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Posts Tagged ‘Alessandra Clemente’


Manfredi, ex rettore dell’Università Federico II, è uomo d’onore e gli si deve credere. Se dice che non sapeva nulla della brutta faccenda del Comitato elettorale creato per lui da alcuni docenti dell’Università Federico II, è così: non ne sapeva nulla. Non sapeva che Bruno Amato, docente della Federico II,candidato al Comune di Napoli in una delle lista che lo sostengono, aveva avuto la sciagurata idea di scrivere ai colleghi domandando una foto, l’identificazione attraverso la posizione accademica e il numero dei voti che pensava di assicurare all’ex rettore. Lo scopo della raccolta  dati? Semplice e sconcertante: «Facciamo un fascicolo e lo consegniamo a Manfredi».
L’ex rettore non ne sa nulla, finché l’iniziativa non diventa di pubblico dominio. A quel punto ti aspetti la condanna e l’immediata, indignata presa di distanza. Aspetti invano. Il serafico candidato sindaco di Napoli non fa una piega e chiamato a esprimere la sua opinione, minimizza il caso indecente e lo riduce a «una ingenuità nata dai relativi, diciamo così, tempi veloci con i quali sono stato coinvolto in questa campagna elettorale». Una dichiarazione sconcertante, che consente al coordinatore cittadino di Forza Italia, Fulvio Martusciello, di reagire indignato: «L’idea di schedare i professori universitari secondo le loro idee politiche è l’antitesi dell’Università che vogliamo ».
Solo quando lo scandalo monta, Manfredi fa marcia indietro, riconosce l’errore ma continua a minimizzare : «E’ stata una grande leggerezza, ha chiesto scusa […] Può succedere che si sbaglia, quando poi si è candidati per la prima volta». Manfredi non lo sa, ma Amato invece è già stato candidato con Lettieri.
Quale Università vorrebbe Martusciello c’interessa poco. A noi piacerebbe sapere che idea abbia del tempio napoletano dell’alta cultura, il suo ex sconcertante rettore, che, minimizzando, sembra non aver colto la gravità di un’iniziativa che ignora le norme sulla privacy, è estranea alla cultura della democrazia e ha mille affinità con una schedatura politica.
Riducendo tutto a una ingenuità, giustificata dai tempi ristretti che ha avuto per candidarsi, Manfredi dimostra di non rendersi conto della gravità di un’iniziativa, che si inserisce purtroppo a buon diritto nel crescente, pericoloso degrado della politica, nella scarsa sensibilità democratica della cosiddetta società civile, ormai indifferente ai modi in cui si svolge una campagna elettorale, caratterizzata dalla difficoltà di marcare il confine tra il lecito e l’illecito.
Qualcuno dirà che in fondo si tratta di un evento marginale. Per noi invece è una brutta faccenda, significativa e per molti versi rivelatrice, che pone una domanda chiara e inquietante: Manfredi è davvero l’uomo a cui affidare le sorti di Napoli?
Basta riflettere con onestà intellettuale per capire che la risposta è no. C’è bisogno di altro e di meglio. Esclusi Bassolino con la sua triste storia e Maresca, candidato di Salvini, c’è Alessandra Clemente, una donna che vale, onesta, capace, che ha un programma credibile ed è sostenuta da Potere al Popolo!, una formazione giovane che ha restituito dignità alla sinistra e ai suoi valori.

