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Posts Tagged ‘14 dicembre 2010’

260520131353Alla scuola di un Paese per molti versi «vaticano», le tragiche giornate di Istanbul pongono più di un quesito e ricordano quanto conti, quanto costi e soprattutto quanto possa diventare decisiva un’estrema difesa della formazione statale laica, così come la disegna la Costituzione. 
Ci sono momenti in cui la storia volta pagina. Da noi capitò poco più di tre anni fa; era il 14 di dicembre del 2010, vivevamo una crisi istituzionale di natura irreversibile come s’è visto poi, col Parlamento uscito malconcio dalla vicenda Englaro, impegnato in un’oscena compravendita di voti, l’università e le scuole ridotte allo sbando, il diritto allo studio cancellato e fiumi di quattrini pubblici dirottati verso il privato. In piazza, però, quel giorno si videro solo gli studenti e i soliti pappagalli indottrinati parlarono di violenza. Per un giorno Roma bruciò, è vero, – l’incendio era tutto in Parlamento – ma si inferocì sulla piazza e c’è ancora chi paga. Gli apologisti delle rivolte in casa d’altri puntarono subito il dito e in quanto ai docenti, quelli se ne stettero eroicamente a casa. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti, ma non ce lo diciamo. Meglio ammirare stupiti il coraggio dei turchi.
Mi sono trovato per caso a Istanbul mentre la protesta si accendeva. Quasi come un’ossessione, mi accompagnava, bella come una speranza, minacciosa come una profezia, la chiusa d’una poesia di Hikmet: «so che ancora non è finito / il banchetto della miseria ma / finirà…». Ho sentito la rabbia pulsare nelle vie eternamente chiassose, come senti talora, nelle notti insonni, l’inesorabile ticchettio d’un orologio. «Non c’è nulla di sereno nel rumore apparentemente festoso delle vie», mi son trovato a pensare, poi, come d’incanto, da improvvisate barricate, del loro grande poeta i giovani hanno preso a ricordare una massima che ignoravo: «Muore un albero. Si sveglia una nazione». 
La Turchia si è svegliata. 260520131354Doveva accadere, era questione di tempo e a me pareva di saperlo quando lasciavo gli altri e me ne andavo in giro da solo per provare a capire. I motivi profondi della protesta pronta a sfociare in rivolta si intuivano. Bastava osservarla, la Turchia laica con i segni evidenti d’una recente ferita; li scoprivi nella birra rifiutata al passante che si fermava stanco, in cerca d’ombra, nel dedalo di viuzze e locali ai piedi della collinetta dei musei archeologici, cento metri più in là dal saliscendi di Sirkeci, la fermata dei tram perennemente affollati; l’impronta di Ataturk sembrava sparita nel pullulare dei veli, nella funerea «mise» nera di tante giovani donne, su cui si aprivano a stento fessure per gli occhi. Cos’era, se non minaccia d’incendio, l’ira straripante di un italiano trapiantato sul Bosforo, che rimuginava sulla triste sorte della sua fede greca ortodossa? Cos’era se non un segno di forte sofferenza quel suo fermarsi ripetuto e insistente su un pericoloso «processo strisciante di islamizzazione», quel suo segnare a dito «pipistrelli» e «bacarozzi», come definiva le giovanissime fondamentaliste, in un linguaggio feroce che sapeva di razzismo?  Non era facile comunicare, ma bastava uscire dai circuiti del turismo, per sentire la lotta che si stava accendendo; bastava uno sguardo al contegno d’una polizia, tutta elmetti, scudi e lacrimogeni, pronta a materializzarsi dal nulla al primo fruscio d’una foglia persino nella turistica Piazza del Sultano, per cogliere la decisione: difendere con ogni mezzi una islamizzazione subdola e sottotono, ma non per questo meno minacciosa e virulenta. A grattare sulla superficie dorata dell’apparenza, nonostante la prudenza, le difficoltà della lingua e la distanza delle culture, c’era chi te lo diceva chiaro che nelle scuole i docenti, «invitati» a favorire comportamenti ispirati a valori e regole tipiche dell’Islam, «mordono il freno». 
260520131315La lotta non è nata per gli alberi di un parco. C’è un Paese esposto a un lavoro metodico, lento ma inesorabile, che lo spinge verso un’idea religiosa dello Stato; un Paese in cui chi può manda i figli a studiare all’estero e spera di non vederli tornare. Certo, ognuno a suo modo e sono apparentemente due mondi: lì si «indirizza» pesantemente verso un cambiamento che è arretramento, qui da noi si accentua progressivamente una sottomissione antica; lì Erdoğan «confessionalizza» prudentemente ciò che il kemalismo rese laico, qui si torna a «istituzionalizzare», parificando e finanziando ciò che dopo il Fascismo la Costituzione aveva messo ai margini della politica. Nell’uno come nell’altro caso, però, la formazione è la chiave di volta nello schieramento confessionale. Lì, ai primi seri segnali, la risposta è giunta compatta e in piazza i docenti hanno rischiato coi loro studenti. Qui è tutto chiaro da almeno tre anni e poiché l’ostacolo è la Costituzione, si mette mano alla Carta. In un Paese pieno di piazze, però, una risposta compatta non viene. A lasciarli soli anche stavolta gli studenti, in nome dei mille particolari orticelli, ognuno coglierà forse una sua effimera vittoria tattica, qui l’acqua, lì la spazzatura, ma tutti assieme rischiamo di perdere definitivamente la partita strategica. Francesco impazza, Letta risponde all’incartapecorito sovrano del Quirinale e le Camere ammutolite si fanno garanti del colpo di mano. La Turchia s’è svegliata. L’Italia finora una piazza Taksim non l’ha trovata. 
Eterni spettatori del nostro dramma, noi ci elettrizziamo a guardare chi scende in campo e gioca la sua partita: «Viva la Turchia laica!» si è sentito gridare. A nessuno però è passato per la testa che molta tragedia turca è italiana. Qui, in fondo, tutto riguarda gli altri: spari, urla, lacrimogeni, elicotteri della polizia che si alzano in volo, i gas con la loro nuvola cupa. Da noi accade di tutto, ma tutto finisce quando il telecomando spegne il televisore.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 giugno 2013 e su Liberazione.it l’11 giugno 2013 col titolo Turchia: «Muore un albero si sveglia una nazione».

