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Non so come finirà il faticoso idillio tra Salvini e Di Maio.  Riesca o no, i due si sono messi assieme e tanto basta.
Molti mesi prima delle elezioni ho sostenuto che se non avessimo provato a mettere in campo una forza democratica unita attorno alla Costituzione, avremmo consegnato il Paese nelle mani dell’estrema destra. Un’illusione? No. Avevamo un leader – Luigi De Magistris – e il tentativo rispondeva a una necessità della storia. Bisognava farlo.
Nessuno volle ascoltarmi, tranne Potere al Popolo, giunto alla mia stessa conclusione in maniera autonoma, dopo un’analisi lucida e coraggiosa. Alla nascente organizzazione va oggi il grande merito di aver colto il significato profondo degli eventi e di aver provato a dare battaglia. Non è cosa da poco. Lasciato solo, però, il neonato movimento non ce l’ha fatta, non poteva farcela. In quanto a  me, com’era prevedibile, i risultati del 4 marzo mi hanno dato ragione.
Dopo le elezioni, ci sono state per lo più prese di posizione grottesche. La frase da consegnare alla Storia me la ricordo bene: “di che preoccuparsi? Ci sono tanti buoni compagni che hanno votato i 5 Stelle”.
Serve dirlo? La pronunciava con stupida superficialità che aveva combattuto una guerra senza quartiere contro Potere al Popolo. Lavorare per dividere in momenti come questo è inaccettabile e addirittura sospetto, eppure non sono mancati i “compagni” scandalizzati perché mi permettevo di sostenere che rischiavamo un governo di… estrema destra. Il dramma è ormai compiuto, ma pochi l’hanno capito e chi ci arriva tace impaurito. Prendo in prestito l’analisi di un mio amico, Armando Semanasanta, per descrivere il momento che viviamo. Quando si è votato, fallita la stretta autoritaria garantita dal PD e dalla sua riforma costituzionale, Renzi non era più in grado di spacciare per sinistra un governo nato per massacrare i lavoratori e i loro diritti.
La borghesia italiana meno micragnosa aveva capito da tempo che la crisi in atto non poteva più essere gestita contro chi lavora se non con un consenso reale e di massa, come i fascismi ci hanno storicamente insegnato. Pensare di surrogare questo consenso con leggi elettorali e riforme delle istituzioni rivolte alla governabilità era evidentemente un progetto perdente, non all’altezza dalla situazione. Che fare? Occorreva uno progetto nuovo, di lungo periodo, capace di dare la sensazione di un cambiamento; un progetto volto in realtà a creare un partito reazionario di massa in grado di stornare il malcontento contro disonesti, immigrati, ideologia sessantottina, fannulloni, vecchio ceto politico, bamboccioni e via così.
“Non un nuovo fascismo”, scrive Armando, “progetto troppo ambizioso, non in linea con le attuali filiere internazionalizzate della creazione del valore, con la necessità di far parte di un futuro polo imperialista europeo, soprattutto non giustificato dai bassi quozienti di lotta di classe. Piuttosto un regime stabilizzato dall’ignoranza e l’atomizzazione degli individui, comunque aggregati per sottosistemi di classe pertanto facili da blandire e controllare con l’ideologia e la mancette in stile 80 euro”.
Ormai siamo a bivio: o creiamo uno schieramento di forze democratiche in grado di fare resistenza e mettiamo ai margini che lavora per dividere, o accadrà ciò che scrive Armando: ignoranza, atomizzazione degli individui e disperazione gestibile con la mancetta, ci porteranno anni feroci di lacrime e sangue.