Giuseppe Aragno, candidato di Potere al Popolo

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Vi domanderete perché, discutendo di elezioni amministrative, chiami in causa l’articolo 116 della Costituzione, che riguarda le regioni e la loro autonomia. Un po’ di pazienza e mi direte poi se l’argomento entra legittimamente nella discussione.
Prima che Massimo D’Alema ci regalasse la sciagurata riforma del Titolo V, sulle Regioni a Statuto speciale, la Costituzione era chiarissima: «Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali». Meuccio Ruini, antifascista, perseguitato politico e padre Costituente, aveva chiarito i motivi della scelta nella sua relazione al progetto di Costituzione. Poche, ma fondamentali parole: «la Regione non sorge federalisticamente. Anche quando adotta con una legge lo statuto di una Regione, lo Stato fa atto di propria sovranità». Pur non potendo nemmeno lontanamente immaginare che qualche decennio dopo avremmo dovuto fare i conti con le folli richieste leghiste, le donne e gli uomini che  scrissero lo Statuto posero così  un limite insormontabile agli egoismo locali e all’avventurismo di gente come Salvini.
Ignorando questa impostazione che aveva radici profonde nella storia di un Paese ridotto a «una espressione geografica» dalla lunga vicenda degli Stati regionali, la miopia di D’Alema e degli uomini che oggi formano il PD, violentarono l’articolo 116, sicché oggi basta una legge ordinaria per accordare alle Regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Unico limite – di fatto formale – un’intesa fra Stato e Regione. Com’era scontato, quando le verità di fede del neoliberismo hanno scatenato la crisi disgregante che attraversiamo, le Regioni che dall’Unità a oggi più hanno preso e meno hanno dato a un processo di armonica crescita economica e sociale della Repubblica, hanno messo in campo iniziative incompatibili con lo spirito Costituente esposta da Ruini all’inizio della storia repubblicana.  
E qui il nesso tra elezioni amministrative di Napoli e cosiddetta «autonomia differenziata» si fa chiarissimo. Allo stato attuale delle cose, tranne Alessandra Clemente, che ha dichiarato la sua netta avversione allo scellerato cambiamento, i candidati a sindaco che dicono di «amare Napoli» provengono tutti, o sono sostenuti, da aree politiche, partiti e liste che sono invece apertamente favorevoli. A parole promettono uno splendido futuro alla città; sanno però che alla resa dei conti chi li presenta e li sostiene non glielo consentirà.
Maresca, per esempio, tutto cuore e passione partenopea, è sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini e di Luca Zaia, così attento alla sorte dei napoletani, del Sud e in generale dell’Italia, che nel 2014 ha tentato di indire un referendum che la Consulta dichiarò illegittimo. Qual era l’obiettivo? Voleva l’indipendenza del Veneto, di cui è Presidente. Sì, avete capito: l’indipendenza. Sempre con Napoli nel cuore, Zaia è tornato alla carica nel 2017 con un referendum rivelatore dei rapporti che i ricchi autonomisti intendono instaurare con i poveri napoletani: Zaia vuole tenere per il Veneto una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai suoi cittadini all’amministrazione centrale, per poterli utilizzare in termini di beni e servizi per la sua Regione; non contento, vuole che il Vento tenga per sé l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale. Per Zaia, infine, il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non deve essere soggetto a vincoli di destinazione.
Gli amici di Maresca, quindi, vogliono uno Stato che non possa e non debba attuare il principio costituzionale che consente di destinare risorse aggiuntive per promuovere lo sviluppo economico di territori bisognosi a fini di coesione e solidarietà sociale. L’esercizio concreto dei diritti della persona? Gli squilibri economici e sociali? La salute? La formazione? Sono questioni che al Veneto e alla Lombardia, che ha seguito a ruota Zaia, non interessano. Di fatto, i sostenitori di Maresca con la loro «autonomia differenziata» dichiarano guerra a Napoli e al Sud.
Si può sperare sull’ex ministro Gaetano Manfredi? Nulla da fare. Il PD di Manfredi canta a coro con la Lega di Salvini e non ha fatto nemmeno il referendum. In Emilia Romagna, infatti, sono stati più sbrigativi e l’Assemblea legislativa ha dato mandato al Presidente della Regione Stefano Bonaccini, di avviare  trattative con il Governo. Bonaccini, passato da Bersani a Renzi, uomo della destra del PD, il partito che è probabilmente il principale responsabile dello sfascio del Paese e del Sud in particolare. Non ho parlato di Bassolino? No. Ma lui fa parte a buon diritto e storicamente del gruppo dei distruttori.
Alessandra Clemente e la sua coalizione hanno, com’è noto, una posizione completamente diversa, ma invano chiedono ai candidati avversari di prendere posizione sul tema: Manfredi, Maresca e Bassolino hanno cambiato idea e sono contrari? Se è così, possono spiegarci per favore perché si fanno sostenere da forze che sono invece tutte favorevoli?

