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AliceDove sei? L’hai trovato un cantastorie? Aspetta e mi raccomando, lascia libero un posto. Dopo settanta e più anni di uomini, carissima Alice, ho un infinito bisogno di cani.

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Copia di immagine1Niente. Comincia un anno senza te. Il primo. Non facciamo tragedie, piccola. Questione di tempo, poi ci si ritrova. Piuttosto, se un dio dei cani esiste e l’hai incontrato, ti sei fatta un’idea? Vedi un po’ se qualcosa puoi fare, che ci tengo. Quando sarà, mi ci troverei bene dalle tue parti e starei da padreterno in un mondo di cani. Con gli uomini è sempre più difficile trattare e poi lo sai: non sono di quelli invadenti e so adattami. Mi credi? Dopo quest’esperienza umana, una vita da cani sarebbe veramente un paradiso.

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Ciao Alice, principessa di tutte le cagne.

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Le solite divisioni, pensava sconcertato, lasciando il campo che presentava due cortei per un’unica lotta e  mentre si lasciava alle spalle la splendida Santa Chiara, scuoteva la testa sconsolato. Non aveva torto Pascal quando sosteneva che la vera religione non insegna solo amore e grandezza, ma anche odio e miseria. La lunga militanza gli aveva ormai insegnato a non sorridere più di questa convinzione. Non è facile rinunciare a credere per fede, mormorò a se stesso; spesso purtroppo ci rifugiamo in un’idea religiosa della militanza che conosce la grandezza, ma non rifiuta la miseria: Questo non solo dà ragione a Pascal, ma spiega molte delle nostre più cocenti sconfitte…
– Buonasera, professore, gli fece d’un tratto un ragazzo, tirandolo fuori dai suoi pensieri.
Ricambiò, si rese conto di conoscerlo bene, ma se gli avessero chiesto il nome, non avrebbe saputo che dire. Ne incontrava tanti, molti li aveva per compagni nelle ultime lotte della sua vita, ma se li ricordava solo per taluni particolari. Quello che gli stava di fronte, per esempio, lo aveva colpito soprattutto perché, nelle assemblee, i suoi occhi neri e vivi sembravano specchio d’una sua intima onestà. Parlava di corsa e si vedeva ch’era dispiaciuto:
– Lei forse non lo sa, professore, perciò voglio avvertirla. Alcuni suoi amici ci parlano male di lei quando non c’è. Ieri ho provato a difenderla da un giovane studioso venuto da Roma a presentare un suo saggio. Diceva che lei scava tra eretici e dissenzienti perché vuole attaccare la sinistra.
– Ti ringrazio, replicò il professore, nascondendo il fastidio, ma in fondo è una critica. E poi tu non devi difendermi. Prova a farti un’idea e a capire se ha ragione.
– Ma lei lo conosce?
– Credo di sì. Se è lui, dovremmo essere amici; abbiamo scritto persino più di un libro assieme.
– E allora perché fa così quando lei non c’è? Quella non era una critica, era un’accusa…
– Non lo so, tagliò corto il vecchio professore, bisognerebbe chiederlo a lui…
Era tardi e il saluto fu breve, ma nei vicoli uguali a sempre l’uomo non riuscì più a leggere com’era solito fare avviandosi alla metro. Ripose il libro nella borsa e lasciò che i pensieri corressero in suo soccorso e si perse in una sorta di monologo che aveva l’aria di un curioso dialogo con se stesso.
– Non mi pare sia il caso di prendersela, si disse, e soprattutto, per carità, non farti venire in mente parole grosse come la slealtà.
– Ma no, si rispose immediatamente, ma che credi? Non sono nato ieri e so come vanno queste cose. Il fatto è che io sono un senzadio, non ho fede. Una ce l’avevo, ma l’ho persa definitivamente tanti anni fa, nell’agosto del Sessantotto. Pare ieri: Praga insanguinata, le cannonate dei tank che giungevano cupe qui sino a noi assieme agli slogan di manifestanti inermi, coraggiosi e sventurati. Un amico che era a lì in quei giorni terribili me lo confermò: c’era stata un’esplosione di libertà e i manifesti, i disegni, gli slogan, come documenti di un archivio vivente, ci invitavano a riscrivere la storia ambigua che ci avevano insegnato.
– C’è chi l’ha vissuta diversamente, fece notare a se stesso pignolo, ma non bastò a disperdere i mille ricordi.
– Ognuno a suo modo, rispose. Anche i credenti sono parte della storia e va bene così. Per me fu una tragica e amara rappresentazione, qualcosa che, mentre mi feriva, mi incantava e sentii subito mia. Non m’importava nulla che quei giovani fossero tutti per la socialdemocrazia contro cui ci stavamo battendo nelle nostre piazze e intuivo che non era una questione di dottrine. Non c’era nulla che venisse da destra o nascesse dalla conservazione. Di questo fui subito certo. Era vero il contrario. “No pasaran!”, la sfida che la Spagna repubblicana aveva già lanciato tre decenni prima ai fascisti di Franco, in quel lontano agosto del Sessantotto diventava l’urlo di Praga contro i carri armati dei sovietici invasori e tardi, troppo tardi il Pci si decideva a condannare. Ho scoperto con gli anni le distanze mai prese, le parole mai dette, e i tanti “compagni” condannati per eresia. Non so come possa uno studioso “ordinare” le sue carte in modo da trovare una giustificazione per la terribile religione che ci educava alla miseria morale, impedendoci di riconoscere le mille gradazioni del grigio e riducendo la complessità della storia al bianco e al nero. Sarà che lui non c’era, quando la vicenda di Enrico Russo, dirigente della Fiom, combattente di Spagna, comunista nemico dello stalinismo, morto di solitudine in un ospizio per i poveri, mi insegnava ad ascoltare con rispetto i miei coetanei di Praga, a capire la profonda e tragica verità che emergeva chiara dalle loro parole: c’è stato più di un Vietnam e la colomba della pace non ha sanguinato solo perché a ferirla sono state le armi fasciste.
“Piazza Quattro Giornate”, annunziò gracchiante la solita voce metallica e preziosa, ricordandogli ch’era arrivato. Fece in tempo ad uscire, si lasciò portare su dalla scala mobile e abbandonò i suoi cupi pensieri nelle viscere della terra. Pochi minuti ancora, poi la vecchia Alice lo avrebbe accolto saltando e scodinzolando. Alice, col suo pelo fulvo e la sua inattaccabile onestà di cane.

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