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Posts Tagged ‘Afganistan’

2cd6d79f06654e298976fc0983e7c7df09f909348c0ccb84175d9638I confini dell’Iraq sono figli legittimi del capitalismo. Un reato e un dito puntato su moralisti e finti pacifisti che predicano guerre “umanitarie”, come un tempo la rassegnazione per i bambini schiavi nelle zolfare in attesa della provvidenza. Linee tracciate con la riga, una gabbia e dentro molte minoranze e genti inconciliabili tra loro: sciiti, curdi e i sunniti. Chi prega per la tragedia irachena chiama in causa un Dio che non c’entra. Il fondamentalismo responsabile del dramma si chiama capitalismo: ha il feticcio del mercato sull’altare e il suo corano è la legge del profitto. La vicenda dell’Iraq, metafora del nostro tempo, ha due volti: in scena istanze autonomiste, colpi di Stato, ripetuti macelli, resistenze e attentati. Dietro le quinte l’Occidente che mira al petrolio.
Senza andar troppo indietro, la successione di eventi nel secondo dopoguerra raggela. Nel 1956, con la crisi di Suez, Baghdad diventa importante base inglese e nel 1958 c’è l’Occidente dietro la caduta della monarchia. Nel 1961 gli inglesi dichiarano indipendente quel Kuwait, che Baghdad ritiene terra irachena. Karim Qãsim, primo ministro, apre trattative con partner diversi da quelli angloamericani, tra cui l’ENI di Mattei. Risultato? A ottobre del 1962 l’aereo di Mattei esplode in volo; tre mesi dopo, nel febbraio 1963, la CIA favorisce un golpe e Qãsim, che ha proibito di assegnare nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere, fa la stessa fine di Mattei. La stampa si guarda bene dal dirlo, ma Tommaso Buscetta, riferì a Falcone che Mattei fu ucciso da “Cosa Nostra” su richiesta di agenti stranieri, com’era accaduto con Mauro De Mauro, il giornalista che sapeva troppo sul caso Mattei.
Si può essere ostili al movimento di Grillo – è peggiore di Forza Italia? – ma se Di Battista scrive che il caso Iraq ripete ciò che s’è già visto più volte, non sbaglia. in Irak, gli occidentali hanno prodotto presidenti fantoccio, guerra civile e miseria. Saddam Hussein, alleato di ferro degli Usa, utilizzato in funzione antiraniana e rifornito di gas tossici, li usò prima nella guerra con l’Irak , poi contro i curdi; a partire dall’11 settembre del 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle, in Iraq non c’è stata più pace. Gli Usa e i loro alleati hanno sulla coscienza non solo il milione di morti causati dal conflitto iraniano, ma le guerre civili e gli innumerevoli golpe che hanno travagliato il pianeta. Basterebbe ricordare che nel 1954 fu la CIA ad armare mercenari dell’Honduras contro Arbenz, Presidente del Guatemala eletto legalmente, che aveva espropriato terre incolte della statunitense United Fruit Company. Stesso copione con Allende in Cile. Fanno parte della storia, per tornare all’Irak, Colin Powell e le menzogne narrate all’ONU per aggredire Saddam Hussein, inventandosi inesistenti armi di distruzione di massa. La guerra costò innumerevoli vittime civili. Noi ci scandalizziamo per le vittime dell’ISIS, ma quali sono le responsabilità dell’Occidente? Perché compriamo gli F35, che sono pane tolto di bocca ai figli dei lavoratori massacrati? Non serviranno ancora una volta per colpire “terroristi” e massacrare civili? E’ ora di finirla con scelte criminali, che hanno un’unica origine: la sottomissione della politica all’economia e la subalternità dell’Italia agli USA.
Di Battista fa scandalo? Scandalosi sono l’ipocrisia e il conformismo imperanti. Se feroce è infatti la violenza dell’ISIS, criminale e disumana fu la menzogna propinata dal Segretario di Stato USA all’ONU. “Mi chiedo per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA”, scrive Di Battista. Bestemmia? E allora bestemmierò anch’io. Mandare gambe all’aria un governo legalmente eletto per oscene questioni di profitto, mettendo nel conto la guerra civile e le vittime che produrrà, non è forse un disegno criminale?
Invece di fare classifiche tra terroristi, chiediamoci dove ci condurrà la scelta di seguire ancora gli USA che hanno causato fame, miseria, disperazione e morte. A Roma, nel 2003, scrive Di Battista, contro l’intervento militare italiano in Iraq, dicevamo: “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Come negare che siamo stati facili profeti? Come pensare di armare i curdi sapendo che alla prima occasione useranno le armi come vorranno? Esistono vie diverse da quelle che calpestano sistematicamente il diritto internazionale. Da tempo gli USA si proclamano poliziotti del mondo e noi gli andiamo dietro, ingannando noi stessi. Che poliziotti potranno mai essere coloro che hanno sostenuto golpe in tutto il pianeta, venduto armi a tutti i dittatori fedeli e affamato mezzo mondo, pur di sfruttare la più gran parte delle risorse mondiali? Che credito può avere chi, con la scusa del terrorismo, ha invaso l’Iraq e l’Afghanistan e ha lasciato mano libera ai criminali sionisti? Come si fa a ignorare che con i loro bombardamenti terroristici gli USA hanno moltiplicato gli attentati? Di Battista ha ragione: in Irak non si è esportata la democrazia, ma “25.000 contractors […], uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno”.
Non si tratta coi terroristi, si dice. Ma dov’è scritto e chi appioppa questa terribile etichetta? Gli Usa di Hiroshima e Guantanamo? Apriamo un tavolo in cui parlare di pace in Medio Oriente; ci si seggano tutti, l‘Europa, l’Iran, la Lega Araba, il gruppo dell’ALBA, la Russia, criminalizzata senza mai esibire una prova, mentre è provato che a Kiev governano i nazisti. Pace, non subordinazione a Obama, al quale va detto che Guantanamo è un crimine atroce e Powell ha reso inaffidabili gli Usa. Niente armi, per cominciare, né ai curdi, né ad altri. Non parli di pace mentre vendi armi a chi ti pare e ti arricchisci creando povertà, immigrazione e guerra. Di Battista ricorda che nel “2012 la Lokeed , quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia”. Chi si scandalizza per i crimini dell’ISIS, quindi, è lo stesso che gli ha messo in mano le armi. “Armiamo i curdi”, si dice. Ma chi può escludere che, vinta la guerra non volgeranno le armi su altri? Non è stato così con Saddam, in Afghanistan e in Libia “dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale? L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro […] eliminandone le cause, non occupandosi esclusivamente degli effetti”, afferma Di Battista. Come dargli torto? Come negare che chi condanna Boko Aram in Nigeria, tace sull’ENI che, impoverendo i nigeriani, agevola i fondamentalisti? Perché ignorarlo? Se un drone ti bombarda la casa e ti uccide i figl, se non hai droni e non hai soldi per comprarne, fai di te stesso un’arma. Autobomba o drone, l’esito è uno: uccidi innocenti. Chi lo dice giustifica i terroristi? No. Usa la testa e fa politica, riconoscendo errori che hanno fatto crescere la violenza e provando a capire come uscirne.
Isolare i disperati vuol dire moltiplicarli. Cominciamo col riconoscere i nostri integralismi e basta con l’ipocrisia: una bomba tirata su una scuola dell’Onu piena di rifugiati è un atto terroristico. Lo è soprattutto quando l’ONU, testimone neutrale dichiara: “avevamo avvisato chi bombardava. Qui ci sono solo persone inermi, niente armi, né armati”. Cominciamo da qui, invece di scandalizzarci per parole che condannano i bombardamenti terroristici sulle città. Cominciamo col dire no agli F35, che useremo per compiere azioni terroristiche e scatenare risposte terroristiche. Sono scelte che possono fare Renzi e l’Europa delle banche? No. E allora lottiamo per liquidare Renzi e chiudere i conti con una Europa unita che non ha nulla da spartire con quella degli antifascisti che la progettarono.

