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Posts Tagged ‘Alfano’

Dopo la sentenza della Consulta, che nel gennaio 2014  ha dichiarato illegittima la legge che li ha condotti in Parlamento, i sedicenti parlamentari, gli abusivi che nessuno ha mai eletto non si sono dimessi e non ci hanno consentito di andare a votare con la costituzionalissima legge indicata dai giudici della Consulta. Sono rimasti tutti incollati alle poltrone, hanno difeso tutti i privilegi e colpito tutti i diritti. Per loro mano è morto di morte violenta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la scuola è diventata riserva di caccia dei padroni e gli studenti involontari crumiri. Casa, salute, ricerca, ambiente, non c’è una conquista sociale o bene comune che non sia a rischio. I sedicenti “eletti dal popolo”, non rappresentano nemmeno se stessi, ma pretendono di rappresentarci.
Dopo il risultato del referendum del dicembre scorso, che li ha licenziati e invitati a fare velocemente le valigie, si sono trincerati nelle aule parlamentari, decisi a rimanrci vita natural durante.  Per riuscirci, ogni giorno studiano inganni, apprestano trappole e inventano truffe; la “nuova” legge elettorale, per esempio, il cosiddetto “Rosatellum”, è un osceno inganno, che fa cartastaccia della Costituzione.

Il “Rosatellum” non è solo una mina vagante per la credibilità del Paese – la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2005 censurò i bulgari quando mutarono la legge elettorale alla vigilia del voto per colpire il partito degli ambientalisti –  ma è un oltraggio alla dignità degli elettori. Il popolo del referendum, però, i cittadini che hanno impedito a questa gentaglia di cambiare la Costituzione non assisteranno inerti a questa autentica infamia. Hanno già una bandiera – la Costituzione – e un programma vincente, come vincente fu il “no”: ripristinare le regole e i diritti negati, restituire ai lavoratori l’articolo 18 e cancellare tutte le leggi antipopolari, dal pareggio di bilancio, al fiscal compact, al patto di stabilità.  Contro la vergognosa ammucchiata Renzi, Verdini, Alfano e Berlusconi si radunerà la parte sana del Paese, che è di gran lunga maggioritaria. Avanti così non si può più andare!

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MinzoliniNon ripeterò ciò che penso della legalità senza giustizia sociale e l’ho già detto mille volte: in Italia non ci sono più deputati e senatori. Quelli che abbiamo non li ha votati nessuno e sono entrati nelle Camere con una legge incostituzionale. I fatti parlano per me e non vale la pena soffermarsi.
Mi limiterò a un’osservazione: sarebbe stato bello leggere un’Ansa con le dimissioni di Marco Minniti, “eroe di Napoli” e difensore di una legalità repubblicana che il suo partito fa a pezzi ogni giorno. Due parole, un messaggio telegrafico: “stavolta mi dimetto”.
Sarebbero state di conforto in questo momento triste le dimissioni di Grasso, un commiato indignato dell’inquilino del Quirinale, l’addio dell’onnipresente Cantone e l’uscita di scena disgustata dei destri ministeriali alla Alfano. Si sarebbe riscattata con una protesta plateale la senatrice Angelica Saggese, che si coprì di ridicolo quando, in coro con Grasso, Alfano e Cantone, chiese dimissioni e divieto di dimora per  Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, condannato in primo grado e poi assolto.
Non è andata così. sono stati tutti zitti e sono tutti dov’erano, usurpatori di un potere che non gli tocca, avvinghiati in un abbraccio, che equivale a uno sputo indirizzato agli stenti della povera gente e un intollerabile oltraggio per chi è in carcere e sconta una pena.
Si è fatto un gran parlare di violenza, si sono messi sotto accusa alcuni giovani per una sassaiola, si sono nuovamente chieste le dimissioni del sindaco di Napoli e mobilitate le Questure contro inesistenti terroristi; nessuno ha il coraggio di dire che il vero santuario del malaffare, l’autentica negazione della politica, il laboratorio di ogni violenza è il covo dei “nominati”, il Parlamento, ridotto davvero a bivacco di manipoli, come minacciò, ma non giunse a fare, Benito Mussolini.
Da troppo tempo una violenza autentica, criminale e distruttiva colpisce duramente la popolazione, in un Paese che non ne può più e se dico che chi semina vento raccoglie tempesta, non minaccio nessuno. Prendo atto dell’insanabile frattura che divide ormai i governati dai governanti.

