore di colpire le sospensioni di lavoro [le proteste operaie], senza preoccuparsi mai né di indagare sulle cause, né di intervenire sui responsabili. La politica sociale del regime risulta così per gli operai vuota di significato“. Chi sa leggere tra le righe non fa fatica: è quanto gli studenti rispondono a Gelmini e la Fiom ripete a Marchionne. Ed appare chiaro: non ci sono strutture stabili, ma la storia non finirà. Non potrà finire finché uomini sopravvivranno.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2011

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Una vita “recitata” fuori dei teatri, da spettatori che s’improvvisano attori è un fenomeno banale, un inganno comunemente accettato, una maniera d’essere. Negare di aver recitato da professionisti su tavole di palcoscenico può apparire agli spettatori un’intollerabile violazione delle regole, una diversità sediziosa, un disordine inaudito: mia madre negò, disordinata e diversa, e gli inesorabili ammiratori sparirono.
Apparentemente impassibile, ella tenne però lealmente fede, con coerenza destinata ad apparire poi patologica, ai patti scellerati siglati con le nozze, che già sono in fondo commistione sciagurata di sentimenti e legge: abbandonò il teatro, secondando l’orgoglio geloso e improvvido di mio padre, si violentò come e quanto le fu possibile e si calò in un ruolo che non sentiva. Recitava la vita: una fatica mentale che non conobbe pause e la stremò.
Teatrante d’istinto, visse da quel momento su un palcoscenico senza luci, e si fece sicuramente del male, perché, di norma, accade il contrario: ci percepiamo – e forse siamo – come luce nel buio. Mia madre sentì invece di essere un cono d’ombra imprigionato in una compatta massa di luce, materia irrimediabilmente spenta nella notte dell’universo, buio costretto in una gabbia fosforescente, buco nero nel cuore d’una stella nova, menzogna oscura che non può sperare riscatto dalla confessione. Senza possibilità di provare, non apprese mai bene l’ingrata parte che si era scelta per il resto dei suoi giorni e presto disperò. Avrebbe potuto rifiutarsi d’invecchiare, restar giovane dentro, dar battaglia. Non tentò. Accettato per illusione d’amore – e come, se non per amore, si potrebbe sottoscrivere un accordo che ci schiavizza? – rifiutato ben presto per insopprimibile bisogno di libertà, quel ruolo la indusse infine a sdoppiarsi e fu recitato, sul piano emotivo e psicologico, in termini di paranoia. Sono casi ben più frequenti di quanto si creda e non c’è scampo: se la libertà rende umano l’amore, l’amore per la libertà spinge agli estremi: per desiderio di libertà il pugnale riottoso di Bruto si levò su Cesare amato ed Ettore si separò dall’abbraccio struggente di Andromaca per andare incontro alla morte in attesa dietro Achille insanguinato. Dall’insostenibile scontro tra amore e libertà due donne nacquero nella testa sventurata di mia madre, l’una nemica dell’altra, desiderose reciprocamente di sopprimersi, ma consapevoli di poter solo vivere assieme o assieme sparire. Con sorprendente duttilità quel povero cervello, confuso e presto mortalmente stanco, costretto dal bisogno di regole, seppe darsi un’organizzazione dicotomica, in cui gli opposti convivevano e gli eccessi si toccavano. Un circolo vizioso, un andamento schizofrenico che solo la rottura del contratto avrebbe potuto interrompere. I tempi però non erano adatti a rotture di quella natura e solo i cattolici ricchi, o i clienti di prelati influenti, potevano sperare in una libertà riacquistata al prezzo fissato dalla “Sacra Romana Rota”, non per divorzio, s’intende, ma per bizantinismi procedurali che “annullavano” ad un tempo nozze, contratto e sacramento. Mia madre, cattolica povera e senza patroni, non poteva contare sulla Chiesa, non aveva forze bastanti ad affrontare l’immancabile condanna sociale, e non intendeva fare del male ai suoi figli. Danni in realtà ne faceva, numerosi, reiterati, gravi e irreversibili, ma non ne aveva alcuna consapevolezza: pensava che bastasse esserci perché i figli diventassero praticamente invulnerabili. Ridotta allo stremo, si smarrì sul suo palcoscenico senza luci, dimenticò di possedere ancora la chiave della sua prigione e lentamente cominciò a pensare che i carcerieri fossero fuori di sé. Dapprima senza volto, poi fantasmi più o meno noti che le agitavano le notti, gli aguzzini si moltiplicarono, assunsero identità e volti noti, si fecero massa, folla di visi identici, umanità di sosia: da un lato un’innocente incatenata, dall’altro un’infinità di guardie carcerarie.
