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Posts Tagged ‘Alenia’

Con tutto il rispetto, quando le ho parlato del suo VALeS , prof. Profumo, Chiara, la mia giovane amica ricercatrice, s’è fatta una risata schietta e ha commentato: “americanate“. Ha una storia alle spalle, Chiara, e la racconta così a chi le chiede meravigliato: “ma che fai, sei tornata a casa?“:
Sì, me ne sono tornata in Italia e ho mollato tutto, gli USA, la borsa di studio, il prestigioso Istituto di ricerca e le prospettive di carriera, perché, in attesa della stella polare, i soldi per la privata non ce li avevo e mia figlia dovevo mandarla per forza in una scuola pubblica“.
Per chi non capisce e fa lo sguardo interrogativo, risponde secca e senza mezzi termini:
‘I ministri, da noi, non sanno nemmeno di che parlano! Fa schifo. Da quelle parti la scuola pubblica fa schifo. Non potevo rovinare mia figlia. Qui, nonostante l’incompetenza di chi governa, abbiamo ancora una scuola coi fiocchi“.

L’avrà sentita raccontare, signor ministro, la storia di Lee Marshall, l’inglese che vive scrivendo, fa il giornalista e si occupa di bel mondo, viaggi, cinema e gente come lei, very important, per dirla alla sua maniera. Conosce l’Italia come e forse meglio di lei. Ci sta dall’ ormai lontano 1984, s’è ben guardato dal mandare sua figlia nelle decantate scuole inglesi e internazionali e non s’è mai pentito. Ai colleghi giornalisti del Corriere, che provavano a capire se gli avesse per caso dato di volta il cervello, l’ha detto chiaro: “l’ho mandata al liceo Tasso e lo rifarei. La scuola pubblica italiana avrà qualche difetto, ma resta molto valida” E ha usato a ragion veduta la parola “resta“. L’ha fatto per spiegare che era meglio di quello che è oggi, ma si sa: c’è stata la lunga serie di guai che da Berlinguer ci ha condotto a lei e danni se ne sono avuti.

A Londra, signor ministro, il ragazzo che aspira a una buona università o fa la scuola privata, oppure scopre che Oxford e Cambridge gli chiudono le porte in faccia. Al contrario, se i genitori si sistemano nel paradiso inglese e i figli italiani vengono da un nostro liceo statale, le porte sono aperte e non si lamenta nessuno. Lo saprà di certo e se non lo sa s’informi. Sentirà che coro! I suoi colleghi inglesi sono tutti d’accordo: gli studenti delle scuole italiane sono veramente bravi. Hanno strumenti per ragionar da soli e lo fanno bene. Nonostante i ministri, ci si riesce ancora: la formazione non soffre d’asfissia, non muore al primo ostacolo, soffocata dalla nozione.

Eva Schenck e Gijs Pyckevet, architetti di Berlino e Eindhoven, racconta il “Corriere“, hanno iscritto i figli alla Garbatella, una scuola statale di Roma. A chi le domanda, Eva risponde con semplicità che la valutazione se la son fatta da soli, lei e il marito, dopo che alla scuola tedesca di Roma hanno domandato quanti domestici avevano in casa. Ognuno a suo modo, prof. Profumo. Non hanno avuto dubbi e non hanno atteso l’esito delle sue cervellotiche teorie docimologiche.

Il mio amico Giorgio, ingegnere che s’è fatto un nome all’Alenia quando faceva aerei con gli americani, la differenza la spiega così: “Quando cominciai a girare per gli States e non capivo molto di quello che la gente diceva, la sera ne vedevo tanti di manager di nome. Davanti a un bicchiere di whisky, parlavano fitto, con l’aria seria di chi fa i grandi discorsi. Non è facile spiegare la delusione, quando finalmente fui in grado di capire ciò che si dicevano: reality, gossip, pettegolezzi. Una desolazione. Una lingua l’impari anche se a scuola l’hai fatta male e meglio sarebbe se te la facessero studiare sin da bambino” – riconosce, ma non glielo togli dalla testa e ha perfettamente ragione: “se non te lo insegnano prima, però, quando sei uno scolaro tra scolari, fai domande e domandi risposte, non imparerai mai a farne uso, mettendoci parte di te stesso e andando oltre la “lezione“.
Non era difficile fare il lavoro dei grandi manager, sostiene il mio amico Giorgio. Il difficile era far ragionare i grandi manager fuori da uno schema. La differenza è in un concetto base che le Tre Elle, l’Invalsi e il VALeS non sanno e non possono misurare: la formazione educativa prevale sulla necessità peculiarmente disciplinare. Per la prima la vita ha tempi dati, per l’altra c’è tempo una vita. Poi, certo, se un ministro ti dà una palestra, un edificio confortevole e laboratori, se ci mette i quattrini per lo stipendio dei docenti e i soldi che gli americani spendono per la ricerca, beh, allora si vola, si va sulla luna, senza bisogna di regalarsi al miglior offerente, di andare a vendere la propria formazione in cambio di una sistemazione, di un futuro e della certezza che non ti sorpassi un raccomandato.

E’ questo che manca all’Italia, signor ministro. Una classe dirigente selezionata per quello che vale.
Valuti il suo mondo, se ne è capace. Torni all’università e se ci riesce metta ordine nei concorsi. Sono il vero e grande problema di questo Paese, il terribile cancro che lo divora. Lo faccia, renda trasparenti i concorsi universitari. Dopo, solo dopo, se troverà chi è disposto a votarla, entri in Parlamento e governi. Vedrà, essere eletti è molto più difficile di quanto lei creda, tant’è che non vi fate più votare. Lei e i deputati che l’appoggiano, noi non li abbiamo eletti. Ci ha provato una volta Rossi Doria, il suo sottosegretario. Partì da lontano e si contentò: voleva fare il sindaco, ma nessuno lo volle.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 febbraio 2012 e sul “Manifesto” l’1 marzo 2012 col titolo Caro Profumo, il problema ero sono i concorsi…

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