Candidato di Potere al Popolo

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Del Bassolino «miracoloso» – quello del ’94 – ho esperienza diretta e trovo singolare che la stampa stia zitta quando l’ex sindaco afferma che con la sua elezione la città ridotta al buio si illuminò di lampi inattesi, intercettò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte. Cantando a coro, gli immancabili adulatori ricorrono alle solite mezze verità: la luce ritrovata fece tornare ben presto per le strade deserte i ragazzi che s’erano rintanati. Ed è vero, sì, me lo ricordo anch’io: i ragazzi riempirono le strade, ma non ce li portò Sant’Antonio Bassolino. Si ritrovarono in piazza, spinti da un moto di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università.
Il coro di adulatori smemorati non ricorda più che i ragazzi, appena tornati in strada, si trovarono a fare i conti con la vocazione autoritaria e repressiva del sindaco «miracoloso», sicché il 14 novembre 1994, la stella polare sparì, tornammo al buio pesto e si giunse allo scontro violento e premonitore. Ricordo con angoscia la sirena della Camera del Lavoro allertare i dirigenti e l’affannosa e inutile corsa verso gli studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia, riuniti in corteo. Giungemmo in tempo, ma la Questura non sentì ragioni e a via Medina si scatenò. Un attimo e il bilancio divenne pesantissimo: un giovane travolto da una volante, studenti fermati in massa e un messaggio che emergeva chiaro: Bassolino non gradiva.
Rifiutato l’ascolto ai ragazzi tornati in strada e respinti con la violenza, dietro il «Rinascimento» si intravide così il rifiuto della vita democratica e la volontà di trincerarsi nell’immagine artificiosa di una  campana di vetro. Invano Jean Nöel Schifano, acuto interprete della natura di uomini e cose, lacerò il manto conformista degli elogi e individuò precocemente le radici del fallimento: l’idea del «salotto buono» conteneva in sé germi reazionari. Napoli, ebbe a dire, «è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre, con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia. Mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no».
Bassolino lo ignorò. Lui non voleva la gente. Preferiva le mummie.
Dopo il delirio di cariche e inseguimenti, dopo che uno studente, colpevole di essere tornato in strada, fini in Questura trascinato per i capelli come una bestia, dalle vie sparirono i ragazzi. E non solo loro. Per Bassolino il «rinascimento napoletano» era incompatibile con ciò che si muoveva. I movimenti sociali rendevano smossa l’immagine e non permettevano di vendere fumo. Occorreva perciò mummificare, sicché Francesco Festa ha potuto poi scrivere che «la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente». Avendo una formazione comunista deteriore, «Bassolino conosce bene i movimenti di lotta», e gli toglie l’ossigeno per respirare. Il sedicente democratico «smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati», con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. Di fatto, imbocca così la via che conduce difilato alle violenze del 2001, che, non a caso, ebbero il loro più autentico laboratorio sperimentale nella città di un «Rinascimento» scivolato progressivamente e inesorabilmente nelle sabbie mobili di una nuova «Restaurazione».
Alla tragedia spazzatura non si giunse per caso. Nelle diverse tappe della sua carriera politica nessuno ha saputo incarnare meglio di Bassolino il berlusconismo di sinistra, la mutazione genetica da cui è nata una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che erano e sono l’autentica espressione dei bisogni reali dei ceti subalterni. Rifiutando il colloquio con gli esponenti del dissenso popolare, Bassolino non solo colpì duramente la partecipazione democratica, ma produsse la caligine densa che avvolse e coprì i processi di deindustrializzazione. Grazie a quella nebbia impenetrabile, fu possibile promettere a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio e aprire la strada che incanalava i bisogni della povera gente verso l’unico sbocco possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche.
Inserita in questo contesto, al di là delle inadeguate verità giudiziarie, la vicenda della spazzatura non fu un incidente di percorso, ma l’esito inevitabile di una scelta politica, che aveva fatto propri i disvalori della peggiore destra; non basta scrivere perciò che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Occorre ricavarne la logica conclusione: quella domanda è stata spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro cadde sulle spalle di De Magistris, che, per quanto possibile, provò a girare pagina, tornando a dialogare con i movimenti. Una scelta che scavò un abisso tra le due esperienze. Non mi avventuro sul terreno di una comparazione, ma una cosa la dico: l’ennesima candidatura di Bassolino, che riporta Napoli al 1993. non solo è anacronistica e fuori dalla storia, ma ripropone formule reazionarie. E’ perciò una sfida pericolosa, cui occorre rispondere rifiutando la tentazione di non votare. La sinistra quella, vera, è oggi rappresentata da Potere al Popolo che non a caso si presenta in una coalizione che sostiene la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente. La sfida vera infatti è questa: dignità e futuro contro passato e reazione, contro un blocco di potere in cui tutti fanno il gioco delle tre carte: a Napoli sono avversari e a Roma alleati nell’inaccettabile governo Draghi.