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Starò zitto per una decina di giorni. Lascio qui un messaggio cui tengo. 

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voci-sulla-cittc3a0Settembre 2014. Chiuso in archivio, cerco antifascisti nelle Quattro Giornate e sono già tanti, quando la premiata ditta “Renzi, Alfano & Compagni” mi ferma: De Magistris è stato sospeso e i custodi della legalità ringraziano la Legge Severino, che prima definivano incostituzionale e poi ignoreranno, con De Luca vincitore alla Regione. E’ un oltraggio al pudore.
La tragicomica “campagna morale” consegna al Paese un’allarmante certezza: i partiti di governo vivono una crisi di autolesionismo. Nemmeno l’amico più caro, infatti, avrebbe mai pensato a un regalo così prezioso. In due giorni, il “sindaco di strada” è ai vertici della popolarità e Napoli ride di un moralismo senza morale, che non ha né capo, né coda. Si sfida il ridicolo. A destra, l’improbabile avvocato d’ufficio di una legge furiosamente criticata ha avuto momenti di gloria, guidando un coro di voci bianche a Milano, davanti al Palazzo di Giustizia, ai tempi delle crociate per Berlusconi. Il controcanto lo fa un venditore di fumo che mai nessuno ha votato. Millanta il 40% dei suffragi, ma è un numero taroccato: si votava per l’Europa e metà Paese disertò le urne. Avesse votato, l’avrebbe bocciato senza remissione di peccato.

In poche ore la malattia si fa epidemia. Travolti da un’insana passione, uno dietro l’altro, gli uomini delle Istituzioni partono a testa bassa. E non si tratta solo del centrodestra; c’è il PD, ci sono i sindacati, e c’è uno slogan: “Napoli volti pagina”. Perché? E’ un mistero glorioso. Qualcuno, forse, non si sa se diavolo, santo o profeta, in via strettamente riservata, ha sputato la sentenza: Napoli «è una città illusa e ferita», ora “basta con De Magistris!”. E’ una vera crociata: “Dio lo vuole!”. Lo chiede Cantone, il capo dell’anticorruzione, che, in un Paese soffocato da scandali e ruberie, non ha altro da fare, che pontificare sui casi di un sindaco regolarmente eletto; lo chiedono l’Associazione nazionale magistrati, (ex colleghi, perché lui è andato via senza aspettare il minimo della pensione) e il vicepresidente degli eurodeputati del PD, Massimo Paolucci, che rischia lo strabismo – un occhio a Bruxelles, uno a Napoli – e per “il bene della città” invoca dimissioni e voto. Perfino Pietro Grasso, (un altro ex pm), presidente del Senato e seconda carica dello Stato, la mattina della sospensione, appena sveglio, rilascia la sua dichiarazione: si dimetta.
Sono bordate così strane, che confesso il peccato: dietro, ci vedo un grumo di interessi e non mi piace quell’unità tra “destri” e sedicenti “sinistri”. Per me fa da collante qualcosa che sta tra il comitato di affari e l’estremismo politico.
Non ho scelta. Il caso De Magistris somiglia troppo a quello di Giovanni Bergamasco, perché stia a guardare. Chi era Bergamasco? Un socialista russo, figlio d’un immigrato napoletano, che fece fortuna a Pietroburgo come fotografo dello zar. Fuggito in Italia, perché la polizia prese fischi per fiaschi e scambiò per “sovversione” il bisogno di democrazia, all’alba del Novecento, spinto dal voto dei lavoratori, portò il sole dell’avvenire a Palazzo San Giacomo. Scava e scava, però, i liberali, sono uguali a se stessi: giurano sui diritti, ma sono pronti a calpestarli, sicché, allora come oggi, si fece guerra alla democrazia e Bergamasco fu espulso dal Municipio per il passato di “sovversivo”.