In quanto a mio padre, in teoria avrebbe potuto restituirle la libertà rubata e forse l’avrebbe fatto, se il fascismo non gli avesse fatto pagare sino in fondo le “colpe” di mio nonno. Costretto dalla miseria a combattere per la vita, era destinato invece a perdersi fatalmente in quel micidiale labirinto. Alla libertà di mia madre, comunque, non intendeva e non intese mai sacrificare il suo orgoglio di maschio. Groviglio inestricabile di contraddizioni, come accade assai spesso agli insicuri, non seppe mai pensare in prospettiva larga e, senza cogliere la differenza profonda che corre tra forma e sostanza, non ebbe mai dubbi: scelse la forma. Così – figlio d’antifascista – era riuscito a non iscriversi al partito fascista e sembrava avesse il culto della memoria del padre. Di fatto, aveva in odio gli antifascisti perché era monarchico e mostrava disprezzo per i partigiani. Per lui “Aragno” non fu mai roccaforte di democrazia – come l’aveva sognato suo padre – ma l’agiatezza che la storia gli aveva sottratto, sicché la lezione, male appresa, si ridusse ad un mito fuori dal tempo, la cui sola concretezza si chiamava coraggio. Ed era coraggio fisico, non tempra morale. Anni dopo, poco prima che morisse, nelle discussioni finalmente serene che ci accompagnarono lungo la via di una separazione stavolta definitiva e senza rimedi, ridotto ad un vecchio cieco e sofferente, colse lucidamente le contraddizioni che ne avevano regolato i comportamenti e confessò: il nonno era stato per lui un simbolo di libertà, ma spesso la libertà gli era sembrata causa di disordine; lo aveva amato ma non ne aveva compreso le scelte; ne era stato orgoglioso, ma ne aveva avuto anche vergogna. Il passato aveva avuto un peso determinante sulla sua maniera di essere padre, ma ad un certo punto della sua vita, chiedendomi di ritrovarne le tracce e di spiegargli chi era suo padre, aveva inteso gettare un ponte tra noi che ci stavamo separando come due nemici. Io, che pure avevo ormai un figlio, non l’avevo capito, ma non pensai mai di scusarmi. Gli dissi quello che mi pareva più onesto e vicino alla verità: avevamo sbagliato entrambi, forse perché sulla nostra testa erano passati eventi che non avevano consentito scelte. Ci eravamo fatti molto male, ma senza premeditazione, ci eravamo arroccati ognuno a difesa del suo modo di affrontare la vita, ma non c’erano vincitori e vinti. Il mondo se n’era semplicemente andato da un’altra parte. E’ strano come gli anni e le sconfitte ci insegnino a parlare un linguaggio comune e suggeriscano alla comunicazione soluzioni imprevedibili. Ma tutto era alle nostre spalle e a nulla c’era più rimedio.
Prigionieri, ciascuno a suo modo, delle loro storie personali, degli schemi e dei pregiudizi sociali, i miei genitori vissero tristemente in un mondo senza colori, in un cielo senza stelle; condussero la loro navicella nel mare eternamente tempestoso in cui la famiglia nel nostro paese si sfaldava e navigarono a vista sul filo della corrente, senza bussola, senza vele, senza motore o remi. Mia madre mise in scena la sua tragica rappresentazione, fu moglie fedele e frigida amante – incurante della sottigliezza delle pareti, mio padre glielo rimproverò furibondo mille volte nei notturni litigi – e visse per i figli, con dedizione assoluta, che dava per scontata una solidarietà totale e senza condizioni. Con una mano dava tutto ciò che aveva, con l’altra prendeva – anzi pretendeva – tutto ciò che avevamo. Ne era fermamente convinta: ciò che dava era dono d’amore, che non consentiva rifiuto; ciò che prendeva era invece il religioso sacrificio dovuto alla maternità dalle leggi del sangue e della tradizione morale. Essere madre, quindi, imponeva una dedizione totale, ma garantiva diritti illimitati, sicché, per un figlio, dissentire significava tradire. C’era in tutto questo una ferocia indicibile, un illimitato egoismo, eppure, per ragioni misteriose, legate probabilmente ad insondabili processi psichici, per anni fu passione senza limiti capace di riempire ogni vuoto.
