Feeds:
Articoli
Commenti

 Alcuni-ribelli-680x458_c«Gino Strada che dà dello “sbirro” a Marco Minniti è la certificazione – ce ne fosse ancora bisogno – della morte della sinistra italiana». Così Michele Serra apre il suo epicedio per una sinistra che ha frequentato come infiltrato e di cui ignora evidentemente la storia.
Variante di “birro”, in italiano “sbirro”  sta per “guardia in servizio di polizia in Comuni, repubbliche e signorie medievali e rinascimentali e indica oggi il “poliziotto” in senso spregiativo. Per il lavoro svolto nel Mediterraneo, Marco Minniti, ministro di polizia, non è semplicemente uno “sbirro” e Gino Strada è stato perciò decisamente generoso; dal momento che consegna a carcerieri e boia di Libia i “clandestini” sorpresi nel Canale di Sicilia, Minniti ricorda direttamente lo sbirro fascista, di cui l’Italia dovrebbe avere ancora vergognosa memoria.
Serra non lo sa, ma Turati chiamò “tirapiedi” i poliziotti che gli sequestravano la “Critica Sociale”, definì pubblicamente “bambino demente e scemo” il reazionario Sonnino  e “teppisti di destra furono per lui i deputati ministeriali. In quanto al moderatissimo Treves, ritenne che Bresci avesse fatto benissimo ad ammazzare Umberto I, e definì l’omicidio “una bellissima cosa”.
In tema di “divisioni” tra anime inconciliabili della sinistra, a Serra conviene di non ricordarlo, ma il Psi nacque a Genova nel 1892 dall’aspra separazione tra i libertari anarchici e i cosiddetti “legalitari” e il Pci sorse a Livorno dall’inconciliabile dissenso tra riformisti e rivoluzionari. Una sinistra unita non s’è mai vista e le sinistre non sono state mai così vive, come quando hanno vissuto divise. E’ perciò che quelli come lui le vogliono unite…
Quella che Serra conserva nel suo cortile non è la sinistra. E’ la sua mostruosa degenerazione neoliberista, la sinistra degli “sbirri”, un aborto che ha il suo padre naturale nel socialismo di Mussolini.

Annunci

Le Quattro giornate di Napoli a - CopiaAntonio Salzano, un amico blogger mi chiede una sintetica biografia, una breve scheda sul libro e le date delle presentazioni. Parlare di se stessi non è mai facile e la mia storia, lunga e complicata ha pagine sulle quali è meglio tacere. Dovrà contentarsi perciò di una versione riveduta e corretta di quella che si trova in questo blog dietro la parola About.
Le presentazioni previste per ora sono due: una, certa, il 21 settembre alle 17 all’ex OPG Occupato; un’altra, molto probabile, il 2 ottobre stessa ora alla Biblioteca Croce, a conclusione delle celebrazioni per le Quattro Giornate.
In quanto alla scheda, la riporto qui, perché in fondo spiega meglio e più della quarta di copertina.

