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Posts Tagged ‘Alessandro III’


Giovanni Bergamasco nasce a Pietroburgo il 1° gennaio 1863 da Carlo e Maria Paulowna. Grazie al talento con cui usa la fotocamera, il padre è diventato vice Presidente della Società fra gl’italiani di Pietroburgo e fotografo dello zar. La nascita di Giovanni coincide con una riforma che apre la scuola ai poveri, agevola l’accesso delle donne alle superiori e garantisce libertà d’insegnamento. Prima di essere ucciso nel 1881, Alessandro II, temendo che la riforma allevi «sovversivi», l’abolisce. Bergamasco giunge all’università quando il nuovo zar, Alessandro III, cancella la rappresentanza studentesca e l’autonomia universitaria e vieta agli studenti di gestire le loro biblioteche e la stampa manoscritta, ma li spinge così a fornire i primi militanti alla rivoluzione. Nel clima di cospirazione che vive all’università, Bergamasco si avvicina alle frange estreme del movimento e nel 1884, segnalato come «ardente nichilista», fugge prima in Svizzera, poi a Napoli, dove vive una sorella sposata.
Giunto in città con la fama di nichilista «fanatico» e «violento», il giovane, che parla in russo, francese e tedesco, suscita mille sospetti. Ha una casa in fitto a Mergellina, ma non vi dorme e vive  con Barbara Walbery Tourenen, una donna incinta, considerata un’amante finché non si accerta, carte alla mano, che è davvero la moglie. Benché esca pochissimo e trascorra le serate a casa della sorella, gli si crea attorno un alone di mistero, alimentato dalla sua audacia – una sera giunge a fermare un agente per chiedere conto del pedinamento – e dalle difficoltà dei poliziotti, che affermano di non riuscire a stargli dietro perché è troppo veloce. Per mesi l’enigma Bergamasco agita i sonni del questore, finché non si scopre che alla fine del 1885, volontario in cavalleria, ha portato in caserma idee libertarie e dopo il congedo ha stretto rapporti con gli internazionalisti.
La sorveglianza si stringe – stavolta si bada anche alla moglie, la «druda socialista» – e a fine agosto 1887, in vista di una visita a Napoli di Guglielmo II, la polizia scopre che Bergamasco è tra i più attivi promotori della campagna antimilitarista. In effetti, l’anarchico vive giorni di intensa attività. A settembre, infatti, fonda «Il Demolitore», organo del circolo «Il Lavoratore», che incita a colpire «con odio implacabile […] l’attuale ordinamento». Nel mirino obiettivi precisi: lo sfruttamento, anzitutto, offesa alla dignità degli

«operai, i quali, costretti dalle dure esigenze della vita, piegano il collo ai voleri di chi comanda, senza speranza di poter sollevare la loro misera condizione».

Una condizione figlia della superstizione, dell’ignoranza e della rassegnazione, che spengono il pensiero libero, sicché, schiavo dello Stato, «avvincolato dalla religione» e «pieno di pregiudizi», il lavoratore 

«conformemente alla legge darviniana di selezione naturale, […] di generazione in generazione, si degrada, e, ciò ch’è peggio, diviene incapace, di­sadattato alla ribellione, abituato a piegar la testa ed a sottomettersi».

In queste condizioni, conclude il giornale, c’è una sola via: la ribellione. Se da Platone a Saint-Simon, i nuovi «sistemi di organizzazione […] sono riusciti vani», affermano Bergamasco e i suoi compagni, non «approderanno a nulla anche le nuove fantasticherie. Al contrario, 

«l’ordine anarchico, l’armonia nasceranno da sé, naturalmente, dalla spontanea volontà degli uomini affrancati. […] Come diceva Ba­kunin, tutti i ragionamenti sull’avvenire sono criminosi, poiché impedi­scono la distruzione pura ed impastoiano il cammino della rivoluzione».

L’invito a lottare diventa perciò perentorio e pressante: «all’opera, compagni, alla ribellione!». 

