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Posts Tagged ‘Afghanistan’

Se il “Popolo d’Italia” non fosse ormai modello prevalente, avremmo caratteri cubitali: da Profumo a Gelmini siamo fermi a Berlusconi. Se prima, aperta una falla, provvedeva l’Invalsi, ora che la nave affonda c’è ancora l’Invalsi. La riforma è un Moloch.
Dopo i dotti bizantinismi su tecnici e politici dei soliti pennivendoli, folgorati dalla sostanza della forma, un silenzio complice e forse persino imbarazzato accoglie l’amara verità dei fatti: Profumo sposa la tesi politica di Gelmini ed ecco le prove Invalsi, tecnicamente errate, ma illuminanti sul terreno della politica. Il fine è scandaloso: imporre valutazioni dettate da un’idea di formazione omologante, che imprigioni la libertà d’insegnamento, produca un “Casellario Politico” delle scuole con tanto di schedatura, agevolando la disgregazione di una istituzione che rinneghi i principi di inclusione e solidarietà, per far spazio a una visione aziendalistica tutta competizione, concorrenza e discriminazione. Tecnici o politici, la scuola non ha più tempo per chi presenta disturbi specifici d’apprendimento e mentre un’intera generazione di test fa da Rupe Tarpea è sempre più evidente: la Questione Meridionale, il radicamento leghista in alcune aree del Nord, le differenze metodologiche tra le diverse scuole, in una parola la complessità d’un Paese di cui si riscrive la storia cancellando gli “omissis”, sono ignote all’Invalsi e ignorate dal governo. Lo sanno tutti, la distinzione tra “tecnico” e politico è una volgare “patacca”, ai tecnici, tuttavia, s’impicca il Paese, inebetito da imbonitori fini e pericolosi, che sparano ad alzo zero gli slogan berlusconiani sul “salvaitalia”, la monotonia del posto fisso, il sindacato trincea di sfaticati, i miracoli dei supertecnici e i politici ladri che fanno sconcia e mariuola l’idea stessa della politica.

Un fotografo che volesse raccontare l’Italia d’oggi userebbe il grandangolo e le prime pagine si aprirebbero di nuovo su Bettino Craxi; a lui rimanda, infatti, la trovata di Monti, che si affida ad Amato per tirar fuori dallo stato confusionale i suoi “tecnici”, incapaci di salvarci dall’incapacità dei partiti. Se l’Invalsi è il volto statico dello scandalo Italia, la vicenda Amato-Monti rovescia la medaglia e ne svela il volto dinamico. Giuliano Amato, pensionato da oltre 1000 euro al giorno, non è solo uno schiaffo alla miseria regalata dal governo a milioni di italiani, Amato è il germe della malattia che Monti sostiene di curare: una vita nell’università allo sbando, mezzo secolo di storia dei partiti, una sconcertante comunità d’intenti col socialismo indecente del pluricondannato Craxi, due Presidenze del Consiglio, sei incarichi da Ministro e infine fasullo Cincinnato, vagolante tra presidenze alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla Treccani.
A ben vedere, dietro Monti si scorge il tragico filo rosso che percorre la storia di un Paese nato per “creare un mercato” e cresciuto così, malato dei mali del suo capitalismo: penuria di capitale per scarsa accumulazione primitiva, nessuna propensione al rischio, frazionamento politico e assenza di un grande mercato interno. L’Italia che Garibaldi unì non era un mercato. Mancavano investimenti e smercio e ci pensò lo Stato, in mano a un capitalismo molto interessato al controllo delle leve governative. Iniziò così una rapina costante, un travaso ininterrotto di ricchezza prodotta dal lavoro e regalata al capitale dei Lanza e dei Sella, impegnati a “pareggiare il bilancio” per risarcirsi delle spese delle guerre per l’indipendenza. I lavoratori sputarono sangue, pagarono tasse persino sul grano macinato e fu la fame. La finanza, in compenso, divenne “allegra”, e i proventi fiscali finirono alle banche, pronte a sostenere ogni avventura industriale. Quando scoppiò la bolla immobiliare, s’intravidero legami oscuri tra politica e mafia e nel 1893 si scoprì che le banche d’emissione truccavano conti e stampavano banconote false. Non pagò nessuno e cominciarono i salvataggi: le banche fallivano, i lavoratori pagavano e quando la speculazione mise piede in Africa, si andò alla guerra. Nessuno ha calcolato mai quanto c’è costata in oro, sangue e civiltà l’avventura del cattolico Banco di Roma nel mare di sabbia libica, mentre il Sud mancava d’acqua e lavoro. Da Adua all’Amba Alagi, passando per l’ignominia di Sciara Sciat, la Spagna martoriata, la tragica Siberia e da ultimo l’Afghanistan, chi cercherà notizie serie sul debito di cui ciancia Monti, dovrà andare a cercarle tra i bilanci delle banche e incrociare i dati con quelli dello Stato. Altro che welfare. Qui da noi, la storia del capitale oscilla tre avventure, salvataggi e lavoratori strangolati. Gronda sangue. Anche la Comit è stata salvata: oggi si chiama Intesa e ha ministri al governo. Non aveva torto Pietro Grifone quando, scrivendo di storia al confino di Ventotene, definì il fascismo “regime del capitale finanziario” e ricordò agli antifascisti che nulla nasce dal nulla e prima del “Duce” c’erano stati Crispi, Rudinì, Pelloux, le cannonate di Bava Beccaris e il Parlamento tradito a Londra.