Anzitutto ciò che il libro non è, per non ingannare chi pensa di acquistarlo. Come in parte annuncia il sottotitolo, con il suo esplicito cenno agli antifascisti, il lavoro non è – e non vuole essere – una ricostruzione di scontri armati, di cui altri si sono già occupati con una dovizia di particolari spesso in contrasto tra loro. Tranne sporadici cenni, la rivolta “militare” non c’è. Ci sono, invece, sono stati finora i grandi assenti della ricostruzione storiografica, i combattenti antifascisti e la loro lunga lotta contro la dittatura. Ci sono – e anche qui si tratta di un vuoto che andava colmato, le loro idee politiche, i motivi profondi per cui giungono a metter mano alle armi e l’idea di Paese per cui si battono. Un’idea che naturalmente non è uguale per tutti, perché tra i combattenti troviamo non solo comunisti, anarchici e socialisti, subito divisi dopo l’insurrezione, ma monarchici, repubblicani, cattolici, liberali e qualche fascista che salta abilmente sul carro dei vincitori o – sembra incredibile – attacca i nazisti per patriottismo e pensa di regolare poi i  conti con i comunisti. Di lì a qualche tempo alcuni di questi combattenti si ritrovano nelle formazioni paramilitari neofasciste. Ci sono, anch’esse di fatto “dimenticate”, splendide figure femminili, che combattono da protagoniste e una pattuglia di ebrei. A conti fatti e calcolando per difetto, oltre trecento antifascisti; una percentuale significativa sul totale di quanti sono coinvolti nella lotta, che non dura quattro giorni, ma inizia l’8 settembre con l’armistizio, prosegue senza interruzione durante la feroce occupazione della città e non termina l’uno ottobre, con la ritirata dei tedeschi. Una banda partigiana, infatti, non consegna le armi, dà la caccia ai fascisti e si ferma solo quando i carabinieri – ex fascisti, diventati badogliani e futuri “repubblicani” – arrestano il loro capo. In quanto agli altri, non manca chi prosegue la lotta partecipando alla Resistenza.
Con questa impostazione il libro è, di fatto, un andirivieni tra l’Italia prefascista, quella fascista e il Paese che nasce nel dopoguerra. Non è stato facile tenere insieme i fili del ragionamento ma, grazie ai percorsi di vita e alle esperienze politiche dei protagonisti, il libro non solo smantella lo stereotipo  degli “scugnizzi” e della “città di plebe”, ricostruendo il volto politico dell’insurrezione, ma fa luce sulle divisioni spesso aspre tra i combattenti negli anni successivi, su una “epurazione alla rovescia”, che vede la sinistra del Pci e del Psi messa ai margini e spesso cancellata dalla storia e gli squadristi impuniti, che conservano le loro posizioni nei gangli del potere non più fascista ma repubblicano. In questo senso Napoli, in cui si trovano a convivere Togliatti, Croce, De Nicola e Giovanni Leone, diventa il laboratorio politico in cui prende inizialmente corpo la repubblica con le sue luci e le moltissime ombre. Il libro, che restituisce la parola a chi non l’ha avuta, fa giustizia delle ricostruzioni ideologiche e dei luoghi comuni. Non ultimo, quello della celebrata disciplina e correttezza dei tedeschi, che sono invece collusi con i contrabbandieri della borsa nera, responsabili con i fascisti della fame che tormenta una popolazione che prende a disprezzarli ben prima che scoppi la rivolta. Il saggio diventa così anche una secca risposta all’intollerabile retorica sulla “formichina tedesca”, che assegna i “compiti a casa” alle “cicale” meridionali.

Contropiano, 12 settembre 2017

Le Quattro giornate di Napoli a

Che fine ha fatto il libro di Aragno? Non l’ha voluto nessuno e lui, deluso, l’ha dovuto riporre in un cassetto? Tranquilli. Per tutta l’estate l’editore ha pensato di tenerlo fermo nei suoi depositi ma domani le mie «Quattro Giornate» entreranno finalmente nelle grandi librerie di Napoli; in settimana, poi, le troverete anche in quelle minori. Il libro, però, non ha nessuna intenzione di stare ancora fermo: vuole uscire fuori le mura e farsi conoscere un po’ dovunque. Naturalmente molto dipenderà da voi: andate a chiederlo ai librai nelle vostre città, acquistatelo on line e lui farà il viaggio che ha programmato. Vale la pena? Io dico di sì e per invogliarvi eccovi intanto la copertina, la quarta di copertina, l’inizio del primo capitolo e l’indice un po’ stravagante.
Di che si tratta? Sulla quarta di copertina c’è scritto che il «libro racconta una “storia civile”. Al centro della scena uomini e donne che vincono la paura e lottano per la dignità in una notte disperata. Sullo sfondo, la dittatura, la repressione, la guerra e un’occupazione spietata. E’ l’alba della Resistenza.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico. Non rinuncia al rigore della ricerca, ma dà la parola a chi non l’ha mai avuta e diventa il canto corale della Napoli antifascista. Questa ricostruzione storica delle Quattro Giornate non solo smantella lo stereotipo della città di plebe, ma restituisce alla memoria collettiva i nomi, le storie umane e la vicenda politica degli sconosciuti protagonisti di una delle più belle pagine della millenaria storia di Napoli: quella dell’antifascismo popolare colto nel suo momento più alto, fatto di speranza e sacrificio.
Un messaggio di grande attualità nel nostro tempo che torna ad essere buio».
Segue una premessa, che potrete leggere a casa con calma, poi comincia la ricostruzione.