E’ con questo spirito che Bergamasco entra nel comitato per la liberazione di Emilio Covelli dal manicomio, ma nella lotta per salvare il compagno c’è l’inconsapevole presagio d’una minaccia: la psichiatria come strumento di annichilimento della personalità, che Bergamasco sperimenterà col fascismo. L’anno si chiude con l’apertura della «Lega delle arti meccaniche», una cooperativa di produzione che ha però vita breve.

A ottobre del 1888 l’anarchico è tra i fondatori del circolo «Miseria», di cui scrive il programma, inserendo accanto ai temi classici dell’operaismo e dell’anticlericalismo un elemento di modernità: la necessità che la donna,

«emancipata dalla tirannia dell’uomo, rivendichi la sua libertà, sicché nessuna legge […] torturi il suo povero cuore, violenti la sua libertà e calpesti la dignità sua con l’assurdo comando d’imporre l’amore verso un uomo anche quando egli la disprezzi, l’insulta e brutalmente la calpesta».

E’ un segnale di cambiamento profondo. Sia pure confusamente, Bergamasco tenta di allargare gli orizzonti, superare i confini «eroici dell’anarchismo più spinto» predicato dalla vecchia guardia internazionalista e far crescere la coscienza di classe. Non c’è foglio anarchico o circolo sovversivo in cui non ci sia traccia dello slancio innovativo che egli dà al movimento dei lavoratori. Punto di riferimento per la stampa clandestina che giunge da Londra, per la natura libertaria della sua formazione, il profugo evita rigide scelte ideologiche, sicché attorno a lui prende a muoversi un mondo: Ferdinando Colagrande, tipografo e uomo di punta della «Società Generale dei Lavoratori», Cetteo De Falco e la sua attiva «Unione Emancipatrice» dei calzolai, Gaetano Balsamo, raffinatore di guanti, col «Fascio delle Associazioni Indipendenti», il calzolaio Giacomo Reginella, punto di riferimento di un’associazione che ha in programma lo sciopero, e Giuseppe Serena, un sarto che guida una lega di resistenza. Sono operai anarchici e socialisti che intendono rifiutare la divisione in «caste separate, le quali rendono impossibile lo sciogli­mento dei problemi d’interesse generale» e si rendono conto della necessità di dar vita a un sindacato di classe. E’ un processo lento, che però guarda avanti.
Non a caso, quindi, ai primi del 1889, Bergamasco firma un telegramma di solidarietà con le lotte dei disoccupati romani assieme al calzolaio Giacomo Reginella che, intanto, invita a liberare le società operaie dall’influenza di quanti approfittano per prendere i loro voti:

«operai e operaie […], affratelliamoci in una causa comune. Non si dica più han fatto sciopero i cocchieri, han fatto sciopero le sigaraie. Dovrà dirsi han fatto sciopero gli operai e le operaie. Allora sì che saremo invincibili».

Nel 1889 Bergamasco è socio del circolo «L’Operaio Emancipato» e a giugno si fa espellere dal congresso delle mazziniane «Società Affratellate». Di lì a poco, ai primi del 1890, è redattore del «Combattiamo!» di Genova e si fa due mesi di carcere per violazione del­le leggi sulla stampa. Tornato a Napoli ed eletto segretario del Circolo «L’Emancipazione So­ciale», il 30 aprile 1890 è arrestato con i membri di un Comitato accusato di voler dare carattere violento alla manifestazione del I Maggio. A gennaio del 1891 è in Svizzera, al con­gresso di Capolago; di lì a poco pubblica il «I Maggio» e il 15 aprile 1891 partecipa a una riunione che, secondo la polizia, intende organizzare «un primo maggio rivoluzionario», in linea con le scelte del congresso di Capolago. Da quelle scelte nasce un appello alla disobbedienza rivolto ai soldati, per il quale Bergamasco è arrestato. Tornato libero, il 22 aprile 1892 subisce un’altra condan­na, stavolta a 14 mesi di carcere. Secondo l’accusa, dal novembre 1890 all’aprile 1891 non solo ha ripetutamente incitato all’odio tra le classi sociali, ma ha preso parte

«attivissima anche al movimento del 1° maggio 1892, promuovendo riunioni di suoi confratelli, nei quali portava sempre i consigli più disperati, tanto che aveva stabilito col noto Gino Alfani, di organizzare delle bande armate che nei punti eccentrici della città, […] si sarebbero precipitati all’interno per far insorgere la popolazione e devastare e saccheggiare la città».