Poiché in giro c’è già chi vuole De Magistris a domicilio coatto, non ho dubbi: da quando il mondo è mondo, nove volte su dieci i “sovversivi” sono il futuro in lotta con una legalità senza giustizia sociale. Lascio l’archivio a malincuore – scriverò mai la storia degli antifascisti nelle Quattro Giornate? – accetto l’invito di Pino De Stasio, che chiama a raccolta i “fans di De Magistris” – così ci chiamerà di lì a poco la “libera stampa” – e sposo la causa della città. Nessuno mi fa l’analisi del sangue, per capire qual è il tono di rosso. Siamo di sinistra e tanto basta, perché nel merito c’è accordo: il bersaglio evidente è il sindaco, ma l’obiettivo nascosto è la città. Nel mirino c’è Napoli, che, non a caso, da un po’ si fa passare per un verminaio.
La camorra è un dato strutturale, dirà poi Rosy Bindi ma, come capita spesso, i conti si son fatti senza l’oste e Il dato strutturale è chiaramente un altro. La Camorra esiste, per carità, ma non è Napoli. Napoli non è la capitale di un “regno che non c’è”, un regno che vive solo se in soccorso giungono la corruzione politica nazionale e locale e certa gentaglia, travestita da imprenditore, che vive in ogni parte d’Italia. La stragrande maggioranza dei napoletani combatte da sempre. Mai come oggi, in realtà, il giocattolo s’è inceppato: niente affari con “monnezzari” e “monnezza”, niente appalti truccati, niente mazzette e clientele, niente acqua privatizzata, niente di niente. Nemmeno le mani su Bagnoli, l’affare degli affari che si non può perdere, costi quel costi, perché  lo “Sblocca Italia” disegna percorsi privilegiati.

Napoli, non ci sta. E’ questo il problema vero. Forse perciò si spara a zero sulla città e per far centro senza perder tempo, si mette fuori gioco chi la rappresenta degnamente. Napoli non ci sta, i conti non tornano e lo stupore è maligno. In fondo, che ne sanno di Napoli i nostri “statisti”? Che ne sanno signori e signore delle “quote rosa”, che un tempo chiedevano il voto e ora, grazie a una legge che la Consulta ha messo fuorilegge, si fanno nominare dai capi dei partiti? A ben pensarci, è ovvio che si tiri in ballo la camorra. Gomorra è un’illusione ottica, un errore di prospettiva, un peccato di omissione, una verità detta a metà, perché l’altra mette i brividi. Gomorra fece fortuna, quando il genovese Garibaldi, d’accordo con Liborio Romano, arruolò la camorra nella Guardia Nazionale. E fu a un governo guidato dal piemontese Cavour che Liborio Romano, ministro a Napoli e deputato a Torino, capitale d’Italia, affidò una proposta di “legge sull’organamento provvisorio della Guardia Nazionale nel Napoletano”. Furono quelle le nozze tra malavita e potere politico.
I conti non tornano. Napoli, che ride anche se piange, che è Pulcinella, ma anche Eduardo e Viviani, è miseria, ma soprattutto nobiltà, Napoli non è la semplicemente città delle Quattro Giornate, come vuole la favola degli scugnizzi. Napoli ha dato inizio alla Resistenza e ha versato il primo, consapevole sangue per liberare l’Italia del nazifascismo. Certo, poi c’è stato Lauro, ma troppo spesso dimentichiamo che navi e soldi, il “comandante”, li fece grazie al livornese Galeazzo Ciano e tornò in sella, dopo la guerra, profittando di leggi nate da governi nazionali, non napoletani. Governi che impedirono l’epurazione, lasciarono in circolazione il fior fiore del fascismo, consegnarono a Guido Leto, capo dell’OVRA, la scuola di polizia e ad Azzariti, capo del Tribunale della razza, la presidenza della Consulta.