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Non lasciamoli soli, gli studenti, come soli lasciamo ormai da tempo gli operai, come già facemmo due anni fa, tutti assieme, docenti, genitori e comitati di lotta. I filmati parlano chiaro: questa è la polizia di Genova e De Gennaro, il “servitore dello Stato” promosso a sottosegretario, dopo la Diaz, in un governo che nessuno ha eletto e manomette diritti e principi costituzionali.
Cancellieri riparte da dove s’era fermato Maroni il 14 dicembre del 2010, nel giorno d’una violenza peggio che fascista, d’una miseria morale che non ha precedenti nella storia della repubblica. E chi ha la memoria corta farà bene e ricordarlo: quel giorno, mentre un’intera generazione protestava e prendeva botte attorno ai palazzi d’un potere squalificato, in Parlamento una banda di cialtroni che si definiscono ancora deputati comprava e vendeva voti per tenere in piedi un governo che non aveva più nessuna maggioranza nel Paese.
Si comincia dove s’è finito in quel 14 dicembre di due anni fa, con lo stesso Parlamento illegittimo tutto nani, ballerini e faccendieri nominati da segretari di partiti, con un presidente della Repubblica che trova giusto parlare a telefono di processi con i suoi amici imputati di gravi reati, un governo mai eletto, una maggioranza che mette insieme il diavolo e l’acqua santa, un ministro indagato per frode fiscale, un sottosegretario accusato di truffa e mille conflitti d’interesse.
Capita dalle nostre parti una di quelle “primavere” colorate che mandano in solluchero pennivendoli e velinari se si tratta di Paesi lontani, ma diventano violenza se varcano i nostri confini e ci dicono ciò che sappiamo tutti: le giovani generazioni derubate del futuro e i lavoratori massacrati da Monti, Fornero e compagnia cantante si preparano a presentare il conto. In un Paese civile, chi ha prodotto un simile sfascio si assumerebbe la responsabilità della tragedia e si farebbe da parte, Napolitano e Monti prima di tutti. Non accadrà: i filmati sono chiari. Si vuole la prova di forza. Sarà quel che sarà, ma è bene ricordarlo: non ci sono manganelli e repati antisommossa che tengano, i giovani sono il treno che va incontro al futuro e la storia li segue. Andrà dove essi la condurranno. Chi pensa di fermare quel treno è un pazzo criminale che in nome dell’ordine costituito difende la Bastiglia e il Palazzo d’Inverno.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 ottobre 2012.