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tsunami isole salomone-2Dopo mesi di impegno elettorale e un risultato che non si può valutare esclusivamente in termini quantitativi, leggo sulla Stampa  uno sconcertante giudizio di Tomaso Montanari e mi pare di doverlo dire: non sono pentito, rifarei la battaglia e mi pare necessario ricordare alcuni momenti chiave, che serviranno a ricostruire la storia di questi ultimi mesi.
Intanto un dato: dietro la valanga di voti ai 5Stelle c’è un imperdonabile errore. Dopo l’esito del referendum del dicembre 2016, che inchiodava il PD e i suoi alleati alle loro gravi responsabilità politiche, le Camere non furono sciolte, ma Tomaso Montanari, che oggi inspiegabilmente ci definisce settari, Anna Falcone che si è poi candidata con Grasso in Liberi e Uguali e Luigi De Magistris che si è poi tenuto fuori dalla battaglia elettorale, molto superficialmente deposero le armi. La collera che ha trasformato il voto del 4 marzo in un plebiscito per i 5Stelle ha le sue radici anche in quel duplice ceffone assestato agli elettori.
Il messaggio che venne in quei giorni dal PD fu violento: Gentiloni e la fotocopia del Governo Renzi, la Boschi, che si era intestata la riforma istituzionale, promossa a un incarico di maggiore responsabilità, la sequela di scandali impuniti, i soldi regalati alle banche, Minniti e le sue leggi fasciste e Renzi che, imperterrito, comandava le danze.
“Del vostro voto ce ne freghiamo”, questo è il messaggio che ha percorso il Paese in lungo e in largo fino al 4 marzo, alimentando lo sdegno per il PD  e per il silenzio complice dei leader di una sedicente sinistra. Per quattordici lunghi mesi, ogni volta che Renzi e Boschi hanno aperto la bocca l’imminente tsumani elettorale ha aumentato la sua potenza e portato acqua ai grillini.
A giugno scorso, finalmente un argine: al Brancaccio, i redivivi Falcone e Montanari lanciano la sfida. La gente di sinistra, però, non fa in tempo a muoversi, che già la polemica infuria: Anna Falcone e Tomaso Montanari vogliono davvero ricostruire la sinistra dal basso o, ha ragione Viola Carofalo quando punta il dito e dice che c’è già un accordo con D’Alema e soci? I fatti hanno dimostrato che la nostra “capa tosta” aveva visto giusto, anche se Montanari non ne sapeva nulla e si era lasciato ingenuamente ingannare. Tutto compromesso? No. Il Brancaccio, in realtà, aveva offerto a De Magistris la leadership del nascente movimento e la presenza attiva del sindaco di Napoli avrebbe potuto facilmente tenere a bada i partiti e impedire che rompessero il giocattolo; De Magistris, però, non volle lasciare a metà percorso il lavoro di sindaco. Una scelta legittima, che assegnava però a demA, il suo movimento politico, il compito di seguire la faccenda, in base a un principio elementare: occupare spazi per impedire l’accesso ai malintenzionati e bloccare le manovre dei partiti. Senza voler fare polemiche ormai inutili, è evidente che qualora demA si fosse veramente impegnata, Liberi e Uguali non sarebbe nata e in ogni caso non avrebbe mai trovato una base. Purtroppo le cose non sono andate così.
Potere al Popolo è nato da una necessità storica e dall’intuito politico dei giovani dell’ex OPG, che, dopo l’inspiegabile ritirata di Montanari e l’inerzia di demA, hanno coraggiosamente seguito la via aperta dal Brancaccio. E’ stata una fragile, ma preziosa e necessaria risposta all’attendismo; è vero, il maremoto grillino l’ha penalizzata, ma ha dato frutti concreti, ha creato una comunità, una rete di relazioni ed è più viva che mai, tant’è che il 18 riunirà le sue componenti al teatro Italia di Roma e riprenderà il suo percorso.
Non c’è dubbio – e qui è uno dei nodi di fondo di questa nostra bella esperienza elettorale – al 4 marzo siamo giunti senza poter saldare la frattura causata dalle scelte ambigue dei promotori del Brancaccio e questo ha impedito che la base di consenso dell’iniziativa fosse quella che esiste realmente nel Paese. Come mostra l’esito delle urne, infatti, la somma di consensi di PaP e LeU corrisponde al 4,5% dei voti. Un risultato raggiunto senza De Magistris e Montanari e nonostante la zavorra costituita da Anna Falcone, Grasso e compagni. Se il sindaco di Napoli e Montanari avessero sostenuto l’iniziativa, com’era possibile e come chiedeva il momento storico che attraversiamo, dove sarebbe giunta una lista di resistenza, comprendente la sinistra alternativa e quella moderata? Esagero se penso al 6% e suppongo che una sinistra di base, formata da gente credibile, sarebbe entrata in Parlamento con una forza significativa?
E’ vero, la rabbia travolgente che ha condotto i grillini alla vittoria non si sarebbe potuta arginare, ma l’avrebbe parzialmente ridimensionata, offrendo un riferimento in grado di andare oltre lo sbarramento, togliendo ai grillini voti di sinistra e portando dalla nostra parte quegli elettori di sinistra che non hanno mai conosciuto il nostro simbolo. La verità è che ha sbagliato chi è stato a guardare, così come oggi sbaglierebbe chi decidesse di abbandonare la partita. Potere al popolo è un movimento vivo e attivo, una risposta di resistenza in un gelido inverno della storia: parte da una base concreta, per ora è il solo credibile riferimento politico per chi lotta contro il neoliberismo, l’autoritarismo strisciante e le sue tragiche conseguenze e ha dalla sua la forza di un modello sperimentato ogni giorno nell’ex OPG e nelle lotte nei territori. Avanti, quindi, senza badare a chi, come Montanari, è stato alla finestra, ha contribuito alla sconfitta e ora strizza l’occhio ai 5Stelle, sputa sentenze e spera di rientrare nella partita. Il treno della storia non passa due volte.