La democrazia è incompatibile col capitalismo, spiegava di fatto Grifone e in quanto all’Invalsi, strumento di normalizzazione tipico di un’idea corporativa dei rapporti sociali, risponde agli scopi del capitale finanziario che ci governa. Grifone direbbe “regime”. E sarebbe difficile dargli torto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maggio 2012

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Parlare di scuola oggi è un obbligo morale e lo farò. Non avrebbe senso, però, metter mano alla penna, senza guardare al contesto storico in cui ci muoviamo, senza ribellarsi all’idea che parlare di scuola non sia anche, e forse soprattutto, partire dal significato che assume per la nostra vita e per la vita dei nostri figli la lettera della Banca Centrale Europea, di cui finalmente conosciamo le parole, i toni, gli obiettivi dichiarati. Scuola, quindi. D’accordo, ma scuola per dire che c’è bisogno di strumenti utili alla difesa. Non c’è dubbio, siamo stanchi di cattedre tagliate e diritti negati, stanchi di un ministro che, dopo aver attaccato l’istruzione pubblica, l’ha avvilita in un contesto di crescenti disagi, l’ha mortificata, inchiodandola su posizioni di ispirazione razzista e, mentre la smantella, risponde alle critiche parlando di “attacchi sovversivi“.

Tutto questo conta, ma non può bastare. Occorre una riflessione più profonda. Questo governo inesistente, fatto di scandali e repressione, questa opposizione che si schiaccia sistematicamente sulle scelte economiche di un neoliberismo senz’anima e senza rispetto di uomini e diritti, sono il braccio armato d’una dittatura, di un “golpe finanziario” attuato da gruppi di potere che hanno cancellato la democrazia.
Dopo il ricatto che ha messo in ginocchio la Grecia, tocca a noi: per la prima volta nella storia dell’Europa contemporanea un organismo economico privato, espressione di interessi del capitale, detta le condizioni di vita a Paesi sovrani. Padronale è il linguaggio di Draghi e Trichet, due privati cittadini che si arrogano il potere di indirizzare al popolo italiano una lettera ultimativa, cieca, violenta e provocatoria. Una lettera che pretende “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali […] attraverso privatizzazioni su larga scala”. Una lettere che detta una filosofia della storia e pretende di piegare la vita dei popoli alla legge del profitto. E’ tassativo, scrivono i due ragionieri, senza spiegarci con quale autorità, una “accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, la “riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi” E su questa linea proseguono, in un documento che val la pena leggere: “C’è anche esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva”, proseguono i due, “permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane […] intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico […] rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali […]. Consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate […] siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
[…] Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)”.

C’è una guerra in atto. Guerra di aggressione, la terza dopo l’Afghanistan e la Libia. Non si combatte a Tripoli, non fa vittime in Libia, non ha cronisti sulla stampa ormai serva, non ha cittadinanza in un Parlamento delegittimato, è completamente fuori della legalità repubblicana. E’ la guerra delle banche contro la democrazia. Parlare di scuola oggi significa soprattutto dar voce alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2011. La foto è tratta dal blog il lavoto non è una merce.