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Avrebbero avuto ben altro senso, la condanna della violenza e l’improvvisa passione legalitaria, se ci si fosse sdegnati con pari veemenza per i patti con Gheddafi, gli omicidi libici e le leggi razziste di questi anni. Non è stato così e i nuovi ”nonviolenti“ hanno votato indifferenti due destre responsabili di violenze ben più gravi di quella che li indigna. Sarebbe stati credibile il palpito di “nonviolenza“, se dei presidi messi in piedi dai nostri figli contro i campi di concentramento per stranieri, avessimo fatto bandiera di legalità violata da una inaudita violenza di Stato. Se, dico per dire, quando i giovani, violentemente privati del futuro, lottavano per la scuola della Costituzione, tra cariche e lacrimogeni, i “neononviolenti”, nati evidentemente a Roma il 15 ottobre del 2011, fossero stati con loro per protestare sull’invalicabile linea rossa che il 14 dicembre scorso protesse i violentissimi tagli della Gelmini e la compravendita parlamentare. Mi sarei “tolto il cappello” se, in nome della “nonviolenza”, si fosse scesi in piazza per restarci, quando i responsabili dell’ordine pubblico condannati per i fatti di Genova furono premiati con oscene promozioni. Se, vado a caso, quando fu ucciso vilmente Cucchi, avessimo incrociato le braccia per condannare la violenza di Stato che l’ammazzò. Non è stato così, ma prendo atto: alleluia! Il 15 ottobre è resuscitata la “nonviolenza“. Forse non era ciò che volevano gli ignoti quindicenni incappucciati, che sono figli nostri, forse il parto è stato così travagliato che la creatura, se non cieca, ora è orba – qui combatte animosa la violenza, lì è complice e non sai perché – ma, dice il poeta, “nunc est bibendum“. Col tempo migliorerà.

In piazza il 15 ottobre parlava la gente che soffre. Più voci, certo, non ancora l’armonia del coro, qualche stecca, la nota stonata, ma un pullulare d’anticorpi e la rappresentazione plastica d’una “crisi di rigetto”. Era lampante: il circo Barnum ha messo le tende a Montecitorio, l’antipolitica governa la politica e invano pennivendoli e velinari aprono un fuoco di fila di analisi a “senso unico”, recitano l’opera buffa dello sdegno e fanno i paladini di “indignati” traditi da “teppisti”. “Buoni” contro “cattivi”. il potere sperimenta la sapienza latina: divide et impera. E’ il vizio di chi, perso il pelo, non solo rimane lupo ma, per sopramisura, si fa pure volpe.
Scatenato, il circo mediatico fa lo specchio deformante. Il punto, dice, è la violenza, ma lo sapevano tutti: c’era chi la voleva, chi la temeva e chi la preparava. nessuno parlava, perché, a cose fatte, serviva l’allarme: “è ora di reagire”. E via con le leggi speciali. Tempo perso. Se schiacci i popoli, la rabbia cresce e non bastano prediche di neopacifisti o minacce di provvedimenti. La storia non fa sconti e il punto non è la violenza, il punto è la sofferenza.

Violenza, si ripete. Qualcuno sta li a rivendicarla con passione quasi “estetica” – e magari se n’è stato prudentemente a casa – altri puntano il dito su compagni diventati d’un tratto nemici e non manca chi prende la via sperimentata del “complotto” e degli immancabili infiltrati. In tanti, e qui forse è il punto delicato, sorpresi e impauriti, danno l’addio alle armi e in piazza non si vedranno più. Non gli servirà a molto: la fame attraversa i muri e apre ogni porta.
Violenza, dite? D’accordo, violenza se ci tenete, ma una parola ha mille sfumature e spesso cela inganni. La violenza del dissenso siriano, per esempio, qui trova mercato, ha la bellezza struggente e il fascino della libertà. E’ una rivoluzione asettica, fa impazzire di passione democratica e non fa paura, tanto, si sa, che c’entriamo? “Lì c’è una dittatura”. Sfumature così sottili e ingannevoli, che s’è scoperta persino la violenza “umanitaria”, proditoria, sanguinosa e spudorata come in Libia, ma capace di passare per un’affermazione della “democrazia”. Il monopolio della violenza, che tocca allo Stato, fa i miracoli dei santi: le bombe per un verso sono una straordinaria “difesa dei civili”, per l’altro fanno a pezzi con tanto di diritto legale al macello. Bollo e timbro delle Nazioni Unite. Che volete di più? La violenza è il barbaro pilastro della guerra alla barbarie del terrorismo, un totem da venerare ovunque c’è una rapina di petrolio da legalizzare, diritti di popoli da negare e uno sconcio da contrabbandare per amara necessità di “esportare democrazia”. L’immancabile, ambigua, nobile e diabolica “democrazia occidentale”.