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MaestraHai sentito che accade a Lavinia Flavia Cassaro? La vogliono licenziare solo perché è un’insegnante antifascista. Domani toccherà a te, ai tuoi figli e ai tuoi nipoti. Ai precari che non si rassegnano, ai lavoratori ridotti in schiavitù, ai malati che non possono curarsi, ai vecchi imprigionati nei posti di lavoro, spremuti come limoni e poi abbandonati al loro destino. Non votare, se credi, però non lamentarti se domani se la prenderanno con tuo figlio senza una ragione, solo perché chiede un lavoro, difende un diritto o la dignità.

Hai deciso, lo so: non voterai. Politici e politica ormai ti fanno vomitare e hai ragione. L’ultima volta hai votato i 5 Stelle e quelli non solo ti hanno tradito, lasciando tutto com’era, ma oggi condividono con Renzi l’idea di scuola e con Salvini e i leghisti una colpevole indifferenza per i diritti fondamentali della democrazia, quelli civili e umanitari, come dimostrano la posizione su Trump e la scelta di stare al fianco di Israele, il comportamento in Parlamento, ogni volta che qualcosa si poteva fare: legge Fiano, “StepChildAdoption”, “Ius Soli” e persino la “non scelta” di fronte al fascismo rigenerato da Minniti, dopo la tragedia di Macerata.

Lo so. Hai mille ragioni, ma pensaci bene e comunque non lamentarti, se dopo il 4 marzo la destra, compresa quella più estrema, raggiungerà e forse riuscirà a superare il 50%. Non lamentarti e non fare affidamento sulla sedicente sinistra, perché ormai dovresti averlo capito: PD e LeU traccheggiano, fanno l’occhiolino ai 5Stelle, perché credono che tra loro ci siamo molti compagni che sbagliano e soprattutto perché sono anch’essi liberisti. Quella che tu chiami sinistra domani consegnerà il Paese alle destre.

Dici che anche questo in fondo non t’interessa? Pensi che alla fine non cambierà nulla e sarà tutto com’è? Qui ti sbagli, però, e l’errore è pernicioso perché il nuovo Parlamento grillini compresi, non solo lascerà tutto com’è, Jobs Act, Legge Fornero, articolo 18 e Buona Scuola, ma rimetterà mano alla Costituzione con il consenso di parte di quella sedicente sinistra – gli ex del PD passato nelle file di Liberi e Uguali – che in occasione del referendum erano per il sì.