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Ancora uno. Un altro sventurato soldato nostro è morto oggi in Afghanistan. Quanti  siano finora i disgraziati caduti dall’altra parte probabilmente non lo sapremo mai, ma questo è fatale, va messo nel conto e non sarà reato dirlo: da qualunque parte cadano, prima si fermano le armi e meglio sarà. D’altra parte, si sa che la guerra è cinica e spietata: quando si va a farla e addirittura si pretende che sia pace, le cose vanno così. Come in ogni mistero ammantato di bandiere al vento per coprire interessi oscuri, retorica d’accatto e menzogne di rito, finisce così: con tanti sventurati più o meno innocenti, cadono per prime la verità e la pietà.

Come sempre, a informarci è stato, puntuale, ma non sempre preciso, quel gioiello di Ignazio La Russa, il nostro eroico ministro della Difesa, che si è distinto finora nelle pericolosissime chiacchiere post mortem, nelle scaramucce mortali dei salotti buoni dei conflitti televisivi, nelle sparate biliose riservate a malcapitati, innocui e disarmati  giornalisti e per quel coraggioso e impunito “vigliacco” sputato in faccia, giorni fa da Santoro, a uno studente che provava a parlare. Va beh, gli crediamo a La Russa: cancellata la fede fascista, s’è innamorato della democrazia e vuole difenderla con le unghie e coi denti. In divisa, però, lo vedi solo nelle protettissime retrovie, quando fa il “miles gloriosus” e, da indomito Capitan Fracassa, esibisce le sue brave e imbarazzate tute mimetiche. Forse, da moderno eroe dell’armiamoci e andate, il nostro Spaccamontagne pensa di essere indispensabile al Ministero, o s’è convinto che cadrebbe il governo se, in nome dei suoi nuovi ideali, lasciasse l’amata poltrona, per prendere il posto del caduto? Stia tranquillo, avvocato, di ministri come lei se ne trovano a milioni. Parta tranquillo, vada. Se invece non se la sente e con lei preferiscono stare a casa la famiglia e gli amici suoi parlamentari interventisti, se ne stia almeno zitto per una volta e ci risparmi sue tirate. Faccia le valigie e vada a difendere la democrazia afghana che tanto ne ha bisogno, ministro. Vada, per favore, accorra, e resti tutto il tempo che le occorre per dar prova del suo amore. Lei non sarà d’accordo, ma ci sono molti e fondati motivi per crederlo: ne ricaverebbe benefici soprattutto la traballante democrazia di casa nostra.

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Mentre l’auto scende da Palau, la baia è un incanto verde smeraldo e Caprera e La Maddalena sono un punto di domanda che un dio cui non credo rivolge a un miscredente. Sono passate da poco le 14, quando il cellulare ritrova d’improvviso il campo e un amico mi dice che la manifestazione in difesa della libertà di stampa “è stata rinviata a data da destinare“.
Perché?, gli domando.
In Afghanistan hanno ammazzato sei soldati italiani.
Il dio che non conosco ritira la domanda – forse s’è accorto che risposte non ne ha neanche lui – e nella mia testa fanno vortice pensieri e sentimenti.
La pietà si presenta per prima. Pietà per gli uccisi, poveri sventurati, perché la vita è sacra Ogni vita, anche la loro, che sono stati infine complici di un aggressore travestito da pacificatore. Pietà per quanti, direttamente o indirettamente, hanno ucciso, militari e civili, donne, vecchi e bambini senza nome e senza il can-can del dolore costruito ad arte da pennivendoli e velinari. Seconda giunge la nausea. Un disgusto profondo per quanti – e sono molti – tutto questo hanno voluto e domani si segneranno a lutto, invocheranno il silenzio e l’amor di patria. Quale patria? Patria di quali morti? I “nostri” uccisi o quelli che i “nostri” hanno ucciso? Ultima giunge la rabbia, Rabbia per il dolore vero che non vediamo, non sentiamo o ignoriamo, per tenerci tranquilla la coscienza.