Uscito il 18 agosto 2014 su Agoravox.

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Un modello di scuola è un’idea politica e, in quanto tale non nasce per partenogenesi. E’ figlio di un tempo della storia fecondato – e talvolta paradossalmente isterilito – da un sistema di valori. Un ethos politico direbbe Croce.
Per quelli della mia generazione che militarono a sinistra, l’idea di scuola nella quale incappammo era figlia di un modo di produzione, dell’intreccio inestricabile tra le ragioni del mercato e quelle dell’educazione, di un modello egemonico di classe, armato di filosofia economica e di scienza sociale.
Un modello strutturato secondo i criteri della selezione alla base.
Parlo di tempi in cui osavamo ancora pensare alla democrazia come ad un processo, a percorsi originali che si esprimono in modelli perfettibili e da perfezionare e, senza provare sensi di colpa, ragionavamo di “democrazia borghese“.
E se il mondo nel quale eravamo cresciuti fatalmente ci condizionava, noi rispondevamo decisi a condizionare.
Avevamo identità ben definite e sentivamo di essere inconciliabilmente alternativi: noi alla destra, la destra a noi. C’erano di mezzo barriere ideali – “ideologie” si dice oggi e i risultati sono sotto gli occhi di tutti – e non si facevano sconti a nessuno. Qui non importa sapere chi avesse torto e chi invece ragione. La discriminante era di una evidenza solare: i valori dell’antifascismo e una Carta costituzionale che rendeva nobile la parola mediazione.