Candidato di Potere al Popolo

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Ho insegnato nelle scuole statali quando coltivavano intelligenze critiche ed erano un’efficace ascensore sociale. Dagli anni Sessanta a oggi ho sempre lottato per un mondo migliore e non ho rincorso sogni. Ho partecipato a lotte che hanno consentito grandi conquiste sociali. Quelle conquiste che, in nome del profitto, il neoliberismo dilagante sta cancellando, assieme all’equilibro dell’ambiente, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano.
Di mestiere faccio lo storico, che non significa occuparsi del passato, ma fornire chiavi di lettura del presente e quella autonomia di pensiero che consente ai giovani di progettare il futuro.
Mi candido alle imminenti elezioni amministrative, convinto che amministrare Napoli e i suoi quartieri significhi anzitutto fare una scelta politica: rifiutare la logica devastante del neoliberismo e opporsi, se necessario, anche con la più intransigente disobbedienza. E poiché è necessario, noi diremo no.
Mi candido perché intendo contribuire alla sconfitta delle foglie di fico di forze politiche che qui a Napoli fingono di combattersi e a Roma governano con Draghi e dicono sì a leggi che massacrano la povera gente. Questa gente promette che farà il bene di Napoli, ma si è già accordata sull’autonomia differenziata, che assegna incalcolabili risorse al Centro-Nord e lascia Napoli e il Sud nella più nera miseria.
Mi candido con Potere al Popolo, a sostegno della candidata sindaca Alessandra Clemente, perché quando dice città, Potere al popolo non pensa ai salotti buoni di quei ceti sociali che si arricchiscono col lavoro nero e l’evasione fiscale. Pensa anzitutto ai territori in cui decenni le politiche neoliberiste hanno portato miseria, camorra, disoccupazione e disperazione.
Potere al Popolo è una forza politica apertamente antiliberista, non appoggia il tragicomico governo Draghi, rifiuta il devastante progetto di impoverimento di Napoli e del Sud e da anni dimostra coi fatti di avere un modello alternativo a quello che unisce tutti gli altri candidati. Potere al Popolo non promette “miracoli” e non si prepara a distruggere Napoli. Da anni offre gratis a migliaia di persone attività solidali, assistenza legale a lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni fa funzionare doposcuola, ambulatori medici e attività teatrali e sportive e dai tempi del lockdown distribuisce pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.