Mi guardo attorno. Mentre la radio è un fiume di retorica purulenta, dei miei tre amici due fanno finta di sentire e la terza indica una cala. Ci fermiamo:
La manifestazione non si terrà? Davvero? mi domanda il primo assai distratto e un altro, ch’è più furbo, mi “accontenta”:
Beh, d’altra parte…
Canniggione splende al sole mentre se ne vanno al mare. E’ il sole caldo di questa metà di settembre quello che veramente conta. Il mare d’un azzurro profondo, lo scampolo finale di vacanza, il cielo che non piange, ecco quello che conta. Il sangue, le bombe, i carnefici, le vittime, i morti e la tragedia, tutto questo è lontano e lontano va tenuto.
In acqua due romani giocano, un milanese se la gode e l’Italia che può sciala al sole.
La libertà di stampa non si mangia, non si compra e non si vende. La data in cui potremo dirlo è stata destinata. Mentre il governo arranca, tutti sono contro tutti e un dittatore alla Charlie Chaplin ci chiama farabutti. E’ stata destinata: non sarà tardi? Ci rassicurano:” non archiviamo“.
Così fosse, non ci sarebbe dubbio: questo Paese non avrebbe diritto alla pietà.
Perché non fai il bagno, è un incanto, mi chiede l’amica premurosa, dopo aver messo insieme in un momento il milanese e i due romani.
Non ne ho voglia, rispondo, mentre il vento radente increspa il mare di smeraldo.
Non ne ho voglia. Il “mio” tempo è archiviato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 settembre 2009

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* Sono trascorsi molti anni, ma mi pare attuale e, archiviandolo in questo spazio che in fondo è un pezzo della mia memoria, tornerei a scriverlo così come lo ripropongo, mentre Bush esce di scena e consegna alla storia gli anni oscuri e, per certi versi barbari, della sua presidenza.

Napoli, 7 ottobre 2001

Mi rivolgo a voi, perché sento il bisogno di affidare alla vostra passione civile le mie riflessioni sulla miseria quotidiana del dibattito politico, sull’individualismo dilagante che colma il suo vuoto morale coi feticci del mercato e sulla tracotanza di un potere economico deciso ad autoregolamentarsi; un potere che celebra i suoi fasti nel rituale dei sorrisi stereotipati consegnati alle telecamere negli incontri dei cosiddetti “grandi”, mentre la protesta giovanile incendia le piazze dell’Occidente, l’intifatada insanguina il Medio Oriente e la civiltà islamica è sconvolta dalla furia integralista. Un’orgia di violenza e ipocrisia, in cui la politica annega senza sussulti e senza dignità. Di fronte ad una crisi epocale, stretti nella morsa di problemi irrisolti. rifiutiamo di “leggere” con spirito autocritico le manifestazioni estreme di una violenza che l’Occidente ha costruito, giorno dopo giorno, ignorando le contraddizioni del mondo, i segnali di malessere, le domande e le insoddisfazioni dei giovani. L’Occidente, che ha edificato le sue fortune sulla violenza e sullo sfruttamento delle risorse economiche ed umane del cosiddetto “terzo mondo”, ed oggi entra in guerra contro la disperazione – un intervento mirato, per usare un tragicomico eufemismo particolarmente fortunato in queste ore difficili – fingendo di credere che un’azione bellica possa dire parole risolutive in tema di terrorismo. E’ la “guerra infinita” di Bush, la nostra guerra, collaterale e solidale, che ci vede sgomitare per un posto in proscenio. Perché la guerra? Perché – urla la canea “interventista” -c’è stato un grave attentato, anzi, un atto di guerra, che richiede una risposta militare. Per mettere a tacere chi osserva che un attentato, per quanto feroce, è un crimine da codice penale, c’è addirittura chi evoca il fantasma di Pearl Harbor. Per manipolare le coscienze, di storia scrivono sempre più spesso opinionisti, politologi e pennivendoli. Gaetano Arfé ha affermato di recente che toccherebbe alla “corporazione degli storici” denunciare le strumentali forzature che, stravolgono la ricostruzione della storia a fini di penosa propaganda, ma gli storici reagiscono debolmente o tacciono. Un silenzio inquietante, perché torna utile a chi, forzando il senso di fatti e parole, svuota di significato i valori della democrazia. Indicativo, in questo senso, l’uso