Ma cos’è oggi la democrazia cui si consente tutto e contro la quale la violenza è prima bestemmia e poi sacrilegio?
Il diritto riconosciuto a Trichet di imporre licenziamenti di massa e uccidere la speranza, l’arbitrio concesso a Marchionne, che schiavizza i lavoratori, la lettera di Draghi che affama i vecchi e rapina i giovani, questo è democrazia. Atroce messinscena. La violenza, oggi, si chiama così: democrazia. Violenza e democrazia sono allo stesso tempo i conti pubblici piegati agli interessi delle banche e la vita della povera gente sacrificata alle regole del mercato. La democrazia oggi è la violenza usata a Montesquieu in nome dei profitti, la restaurazione della Bastiglia, il commercio dei voti in un Parlamento che fu tabernacolo di “civiltà borghese”. Democrazia è violenza di leggi fuorilegge. Democrazia è polizia armata fino ai denti coi soldi di tutti noi, ipocriti moralisti, per internare gli immigrati, massacrare di botte i pastori sardi nel porto di Civitavecchia, sostenere con la forza armata bande di privilegiati, tutelare gli evasori, i “condonati” e i loro padrini politici, imporre a manganellate discariche velenose a popolazioni che non ci stanno. Questo è democrazia: lunghe file di immigrati davanti alle questure, il miserabile contrabbando di permessi di soggiorno e la guerra tra poveri e disperati.
Questa inaudita violenza è oggi la democrazia, ma va bene così e si dice che mercato e profitto son legge di natura, che il capitale non è un fenomeno storico intessuto di arbitrio e sopraffazione, ma l’ultima delle tavole consegnate a Mosè.

A ben vedere, la sola violenza che apre la porta della galera e accende i salotti buoni televisivi è la rabbia dei giovani che si rivoltano per tirarsi dietro precari scippati, lavorati sfruttati, disoccupati umiliati e poveri sempre più poveri e disperati. Questa sì, questa è violenza. E qui, tutti allerta, qui ci schieriamo contro scandalizzati: il fenomeno è italiano. E’ falso. Cameron insegue teppisti, la Grecia ha gli anarco-insurrezionalisti e se non ci sarà via d’uscita, non so quando, non so con quale nome, sarà rivolta ovunque una lettera di Draghi produrrà disperazione.
La verità è che quando i popoli lottano per la sopravvivenza e la dignità, quando si dice crisi per dire che si rifiuta la terapia del dolore ai malati terminali e si avvelenano l’aria, l’acqua e il suolo in nome del delirio neoliberista, quando lo sfruttamento feroce nega speranze a intere generazioni di giovani, la violenza è nelle cose, si chiama potere e colpisce le ragioni della civile convivenza. In queste condizioni, la rivolta, esito fatale di inaccettabili provocazione, è racconto di una indicibile sofferenza, narrazione leggibile e comprensibile di un terremoto annunciato. Non c’è dubbio, c’è una incalcolabile differenza tra un’auto bruciata e l’urto contro la “zona rossa”; tuttavia la tensione crescerà e, violenza o non violenza, conterà soprattutto l’efficacia della “narrazione”. Se i fatti parlano, il dolore aggrega. Si dice – ma andrebbe verificato – che questo non è politica, perché la politica suscita e orienta forze, indica modi e pratiche che producono incontri e “civilizzano” lo scontro. Ma dov’è la politica? E’ il dito di Bossi la politica? Lo è diventato perché per D’Alema è “costola della sinistra”? E’ D’Alema, che battezza Bossi? E’ Berlusconi, che il partito di Bersani salvò dall’inferno con la bicamerale? Sono Fini e Casini la politica, gli ex amici dell’amico di Mangano? Dov’è la politica che ora, scandalizzata, invoca leggi speciali? Si chiama Vendola che da sinistra fa blocco con sceriffi alla Di Pietro? E’ Draghi la politica o per caso Trichet? Dov’è la politica? In quanto all’etica, che d’un tratto trova mille amanti, se un ruolo vuole avere occupandosi di violenza, si guardi attorno: il campo della violenza del potere è inesplorato.
Non si governa senza crimine, insegnò Machiavelli, ma i rivoluzionari borghesi elessero la loro risposta a principio universale: la rivolta contro i governi ingiusti è diritto dei popoli, legittima difesa.
Il dito puntato di chi mi farà la lezione, lo metto nel conto: “questo è giustificazionismo delirante”.

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