C’era un sistema di valori condiviso. L’esercito clerico-moderato non tirava addosso allo “Stato gestore” e sui grandi temi si incontrava con l’armata dei ribelli giacobini. Potrei dire della guerra, della legislazione sociale, del lavoro e della sua tutela, ma mi fermo alla scuola che qui più interessa.
Almeno sul piano delle finalità e degli obiettivi, il principio era comune: la formazione del cittadino, si diceva, è compito della collettività, cioè dello Stato “il quale ha per missione di realizzare il bene comune ed è giustamente investito di un’autorità per assumere la salvaguardia delle Istituzioni, far rispettare i diritti inviolabili della persona assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri a questo scopo: formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. La famiglia, quindi, cedeva il posto allo Stato inteso come sintesi dell’interesse collettivo espresso dal “patto sociale” e come tutela dagli interessi particolari dei suoi contraenti.
Provate ad affermarlo oggi un principio di questo genere e spingerete in campo aperto l’armamentario ideologico di pseudo liberal-liberisti pronti all’anatema e di sedicenti riformisti, che hanno completamente perso la nozione originaria – ed originale – della riforma come momento di lotta verso la costruzione di uno Stato socialista.
La riforma di Turati, che non fu certo un rivoluzionario.

Questa concezione dello Stato, che negli anni Sessanta del secolo scorso non fu del bolscevico Zinoviev, ma del cattolico Ufficio Internazionale per l’Infanzia, e l’idea politica di scuola che da essa deriva, appartengono ad un mondo che non esiste più. E qui non mette conto capire perché.
Per la destra come per la sinistra la repubblica nata dalla Resistenza oggi non c’è più. Ci siamo inventati la seconda repubblica e il terreno d’intesa è diventato quello della revisione. Troppo Stato dichiarano a destra ed a sinistra. Le scuole e gli ospedali sono diventate aziende, i servizi sono piegati al profitto. La sinistra ha governato coi voti del razzismo padano ed io, insegnante napoletano in una zona di violenza camorrista, non ho mai saputo spiegare a miei studenti come si conciliassero il mio sbandierato rispetto delle regole, il mio Stato costituzionale nemico della violenza, con i nostri aerei abbattuti in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo.
Siamo ancora lì, nel Golfo, siamo in Afganistan, siamo nei Balcani che abbiamo bombardato, siamo per le missioni Arcobaleno e per le armi all’uranio depotenziato, siamo per la scuola azienda, per le primarie, per le Regioni coi Governatori, per il lavoro in prestito e interinale, per le riforme del sistema pensionistico, per i tagli allo stato sociale, siamo con la Costituzione europea e fuori della nostra Carta costituzionale.
Per farla breve, siamo nella logica della destra.

Non si sciolgono certi nodi solo decidendo da che parte stare rispetto ad una riforma, e nemmeno, provando semplicisticamente a risolvere il rebus che tanto ci appassiona: abrogare oppure no una legge sulla scuola. Il nodo è ben più intricato e complesso del “che fare?” di bolscevica memoria.
E’ il “chi siamo?” cui occorre dar risposta. Chi siamo, per sapere che vogliamo e cosa faremo per averlo. E’ per questo che non basta una maggioranza e non servono i numeri della “democrazia perfetta“, che un tempo dicevamo borghese. Lo vediamo ogni giorno che essa è un inganno impotente.
La battaglia grande, quella vera – e va detto perché la verità non è mai retorica – la battaglia in cui si gioca il futuro del paese, si combatte su questo terreno. Il terreno dei valori, che ci riconducono alla nostra storia ed al nostro passato. Per questa via si costruisce una scuola e si pensa una riforma. Fuori di questo terreno c’è un nuovo e più terribile fascismo.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2005