Prima di decidere di non votare, ricorda: ormai sono tutti sullo stesso carro, tutti liberisti e pronti a massacrarti. E ora, per favore, non venirmi a dire che non hai alternative. Una via c’è e ti porta fuori da questa tragedia: Potere al Popolo. Basta che ti informi per capirlo: Potere al Popolo ha posizioni completamente opposte su tutto: lavoro, formazione, edilizia pubblica, evasione fiscale, Giustizia. Tutto. Dagli forza e fiducia, il 4 marzo va a votarlo. E’ un’occasione che non puoi perdere, perché probabilmente un’altra non l’avrai.

 

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mattino 12-02-2018 - Copia (2)

Per quanto tagliata e ridotta all’osso, l’intervista uscita sul “Mattino” di stamattina  dimostra chiaramente che Potere al Popolo è l’unico partito che parla di politica e ha un programma alternativo alla feroce ricetta neoliberista.
Assieme alla foto del giornale con l’intervista tagliata pubblico qui il testo integrale inviato al giornale.

Potere al Popolo. Aragno: ridurre le spese militari e dirottare i fondi su enti locali

Giuseppe Aragno è candidato con Potere al Popolo

1) Qual è la prima cosa che farà in caso di elezione?
Se sarò eletto, dovrò interrompere il mio lavoro di ricercatore. Andrò all’Archivio di Stato ringrazierò commessi e archivisti e dedicherò tempo ed energie all’attività parlamentare. In quanto alla mia prima iniziativa, non intendo vendere fumo: i problemi locali si risolvono solo se inseriti nel quadro politico nazionale. In caso di elezione, quindi, chiederei anzitutto una drastica riduzione delle spese militari – parliamo di decine di miliardi all’anno – e la distribuzione dei cospicui risparmi agli Enti Locali. Stesso discorso per il “patto di stabilità” che soffoca i Comuni e a Napoli, per esempio, impedisce di utilizzare i risparmi accumulati nelle casse della Città Metropolitana. Inutile dire che la richiesta sarebbe avversata dal PD e da Forza Italia, la “maggiominoranza” che si alterna o si associa al governo da anni, senza un contrasto efficace dei 5Stelle, intenti alla battaglia morale contro la casta e in viaggio dal ribellismo al neoliberismo.

2) Dall’invasione alla fuga: Vomero e Arenella tra crisi produttiva e perdita di identità. La sua strategia.
Il nodo centrale è il lavoro. O meglio la sua assenza in città come ovunque le Paese. I commercianti del Vomero hanno ragione, quando lamentano una forte diminuzione dei consumi. Se pensano che i consumi possono aumentare, mentre ogni giorno ci sono famiglie che sprofondano nella povertà, che il lavoro si crei colpendo il reddito, rendendo sempre più precaria l’occupazione, impedendo agli anziani di andare in pensione e consegnando tutti noi alla ferocia del mercato senza regole, non cambino orientamento: votino PD, Forza Italia, 5Stelle, Grasso che ha accettato senza fiatare tutte le scelte che ci hanno condotto dove siamo. C’è solo l’imbarazzo della scelta. votino come sempre e poi però non si lamentino, perché così non si crea lavoro, ma si produce disperazione. Noi riteniamo che occorra cancellare il Jobs Act, la legge Fornero sul lavoro, e tutte le leggi che negano il diritto a un lavoro e sicuro e a tempo indeterminato, il ripristino dell’articolo 18 esteso anche alle aziende con meno di 15 e 32 ore lavorative per tutti a parità di salario.

3) Violenza minorile, stese, agguati di camorra: Napoli resta una città insicura, cosa propone?
Anche in questo caso, il problema viene da lontano e c’è un errore che non possiamo permetterci: scambiare il sintomo per la malattia. Purtroppo è quello che facciamo ogni giorno con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi venti anni abbiamo visto crescere esponenzialmente la delinquenza e la violenza minorile. L’unica risposta che siamo stati in grado di fornire è di ordine pubblico. La presenza di forze dell’ordine a Napoli è cresciuta però di pari passo alla criminalità. E questo non ha risolto assolutamente nulla. Recentemente per affrontare il problema delle cosiddette babygang qualcuno ha persino proposto l’arresto e la carcerazione dei minori. Sarò brutale: è come spazzare la polvere sotto il tappeto. Non si vede quindi non c’è. La sicurezza non si ottiene con la repressione ma con prevenzione. Occorrono politiche sociale, occorre investire nell’educazione, nell’istruzione, nella formazione, nel tempo libero, offrire lavoro, creare una prospettiva, un futuro. Non ci sono alternative. Questo è l’unico modo per invertire la tendenza e recuperare i giovani alla società civile.