De Magistris diventa per me Luigi in una sera di ottobre dell’anno scorso. A prima vista sembriamo così diversi, che pare impossibile capirsi. Lui è giovane, io vecchio. Lui pensa di esser “nato magistrato” e io, per riflesso, penso ai processi politici, a Terracini, Gramsci e Pertini. Certo, è un “sindaco di strada”, ma frequenta “palazzi” che non amo. Che faccio? Lascio perdere? No. In quel clima d’attacco feroce, devo ascoltarlo, quell’uomo dallo sguardo acuto e irrequieto. Non posso fermarmi alle apparenze. D’altra parte, che potrebbe dire di me, a sua volta, fermandosi alla superficie? Dal suo punto di vista, i miei “sovversivi” non sono più tranquillizzanti dei suoi giudici. L’ascolto e una cosa la dice: ho mitizzato la figura del Magistrato e un’altra segue lucida e conseguente: la sua legalità ha fame di giustizia sociale. Dovrò ascoltarlo più volte, per capire che la sua idea di “Palazzo” incontra spesso la mia: dal momento che questo è il mondo e meglio della democrazia non s’è trovato, occorre creare fili diretti con la gente, quartiere per quartiere, attivare processi reali di “cessione di potere dall’alto verso il basso”.
Quando tocca a me, non vendo merci. Ho una vita vissuta nelle lotte e la storia banale di chi, come lui, non si è fatto comprare. Posso parlare ai giovani dei movimenti e proverò ad aprire porte e confronti tra visioni diverse della politica. Luigi non è un moralista e nemmeno un integralista. E’ coerente coi principi che professa – principi di sinistra – è leale, dice quel che pensa e fa ciò che dice. Su questi binari si incontrano mondi lontani tra loro. Si incontrano e si riconoscono.

Di questi mesi, ricorderò tre tappe. Anzitutto due assemblee. A Martedei, dove Barbara Pianta Lopis ci accolse con grande disponibilità, e a Bagnoli, in una sera umida e piovosa. Sì parlò chiaro e anche a muso duro, ma Luigi tenne la posizione con fermezza e dignità. Fu un momento di crescita collettiva. Ci credevamo solo io, lui e tre compagni di strada che abbraccio: Rosa Schiano, che ha la Palestina nel cuore, Giuseppe Sbrescia e Chiara Francesca Mazzei. Credo che oggi Napoli sia la sola grande città italiana ad avere un “Osservatorio sulla salute Mentale”. Non era scontato. Dove giunge la coerenza del “sindaco sovversivo” l’ho capito quando un manipolo di giovani di forte spessore ha occupato l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario, a Materdei. Per me fu la prova del nove. Era l’una dopo mezzanotte. Lo sgombero sembrava imminente e il messaggio fu breve e chiaro: “Lo so che sei tornato a Palazzo San Giacomo, ma c’è urgente bisogno del sindaco di strada”.
Alle sei del mattino la risposta: “ci vediamo stasera”. Giunse all’ex manicomio con due assessori che voglio menzionare: Fucito e Piscopo. Non l’avrebbe fatto nessuno. Quella sera non bastava la coerenza. Ci voleva anzitutto il coraggio che a Luigi non manca. Ricorderò a lungo il suo viso, nel teatrino che cadeva a pezzi, quando ebbe il microfono in mano. C’era tutto il quartiere. Esitò un attimo, poi fu un fiume in piena. La sintonia con le idee, i sogni, le lotte, i valori sociali e politici da cui era nata quell’occupazione-liberazione fu un dato reale. Prese un impegno, Luigi: “non avete occupato un luogo pubblico, disse, l’avete liberato. Farò quanto posso perché resti in mano ai cittadini”.
Se non sapete cos’è oggi l’ex OPG, andateci. C’è un’aula studio aperta fino a sera, si fa teatro, si raccolgono pacchi per gli immigrati, c’è un torneo di calcetto per i ragazzi del quartiere, si presentano libri e c’è persino una “Camera Popolare del Lavoro”, che fa la consulenza. Mille iniziative.
Metto le mani sul fuoco: finché Luigi sarà sindaco, speculatori e cemento non passeranno e la città crescerà. Gli faranno guerra, però. Come a Bergamasco.

Non lasciatelo solo.

