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Posts Tagged ‘Alessandro Aurisicchio De Val’

Passo dopo passo, umilmente, ma senza falsa modestia, con la consapevolezza di chi sa di aver dato un contributo decisivo, ringrazio Giuseppe Chielli e la “Bottega Scriptamanent”.


Bottega Scriptamanent
L’ultimo saggio di Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti (Intra Moenia edizioni, pp. 344, € 18,00), pone al centro la rivolta avvenuta fra 27 e il 30 del settembre 1943 (pochi giorni dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 dello stesso mese). L’Italia era una nazione allo sbando più totale, nessuno sapeva più per chi doveva combattere. I tedeschi erano pronti a mettere a ferro e fuoco la città, anzi come impartì Hitler ai suoi e come ricorda lo storico Roberto Battaglia nel suo testo Storia della Resistenza italiana – 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 (Einaudi, pp. 624), Napoli deve essere un cumulo di «fango e cenere», prima della ritirata. Già in un altro testo, del 2012 – Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editrice italiana, pp. 152) – l’autore aveva accennato a questo tema, anche se sotto diverse sfaccettature. In quest’ultima opera, l’intento è, in primis, quello di analizzare queste giornate storiche. Infatti Aragno sostiene che sono un grandissimo prodotto della coscienza popolare, a dispetto di quanto se ne dica, e hanno dato inizio a tante rivolte che ci sono state in tutta Italia. Senza questa insurrezione Napoli sarebbe stata distrutta, si diceva. L’autore osserva nelle prime pagine del libro una ferocissima critica nei confronti di diversi studiosi, i quali considerano queste giornate solo come il frutto di qualche facinoroso, e di qualche poco di buono. Steinmayr, ad esempio, direttore dello Stern, come Aragno ricorda nel testo, sostenne che «la rivolta contro lo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, non può essere altro che un parapiglia tra papponi e prostitute». Da queste righe, dunque, si intuisce la considerazione che taluni studiosi avevano di Napoli e dei suoi abitanti, paragonandoli a sempliciotti, o alla peggio, a delinquenti. Si considerano questi episodi come atti di teppismo, e vengono dissociati da delle vere e proprie motivazioni di ordine politico. Aragno, nel raccontare Napoli, nega il suo valore e la sua grandezza, parlando di una città umiliata, derisa e derubata. A tal proposito Aragno si ritrova a scrivere di «internazionale del linguaggio classista» per esprimere i pregiudizi dai quali era, ed è tuttora, ricoperta la città partenopea.
La grandezza del testo sta nel dare spazio ai cosiddetti ultimi, al popolo, e concedere loro il palcoscenico che la Storia non gli ha riconosciuto. Per fare tutto questo e per identificare coloro i quali furono parte attiva delle Quattro giornate, Aragno compie un’operazione impeccabile: ovvero confronta i nomi dei diciassettemila condannati dal regime al confino con l’elenco dei rivoltosi della città partenopea che poi andarono ad unirsi alle formazioni partigiane al Nord e all’esercito italiano della Liberazione.