della parola guerra, pronunciata da Bush e compagni sull’onda emotiva dei tragici eventi dell’undici settembre, poi ribadita sino a coinvolgere la NATO e infine tradotta in azione. Messa al bando in uno sforzo di censura che ha partorito la formula demenziale dell’intervento “umanitario”, per dieci anni la guerra è stata fatta e negata, sostenendo l’azione militare con una propaganda da regime, che ha giustificato l’uso delle armi con violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani interni agli Stati attaccati: il Kuwait invaso dall’Iraq, gli albanesi del Kosovo vittime della ferocia serba e così via. La guerra si è fatta, ma il “circuito massmediatico” ha negato l’evidenza per dimostrare che guerra non era, per disinformare le masse e conquistarne il consenso. Ormai è evidente: per sfruttare appieno la caduta del muro di Berlino, si è messa in scena la farsa della funzione “morale” del capitalismo che garantiva al mondo, liberato dalla “tirannide del comunismo” e unificato dal “mercato”, l’era della serenità e del benessere. E se in giro c’erano ancora dei tipacci, il loro tempo era scaduto – prometteva l’Occidente – e non avrebbero recato più danni alla “comunità internazionale”. Di qui le scorrerie anglo-americane nei cieli di Baghdad, le “operazioni di polizia preventiva” contro il Sudan, i nuovi o rinnovati “embargo” contro Cuba, l’Iraq e la Jugoslavia, le regole oscure e le leggi retroattive del tribunale internazionale dell’Aja. Un tribunale illegittimo, come affermano ormai uomini del valore di Raniero Lavalle. In dieci anni è nato il mondo “virtuale” della globalizzazione, unificato solo da slogan e grafica computerizzata, in cui le contraddizioni sono risolte, non esistono né conflitto né proprietà sociale, la resistenza dei popoli è anomalia, malattia sociale, terrorismo e la guerra si fa solo a popoli e Stati “criminali”. Alla farsa segue così la tragedia.
In questo quadro si collocano le immagini sconvolgenti delle torri attaccate, diffuse dalla televisione in “tempo reale”, e le conseguenze dell’attentato. Da settimane l’animo ferito si ribella e l’intelligenza offesa s’interroga. Domande angosciose, dopo lo choc. Una anzitutto, che non so evitare, nonostante il rispetto per le vittime, o che forse mi pongo proprio per la pena che sento: si può aggredire un popolo, scaricandogli addosso la responsabilità di una follia che non può essere sua? Un attentato impegna polizia, magistrati e servizi segreti nella ricerca di prove e colpevoli, impone di indagare in ogni direzione, anche in casa propria, per far luce su possibili connivenze, senza negare i diritti della difesa, di domandare estradizioni in base ai trattati internazionali, di fare processi giusti, come detta la legge. Qualora esista il dubbio che un’autorità politica costituita, che abbia confini, territori, eserciti regolari e riconoscibili, abbia prestato o presti aiuto a presunti colpevoli, allora, a sostegno dell’accusa gravissima, servono prove da presentare ad organismi internazionali neutrali e indipendenti, per rimettersi al loro inappellabile giudizio sul riconoscimento della colpa, sulle eventuali sanzioni, sui modi in cui applicarle e sulla scelta degli esecutori. Solo un’assemblea di barbari, che si affidi al giudizio di Dio, all’ordalia, ricorre alla guerra come strumento di giustizia: la legge fondante della guerra è la violenza e la giustizia compatibile con la violenza è quella sommaria. Non è pacifismo, ma senso della storia. Un conflitto che impegni un popolo contro un esercito aggressore è il tragico prezzo che l’uomo paga al suo amore per la libertà. Il resto è retorica, egoismo travestito da ideale, serve a mercanti d’armi, speculatori e sciacalli. Finché non sarà dimostrato che un attentato è un atto di guerra e che un popolo inerme risponde dei misfatti dei tiranni che lo governano, bene, quali che siano le segrete e “impressionanti” prove raccolte dagli USA, il diritto sarà dalla parte del popolo afgano, vittima di una dittatura costruita dalle potenze che oggi lo aggrediscono. Comunque si guardi, la guerra, questa guerra, è illegale e chi la conduce non colpisce i terroristi, ma li aiuta a crescere.