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Per cacciar via i fantasmi che gli facevano guerra – e cancellare un presente che già affidava al passato la memoria – Primo Levi si tolse la vita. Aveva conosciuto la “vergogna di non esser morti” e fissato quel suo senso atroce di colpa in versi scolpiti nella disperazione:

Since then at an uncertain hour,

sommershu[1]dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna.
E se non trova chi lo ascolti
gli brucia il petto in cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni,
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
a notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate.
Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate nella vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro.
E mangio e bevo e dormo e vesto panni

Non la comprenderebbe, Levi, una memoria istituzionalizzata e priva di presente.
Una memoria ope legis, è un confine tirato con squadra e penna sulla geografia del tempo, come quello d’un antico stato coloniale: mente fissando un limite e consegna al passato ciò che invece è presente.
Affinché non sia più così”, va proponendo. Quasi che così non fosse ancora, che così non fosse più, che così, purtroppo, non sarà domani.
Così cosa?
Così la persecuzione e l’eliminazione fisica, così la segregazione, così la strage fatta pensiero, progettata ed eseguita.
Nella fissità della memoria messa in calendario c’è un esito scontato, un postulato che non si dimostra – è accaduto e non dovrà ripetersi mai più – sicché i ruoli, cristallizzati, sono assegnati in via definitiva e non è consentito aggiornare il copione. Eppure è sotto gli occhi di tutti: l’agnello si è fatto lupo e c’è un lager grande come un intero paese. E’ così, ma non si vede. Non dovrà accadere, si dice, d’accordo: ma accade, intanto, diavolo se accade, ed allora? Nulla. Sulle carte, nella geografia della memoria, il presente non c’è: le stragi e i genocidi sono sempre la storia del passato.
Per quanto mi riguarda, le date della memoria appartengono al futuro. Ai ragazzi racconto pochi fatti del nostro tempo. C’è chi pone sullo stesso piano morale partigiani e repubblichini – sanno di che si parla, gli studenti, e chi non li conosce ormai i “ragazzi di Salò”? – spiego serenamente. Stupidi o bugiardi – commento – non vi pare? Dicono di avere sacra la memoria della shoà, ma di fatto esaltano il genocidio. I ragazzi capiscono al volo: i partigiani, infatti combatterono i nazisti, mentre i repubblichini ne furono gli alleati. Hai voglia di millantare l’amicizia degli ebrei: ti ha ospitato Sharon, un macellaio sionista.
Cala così sulla memoria offesa un’onta rinnovata, e i ragazzi capiscono al volo: c’è di mezzo un muro col suo filo spinato. Un muro, anche stavolta.
Credo fermamente nella memoria del presente; quella che non si ferma al passato, ma si guarda attorno ed esclama angosciata: accade, sta accadendo.
In Ruanda, accade, dove l’ONU ha contato un milione di morti, ha denunciato i “crimini contro l’umanità”, poi, pressata dagli USA, ha ritirato i caschi blu.
A Cuba, accade – certo, quella di Fidel Castro, che scandalizza i benpensanti – a Cuba, dove un embargo fuorilegge insidia da decenni la crescita d’un popolo, dove c’è un campo di concentramento nel quale la Convenzione di Ginevra non conta e i prigionieri sono torturati: li minaccia la condanna a morte e non hanno avvocato.
In Iraq accade, dove un embargo feroce ha sterminato settecentocinquantamila bambini e una guerra illegale, combattuta con armi di distruzione di massa, ha massacrato innumerevoli innocenti; in Iraq, accade, dove migliaia di persone, cadute in mano agli aggressori anglo-americani, sono sparite nel nulla, dove gli invasori passano per liberatori e i partigiani, che hanno per arma se stessi, sono naturalmente terroristi.
Credo fermamente nella memoria che dice: sta accadendo, accade. E mi piace ricordarlo con le parole di Gino Strada, un medico che sa raccontare, un testimone scomodo:

“Part Three” è il nome della prigione di sicurezza a Kabul. Strano nome, visto che nessuno sa dove siano la prima e la seconda parte.sayag[1]