Da Voci sulla città. De Magistris e la Napoli da raccontare, Mooks Libreria, Napoli, 2016

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Ho ricevuto il testo di un appello in difesa della Costituzione, un invito a firmarlo e la proposta di comitatopartecipare a una iniziativa che intende creare «in ogni regione, in ogni città ed in ogni quartiere, […] comitati unitari di cittadini attivi che organizzino attività di informazione e di divulgazione, coinvolgendo anche la scuola della Repubblica, per rendere consapevole l’opinione pubblica della gravità dei processi in corso ed attivare una effettiva partecipazione popolare ai processi decisionali.
Proponiamo una settimana di mobilitazione, in coincidenza con la celebrazione del 25 aprile, previa intesa con le associazioni partigiane, chiedendo alle associazioni, alle strutture politiche e sindacali, ai corpi intermedi, di aderire al Coordinamento per la democrazia costituzionale, di promuovere iniziative territoriali, e di contribuire a diffondere un manifesto/documento comune su tutto il territorio nazionale».
Mi pareva così naturale firmare, che non ho perso tempo a cercare i promotori. Solo dopo aver firmato, ho scoperto che c’erano anche Fassina, Chiti, e altri campioni del PD. All’amico che mi invitava ho risposto così:

«Non ci sarò. A malincuore, forse, ma per scelta e dopo averci a lungo pensato. Rispondo a te, perché non voglio crearti problemi, ma non avrei avuto alcun problema a rendere pubblica la mia decisione. Lunedì, alla stessa ora si riunisce il Comitato di lotta per la difesa della Scuola pubblica e non intendo mancare. Non ci saranno grandi nomi e nemmeno la direttrice di un giornale che sino alle ultime elezioni politiche tagliava i pezzi di un collaboratore che puntava il dito sul PD e ospitava gli appelli di Bevilacqua per il “voto utile”. Nessuno si accorgerà dei poveri precari, ma mi sentirò meglio con loro, perché, soli e disperati, da tempo urlano inascoltati una verità che, a quanto pare, molti scoprono oggi: la Costituzione antifascista è ormai cartastraccia. Aggiungo solo che dopo aver aderito all’iniziativa, mi vado convincendo che per coerenza dovrò ritirare la mia firma. Ritengo inaccettabile, infatti, la presenza tra i promotori di alcuni parlamentari della sedicente “sinistra PD” e degli eterni “possibilisti” di SEL, nominati grazie all’accordo elettorale di Vendola col PD. Il Partito di Renzi non ha nulla da spartire con la legalità repubblicana e con i valori della sinistra; non a caso, del resto, governa con la feccia di destra guidata da Alfano.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, considero questo Parlamento privo di ogni legittimità morale e politica. Chi ci è entrato, grazie a una legge dichiarata poi ufficialmente illegale, avrebbe dovuto chiedere lo scioglimento delle Camere e le immediate elezioni con una legge proporzionale e senza premio di maggioranza, come indicava chiaramente la Consulta. Di fronte al probabile rifiuto, non potevano esserci dubbi: occorreva uscire dall’Aula, rifiutarsi di rientrarvi e promuovere iniziative di difesa della Costituzione da quello che in effetti è un colpo di mano autoritario. Nessuno l’ha fatto e nessuno ha trattato o tratta Renzi e i suoi camerati come vanno trattati i delinquenti. Perché di questo si tratta: delinquenti. Si va, si prende posto, si polemizza su questo o quel provvedimento, ma non si contesta radicalmente e senza mezzi termini l’esistenza stessa del governo, la sua illegittimità costituzionale e la sua condotta autoritaria; chiusa – ma sarebbe meglio dire strangolata – la discussione, si vota, come se nulla fosse accaduto, come se non ci trovassimo di fronte a una tragicomica riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In queste condizioni si è eletto persino un Presidente della repubblica e i “difensori della Costituzione” hanno votato e applaudito!
Sono disgustato e non m’importa nulla se passerò per “estremista”. Il mio moderatissimo Arfè, negli ultimi anni della vita, si difendeva da quest’accusa ribaltandola: non sono io che mi spingo sempre più sui confini estremi della sinistra, ma gli altri a correre verso destra. Lo so, il paragone Aragno-Arfè è improponibile, ma nella mia piccola dimensione non ho dubbi: sarò un estremista pericoloso, ma non posso fare a meno di dissentire. La mia coscienza mi impedisce di collaborare con chi ancora milita nel PD o collabora col partito di Renzi negli Enti Locali.
Credimi: ogni parola che leggerai mi è costata una terribile fatica, ma ti ho scritto fino in fondo ciò che penso. Non pretendo di aver ragione, però sono troppo stanco e amareggiato per ascoltare le ragioni degli altri. Te lo dirò, perciò, con le parole di Filippo Turati a un suo amico napoletano: “perdonami e fammi perdonare”.
Cari saluti».

