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Posts Tagged ‘Alfredo Rocco’

00052BCC-fascisti-bruciano-i-libriIl segno caratteristico delle recenti elezioni regionali è stato soprattutto la “paura del fascismo”, simbolicamente rappresentato da Salvini nei panni del duce. Un’invenzione mediatica di forte impatto, ma totalmente priva di fondamento, che ha fatto breccia in un popolo la cui cultura di base è segnata da un forte analfabetismo di ritorno. Sarebbe bastato conoscere la storia a livello anche solo scolastico, per capire che sul piano personale dieci Salvini non valgono un Mussolini; per capire che parlare di fascismo vuol dire anche individuare tra i leghisti uomini della statura culturale e talora politica di Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Bruno Barilli, Ugo Spirito e tanti altri, che, nonostante le gravi scelte, avrebbero molto da insegnare a Di Maio, Zingaretti, Salvini  e compagnia cantante.
Tanti, troppi elettori hanno votato per salvare l’Italia dal fascismo, ma nessuno potrebbe dire di aver visto la cavalleria di Caradonna  fare le prove generali della marcia imminente, nessuno ha visto Camere del Lavoro, giornali, case del Popolo, leghe, cooperative agonizzare sotto i colpi degli squadristi. Diciamocelo chiaro: Salvini, un teppista di tendenze reazionarie, si guarderebbe bene dall’accettare un ruolo da dittatore. Razzista per calcolo politico, più che per convinzione, non ha versato il sangue di migliaia di oppositori e non ha fatto uccidere politici e intellettuali quali Amendola, Matteotti, Gobetti e Don Minzoni, massacrati di botte e pugnalate per aver difeso la loro fede democratica. Morti sulla coscienza il leghista certamente ne ha, ma fanno il paio con quelli voluti dal democratico Minniti: giacciono in fondo al mare o sono stati uccisi dai carnefici libici e costituiscono una delle pagine più buie nella storia della repubblica. Una pagina che porta anche la firma del PD.
Confusa da una battente e fuorviante propaganda, la gente, che soffre ma non ha preso coscienza del fatto che, svuotata la Costituzione dei suoi valori fondamentali, non c’è bisogno di dittature, ha votato contro un inesistente pericolo fascista.  Siamo tornati così alla situazione di due anni fa, quando trentadue elettori votanti su cento rifiutarono di affidarsi ai responsabili riconosciuti dello sfascio del Paese: il PD, Berlusconi e la sua corte dei miracoli.
A ben vedere, il dato centrale del voto non è, come si tende a farci credere, l’inesistente vittoria del PD sul “fascismo”, che ha preso montagne di voti in Emilia Romagna e ha tolto la Calabria a Zingaretti e soci; il dato centrale è che siamo tornati a un bipolarismo pernicioso, all’alternativa tra due partiti corrotti, tra uomini che hanno governato spesso assieme il Paese e hanno prodotto la rabbia da cui è nato il partito di Grillo. E’ vero, i 5Stelle si avviano a sparire, ma per quanto tempo la speculazione sulla paura terrà a freno la rabbia che percorre trasversalmente il Paese?
Durante la campagna elettorale non si è mai parlato di autonomia differenziata, sanità, formazione, lavoro, pensioni, precarietà e guerra e non è emerso perciò il dato di fatto che fu alla radice dell’affermazione dei Pentastellati: Salvini e PD non hanno politiche diverse su nessuno dei temi centrali per la povera gente. Entrambi mirano a scaricare la  crisi sulle spalle dei più deboli. Com’era prevedibile, stretto nella morsa di un falso problema, di una polarizzazione feroce quanto artificiosa, Potere al Popolo ha avuto difficoltà a far passare un messaggio che, per la sua natura squisitamente politica, non si rivolge sterilmente contro qualcuno, ma propone scelte alternative su problemi di importanza centrale. Noi non vogliamo l’autonomia differenziata che vogliono Salvini e il sedicente antifascista che ha vinto in Emilia Romagna; siamo per un ritorno al Sistema Sanitario Nazionale pubblico, qual era quando fu varato; crediamo in una scuola che coltivi lo spirito critico e l’indipendenza di pensiero, formi cittadini e sia un autentico ascensore sociale; lottiamo per tornare allo Statuto dei lavoratori, per la cancellazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio dalla Costituzione; noi riteniamo che la crisi economica vada affrontata in senso costituzionale secondo il principio per cui ognuno paghi secondo le sue possibilità e se se necessario si giunga a una “patrimoniale”; in senso costituzionale, siamo anche per l’abbattimento delle spese militari, che sono un controsenso per un Paese che “ripudia la guerra”.
Al di là dell’inesistente fascismo e di un antifascismo da operetta, sepolto tra i ferrivecchi e tirato fuori strumentalmente per motivi elettorali, è storicamente provato: le destre classiche e reazionarie e quella costituita dall’ultra liberista e non meno reazionario PD, non intendono mettere in campo politiche che risolvano i problemi della povera gente.
Nel collegio 7 di Napoli, nel quale si voterà il prossimo 23 febbraio, a marzo del 2018 la vittoria toccò ai 5Stelle, che sono stati poi traditi dai loro dirigenti. Io mi chiedo e chiedo a questi elettori, giunti a disprezzare con fondate ragioni il PD, Berlusconi e i suoi soci,  se per loro esistano davvero due sole alternative: disertare le urne o tornare al voto utile per sostenere Sandro Ruotolo e l’odiato PD, o abboccare all’amo dell’antimeridionalista Salvini. Mi chiedo e chiedo a questi elettori, se non sarebbe meglio, invece, riconoscere una terza alternativa, quella che, recuperando le ragioni della “rivolta elettorale” del marzo 2018, consentirebbe di contrastare allo stesso tempo sia chi li aveva disgustati, che chi li ha traditi. Se, per farla breve, non sarebbe meglio votare per Potere al Popolo, un movimento politico che non ha nessuna responsabilità per lo sfascio e la corruttela in cui affondiamo e per molti aspetti e su tanti temi non è lontano dalle loro ragioni tradite.

