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Stamattina, a Napoli, di fronte all’ormai imminente chiusura della fabbrica, prevista per il 31 ottobre, i lavoratori della Whirlpool di Napoli, durante uno sciopero di otto ore, hanno bloccato il raccordo autostradale all’altezza di via Argine, dove si trova lo stabilimento. E’ una protesta estrema, un ultimo tentativo di spingere il governo a intervenire con decisione sulla multinazionale per impedire chiusura e licenziamenti.
Attorno ai lavoratori, purtroppo, c’è più fermento e solidarietà sui social che là dove essi lottano disperatamente. Come accade ogni giorno la notizia è accompagnata dai commenti dei soliti imbecilli, allocchi e servi sciocchi, ipnotizzati dalle formule dei sacerdoti del mercato.  Da anni si va avanti così e mi ricordo che certe sciocchezze pericolose circolavano già negli anni Novanta, quando, da sindacalista, vissi la tragedia dell’ICME, che per i padroni non aveva mercato, però stava in piedi benissimo, autogestita dai lavoratori e funzionò finché nei magazzini ci fu materia prima per la produzione. Quando non ce ne fu più dovette chiudere. Mercato però ne aveva.
Erano gli anni della deindustrializzazione e si erano spartite con l’Europa quote di produzione. Il sindacato aveva chinato la testa e la formula di rito era una sorta di mantra destinato a un enorme e feroce successo: «Non c’è altra via… non si può fare diversamente».
In quegli anni imparai che non è quasi mai vero che si chiudono fabbriche in crisi. Si chiude ogni volta che il padrone trova dove produrre dando tre centesimi ai lavoratori o dove gli assicurano che pagherà meno tasse e non avrà il sindacato tra i piedi. Da allora a oggi, ci hanno riempito la testa con la storiella dell’Europa unita, ma non esiste un salario unico europeo  e non c’è un sistema fiscale comune per l’UE. Oggi è peggio di ieri, perché la crisi – vera, ma molto più spesso falsa – sta schiacciando il Paese e lo sta trasformando in terra di conquista.
Uscire da questa trappola facendo leva solo sull’economia non è facile, ma ci sono strumenti politici che una forza ce l’hanno. Li elenco qui così, uno dietro l’altro e do per scontato il sorriso saccente degli scienziati del mercato e dei loro apprendisti stregoni. Esci dalla Nato e poiché finora a qualcuno le basi militare le hai date, mettile sul mercato. Alla guerra come alla guerra. Stasera stessa ritira i soldati che hai nei Paesi dove il capitalismo produce apposta crisi, rifiutati di accettare regole europee che fanno a pugni con i principi della tua Costituzione, manda a casa gli ambasciatori di Paesi dell’Unione diventati paradisi fiscali, fa pagare le tasse ad Amazon e soci, ritira le sanzioni che l’Europa impone alla Russia, lavora per creare un mercato alternativo dei Paesi mediterranei, magari con una moneta comune e vedrai che molto difficilmente ci sarà un’altra Whirpool. Vedrai che qualcosa cambia.
Il governo ripeterà il mantra liberista? Dirà che non c’è altra via e non si può fare diversamente? Minaccerà la forza, farà come ha fatto finora con la pandemia, chiudendo, finanziando le aziende e lasciando la povera gente a scegliere se morire di covid o di fame? E allora basta cortei con i commercianti, per lo più evasori e sfruttatori, che appena muore il Covid ti si mettono contro. Prendi atto e preparati. Leggi e rileggi le lettere dei condannati a morte della guerra di liberazione; falle leggere agli studenti, anche facendo didattica a distanza. Ti diranno che li sentono gridare come li stessero di nuovo torturando e si riconosceranno nelle torture che stanno subendo. Ascoltali anche tu, rileggile quelle lettere. Senti che dicono? E’ tempo d’una nuova Resistenza…

Agoravox, 2 novembre 2020

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