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20629Alfano farebbe bene a stare sul chi vive: alla sua età con la memoria corta non c’è da scherzare. Lui non ricorda più, ma per Berlusconi, condannato ad anni di galera per falso in bilancio e frode fiscale con sentenza passata in giudicato, pretendeva la permanenza in Senato e il ruolo di padre costituente, che il pregiudicato poi si è ritagliato. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, accusato di un improbabile abuso d’ufficio e condannato in primo grado, il ministro, invece, più veloce del lampo, in nome della Legge Severino, ha voluto l’immediata sospensione. E non si tratta solo di un’idea che cambia. Per Alfano, dalla sera alla mattina, i colori dell’arcobaleno si sono ridotti a sfumature di grigio.
Il Presidente del Senato Grasso, ex magistrato, non ha invocato la maestà della legge e non ha mai pensato di dimettersi, quando la Corte Costituzionale l’ha informato che era stato eletto con una legge truffa, un vero e proprio inganno per gli elettori e la Costituzione. Grasso non ha gridato allo scandalo nemmeno quando la banda dei nominati sistemati in Senato come lui grazie a una legge incostituzionale, ha messo mano alla riforma della Costituzione. Come se nulla fosse, tuttavia, l’ineffabile presidente del Senato, con invidiabile scelta di tempo, ha subito chiesto le dimissioni di De Magistris.
Questa è l’Italia ormai, al settimo anno di regno di Giorgio Napolitano, alloggiato per la seconda volta al Quirinale perché – guarda un po’! – la Costituzione non vieta esplicitamente la rielezione del Presidente della Repubblica. Che è come dire: possiamo eleggerlo anche dieci volte, tanto la Costituzione non ce lo proibisce. Pazienza se la repubblica parlamentare diventa una monarchia incostituzionale. Questo è lo stato dell’arte, e il fior fiore dei «nominati», a cominciare dal candido Brunetta, punta il dito su De Magistris che non ha la «sensibilità politica» di farsi graziosamente da parte proprio mentre si sente l’odore di quattrini e i lupi affamati calano in branco dai monti, per spartirsi la torta.
Sarà l’idea sbagliata di un napoletano che non può guardare la faccenda con imparziale distacco, ma il colpo portato a De Magistris, più che figlio di un improvviso e miracoloso bisogno di legalità, sembra una pugnalata alla schiena della città. Attenti perciò a dire con Travaglio che il sindaco avrebbe dovuto dimettersi e accontentare i lupi, perché la «legalità» somiglia molto alle bandiere con cui si giustificano gli interessi inconfessabili celati dietro le guerre: guerra per la democrazia, guerra per libertà, guerra umanitaria e chi più ne ha più ne metta, ma poi si tratta sempre di oro, mercati e petrolio. Non importa nemmeno che le legge Severino sia chiaramente incostituzionale, perché cancella la presunzione d’innocenza e ha un inaccettabile valore retroattivo. Il punto è che si tratta di un colpo azzardato, che potrebbe rivelarsi un passo falso e ridare senso politico a un’esperienza che rischiava di svilirsi nel silenzio, nelle divisioni e nelle difficoltà di comunicazione. Un colpo che pare restituire De Magistris alla città per quello che è stato all’inizio: speranza di cambiamento, bastone tra le ruote dei giochi di potere, degli intrallazzi e delle larghissime intese sulle spartizioni tra i «grandi partiti», che per decenni, fingendo di farsi la guerra, hanno arricchito pessimi politici e ridotto alla fame chi già stentava.
Il rischio è che, fuori De Magistris, i soliti noti – Bassolino, Lettieri, Migliore e dietro di loro Renzi e l’alleato Berlusconi – vincano la partita e mettano ancora una volta le mani sulla città. Perché non accada, è necessario anzitutto che la difesa di Palazzo San Giacomo non si riduca a quella di un uomo. Non servirebbe al sindaco, non sarebbe utile alla causa della città. Occorre che questo sia chiaro: si tratta anzitutto di difendersi dalla peggiore speculazione, lottare per quel tanto di democrazia – sia pure formale – che sopravvive alla crisi. Se si saprà creare mobilitazione su questi temi – e per farlo occorre volare alto – forse si otterranno ad un tempo una ripresa di interesse e di iniziativa politica attorno a Luigi De Magistris e una rinnovata presa di coscienza del sindaco: senza un dialogo fitto con la gente, l’esito è scritto e lo si vede chiaro.
Per quanto mi riguarda, ho un ricordo limpido: una lontana serata di fine luglio del 2012 e una breve discussione con De Magistris sul concetto di legalità. Tutto sommato ci si intese, anche se poi non sempre mi è sembrato che il suo lavoro abbia seguito la rotta iniziale. E questo va detto. Attestarsi su una generica idea di «legalità» è stato un errore di prospettiva solo a tratti corretto. Un errore di cui ora il sindaco paga le pesantissime e ingiuste conseguenze; non è un caso se una malintesa idea di «legalità» sia la base da cui parte l’attacco che non è riuscito sul terreno politico. Occorre distinguere tra legalità e giustizia. La legalità è un’arma a doppio taglio: «legali» furono anche le condanne di Gramsci e Pertini, che certo non erano giuste o accettabili; «legale» è la condanna ingiusta che colpisce De Magistris. C’è stata una «legalità fascista» e ce n’è una che si va imponendo a sostegno della «democrazia autoritaria» che si sta costruendo. Partendo da questa riflessione, si può forse riaprire il dialogo coi movimenti, riprendere il percorso ed evitare l’accusa strumentale che si fa circolare: «così diceva anche Berlusconi». Falso, ma micidiale. Bisogna uscire da questo terreno minato e recuperare la centralità della giustizia, quella sociale soprattutto, l’elemento comune che aggregò forze diverse attorno a De Magistris.