Agoravox, 30 gennaio 2020

 

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MaestraI fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contrinuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto  di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata. Tutelare l’agibilità politica dei fascisti e colpire gli antifascisti è un reato.

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downloadNon si fa più differenza tra sostanza e forma. Per esorcizzare l’idea del colpo di Stato, la parola d’ordine è minimizzare e, se possibile, ignorare le lacerazioni prodotte nel tessuto costituzionale da una «legalità», che viaggia in direzione opposta alla giustizia sociale. Affamate le scuole, piegate le università, la storia la scrivono Vespa e compagni e si lavora per rassicurarci: nemmeno la «marcia su Roma» produsse uno strappo nella «legalità costituzionale». Poiché lo Stato non si autosospende, il Capo dello Stato – un gaglioffo con la corona, si potrà dirlo senza rischiare la lesa maestà? – incaricò Mussolini di formare un governo e l’eroe da burletta, messi da parte il manganello e l’olio di ricino, domandò la fiducia al Parlamento. Un piccolo trucco, insomma, e la forma fu salva: la crisi, tutta giocata in piazza, chiuse a Montecitorio la pratica della legalità e lo Stato fascista prese il posto di quello liberale.
Poiché Machiavelli ci ha insegnato che il Principe non si pone problemi etici, chi riflette sulla crisi morale che ne derivò è travolto dalle critiche sferzanti di pennivendoli e politologi. E’ inutile ormai discutere della Legge Acerbo e di un premio di maggioranza spropositato che mise il Paese in mano a banditi da strada. Siamo andati ben oltre, noi, e la saggezza giuridica, d’altra parte, si attacca alla forma e ci cuce la bocca: Acerbo passò in Parlamento e tutto andò secondo le regole del gioco. A ben vedere, anche allora, in fondo, si fece salva anzitutto la « continuità», confermando una linea di tendenza: con le leggi elettorali i liberali non sono mai stati larghi di maniche e, per loro, le ragioni del potere hanno sempre prevalso su quelle della «rappresentanza».
Anche questa è «continuità» e, giacché ci siamo, perché non dirlo? La fascistizzazione della società fu soprattutto ricerca di una «continuità». Dov’è la cesura, se, come ormai si afferma, la riforma Gentile fu il punto di arrivo di un dibattito che aveva impegnato in età liberale pedagogisti e filosofi di diverso orientamento? Dov’è la cesura, se il sistema repressivo fu semplicemente razionalizzato e se elementi chiave del corporativismo erano già presenti nelle pratiche giolittiane di commistione tra pubblico e privato, col sindacato entrato a vele spiegate nella costituzione dei Consigli superiori? In questo senso, «continuità», la magica parola che garantisce la legittimità giuridica del nostro Parlamento, si applica tranquillamente anche alla «fascistizzazione» del Paese, perché il senso profondo dell’operazione mussoliniana fu soprattutto questo: agire in sintonia ideologica con gli elementi strutturali del mondo liberale, della sua concezione autoritaria, nazionalistica e per molti versi gerarchica della società. E’ la «continuità» la parola chiave che consente ai liberali di passare armi e bagagli in campo fascista senza porsi il problema di grandi e complicate conversioni etiche. Una «continuità» che trova la sua più completa espressione in una concezione della sovranità della Stato, nata ben prima di Alfredo Rocco.
Mentre una dottrina dello Stato diventa verità di fede e  bibbia della democrazia e il Paese si sfascia sotto i colpi di una classe dirigente che, priva di ogni legittimità politica e morale, occupa «legittimamente» il potere in nome della «continuità dello Stato», è difficile dimenticare che Rocco, ideologo del fascismo, ne era convinto: «dalla teoria della sovranità dello Stato discende logicamente la teoria dello Stato fascista». Alfredo Rocco, sì, il fascista del quale – sarà solo per caso? – conserviamo gelosamente il codice penale.
Molti anni fa, quando la dignità in politica aveva ancora un ruolo di primo piano, De Gasperi, che di certo non fu un pericoloso bolscevico, ebbe a ricordare ai fascisti che le democrazie distinguono tra Stato e Società e che l’una può sopravvivere, spezzando la continuità dell’altro. Può capitare, ed è purtroppo ciò che sta accadendo, che l’interesse generale diverga dall’interesse del potere costituito e che lo Stato, ridotto a mera espressione del potere di una classe, pur di sopravvivere, in nome della «continuità», pretenda di uccidere la democrazia. Tocca a noi decidere da che parte stare, ricordando, però, che di «continuità» ne abbiamo ormai tanta, che sempre più spesso torna in mente lo Stato fascista.