Uscito in libertà provvisoria, ad agosto del 1892, a Genova, al congresso di fondazione del PSI, si schiera con gli anarchici. Arrestato ancora dopo i tumulti che sconvolgono la città nell’agosto del 1893, esce quasi subito, ma il 9 dicembre torna in carcere e ci resta. Con Crispi al governo, in Africa si spara e la «guerra dei commerci» con la Francia accresce la povertà, scatenando proteste cui  Crispi risponde con leggi speciali e tribunali di guerra. Nulla di strano, perciò, se le condanne sospese consentono infine di spedire Bergamasco a domicilio coatto per quattro anni. Il 21 febbraio 1895 l’anarchico giunge in catene a Porto Ercole. Lo zar sarebbe stato meno duro, ma il detenuto non cede. Lacero, scalzo, brulicante d’insetti, senza assistenza medica, asciugamani, lenzuola e materassi, il 18 marzo 1895,

 «per l’anniversario della Comune, issa coi compagni la bandiera rosso-nera sul castello di Monte San Filippo, mentre in cielo volteggiano palloni di carta con i colori dell’anarchia».

Bergamasco si rivela così «il vero capo» dei coatti politici ed è Crispi in persona ad inviare una torpediniera che lo prelevi con ottanta tra i più pericolosi coatti, per disperderli nelle colonie di pena. Finito a Lipari e poi di nuovo a Porto Ercole, il 18 aprile 1896 torna a Favignana. Pochi giorni e il 24 maggio, con alcuni compagni, beffa la vigilanza ed evade, «prendendo imbarco in qualche navicella per ignota direzione». Benché inseguiti da navi da guerra, i fuggitivi sbarcano a Tunisi, ma la ragion di Stato piega il diritto d’asilo e la Francia li consegna all’Italia. Spedito a Lampedusa, vi sta fino al 18 novembre 1896, quando è «prosciolto condizionalmente dai vincoli della coattiva dimora».
Il 1897 di Bergamasco, tornato a Napoli a pezzi dopo tre anni di feroce repressione, non ha colore politico. Timore e isolamento sono la nota dominante, perché, non più coatto, di fatto è ancora prigioniero. Gliel’ha ricordato la polizia appena tornato, fermandolo senza motivo, minacciando di ritirargli la «carta di permanenza» e intimandogli di «tener buona condotta, con avvertenza che in caso contrario sarebbe inviato alla coattiva dimora». Buona condotta, quindi. Ma quali garanzie offre una formula così vaga a chi passa per «rivoluzionario professionale», è obbligato a rispondere a ogni chiamata della polizia e a tenere «sempre indosso il libretto di permanenza» per «esibirlo ad ogni richiesta», servo dei capricci della squadra politica? Buona condotta o ricatto?
A ben vedere, un «sorvegliato di polizia» vive sul filo del ricatto, tenuto ad avere «stabile lavoro»e a «farlo constatare all’ufficio di PS», quando alla Questura basta poco per farlo licenziare; sul filo del ricatto vive evidentemente un ex coatto che non deve «dar luogo a sospetti», quando di sospetti vivono i rapporti dei confidenti ed è sempre a rischio: se un intoppo lo tiene fuori casa, perché non «può ritirarsi la sera più tardi di un’ora di notte», se incontra un amico, perché gli sono vietati i quasi inevitabili rapporti con «pregiudicati in materia politica» e persino se è solo e oppresso dai ricordi, perché non può «frequentare […] osterie ed altri esercizi pubblici, […] riunioni, spettacoli e  trattenimenti».
Poiché la vita sa essere feroce, in un momento così amaro giunge dalla Russia la notizia della morte del padre, che se n’è andato proprio mentre una violenta tempesta investe il figlio Giovanni. All’ansia per l’incerto futuro, si sommano così il lutto, il senso di colpa per le scelte estreme e gli anni di lontananza, i dubbi inesorabili e le domande amare: perché voler cambiare il mondo, se il prezzo è il dolore di chi ami? Quali assurdi sogni ha rincorso, se ne è nato un inferno? E la ricchezza improvvisa giunta con la morte del padre non finirà col separarlo dagli operai tra i quali vuol vivere? E’ l’uomo di sempre, ora che ha ereditato un patrimonio di oltre 400.000 lire italiane» e, calcolando la «parte dell’avere paterno che di diritto gli tocca, teme la malafede nella divisione fatta» ed è «preoccupato […] di far valere legalmente le proprie ragioni verso i parenti?». 
Un anno di silenzio è quanto resta della crisi. Un anno in cui l’ex coatto sistema la vistosa eredità ricevuta, «segregandosi dai compagni, ad alcuni dei quali ha anche rifiutato qualche soccorso». Se i rapporti con la Questura si chiudessero qui, l’esito della vicenda sarebbe quello «classico» di tante «militanze estreme» e di lui ricorderemmo ciò che si dice spesso dei giovani «disertori della borghesia»: come ogni buon conservatore, fu inizialmente un milite della rivoluzione. A febbraio del 1898, però, una nota di polizia riferisce che le cose non stanno così; pare, infatti, che «in un abboccamento […] abbia promesso di tornare a spiegare attività in favore del partito» e assicurato un forte sostegno economico all’«Avanti!» in difficoltà e agli operai socialisti che organizza­no a Napoli una nuova Camera del Lavoro. Benché non vi siano prove di una sua responsabilità nei moti di maggio del 1898, il Tribunale Militare ne ordina l’arresto, ma Bergamasco si rende latitante, poi si ammala, evita di tornare al domicilio coatto ed esce infine allo scoperto:

«Non ho preso parte a riunioni e a dimostrazioni, non mi sono ascritto ad alcun circolo o gruppo che sia, non sono uscito dalla stretta legalità. […] Mi si perseguita perché sono socialista? E sia […]. Viva il socialismo!».

Nel 1899 lavora nell’ombra per riorganizzare la Camera del Lavoro di Napoli. Ad aprile fitta alcuni locali al giornale socialista «La Propaganda», che, grazie al suo sostegno economico, esce l’1 maggio 1899 e diventa in breve un riferimento per il movimento socialista meridionale. Acqua n’è passata sotto i ponti e all’animo ribelle fanno ora argine l’esperienza della repressione e la volontà di fermarla. Il Novecento di Bergamasco non è il secolo «breve» della storiografia; ha il respiro lungo delle vicende esemplari, parla agli uomini di ogni tempo e insegue un’utopia che muove la storia: la giustizia sociale.
Diventato figura di spicco del socialismo locale, ai primi del 1900 entra nella Commissione Esecutiva e nel Consiglio Direttivo della Sezione Napoletana del PSI. A ottobre è a Roma, al congresso nazionale del partito e nonostante le divergenze sull’uso dei fondi de «La Propaganda», parla ai lavoratori di solidarietà, narrando una metafora: la vittoria delle api laboriose unite contro la prepotenza dei calabroni. L’opuscolo circola per vie clandestine e piace ai lavoratori, che il 10 novembre 1901 eleggono l’autore consigliere comunale per i socialisti. Un successo personale, ma anche la risposta popolare alla stretta repressiva dei «liberali» che, però, profittando delle condanne da lui riportate, ottengono che Bergamasco sia dichiarato ineleggibile. L’ex coatto si presenta però in Comune ugualmente e cede solo quando il «caso» esplode e la folla invade le tribune del Consiglio municipale per ascoltare la discussione dell’interpellanza Bergamasco e salutare il consigliere che esce dall’aula. Bergamasco perde la partita ma pone la questione della repressione del dissenso alla coscienza del paese:

«ai condannati politici siano essi clericali, monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, spetti d’essere elettori ed eleggibili».