Uscito su Agoravox il 6 ottobre 2014

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Ciro Esposito, il tifoso napoletano ferito a colpi di pistola da uno squadrista, mentre si recava allo stadio per assistere a Roma alla finale di Coppa Italia lo scorso 3 maggio, si è spento al Policlinico Gemelli nel reparto di terapia intensiva. Una crisi improvvisa, le condizioni generali d’un tratto ritornate gravi, un disperato tentativo di intervenire ancora una volta sul povero polmone perforato dal proiettile fascista e la morte ha preso infine il sopravvento.
Mentre va in scena l’insopportabile finzione dell’Italia «in lutto», ecco che inarrestabile ci piomba addosso la valanga delle domande inutili e retoriche. E’ un coro stonato che ha il sapore amaro di una ignobile farsa: com’è potuto accadere? Com’è che la polizia non ha fermato in tempo un neonazista di cui conosceva benissimo i precedenti? Com’è che dopo quasi due mesi nessuno ha ancora «saputo» chiarire le dinamiche degli «scontri» e tirare fuori i nomi dei camerati che hanno agito indisturbati col fascista De Santis? Com’è che non s’è mai aperto un dibattito onesto sugli ambigui comportamenti della Prefettura e della Questura di Roma?
La verità è che ormai non c’è più nulla da chiedersi o da capire. Abbiamo visto un oscuro tecnocrate consultato da Napolitano per un incarico da Presidente del Consiglio, mentre era legittimamente in carica un governo che godeva della fiducia delle Camere; abbiamo avuto uno dietro l’altro tre governi di molto dubbia legittimità costituzionale e dal 2008 votiamo con una legge elettorale ufficialmente illegale: un imbroglio costruito ad arte per pugnalare alla schiena il «popolo sovrano». Al momento, con un’arroganza pari solo all’ignoranza e all’inettitudine, una banda di parlamentari nominati e non eletti, abusivi, più che deputati, sta cambiando la Costituzione per la quale sono solo degli abusivi. Che c’è da capire?
Ciro Esposito è morto per mano fascista – lo sanno tutti, ma i media hanno memoria corta – nessuno però mette catenacci ai covi fascisti da cui partono puntualmente gli assassini. Renzi ricorderà bene Gianluca Casseri, la fiorentina Piazza Dalamzia e la Smith & Wesson che seminò la morte nella sua città, ma che fa? Coglie al volo l’occasione e in nome di una violenza che a quanto pare nessuno ha cercato veramente d’impedire, dà carta bianca all’ineffabile Alfano e mette così in moto una nuova serie di leggi repressive. Sembrerà un paradosso, ma non lo è: si tratta di una serie di provvedimenti che non hanno nel mirino i neofascisti e non si applicano nemmeno ai soli ultras. Il nuovo «pacchetto sicurezza», ha questo di osceno: riguarda ogni tipo di manifestante e non solo allunga il DASPO a 8 anni, ma estende il provvedimento a tutti i cosiddetti reati di ordine pubblico – No Tav, popolazioni ribelli della «terra dei fuochi», Comitati no Mous e compagnia cantante sono avvertiti – e prevede aggravamenti delle pene n caso di un non meglio definiti