Uscito su Liberazione.it il 31 gennaio 2014 col titolo Con l’alibi della «continuità».

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Il 2 ottobre 1925, quando a Palazzo Vidoni si giunse alla firma, Edmondo Rossoni, capo del sindacalismo “rosso” ormai in camicia nera, cantò vittoria. Illusione o menzogna, dichiarò che il comune interesse nazionale avrebbe costretto Confindustria a una linea di “superiore disciplina”. Il patto, da cui nasceva ufficialmente il sedicente “sindacalismo” fascista, non negava l’idea di classe.
L’assumeva, anzi, la faceva sua, per definire un contesto che oggi diremmo “concertativo” e disegnare una gerarchia. Agile e comprensibile, s’ispirava a un prototipo di “politica del fare”, tornata ai suoi nefasti nel clima velenoso del dilagante “autoritarismo democratico”. Cinque articoli: una parte sociale, sopravvissuta a se stessa solo perché accettava la cancellazione di tutte le altre, era riconosciuta come rappresentanza unica dei lavoratori da imprenditori che, in compenso, si appropriavano dei rapporti sindacali, ottenevano lo svuotamento della contrattazione e la conseguente sparizione delle Commissioni interne. Non si trattava di un complesso accordo sindacale, ma di un decisivo passo politico. Un sindacalismo di funzionari trovava la sua legittimazione nel riconoscimento della controparte e non in quello dei lavoratori, cancellava ogni altra sigla e – bere o affogare – non lasciava scelte ai lavoratori: aderire, per non subire la ritorsione.

Dopo l’accordo sindacale di ieri, Vico trova una clamorosa conferma e la civiltà fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa e nel mondo del lavoro c’è una scala di valori. Meglio di lui, lo disse Mussolini: in azienda c’è solo la gerarchia tecnica. Oggi come ieri, in vista delle manovre “lacrime e sangue” di Tremonti, i colpevoli del disastro annunciato prodotto da un mercato che specula su stesso e mette la vita e i diritti della povera gente al servizio del Pil, si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il Contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del “sindacato aziendale”.
Peggio del peggiore corporativismo. Certo, manchiamo ancora di una “Carta del Lavoro” e beffardamente sopravvive a se stesso lo Statuto dei lavoratori, ma Susanna Camusso dà voce ad un sindacalismo di classe mummificato: contenta di una rinnovata collocazione “privilegiata”, non capisce, o finge di ignorare, che si è voltata pagina alla storia. A partire dall’accordo del 28 giugno, se mai vorrà provare a rifiutare il ruolo di cinghia di trasmissione delle scelte del capitale, se, per improvviso impazzimento, uscirà dall’acquiescenza, la Triplice sindacale sarà frantumata.
In quanto rappresentanza unica dei lavoratori, non si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 giugno 2011 e su “il Manifesto” il 3 luglio 2011

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