Nel 1902, in rotta con i  compagni sulla irrisolta questione della gestione economica del giornale e sulla distanza tra intellettuali del gruppo dirigente e base operaia, esce dal partito e raccoglie un gruppo di lavoratori nell’«Unione Socialista». Fa scalpore e termina in modo tragico l’attacco a Pietro Rosano, ministro di Giolitti, che Bergamasco accusa di avergli estorto 4.000 lire nel 1898 per evitargli il domi­cilio coatto. Travolto dallo scandalo, Rosano si uccide, lasciando una lettera in cui si dice innocente e scatenando così moralisti ed eroi da burletta, che di sé danno puntualmente il peggio ogni volta che occorre il meglio. I «liberali», ciechi e sordi quando un’infamia diventa ragion di Stato, sparano a zero sul «sovversivo ingrato», che compra la libertà e vende chi gliel’ha venduta. In quanto ai rivoluzionari «duri e puri», solitamente prudenti nel fuoco dello scontro, non hanno dubbi:

«Noi ammiriamo Bergamasco accusatore, ma non possiamo che deplorare Bergamasco compratore di libertà. Innanzi alla legge morale Rosano e Bergamasco si equivalgono».

Su moralisti, maramaldi borghesi e campioni d’ipocrisia rivoluzionaria, il «traditore» vola alto. «In politica, scrive, non c’è pietà», ma se solo avesse temuto il suicidio del ministro, gli avrebbe «scritto una lettera senza pubblicarla, perché il suo intento era di allontanare Rosano […] dal potere». Quanto alla gratitudine, «sopra di essa vi è il dovere. Ebbi la libertà e pagai. E tacqui, benché premuto da ogni parte, finché il tacere non era colpa».
Benché scosso, nel 1902 Bergamasco si laurea in scienze naturali e di lì a poco, nel 1903, anima la protesta contro la visita dello zar in Italia e pubblica l’opuscolo intitolato «Per l’arresto di alcuni socialisti russi in Napoli». Pur tornando nel Psi, ha col partito rapporti sempre difficili, perché gli riesce difficile conciliare la formazione sostanzialmente anarchica, con le regole e le scelte di un partito politico. Dopo la strage di Pietroburgo, nel 1905, quando Nicola II scatena la repressione, dalla Russia giungono numerosi profughi. Per Bergamasco sono anni irripetibili. Bandito dalla Russia e accolto a Napoli dai socialisti, Gorky fa scuola di partito a Sorrento e la «cerchia dei sovversivi» è in subbuglio. Tra scontri e arresti, Bergamasco dà vita a un «Comitato pro Russia», che apre una sottoscrizione per le vittime delle rivoluzione e riunisce i profughi e le loro compagne in una sezione dell’Unione del Lavoro. Giovani, spesso sopravvissute a feroci «pogrom», le rivoluzionarie sono accompagnate dall’aureola del martirio, dalla letteratura sovversiva russa e dalla loro musica appassionata, suonata dal «compagno Sormus», artista di «potenza meravigliosa» che ricorda col violino la rivoluzione sconfitta. «Noi vi vediamo serene muovere al vostro destino», recitano i giovani a memoria, ricordando versi di Pascoli alle Kursistky.
Nel 1906, Bergamasco lascia il partito e la redazione de «La Propa­ganda», ma vi torna a ottobre, in tempo per rappresentare al congresso di Roma la Sezione di S. Stefano di Aspromonte. Nel 1908 al congresso Nazionale di Firenze, rappresenta la sezione socialista di Londra. Quando lo zar sembra allentare la stretta e i profughi ripartono, molte ragazze hanno sposato socialisti e il 25 ottobre 1908, alla festa d’addio, quando Sormus intona le note della Marcia Funebre dei Rivoluzionari russi e le «piccole profughe scattano in piedi», nessuno sa trattenere le lacrime. L’agitazione contro la visita dello zar si riaccende però a giugno del 1909 e il 24 settembre Bergamasco lancia «una lettera istigatrice di agitazione» da «un palchetto del cinematografo Roma […] contro la venuta dello Czar» che, però, il 23 ottobre giunge in Italia nonostante le proteste.