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Mi chiamo Giuseppe Aragno e ho di che vivere: ho insegnato nelle scuole dello Stato e di mestiere faccio lo storico.
Sono candidato al Consiglio Comunale e alla Municipalità Vomero Arenella con «Potere al Popolo!». Non sono più giovane, ma non sono nemmeno uno dei tanti «giovanilisti» che riducono la complessità della politica a un dato anagrafico. D’altra parte «Potere al Popolo» si presenta con tanti giovani candidati, che la presenza di qualche vecchio può essere più utile di quanto sembri. E vi risparmio qui uno sproloquio sugli antichi Romani, maestri di amministrazione e governo, che fondarono la loro grandezza anche sul ruolo degli anziani, riuniti nel «Senatus», un organismo di grande peso politico.
Vivo da cinquant’anni nella II municipalità e sono nato a Napoli, una città che da bambino ho visto rinascere dalle rovine dei bombardamenti Alleati. Ho lottato per tutta la vita per un mondo migliore e giunto alla fine del percorso non ho paura di dirlo: contro «Potere al Popolo» – che sostiene la candidata sindaca Alessandra Clemente – è schierata la peggiore classe dirigente che abbiamo avuto nella storia della Repubblica. La peggiore destra – quella di Salvini – che si nasconde invano dietro Maresca: tutti voi sapete che è stata ed è una vostra feroce nemica. Una nemica di Napoli. C’è poi il PD, un partito che ha rinnegato la sua origine democratica e di sinistra ed è diventato il peggior nemico della povera gente; questo PD vi chiede di votare Gaetano Manfredi, che ha accettato la poltrona di ministro dell’Università, dopo che altri l’avevano rifiutata, perché non c’era un soldo per farla funzionare.
Questa gente si finge avversaria, ma è alleata del governo neoliberista guidato da un banchiere figlio della fallita Unione Europea. Di fatto, questa gente è alleata e lotta per spartirsi il potere.
Nemica di «Potere al Popolo» e della coalizione che appoggia Alessandra Clemente, questa classe dirigente finge di voler fare il bene di Napoli, ma mente spudoratamente, perché si è messa d’accordo da tempo sulla cosiddetta «autonomia differenziata». Non sapete cos’è? Per spiegarlo, bastano poche parole. I sedicenti «amici di Napoli e del Sud» non ve lo diranno mai, ma l’accordo è chiarissimo: terranno per sé l’80 % delle tasse riscosse nelle regioni del Centro-Nord e lasceranno Napoli e il Sud nella miseria più nera.
Noi di «Potere al Popolo», schierati nella coalizione della Clemente, possiamo dirlo chiaro: se ci voterete non riconosceremo questo accordo, non pagheremo debiti che non abbiamo fatto, disobbediremo e pretenderemo il rispetto della Costituzione. Siamo il solo schieramento che lotta per una città che abbia ciò che le spetta, una città giusta in un Paese giusto e solidale, un Paese in cui la lotta per l’ambiente non sia affidata ai padroni, ai venditori d’armi e di fumo, come fa il governo che Salvini, il PD e i 5 Stelle sostengono. Forse non lo sapete, ma quest’anno hanno speso 25 miliardi di euro per comprare armi, un miliardo per la vostra salute che non gli interessa e meno di un miliardo per la formazione. Se siete vecchi, vi dovete togliere dai piedi, perché costate troppo. Vi vogliono ignorati, perché siate pecore rassegnate, che non capiscono ciò che accade  e si lasciano portare al macello.
«Chiacchiere», direte voi, giustamente diffidenti. Lo direte, ma sbaglierete. «Potere al Popolo» ha dimostrato coi fatti che esistono altri modi di amministrare e governare.  Ha realizzato e realizza ogni giorno un modello più giusto e solidale. Noi veniamo dall’«ex OPG je so’ pazzo», una realtà strutturata, in cui vive una comunità che ha dimostrato coi fatti cosa significhi difendere i diritti che ci stanno negando e la giustizia sociale sempre più calpestata. Da anni offriamo gratis a migliaia di persone attività solidali, assistiamo legalmente lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni facciamo funzionare doposcuola, ambulatori medici, attività sportive e dai tempi del lockdown distribuiamo pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.
Gli altri che vi chiedono il voto li avete sperimentati e sapete che vi aspetta. Non avete perciò nulla da perdere: votateci, metteteci alla prova e non ve ne pentirete.