In quanto agli italiani, che un Parlamento “interventista” non ascolta, questa guerra non ha motivi riconosciuti dalla Costituzione, ed essi non la vogliono. Non la vogliono i milioni di disoccupati, costretti a guerre quotidiane con la disperazione, le madri, che temono per i figli, i vecchi che la guerra l’hanno fatta o la ricordano, i giovani che contestano la globalizzazione, chiedono nuovi diritti, legalità e giustizia e coltivano un sogno: “un altro mondo è possibile”. Un mondo che non vuole terroristi e guerre. Ma chi ascolta i giovani? Chi valuta i danni arrecati dalla nostra scarsa onestà intellettuale alla loro crescita civile? Che diremo loro dopo le menzogne dell’azione di “polizia internazionale” e degli “interventi umanitari”, smentite dalle immagini quotidiane dei bombardamenti su popolazioni inermi e dai risultati ottenuti? Prevarrà, come temo, la favola ignobile della “guerra giusta” e dell’intervento “mirato”, o troveremo il coraggio di sostenere le ragioni della storia, per affermare che la guerra non serve e nasconde fini inconfessabili, che noi, anzitutto noi, siamo i padri della violenza che ci esplode contro, per denunciare chi getta in braccio ai terroristi masse disperate perché non ne ascolta le ragioni? Restituiremo dignità politica alle nostre parole per affermare che nessun gesto estremo giustifica la condanna di un popolo ch’è tutto intero un mondo? Versailles, addebitando alla Germania lo scoppio della “grande guerra”, innescò la bomba che, vent’anni dopo, uccise milioni di sventurati e firmò l’atto di nascita del nazismo che si macchiò di crimini disumani, tutti ampiamente provati. Norimberga, tuttavia, tribunale di vincitori ammaestrati dalla storia, non osò condannare il popolo tedesco e la grande cultura germanica per i crimini nazisti ed evitò di farne un popolo di disperati, pericolosi per l’umanità. Difendiamola, quindi, la civiltà dalla barbarie, ma con le armi della democrazia, non con quelle dei barbari. Trovo così dolorosa la violenza esercitata dallo Stato in nome della legalità, che l’idea di affidare agli USA o alla NATO l’esercizio della giustizia tra i popoli, ricorrendo alle armi, mi fa pensare al suicidio delle leggi su cui fonda la convivenza civile: l’eutanasia della civiltà, per far guerra ai barbari. Non è un paradosso, ma un rischio concreto, se la politica non torna a ragionare in termini di diritto, restituendo i terroristi ai loro giudici naturali e facendo giustizia di una stridente contraddizione: la guerra riconosce al nemico una qualche legittimità politica, una dignità che spetta al soldato, il quale – aggiungo – ha una bandiera e una causa da difendere. Se – come si vuole – i terroristi non hanno bandiere e sono solo criminali, allora la guerra è illegittima. Anche se il delitto ferisce l’intera comunità dei popoli, ci vogliono codici, leggi e tribunali. Lo chiede la maestà del diritto, e quindi la civiltà, lo impone, a noi italiani, la Costituzione, che non consente di rispondere ad un crimine con un crimine. Questa guerra è illegale e il Parlamento, che invita a por mano alle armi, rischia di produrre ferite profonde nel tessuto democratico del Paese. Certo, gli americani ci stimano poco e chiederanno uomini solo in caso d’estremo bisogno. Se le cose però dovessero complicarsi, partiremmo per una guerra ingiusta e dichiaratamente sporca. Occorre evitarlo. E’ vero che siamo ad una svolta. A determinarla, però non è l’attentato alle torri. La miopia politica, il conformismo soffocante della vita sociale e la tracotanza d’un potere economico che non accetta regole, stanno dividendo il mondo. Il movimento contro la globalizzazione e la durissima risposta repressiva sono un monito serio. Cresce il dissenso, molti disertano il campo senza onore di chi, seminando disperazione, alimenta il terrorismo e se ne serve finché torna utile ad inconfessabili progetti, se poi non sta al gioco, gli dichiara guerra.