Il 21 ottobre 1910, dopo aver partecipato al congresso di Milano, Bergamasco lascia di nuovo il partito. Vi torna nel 1914, quando, in contatto con Mussolini, ne condivide inizialmente il bisogno di «uomini nuovi pieni di carattere», per tornare «all’opera di propaganda e di organizzazione» e la polemica contro il parlamentarismo «che corrompe, uccide lo spirito rivoluzionario, […] e troppo spesso anche la dignità personale». L’attacco al Belgio neutrale e il mito della «guerra per la rivoluzione» inducono Bergamasco a chiedere l’intervento contro i tedeschi, «minaccia perenne alla pace mondiale». Presto però, la cruenta realtà del conflitto, «le decimazioni metodiche per domare i ribelli, i giovani socialisti inviati nelle trincee di prima linea, per essere più facilmente eliminati», tutto dimostra che la barbarie non è tedesca. Barbara è la guerra. Non a caso, perciò, il 26 novembre 1916, è con Bordiga, che al Teatro Tarsia tenta insistentemente di parlare contro la guerra.
L’adesione all’Unione Socialista Italiana, nell’agosto 1918 è l’ultimo atto politicamente rilevante d’una lunga militanza. L’avvento del fascismo segna il ritorno definitivo all’anarchia e la rovina economica. Per Bergamasco, la crisi del mondo liberale, il bolscevismo e il fascismo si profilano all’orizzonte rapidi e devastanti, con l’andamento delle svolte epocali che, come spesso  accade, si fanno tragedia personale: un fratello ucciso nella bufera dei Soviet, la sconfitta della rivoluzione libertaria, i beni di famiglia confiscati dai «compagni» bolscevichi, la miseria. Del patrimonio nato dall’intraprendenza di Carlo tutto è perso, i cospicui fondi liquidi e due fabbricati a Pietroburgo, nella centralissima via Marskaia. Scoppiata nella Russia da cui è fuggito da giovane, la rivoluzione non è quella sognata. Per una beffa della storia, Bergamasco non solo non l’ha fatta, ma ha dovuto subirla impotente, così come nulla ha potuto di fronte alla Caporetto di un socialismo che agitava lo spauracchio dei Soviet, mentre attraverso la breccia aperta dalla guerra dilagava il fascismo.
Tra i gerarchi, c’è chi, provenendo dalle file socialiste, come Ferdinando Giannini, ricorda che «è’ stato compagno e amico del Capo del Governo e ha […] sovvenuto l’Avanti! quando vi erano gli uomini che hanno fondato il fascismo». Poiché ha insegnato Scienze Naturali e pubblicato studi in materia, Giannini suggerisce di dargli «l’incarico al Gabinetto di Storia Naturale dell’Università». Il calvario sembra finito. La durezza dello scontro, il peso dell’isolamento, la disparità delle forze, tutto consiglia di non trascinare le figlie alla rovina, cercando inutili eroismi. L’eroe ha il coraggio estremo di un istante. Eroe è Niso, che si salva fuggendo, vede l’amico Eurialo circondato, torna e in un attimo brucia coraggio e vita. Quell’attimo lo consegna alla storia, non una scelta ripetuta più volte nella consapevolezza di una resistenza dall’esito fatalmente tragico. Se il rischio di esagerare non dettasse prudenza, penseresti a Giordano Bruno e al martirio, ma sarebbe retorica.
Né eroe, né martire, Bergamasco fa i conti con la vita, cerca un compromesso, medita la resa, ma si rivolta contro se stesso d’istinto e non cede, benché gli costi caro, perché la dimensione in cui si sente vivo è quella della dignità. «Non ho chiesto l’elemosina, risponde, ma di poter vivere lavorando», invece «ho perso la cattedra di professore medio governativo, ed ora, per […] continui ed arbitrari arresti, mi si fanno perdere le lezioni private».
Stessa sorte ha l’offerta di un sussidio di 2.000 lire. Qualcuno prova a trovargli una cattedra in una scuola, ma tutto si riduce a un incarico per «materie speciali nelle scuole serali di disegno applicato alle arti, purché egli sia fornito del titolo che lo abiliti». Un lavoro che non gli assicura nemmeno «il necessario sostentamento», sicché l’anarchico punta il dito sul regime «che in quanto alla tattica copia quella maledetta leninista» e rompe col funzionario che si occupa di lui:

«Perché fingere che mi si voglia aiutare […] quando si è fatto e si fa di tutto per rovinarmi? Le sarò grato se ella vorrà lasciarmi in pace e nella santa indigenza.
G. Bergamasco, prof. al R. Istituto Tecnico, oggi boicottato».