Sono le otto del mattino quando ci aprono la porta di ferro del carcere: qui sono rinchiusi i prigionieri un po’ speciali. i talebani più duri e i non-afgani, gli “afghan arabs”.
Kate aveva visitato alcune parti della prigione qualche giorno prima. “C’è molto da fare lì dentro”, era tutto quello che ci aveva detto la sera.
I secondini sono gentili ma diffidenti. Per alcuni di loro è un nuovo incarico, ancora non ci conoscono: osservano con sufficienza i permessi che ci consentono l’accesso a tutte le prigioni per verificare le condizioni di salute dei detenuti, ma alla fine si rassegnano ad averci tra i piedi per qualche ora.
Senza grande entusiasmo ci conducono giù nel sotterraneo, dove stanno i prigionieri.
Fa freddo lì sotto, e c’è molta umidità. Le celle sono l’una a fianco dell’altra, da un solo lato del corridoio, chiuse le porte metalliche.
Cominciamo la visita.
Un secondino cerca di fare il furbo e passa oltre, senza aprire una delle porte: “Tasnob, tasnob”, questo è un gabinetto.
Ma Kate ormai frequenta le prigioni da lungo tempo. Le bastano sorrisi ammiccanti e toni perentori per far capire che conviene far togliere lucchetto e spranga e aprire la porta del “gabinetto”.
La cella è piccola, forse pensata davvero per essere un bagno, senza luce, non ci sono finestre, l’aria è pesante, nauseabonda.
Due specie di letti a castello per parete e a distanza di un metro da cui sporgono facce magre, capelli arruffati, occhi impauriti. Sono in sei lì dentro. Ci sono due prigionieri anche sul pavimento sotto il letto più basso avvolti nel loro patou.
Rahmatullah ha ventidue anni, viene da Kandahar, faceva parte delle milizie talebane. Ha la febbre alta, le guance scavate e gli zigomi sporgenti. È debolissimo, sta male.
Un mujaheddin, probabilmente di età non molto diversa dalla sua, lo aveva centrato alla coscia durante i combattimenti per la presa di Kabul, due settimane prima. Un colpo di kalashinkov, il femore destro in frantumi. Ferito gravemente era stato catturato.
Rahmatullha non riesce ad uscire da là sotto: la gamba destra, quella ferita, è tenuta immobile da una rete metallica. La benda è intrisa di pus.
“Possiamo portarlo subito in ospedale?”, chiedo.
Per un medico, ma forse non solo, è frustrante, persino umiliante fare domande simili.
Come sarebbe a dire “possiamo” portarlo in ospedale? In quale altro posto, se non in ospedale, dovrebbe stare un essere umano quando ha una coscia fratturata e talmente infetta da avergli già procurato una setticemia?
Invece bisogna chiedere e sperare. Perché in barba a ogni Carta dei diritti di questo o di quell’altro, viviamo in un mondo in cui bisogna chiedere il permesso a qualcuno per curare un ferito.
La cosa mi spaventa, perché se si deve chiedere autorizzazione vuol dire che qualcuno può decidere di non autorizzare, cioè di negare il più importante e primordiale dei diritti umani, quello di restare vivi.
E se non fossimo capitati qui, se Kate non si fosse accorta di quel “gabinetto” molto sospetto? Non avremmo chiesto alcun permesso, nessun altro lo avrebbe fatto e Rahmatullah sarebbe morto in quella cella schifosa.
Kate non incontra alcuna difficoltà con i responsabili della prigione.
Bene. Il vecchio patto stipulato molti mesi con muhjaeddin e talebani, funziona ancora.
Se dobbiamo occuparci dell’assistenza medica ai prigionieri”, avevamo spiegato a entrambe le parti, “dobbiamo avere il diritto di registrare e visitare tutti i prigionieri, non uno escluso, e di trattare chiunque abbia bisogno in uno dei nostri ospedali”.

kabl3[1]Waseem chiama via radio un’ambulanza, arrivano con la barella e trasportano Rahmatullha, che si tira la coperta sugli occhi non appena esce all’aperto: fuori è una giornata di sole.
In pronto soccorso lo lavano lo preparano per l’intervento. Abbiamo deciso di operarlo subito.
Non è certo a pancia piena, e d’altra parte non possiamo aspettare, l’infezione è molto grave,” spiega Marco all’anestesista preoccupato di addormentare un paziente non digiuno.
Ne raccogliamo la storia, in corridoio. Ferito il 13 novembre alle ore 1.30. località Kabul.
Ma dove gli hanno messo la stecca metallica e fatto la medicazione?