I protagonisti della rivolta
Si tratta di un vero e proprio unicum per opere di questo genere.
Come nel suo precedente testo, viene dato spazio a persone delle quali poco o nulla era stato detto prima. Per lo più si trattava di gente del popolo, tranne per alcune importanti figure, e di queste, attraverso un uso capillare delle fonti, ne viene raccontata la vita. Sono stati anche riportati molte volte i verbali della questura sul loro conto. Non sempre si è trattato di partigiani, al contrario: tuttavia molti di essi hanno lottato contro il regime, sono stati confinati, alcuni hanno persino partecipato alla Guerra civile spagnola del 1936/1939, o ad altri moti di insurrezione. I personaggi al centro di queste vicende sono stati moltissimi. Tra tutti i fratelli Wanderlingh, i quali avevano già partecipato ai moti del maggio del 1898, e sono stati tra gli ispiratori della rivolta; il primo maggio 1943, insieme a un gruppo di persone manifestarono in nome del partito socialista e dell’«Italia Libera». Importante per le Quattro giornate fu anche la famiglia Grossi. Una dei suoi componenti, Ada, raccontava da una radio che trasmetteva nel 1937 da Barcellona quanto succedeva della guerra in quel periodo. Era seguita da molti degli antifascisti.
Tra i rivoltosi, bisogna anche ricordare tale Federico Zvab, il quale aveva una lunghissima trafila, come altri, di varie espulsioni e confinamenti. È stato direttore dello Stern, ma soprattutto partecipò alla Guerra civile spagnola del 1936/1939. Intellettuali, operai, ma anche donne (anche se di quest’ultime si conosce poco) presero parte attiva in quei giorni. Tra queste bisogna citare Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo. A lei nel saggio vengono dedicate pagine importanti e, dopo una descrizione dettagliata della sua vita, corredata da un notevole apparato bibliografico, si ricorda che con la sua azione salvò il ponte della Sanità. Le donne in tempo di guerra costituivano anche l’ossatura della famiglia, priva degli uomini chiamati alle armi. Così la propaganda antifascista degli alleati si rivolgeva anche a loro: «Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini che andarono in Africa? Da quanto tempo non avete loro notizie? Vi svelano che la metà delle navi vengono affondate? Madri di Napoli! […] Le vostre sorelle di Palermo, Genova, Brindisi, agiscono già.
Spose di Napoli! SEGUITE IL LORO ESEMPIO. Fate la guardia alle navi […]. Nascondete l’equipaggiamento dei vostri amati soldati […]. Il mare significa la morte».
Infine, una menzione speciale deve essere accordata a Alessandro Aurisicchio De Val, comunista di vecchia data, il quale scattò le foto degli eventi e dei personaggi di quei giorni. Forse, senza i suoi scatti, non avremmo nemmeno idea dei volti di tale rivoluzione e, forse, non sarebbe stato possibile raccontare la loro vera storia. Un libro dunque a difesa della Storia, ma soprattutto a difesa di Napoli che, spesso molti lo dimenticano, costituisce, nel bene e nel male, uno dei pilastri del nostro paese. Senza il coraggio dei suoi abitanti, non sarebbero subito seguite le successive rivolte nelle altre città, italiane, ma anche d’Europa.

Giuseppe Chielli

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 138, marzo 2019)

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Le Quattro giornate di Napoli a

Che fine ha fatto il libro di Aragno? Non l’ha voluto nessuno e lui, deluso, l’ha dovuto riporre in un cassetto? Tranquilli. Per tutta l’estate l’editore ha pensato di tenerlo fermo nei suoi depositi ma domani le mie «Quattro Giornate» entreranno finalmente nelle grandi librerie di Napoli; in settimana, poi, le troverete anche in quelle minori. Il libro, però, non ha nessuna intenzione di stare ancora fermo: vuole uscire fuori le mura e farsi conoscere un po’ dovunque. Naturalmente molto dipenderà da voi: andate a chiederlo ai librai nelle vostre città, acquistatelo on line e lui farà il viaggio che ha programmato. Vale la pena? Io dico di sì e per invogliarvi eccovi intanto la copertina, la quarta di copertina, l’inizio del primo capitolo e l’indice un po’ stravagante.
Di che si tratta? Sulla quarta di copertina c’è scritto che il «libro racconta una “storia civile”. Al centro della scena uomini e donne che vincono la paura e lottano per la dignità in una notte disperata. Sullo sfondo, la dittatura, la repressione, la guerra e un’occupazione spietata. E’ l’alba della Resistenza.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico. Non rinuncia al rigore della ricerca, ma dà la parola a chi non l’ha mai avuta e diventa il canto corale della Napoli antifascista. Questa ricostruzione storica delle Quattro Giornate non solo smantella lo stereotipo della città di plebe, ma restituisce alla memoria collettiva i nomi, le storie umane e la vicenda politica degli sconosciuti protagonisti di una delle più belle pagine della millenaria storia di Napoli: quella dell’antifascismo popolare colto nel suo momento più alto, fatto di speranza e sacrificio.
Un messaggio di grande attualità nel nostro tempo che torna ad essere buio».
Segue una premessa, che potrete leggere a casa con calma, poi comincia la ricostruzione.