Per due anni fa vita ritirata ed è «aiutato dalle due figlie nubili, Maria, ricamatrice, ed Eleonora, insegnante privata». In occasione delle elezioni del 1929, però, scrive al «Mezzogiorno» una lettera coraggiosa e mai pubblicata, che induce a riflettere sul «consenso» al fascismo. Gli è stato impedito di votare, ma se avesse potuto, dichiara, avrebbe «gettato nell’urna la scheda no. E’ facile riportare vittorie usando i mezzi… che si sono usati».
Finché scrive ai giornali lettere censurate contro il regime che perseguita «i comunisti nostrani», però riconosce l’URSS e non difende i propri connazionali, l’anziano dissidente è «un grafomane che non sembra nel pieno possesso delle facoltà mentali». Il cenno alla pazzia si fa però manicomio, quando la critica diventa propaganda attiva. Se a gennaio del 1932, durante la cerimonia per il decennale della nascita della Milizia, Bergamasco, fermato mentre urla lo sdegno di quanti, «spogliati in Russia […] chiedono giustizia», se la cava con poco danno, il 7 febbraio, quando manifestini antifascisti scritti a mano riempiono mercatini rionali e cabine telefoniche, finisce all’ospedale psichiatrico provinciale. Due mesi di manicomio, però non lo piegano. Dimesso il 25 maggio, scriverà con orgoglio: «S’era voluto […] farci passare per morti, ma noi siamo vivi e gridiamo alto ai quattro venti le nostre giustissime ragioni e rivendicazioni». In realtà, è iniziato l’incubo degli arresti preventivi.
Il 10 dicembre 1933, nel porto c’è la flotta russa e nessuno bada a Bergamasco, mentre aspetta una motobarca che gli approda accanto. Chiamare i militari nella lingua che è stata sua e lanciare manifestini è un attimo; compagni, ha scritto,

«sotto la bandiera del partito Socialista Rivoluzionario, lottavate per la libertà e il benessere della patria ed oggi il popolo è schiacciato. Svegliatevi, finalmente, e cercate di rovesciare con tutti i mezzi i bolscevichi».

Il gesto gli costa un breve arresto, poi gli sfratti, la ricerca affannosa di un tetto per la notte, il trasferimento a Roma dalla figlia Elvira nel maggio 1935, tutto si perde in gelide note trimestrali: «non ha dato motivo a speciali rilievi». Il 27 luglio 1935, però, quando a denunciare un «individuo sedicente di Leningrado», che ha ingiuriato il governo sovietico e tirato sassi contro la sua sede è l’ambasciata russa, Bergamasco, «pericoloso a sé ed agli altri», finisce in manicomio. Uscito il 29 settembre, a marzo 1936 scrive «W la libertà» sulla saracinesca di un negozio sfitto ed è di nuovo ricoverato. Esce rapidamente, ma il regime infierisce: ora è uno «squilibrato» da «fermare in determinate circostanze». Bergamasco denuncia la persecuzione, ma la lettera inviata alla stampa è consegnata alla polizia:

«i fascisti mi tolsero il permesso d’armi, il voto politico ed amministrativo, mi cancellarono dall’elenco dei professori governativi, m’impedirono di continuare la mia carriera di giornalista […]. Tre volte mi mandarono al manicomio […] e tre volte uscii dopo pochi giorni sano di mente. Una ventina di volte venni arrestato […]. Dove sono stato rinchiuso or ora in occasione dell’anniversario della nascita di Roma […] mancano luce ed aria e fa freddo ed umido. In un angolo è posto un puzzolente recipiente di legno per i bisogni naturali. Non si esce all’aria, per cibo si ha un poco di pane con qualche microscopico companatico. Ma quel che è assai peggio, è che il tavolaccio e le coperte son pieni, zeppi di schifosi insetti».