ruolo di “organizzatore di gruppi di facinorosi”. Non bastasse, secondo la logica ormai resuscitata della lotta al “terrorismo”, ai «ribelli daspati» si offre la «riabilitazione», in cambio del «pentimento». Ciò che interessa al Governo, evidentemente, non sono quindi la verità e la giustizia, né un provvedimento ad hoc per i neofascisti. Nei programmi delle premiata ditta Renzi&Alfano i neofascisti devono essere liberi di fare quel che vogliono, mentre leggi liberticide cancellano con la forza, se possibile anche in via preventiva, ogni forma di conflitto sociale nel nostro Paese. Come negli anni Venti, gli squadristi agiranno liberamente e questori e prefetti saranno pronti a coprirli, e decideranno chi colpire e chi ignorare.
Non è difficile immaginarlo: mentre politicanti e pennivendoli si accingono a scatenare la solita campagna sulla «sicurezza», non c’è nessuno che trovi l’animo per dirlo:: purtroppo non è morto solo un giovane indifeso e sventurato. Da anni qui da noi muore nell’indifferenza generale, la democrazia conquistata col sangue dai nostri nonni.

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safe_imageAnche se non ci sono pance di manifestanti calpestate, una polizia che applaude per cinque lunghi minuti tre pregiudicati, condannati per omicidio, ma regolarmente in servizio è un grave problema di ordine pubblico. Di buono c’è che sono senza casco e perciò non occorre indagare e cercare nomi. I poliziotti presenti sono tutti perfettamente riconoscibili e pare davvero difficile continuare a chiamarli “tutori dell’ordine”.
Che farà ora Pansa, il capo della polizia che ci costa fior di quattrini? Domani li convocherà nel suo ufficio, farà l’appello e li chiamerà cretini uno a uno? Pensa davvero che un Paese civile possa permettersi un corpo di polizia composto da “cretini”? Renzi, Alfano, Napolitano e compagni pensano davvero di poter tirare ancora la corda, e risolvere i problemi dei lavoratori, disoccupati, precari, pensionati, giovani ai quali il malgoverno e la corruzione hanno rubato il futuro, ignorando le sentenze della Corte Costituzionale, imponendo governi che tradiscono il mandato popolare e l’esito delle elezioni? Davvero pensano di poter affrontare i gravissimi problemi del Paese mettendo in piazza bande di “cretini” armati, che pretendono di poterci impunemente ammazzare?
Se è così, sbagliano e sarà meglio dirlo chiaro: la resistenza all’oppressione è un diritto riconosciuto ai popoli sin dai tempi della rivoluzione francese e, in quanto alla polizia, se è vero che “la garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica”, è altrettanto vero che “questa forza è istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata”.
Non è un’affermazione bolscevica, ma un principio della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” e, di conseguenza, una trave portante del pensiero politico borghese: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere”.

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