I

Le fotografie di De Val

C’è un mito da sfatare. A Napoli la Resistenza non è durata sì e no quattro giorni e non è stata la sommossa degli eterni «scugnizzi», improbabili eroi di un popolo di «senza storia». Tra settembre e ottobre del 1943, dall’armistizio all’arrivo degli Alleati, la lotta ai nazifascisti presenta alla storia una delle più belle «foto di massa» della guerra di liberazione, ma nell’immaginario collettivo prevalgono sin dall’inizio la «città di plebe», con il suo «popolino» e rari, effimeri lampi «individuali». Poco dopo la rivolta, l’8 novembre del 1943, alcune foto di «scugnizzi» in armi, firmate da Robert Capa per «Life», diventano subito il simbolo fuorviante di un evento improvviso, spontaneo e disperato, un misto di rabbia, folclore e lotta per la sopravvivenza, assolutamente privo di connotati politici. Quelle foto, però, il fotografo americano non le ha mai scattate; l’autore, un giovane partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di qualche dollaro. Si chiama Alessandro Aurisicchio De Val, è un comunista militante e ha portato nella lotta una così forte identità politica, che in qualche misura la sua storia personale smentisce l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.
Dopo la sommossa, il De Val continua la sua militanza nel Pci e diventa un collaboratore della «Voce». Nel 1948, dopo una perquisizione domiciliare, la polizia, che ha in organico agenti e funzionari del ventennio fascista e continua a tenere d’occhio i «rossi», lo spedisce in galera per possesso di bossoli e caricatori. I bossoli sono senza proiettili e i caricatori vuoti, ma alla Squadra politica questo non importa. In tribunale, il comunista si difende nell’unico modo possibile, raccontando la verità: si tratta di innocui ricordi delle sue Quattro Giornate. Il giudice lo assolve, ma nessuno si scandalizza per l’incredibile montatura poliziesca contro un partigiano. Da tempo ormai l’insurrezione non rappresenta più il primo, significativo episodio della Resistenza, ma è una sorta di anacronistica rivolta di «Jaques Bonhomme» o forse, e peggio, un’esplosione di «sanfedismo» alla rovescia, in cui per la prima volta nella storia i «lazzari» hanno preso miracolosamente posto dalla parte giusta. De Val lo ha scoperto a sue spese: nessuno crede che gli antifascisti c’entrino davvero con la lotta che ha sostenuto dall’8 settembre all’1 ottobre del 1943. La rivolta ha perso ogni carattere politico, si è trasformata in una delle momentanee esplosioni della «collera cupa che sempre fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud». Una collera così lontana dalla consapevolezza politica, che non solo «l’insurrezione vera e propria non c’è», ma c’è chi crede che utilizzare questa parola per definire le Quattro Giornate di Napoli, significhi «dire qualche cosa di troppo preciso» per un evento che ha i connotati «indefinibili di un fenomeno della natura». Un fenomeno i cui protagonisti sono diventati ormai gli occasionali scugnizzi delle sue foto.
Chiunque provi oggi a capire quanti furono gli antifascisti militanti come De Val che presero parte alle Quattro Giornate, cercherà inutilmente le loro storie nei saggi che si occupano della vicenda. Perché è andata così? Perché siamo più o meno fermi alle foto di Capra e non conosciamo i volti, le storie e le idee politiche dei combattenti? Perché gli elenchi di nomi, che pure esistono da decenni, non corrispondono a vicende umane e percorsi di militanza, in grado di definire posizioni politiche? […]

Ecco l’indice:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui si ferma la promozione. Il resto tocca a voi.

 

 

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