4) Nonostante gli sforzi di parrocchie, comitati civici e associazioni, il rione Sanità resta una zona a rischio. Come aiutarlo a voltare pagina?
Mi ricollego alla domanda precedente. Faccio lo storico, ma ho lavorato per anni nella scuola. A Secondigliano come maestro elementare. Al Corso Malta come insegnante delle scuole medie. L’attuale situazione di degrado l’ho vista nascere e crescere. Con i colleghi andavamo a prendere gli studenti a casa per portarli a scuola. Lentamente non è stato più possibile. Siamo rimasti soli. Così come lo sono oggi gli operatori sociali, i sacerdoti di frontiera e chiunque si batta contro il degrado e la delinquenza. A Napoli in certe zone lo Stato non esiste più. Il volontariato non basta. Bisogna costruire scuole, finanziare l’assistenza sociale, creare le condizioni perché le famiglie svolgano fino in fon do il loro ruolo: reddito e tempo da dedicare al figli. Non ci sono i soldi? Non è vero. Basterebbe ridurre la spesa militare.

5) Perché gli elettori dovrebbero votare per lei?
Credo che le ragioni siano tutte nelle risposte alle domande precedenti. Votare per me significa votare per l’unica forza politica che rifiuta la ricetta neoliberista che vorrebbe curare la crisi con la medicina che l’ha creata.

 

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AgoravoxAl di là di quello che si può pensare dell’Amministrazione, è impossibile non prendere atto di un gravissimo dato di fatto: continua scientificamente organizzato l’attacco premeditato a Napoli, ai lavoratori, ai cittadini napoletani e al loro sindaco, legalmente eletto per due volte. Ciò che non si può dire del Governo di cui fa parte Minniti, che vive della fiducia di un Parlamento nato da un imbroglio certificato dalla Consulta.
Nel mirino non ci sono come si vuol far credere, i cosiddetti “centri sociali”, presentati come il “male assoluto”, che sarebbe di per sé una cosa gravissima. Nel mirino c’è De Magistris e tutto questo è intollerabile. L’uscita dalla Magistratura non è bastata. Ora si vuole che esca anche dalla politica, perché, comunque l si voglia vedere, si è posto di traverso sulla strada del PD. Non si può accettarlo e non si può permetterlo. Non possiamo lasciare il gioco in mano a gente come Mara Carfagna e Vincenzo De Luca e ignorare che si sta tentando di stringere in una morsa tutto ciò che si muove in direzione contraria a quella imposta dal capitale finanziario. I “centri sociali” costituiscono una delle componenti più autonome e nello stesso tempo più positive della cosiddetta “città ribelle” e hanno contribuito ad arricchire il processo di “liberazione”, in atto nella capitale del Sud. E’ incredibile che persino i 5Stelle non facciano sentire la loro voce.
Nei limiti del possibile e conservando ognuno la propria autonomia, occorre far quadrato, rompere l’accerchiamento, opporre una narrazione diversa, che smonti quella orchestrata ad arte da una stampa sempre più serva. Non possiamo permettere la criminalizzazione dei Centri sociali, non possiamo subire in silenzio un’offensiva costruita sulle menzogne. Le forze sono quelle che sono e di fronte abbiamo davanti un gigante, ma q esto non vuol dire che bisogna rassegnarsi. Mentre ringrazio Contropiano e Agoravox, che mi ospitano, invito a leggere e – qualora si condivida – fare circolare ogni tentativo di dar voce al dissenso.