Potrei sbagliare, ma i presupposti per una rivolta morale ci sono già tutti. Il clima è sempre più pesante e quanto è accaduto dopo l’attentato è emblematico. La Palestina brucia e Bush, a caccia di alleati per rompere il fronte arabo, offre ad Arafat ciò che ha sempre negato, ignorando l’integralismo che terrorizza Israele. Gli ebrei, che non hanno più mano libera, accusano: l’obiettivo della guerra non è il terrorismo. C’è di che meditare, invece si corre tra i punti estremi di un segmento: gli USA rinviano all’Afghanistan, Kabul a New York, e tutti alla guerra. Un andirivieni dettato dal tema scelto dal “pensiero unico”: il terrorismo. Uscire dal coro spudorato di commenti e versioni ufficiali è “uscire fuori tema”. A leggere i fatti è il potere, ed è un assioma; la prova è provata, il diritto è ignorato e in quanto alla difesa, consentita anche al reo confesso, non c’è chi ne parli. Per chi dissente, è pronta l’accusa: cattivo maestro, fiancheggiatore o complice. Questione di età. Un dogma non si discute e di dogma si tratta: un Dio adirato ha scolpito la verità a lettere di fuoco nel nuovo decalogo e occorre crederci: il dubbio è eresia e, conduce al rogo. Parlando per bocca di Bush, che comunica il verbo agli europei adoranti, è stato chiaro come solo un Dio sa essere: tu – ha detto al presidente eletto tra sospetti di brogli e indifferenza di popolo da una pattuglia di sponsor – tu sei il braccio armato del bene che combatte il male. E il male, ha aggiunto, non sono le gravissime ingiustizie sociali, lo sfruttamento del lavoro ricondotto alla schiavitù, il traffico di droga ed armi, le insostenibili discriminazioni, la miseria disperata, la fame che uccide milioni di bambini all’anno sottraendoli pietosa alla caccia dei mercanti d’organi, all’insidia delle mine che li lasciano ciechi e senza mani, e le altre infamie che tormentano i diseredati del pianeta. Il male è il terrorismo, che ci impedisce di aprire l’età nuova e merita la guerra che condurrà la terra al regno del bene. Ecco la buona novella, la volontà del Dio dell’Occidente, che di terrore s’intende come il suo profeta. Ed ecco, la guerra è venuta e farà i suoi morti. E’ venuta, perché “Dio lo vuole” e non c’è che fare: l’Europa non ha né un Lutero da opporre né nuove tesi da esporre a Wittenberg. Nessuno protesta e molti, folgorati sulla via di Damasco, ingrossano i ranghi dell’armata: la Russia per prima, decisa a liquidare la resistenza cecena, che – serve dirlo? – è diventata una pericolosa centrale del terrore. Protette dall’ombrello NATO, in Spagna ed Irlanda IRA ed ETA hanno licenza di uccidere e nessuna sconvolta coscienza pensa di bombardare l’Ulster o i Pirenei. Eccola la guerra, in Oriente ovviamente, che già fai suoi morti. La guerra modernissima che i giornalisti non possono documentare e di cui non si sa niente, se non che gli occidentali eliminano i “terroristi” e i loro complici. Cadono, uccisi dalla fame e dalle armi, donne, malati, vecchi e bambini inermi ma Veltroni, non pianta alberelli inteneriti nelle vie della città eterna e non ci sono pennivendoli a ricordarli commossi. Cosa ricordare del resto, come imbastire la telenovela? Le vittime non sono sposini in viaggio di nozze, non hanno cellulari con cui invocare aiuto dalle macerie che li coprono, non sono lavoratori e cittadini esemplari o addirittura eroi, che, si sa, nascono solo in Occidente. L’Oriente produce al più dittatori spietati, kamikaze folli, straccioni e disperati. Tutti potenziali terroristi, gente per cui non si coprono muri con foto e fiori e non si sprecano minuti di silenzio nelle scuole, negli uffici e negli stadi.