Com’ è naturale, il labirinto nel quale ben presto ci perdemmo io, mio fratello e mia sorella, nati con scadenza biennale nonostante il calore dell’inferno in cui eravamo finiti, divenne col tempo un terrificante campo di battaglia. Miscugli di bianco e nero e malinconiche scale di grigi opachi e retinati si sostituirono ai colori della fanciullezza ed un’ansia incombente e maligna produsse osservazioni faticose, comportamenti e pensieri da adulti. Presto la nostra infanzia si ammalò. Ciò che ne rimase – va sempre così in un conflitto e bisognerebbe ricordarlo – non trovò mai più considerazione o rispetto. Come appare talora nei documentari girati in zone di guerra, nel fuoco dello scontro fummo tutti soldati. La mia condizione poi, se possibile, fu resa ancor più difficile dai ruoli che un tempo la famiglia assegnava ai suoi membri; a due anni, un istante dopo la nascita di mio fratello, ed ancor più a quattro, quando nacque mia sorella, mi affidarono supplenze e responsabilità di comando. A seconda delle necessità, la primogenitura mi costò mansioni da aiutante di campo, furiere, portantino e sentinella, cui si aggiunsero ben presto, in caso di estrema necessità, quelle di vivandiere per i “più piccoli” che dovevano mangiare. Nelle famiglie della mia infanzia che prima del divorzio – nessuno se ne ricorda ma è così – andavano avanti con la sofferenza acuta dell’ineluttabile e la rassegnazione che ti insegnano le cose che non possono cambiare, primo figlio significava disciplina. L’anelito di libertà che mi porto dentro da quando ho memoria di me, si accompagna sempre al ricordo di rinunzie dolorosissime e responsabilità precoci, non ultime, quelle derivate dalla disgrazia di esser nato per primo. Cedere nelle liti, badare prima agli altri e poi a me stesso, dare il buon esempio e comportarmi da uomo: una condanna senza appello e, per certi versi, senza fine.
In tanto sfascio, e nonostante l’infinita confusione, le sfere di competenza furono sempre d’una estrema chiarezza. La passione per la lettura e la fede nelle virtù emancipatrici della cultura, ad esempio, fecero di mia madre il riferimento costante della mia crescita culturale. La scuola ed i nostri studi erano un suo indiscusso territorio. E lo difese con grande dignità. Ricordo come fosse oggi il suo disperato coraggio. Puttana per definizione – tali erano per la gente di Forcella tutte in solido le attrici – e ostentatamente tollerata, come educatrice fu bocciata dal clan: debole, anzitutto, molle per la sua cultura da autodidatta e, ciò che più conta, pericolosa per il suo passato. Con scuse maligne le fui strappato. Giorni, settimane, mesi, ospite della nonna paterna per mia libera scelta – una menzogna che intimidito e plagiato confermai spesso quando mia madre protestò smarrita – nella sostanza rapito, consegnato all’economia del vicolo e destinato a “diventare uomo” nella Forcella dei camorristi. Mia mamma veniva a farmi visita, controllata a vista, si ribellava invano, poi andava via sconfitta e pensierosa. Ogni volta era peggio: mentivo e avevo la morte nel cuore. Mettevo radici dove un balcone si affacciava sul breve rettilineo in salita su cui si muoveva la figura snella e graziosa di mia madre e non mi muovevo nemmeno quando spariva, svoltando verso i seicenteschi palazzi di via dei Tribunali a Sedil Capuano. Ho pianto più volte avvinghiato alla ringhiera di quel balcone, senza aver voglia di rientrare, di giocare, di andare avanti, convinto di essere un vile e di meritarmi castighi anche peggiori. La sera stentavo ad addormentarmi in un letto estraneo che nulla valeva a riscaldare, né giocattoli, né carezze, né attenzioni. Pregavo la notte, come m’aveva insegnato mia madre, e domandavo ad un Signore in cui sentivo di non credere, di non aver pietà, di farmi soffrire tutte le pene dell’inferno, perché non avevo il coraggio di chiedere di tornare a casa, di dire che mia madre e mio fratello mi mancavano terribilmente. Dio naturalmente non s’interessò mai al mio caso – non s’interessa ai casi di nessuno – e non ricevetti altri castighi. Un giorno che l’apatia era al culmine e sognavo di morire, mi trovai non so come al muro di tufo che chiudeva il vicolo di Sant’Agostino alla Zecca scosso anni prima da bombe “alleate”, oltrepassai il piccolo arco che forava il muro come un occhio cavo e mi sentii prendere per mano. Tremavo, mentre mia madre mi portava a casa senza parlare, col bel volto pallido d’emozione, col seno ansimante come per una lunga corsa, con gli occhi azzurri asciutti e leggermente stretti, col passo deciso di chi non torna indietro. Non chiesi nulla. Non ce n’era bisogno: stava sfidando i suoi terribili nemici e nessuno aveva osato fermarla.
Quella sera dormii a casa nel grande letto matrimoniale, nascosto nel suo seno. Mi addormentai nel cuore della notte, quando sentii che mio padre si stendeva al mio fianco. Era tornato a casa. Uno dei tanti ritorni che inutilmente sognai definitivo. La mattina dopo, mezzo addormentato, mi trovai addosso un grembiulino azzurro col suo fiocco rosso e tornai a scuola.
Quella sera, l’ho capito anni dopo, morì felice – fortunato e senza rimpianti – uno dei tanti scugnizzi di Forcella. Tutto ciò che di buono sono stato poi, poco o molto che sia, nacque quella sera. Una di quelle sere umide e buie che annunziano l’inverno.
Batteva il cuore di mia madre e la sua carezza nervosa mi metteva tranquillo…

Uscuto su “Fuoriregistro” il 23 ottobre 2002

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