Giuseppe Aragno

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Vi chiederete perché, parlando di elezioni amministrative, tiri fuori l’articolo 116 della Costituzione che riguarda le regioni e la loro autonomia. Un po’ di pazienza e mi direte poi se sono fuori tema.
Prima della sciagurata riforma del Titolo V, voluta da Massimo D’Alema, in tema di potere delle Regioni, la Costituzione era chiarissima: «Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali». L’on. Meuccio Ruini, antifascista, perseguitato politico e padre Costituente, nella  sua relazione al progetto, aveva spiegato la scelta, precisando che «la Regione non sorge federalisticamente. Anche quando adotta con una legge lo statuto di una Regione, lo Stato fa atto di propria sovranità». Pur non potendo sapere che alcuni decenni dopo ci saremmo trovati di fronte alle folli richieste leghiste, Meucci e i padri Costituenti pensavano di porre così un argine a ogni egoismo locale e all’avventurismo di gente come Salvini e i suoi camerati leghisti.
Contro questa impostazione storicamente fondata nelle radici di un Paese ridotto a «una espressione geografica» dalla lunga vicenda degli Stati regionali, lo sguardo corto di D’Alema e degli uomini che oggi formano il PD, modificarono l’articolo 116, sicché oggi la legge ordinaria può attribuire alle regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Unico limite – di fatto formale – un’intesa fra lo Stato e la regione interessata. Com’era prevedibile, quando la bibbia neoliberista ha scatenato una dietro l’altra le crisi disgreganti che attraversiamo, per fare pressioni sullo Stato, alcune delle Regioni che, dall’Unità a oggi, più hanno preso e meno hanno dato a un processo di armonico sviluppo sociale ed economico della Repubblica, hanno assunto iniziative che fanno a pugni con lo spirito Costituente chiarito da Ruini all’alba della nostra storia repubblicana.  
E qui il legame tra la cosiddetta «autonomia differenziata» e le imminenti elezioni amministrative di Napoli diventa chiaro. Tranne la Clemente, che ha apertamente dichiarato la sua totale avversità a questo scellerato cambiamento, i candidati che chiedono un voto perché «amano Napoli» provengono tutti da partiti o aree politiche che sono invece favorevoli. Promettono di dare un futuro alla città, ma sanno che chi li presenta e li sostiene non glielo consentirà.
Prendete Maresca, a parole tutto cuore e passione napoletana, nei fatti sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini e Luca Zaia presidente della Regione Veneto, così interessato alla sorte dei napoletani, del Sud e in generale dell’Italia, che nel 2014 ha addirittura tentato di indire un referendum dichiarato illegittimo dalla Consulta. Di che si trattava? dell’indipendenza del Veneto. E’ inutile tornare a leggere. Non avete sbagliato. L’amante di Napoli, ci ha riprovato nel 2017, quando ha chiesto ai veneti di votare sì o no a un nuovo referendum, rivelatore dei rapporti che i ricchi autonomisti intendono instaurare con i poveri napoletani: il Veneto vuole tenere per sé una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai suoi cittadini all’amministrazione centrale in modo che venga utilizzata nel territorio regionale in termini di beni e servizi; vuole che la Regione mantenga almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale e, «dulcis in fundo», pretende che il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione.
Lo Stato immaginato dagli amici di Maresca, quindi, non può e non deve attuare il principio costituzionale che consente di destinare alle autonomie territoriali risorse aggiuntive per promuovere lo sviluppo economico e a fini di coesione e solidarietà sociale. Gli squilibri economici e sociali? L’esercizio concreto dei diritti della persona? La formazione? La salute? Il Veneto e la Lombardia, che l’ha seguito a ruota, se ne infischiano. Gli amici e sostenitori di Maresca con la loro « autonomia differenziata » sono una dichiarazione di guerra a Napoli e al Sud.
Si può sperare sul rettore ed ex ministro Gaetano Manfredi? Purtroppo no. Il PD di Manfredi è d’accordo con la Lega di Salvini e il referendum non l’ha nemmeno fatto. In Emilia Romagna, infatti, sono stati più spicciativi e l’Assemblea legislativa ha incaricato di avviare il negoziato con il Governo il Presidente della Regione, Stefano Bonaccini, un trasformista passato da Bersani a Renzi, collocabile senza forzature nelle file della destra del PD, il principale responsabile dello sfascio del Paese e del Sud in particolare. Ho dimenticato Bassolino? No. Rientra perfettamente nel gruppo dei distruttori.
Di fronte a questa situazione, le elezioni amministrative non sono mai state così politiche e su questo tema Alessandra Clemente e la sua coalizione hanno la possibilità di fare a pezzi i candidati avversari, chiamandoli a un confronto serrato e ricordando ogni giorno agli elettori la loro funzione di cavalli di Troia, che si presentano in pace, ma sono pronti a massacrare la città.

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Voci sulla cittàVenerdì 29 aprile 2016, alle ore 18:30, a Napoli in Piazza Vanvitelli, sarà presentato il libro Voci sulla città: de Magistris e la Napoli da raccontare.

Sono in quindici, e ognuno ha raccontato la sua Napoli. Come è, come era e come sarà.

Voci sulla città – de Magistris e la Napoli da raccontare è un volume che raccoglie le testimonianze di chi ha accolto l’invito a raccontare, da diverse angolazioni, una città che ha ritrovato l’orgoglio e che vive, attualmente, un sentimento vivo di appartenenza e cura.

Un libro scritto a più mani, da Pino Aprile, Giuseppe Aragno, Arsenale K, Luigi Bartalini, Alessandra Clemente, Luca Dalisi, Rosaria De Cicco, Maurizio de Giovanni, Gaetano Di Vaio, Chiara Guidi, Giuseppe Ferraro, Antonio Massari, Sandro Ruotolo, Alex Zanotelli, Eleonora e Ruben e lo stesso Luigi de Magistris, che narra quali trasformazioni hanno contribuito al cambiamento di Napoli e su quali si deve ancora lavorare.

Interverranno

Sandro Ruotolo, Gaetano Di Vaio, Chiara Guida, Giuseppe Ferraro, Giuseppe Aragno, Rosaria de Cicco, Luigi Bartalini, Arsenale K.

Interventi musicali:

Riva
Pepp oh
Lello Petrarca
Marzouk Majeri- Fanfara Station

Modera

Anna Assumma (Giornalista)

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