chiede Marco.
A Karte Seh.
All’ospedale di Karte Seh?
” dice Ramhatullha, “all’ospedale della Croce rossa, ci sono stato cinque giorni”.
Ancora oggi a Kabul lo chiamano il Red Cross Hospital, anche se lo staff della Croce rossa internazionale è ridotto a un paio di infermieri con ruoli di supervisione.
Ma è stato operato o solo medicato?
Ibrahim, l’infermiere di turno in pronto soccorso, ci discute a lungo, in pastu: “Non lo sa”, è il responso, “non riesco a fargli capire la differenza”.
Non importa”.
Mentre gli anestesisti si preparano, Marco ed io esaminiamo il paziente. La lastra fa vedere molti frammenti di osso, nella parte bassa del femore. La ferita di uscita del proiettile è di lato, lunga una dozzina dì centimetri, diritta, sembra un’incisione di bisturi, tranne che nella parte centrale, dove è irregolare e forma un largo buco da cui fuoriesce pus in abbondanza.
”Forse avranno pulito un po’ la ferita lì in pronto soccorso”, suggerisce Marco. Può darsi.
Incominciamo a spennellare di disinfettante. Al momento di avvolgere la gamba destra nel telo verde sterile, scorgo due piccoli fori ai lati della tibia, uno per parte, qualche centimetro sotto il ginocchio.
Hai visto?” Dico a Marco.
Osserva per un attimo, poi mi guarda serio preoccupato, stiamo pensando la stessa cosa, la stessa sequenza di eventi.
C’è un ragazzo con un femore a pezzi che ha bisogno di chirurgia urgente. Viene portato in ospedale, dove tiene operato o qualcosa di simile, e si infetta.
Una complicazione può succedere, non è la cosa più grave, non è questo che ci fa paura della storia di Ramhatullah.
Sono piuttosto i due piccoli fori sulla gamba che ci spaventano: attraverso la tibia era stato fatto passare un filo metallico per attaccarci corda, carrucola e pesi, così da mettere il paziente in trazione per curarne la frattura.
Era la sua terapia.
Rahmatullah avrebbe dovuto stare in trazione almeno otto settimane.
Però dopo cinque giorni qualcuno ha fatto togliere il ferito dalla trazione, e si è permesso che un paziente gravemente ferito finisse in galera, sapendo con certezza che non vi sarebbe rimasto a lungo, vivo.
Chi ha deciso di negare a Rahmatullah il diritto di essere curato interrompendone la terapia? Chi ha deciso di abbandonarlo e lasciarlo morire, con ogni probabilità tra atroci sofferenze, in una cella di massima sicurezza?
Chiedo che vengano scattate alcune fotografie.
Terrò una foto di Rahmatullah, anzi della sua tibia destra, nel mio portafogli, nel caso qualcuno voglia sapere perché abbiamo deciso di aprire a Kabul un Centro chirurgico per vittime di guerra. Basterà mostrare quei due piccoli fori, per ricordare che i diritti umani non sono un optional e che hanno valore solo se si applicano a tutti, anche ai Rhamatullah.
Se non valgono anche per lui non stiamo parlando dei diritti di tutti ma dei privilegi di pochi, di solito dei nostri.
Ci sono frammenti di osso e di muscoli ormai morti nella sua coscia.
Quanti Ramhatullah ci sono oggi in Afganistan? E quanti prigionieri sono già morti, per le ferite e per la fame? Esseri umani catturati vicino al fronte o rapiti nelle proprie case, trasportati bendati nessuno sa dove, spariti nel nulla, a far compagnia alle centinaia di fantasmi che sono sotto le macerie del carcere di Mazar-i-Shiarif, dove i bombardieri hanno domato la rivolta seppellendo i prigionieri.
Prepariamo una nuova trazione, tengo ferma la gamba di Ramhatullah mentre Marco fora la tibia con il trapano.
Ci sono momenti in cui ho la sensazione che l’umanità sia capace di perdere in pochi mesi quello che ha conquistato a fatica in duecento anni.

Gino Strada, Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Feltrinelli, Milano, 2002, pp. 154-157

Una sola considerazione, dopo le parole di Gino Strada, perché senza chiarezza non può esserci ricordo: molti di quelli che in un giorno di gennaio piangono per la shoà, negli altri giorni dell’anno sono per la guerra e la pax americana. Sono dalla parte di chi commette queste atrocità.

Nota

Il Superstite a B.V.”, riportata da “L’Antifascista”, Mensile dell’ANPPI, del maggio 1987. B. V è Bruno Vasari, autore di Mauthausen bivacco della morte, La Fiaccola, Milano, 1945, e la poesia fu scritta da Levi in risposta ad un commento al romanzo Se non ora, quando?, apparso sulla stampa con la sigla B. V. nel quale il Vasari si soffermava sul sentimento di colpa degli ex deportati.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 gennaio 2004

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