Per quanto mi riguarda, sono inquieto. Ho assistito in diretta televisiva ad un tragico massacro. Sembrava un videogame ed era una strage. Ho visto materializzarsi l’impossibile. Può accadere – mi hanno spiegato – ma non ne sono convinto. Potrò sbagliare, credo però che l’eccezionalità dell’evento meriti un rigido rispetto delle regole. Le chiacchiere dei giornalisti, ispirate – o dettate? – da fonti occidentali, la ridda di ipotesi, notizie incontrollabili insinuate nel linguaggio ambiguo dei periodi ipotetici, tutto “potrebbe” e “sarebbe”, lasciano il tempo che trovano. Occorre sgombrare il campo da dubbi legittimi sulle possibilità concrete che un’organizzazione terroristica abbia di realizzare un attentato della micidiale efficacia di quello attuato negli USA, senza appoggi, connivenze o interessati silenzi di servizi segreti di livello occidentale. Un esame onesto dei fatti, così come sono noti, conduce ad una solo indiscutibile conclusione, la stessa che alcuni conduttori televisivi – cedendo a scrupoli residuali di una coscienza professionale che sembra morire – non hanno voluto cancellare dalle risposte ironiche e amare della gente di Harlem: “gli unici che ricavano vantaggi da questa tragedia – dicevano gli americani che non votano – sono gli Stati Uniti, che ora hanno il mondo in pugno”. Riflessioni di un’altra America, che non conta e perciò è ignorata; un’America più viva e più vera di quella tutta fede, patria e bandiere delle star, degli uomini d’affari e del cittadino “televisivo”. L’America che non s’interessa di politica perché nessuno la rappresenta – né i democratici, né i repubblicani – ed ha diritti concreti quando ci vuole la fanteria che rischi la pelle. L’America ignorata e irridente che ti conquista in un amen ed alla quale mi sento vicino, perché non rinuncia a pensare e resiste come me al lavaggio del cervello operato dai media. Il Signore della civiltà NATO mi destinerà a castighi impensati, ma devo dirlo: è dal 1861 – dalla lontana Guerra di Secessione – che la cultura militare statunitense non solo teorizza l’opportunità di prendere di mira la popolazione civile del paese nemico, ma traduce in sistematica pratica bellica questa impostazione teorica. La logica del Pentagono è ancora quella spietata del generale Sheridan – “non bisogna lasciare al popolo altro che gli occhi per piangere le sue sofferenze”. Posso dirlo o bestemmio? I morti di New York non mi hanno fatto più pena di quelli sepolti sotto i cumuli di macerie prodotti dai nostri bombardamenti in Serbia ed in Iraq, dove l’Occidente ha sperimentato le sue armi proibite e la tragedia delle torri bruciate è stata a lungo vita quotidiana. No, non credo che in ciò che accade la sola lesa sia l’Occidente, quello schiavista dell’Asiento, delle guerre di religione, di Torquemada e dell’Inquisizione, di Hitler, del razzismo, dei disastri del colonialismo e delle carneficine dell’imperialismo, l’Occidente che oggi convive senza problemi di coscienza con gli oltre quaranta milioni di bambini che muoiono ogni anno di mille morti atroci. In quanto alla guida del mondo civile, smettiamola di assegnarla a Bush, come non sapessimo che per volontà sua e di una parte del suo popolo – la minoranza nella minoranza che vota? – ogni giorno bambini iracheni muoiono per mancanza di medicinali. E’ un primato che non riconosco perché so che negli USA il boia lavora nonostante l’insegnamento del nostro Beccaria – ma Bush conosce Beccaria? – perché, per volontà del suo popolo, Hiroshima e Nagasaki, inermi città giapponesi dove c’erano solo donne, bambini e vecchi, conobbero gli effetti delle bombe atomiche, le uniche che mai esercito abbia usato contro un nemico. Mi spiace, ma non so ignorare che per volontà di chi rappresenta la “civiltà”, le bombe di Pinochet piovvero sulla residenza di Salvador Allende, così come sui villaggi vietnamiti si abbatterono le terribili bombe incendiarie che uccisero atrocemente un’infinità di innocenti. No, non credo di dover dimenticare, perché so che esistono un’Europa ed un’America ricche d’umanità e d’innocenza, che non stanno con Bush, o con Prodi. No, non ho bisogno dell’alberello d’un sindaco smemorato per ricordare ciò che c’è da ricordare.
Portino, perciò, Bush e compagni, improbabili paladini del bene, la vendetta del Dio della NATO agli “studenti” afgani, un tempo loro buoni amici. Io non sarò sotto le loro bandiere e spero che, in un guizzo d’orgoglio, altri eretici affrontino il rischio del fuoco e dicano ciò che pensano: noi non vi seguiremo.
E’ un po’ che leggo con interesse gli studi sul crollo dell’Impero Romano. Partono tutti da una constatazione: sembrava impossibile e divenne inevitabile. Dio era con i barbari.

Pubblicato su “Fuoriregistro” l’11 ottobre del 2001.

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