http://www.agoravox.it/Ma-i-Questori-si-cambiano.html

http://contropiano.org/interventi/2017/03/16/mi-sorge-un-dubbio-questori-si-cambiano-089935

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Le cose stanno più o meno così:

Copia di ImmagineRenzi è la manifestazione concreta di una gravissima malattia della democrazia e non lo vuole nessuno.
Renzi è il peggiore e più feroce nemico del popolo italiano; è il boia del suo stesso partito. Dei giovani soprattutto. Perde, perciò, nonostante lo sostenga una stampa peggiore di quella fascista.
Senza Renzi, a Roma ci sarebbe Marino e la Costituzione non sarebbe stata violata.
Senza Renzi, l’amico di Marchionne, a Torino Fassino avrebbe probabilmente vinto.
Senza Renzi, a Napoli il PD avrebbe perso con un minimo di dignità.
Il governo conserva per ora una maggioranza in Parlamento, ma essa di fatto vive esclusivamente nel Palazzo, dove sta in piedi , a condizione che pratichi rapporti contro natura con la feccia prestata da un pregiudicato affidato ai servizi sociali.
Il governo Renzi-Alfano – nei fatti governo Verdini – è maggioranza nel Parlamento – maggioranza di bancarottieri inquisiti, lobbisti di formazione fascista, analfabeti di valori, mezze calzette e venditori di fumo – ma è minoranza sparuta e squalificata nel Paese.
Il PD è irrecuperabile. Ha il popolo contro – anche il suo – ed è un pericoloso suscitatore di odio.

Questo quadro osceno si inserisce nella cornice di un Parlamento di «nominati» privi di legittimità morale e politica. Tutti i parlamentari, infatti, compresi quelli a 5 Stelle, sono accampati nelle Camere come abusivi e portoghesi e le conseguenze logiche sono evidenti: il solo politico che non abbia nulla da spartire con questa vergogna è Luigi De Magistris; il suo movimento è figlio dell’unico laboratorio politico sperimentale che abbia le carte in regola con la Costituzione di Calamadrei e compagni. «Controllo popolare», la formula politica che ne sintetizza l’ispirazione, non è uno slogan populista, ma il primo prodotto di un laboratorio, un modello riproducibile su scala nazionale e in ambito mediterraneo.
Napoli non è la capitale della protesta apolitica, impolitica o antipolitica, come scribacchiano i pennivendoli del Minculpop, ma si propone come punta avanzata di un esperimento politico serio e consapevole; un baluardo contro il «sistema Napolitano» e, di conseguenza, la capitale del fronte del no alla riforma della Costituzione. I neosquadristi renziani di Montecitorio se ne facciano una ragione: De Magistris è il leader politico di un movimento che non è protesta qualunquista, plebea o sanfedista, ma la sola, possibile alternativa politica ai proconsoli dell’antieuropa. Quella Europa che, nel senso «spinelliano» della parola, non ha per riferimento il neofascismo di Bruxelles, rinasce a Napoli e si contrappone all’Europa golpista delle banche e del capitale finanziario, che massacra i popoli e ha torturato e tortura la Grecia. A Napoli vive e cresce una concezione della politica che è l’esatto contrario dell’Unione autoritaria e neoliberista , nel cui nome ogni giorno si massacrano gli immigrati e le classi subalterne. Un’Europa che purtroppo non può essere riformata. Napoli derenzizzata è la capitale di una per ora piccola, ma vitale Europa detedeschizzata; il modello dell’Europa da costruire.

Il primo appuntamento è a ottobre, ma occorre una premessa: al referendum non si voterà sulla qualità della nuova sedicente Costituzione, un aborto semifascista che nessun “sì” potrà mai legittimare. Si va a dire a Renzi che un avventuriero, un proconsole dell’Europa delle banche, che disprezza la Costituzione e la democrazia, se ne deve andare subito, assieme al suo illegittimo Parlamento. Sia l’uno che l’altro viaggiano a occhi chiusi e fuori controllo contro le ragioni della storia. Non a caso nelle piazze francesi in lotta si è diffuso uno slogan: non faremo la fine degli italiani. Questa vergogna non può durare.

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