Il 22 ottobre 1937, dopo l’ennesima irruzione notturna della polizia, Bergamasco  si rivolge direttamente a Mussolini:

«Sì, sono in disaccordo […] con la politica fascista, […]; ma non si può perseguitare la gente soltanto per le idee professa­te. Invece sono continuamente soggetto a noie che mi crea la polizia e ad arresti. […] Ebbene, quando Le dico di non aver alcuna intenzione – vecchio come sono di 75 anni – di fomentare agitazioni, Ella mi può perfettamen­te credere ed ordinare che la polizia mi lasci in pace. Ieri notte è venuto un agente a […] verificare se io non avessi cambiato alloggio. Ciò significa l’intenzione di arrestarmi nuova­mente in occasione delle prossime feste. Mi lascino finalmente tranquillo, che poco mi rimane ancora a vivere. Con ogni considerazione.
Dott. Giovanni Bergamasco». 

Poiché nulla cambia e la persecuzione continua, il 2 luglio 1938 si taglia le vene, ma assegna al suicidio il valore di estremo baluardo della dignità:

«sono stato fedele ai miei principi umanitari di libertà, di uguaglianza sociale, di solidarietà umana e di lotta alle superstizioni. […] I bolscevichi m’hanno depredato, i fascisti mi perseguitano. Sono due dittature egualmente nocive, nemiche della libertà. Non volendo entrare io nell’ovile, […] eccomi di bel nuovo sul lastrico all’età di 76 anni. E sia! Mi spezzerò, ma non mi piegherò».

Soccorso, si salva, ma il duce, che gli fu amico, lo ignora, benché la figlia Maria gli abbia ricordato l’amico di un tempo:

«Papà mio conosce l’italiano, il francese, il turco e il russo; è laureato in scienze naturali, ha collaborato con successo in parecchie riviste scientifiche; è giornalista, fondatore di parecchi giornali, sveglio di mente, intelligentissimo».

Per Mussolini, però, un uomo coerente è un’anomalia da correggere.
L’Italia è in guerra il 14 luglio 1940, quando a Roma, in Via Nazionale, una zelante fascista fa arrestare l’anarchico perché sputa su un manifesto del duce. Un medico compiacente attesta che a 77 anni può vivere da confinato e il 22 agosto, dopo mezzo secolo, torna a Tremiti. Nel 1896 vi ha scritto parole che sono un testamento:

«La notte di San Bartolomeo, le stragi spietate […] i filosofi ed i liberali pensatori – Bruno, Serveto, Vanini, Moro […] – condannati alle fiamme o altrimenti martirizzati, tutto ciò ci pare un’aberrazione mentale, un brutto sogno».

Trasferito a Lauro il 5 maggio 1942, «si accompagna ai confinati della stessa fede» fino al 29 giugno 1943, quando, ricoverato d’urgenza all’ospedale di Avellino, muore per arresto cardiaco. Fu, per dirla con Arfè, tra coloro che forse non trionfano mai, ma certamente non sono mai vinti *.

* Nota

Le notizie che mi hanno consentito di scrivere questa biografia sono ricavate dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma, Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Affari generali e riservati, 1909, b. 2; Ivi, Confino politico, Fascicoli personali, b. 94, f. Bergamasco Giovanni di Carlo; Ivi, Casellario Politico Centrale, b. 516, f. Bergamasco Giovanni di Carlo; Archivio di Stato di Napoli, Schedario Politico, Sovversivi deceduti, b. 7, f. Bergamasco Giovanni di Carlo; Angelo Tamborra, Esuli russi in Italia dal 1905 al 1917, Laterza, Roma-Bari, 1977: Nunzio Dell’Erba, Le origini del socialismo a Napoli. 1870-1892, Angeli, Milano, 1979; Pier Fausto Buccellato, Marina Iaccio, Gli anarchici nell’Italia meridionale, Bulzoni,  Roma, 1982; Giuseppe Aragno, Bergamasco Giovanni, in Dizionario biografico degli anarchici italiani, BFS, Pisa, Vol. I, 2003; Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia,  2012, pp. 81-106.

Fuoriregistro, 8 agosto 2021

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