I

Le fotografie di De Val

C’è un mito da sfatare. A Napoli la Resistenza non è durata sì e no quattro giorni e non è stata la sommossa degli eterni «scugnizzi», improbabili eroi di un popolo di «senza storia». Tra settembre e ottobre del 1943, dall’armistizio all’arrivo degli Alleati, la lotta ai nazifascisti presenta alla storia una delle più belle «foto di massa» della guerra di liberazione, ma nell’immaginario collettivo prevalgono sin dall’inizio la «città di plebe», con il suo «popolino» e rari, effimeri lampi «individuali». Poco dopo la rivolta, l’8 novembre del 1943, alcune foto di «scugnizzi» in armi, firmate da Robert Capa per «Life», diventano subito il simbolo fuorviante di un evento improvviso, spontaneo e disperato, un misto di rabbia, folclore e lotta per la sopravvivenza, assolutamente privo di connotati politici. Quelle foto, però, il fotografo americano non le ha mai scattate; l’autore, un giovane partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di qualche dollaro. Si chiama Alessandro Aurisicchio De Val, è un comunista militante e ha portato nella lotta una così forte identità politica, che in qualche misura la sua storia personale smentisce l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.
Dopo la sommossa, il De Val continua la sua militanza nel Pci e diventa un collaboratore della «Voce». Nel 1948, dopo una perquisizione domiciliare, la polizia, che ha in organico agenti e funzionari del ventennio fascista e continua a tenere d’occhio i «rossi», lo spedisce in galera per possesso di bossoli e caricatori. I bossoli sono senza proiettili e i caricatori vuoti, ma alla Squadra politica questo non importa. In tribunale, il comunista si difende nell’unico modo possibile, raccontando la verità: si tratta di innocui ricordi delle sue Quattro Giornate. Il giudice lo assolve, ma nessuno si scandalizza per l’incredibile montatura poliziesca contro un partigiano. Da tempo ormai l’insurrezione non rappresenta più il primo, significativo episodio della Resistenza, ma è una sorta di anacronistica rivolta di «Jaques Bonhomme» o forse, e peggio, un’esplosione di «sanfedismo» alla rovescia, in cui per la prima volta nella storia i «lazzari» hanno preso miracolosamente posto dalla parte giusta. De Val lo ha scoperto a sue spese: nessuno crede che gli antifascisti c’entrino davvero con la lotta che ha sostenuto dall’8 settembre all’1 ottobre del 1943. La rivolta ha perso ogni carattere politico, si è trasformata in una delle momentanee esplosioni della «collera cupa che sempre fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud». Una collera così lontana dalla consapevolezza politica, che non solo «l’insurrezione vera e propria non c’è», ma c’è chi crede che utilizzare questa parola per definire le Quattro Giornate di Napoli, significhi «dire qualche cosa di troppo preciso» per un evento che ha i connotati «indefinibili di un fenomeno della natura». Un fenomeno i cui protagonisti sono diventati ormai gli occasionali scugnizzi delle sue foto.
Chiunque provi oggi a capire quanti furono gli antifascisti militanti come De Val che presero parte alle Quattro Giornate, cercherà inutilmente le loro storie nei saggi che si occupano della vicenda. Perché è andata così? Perché siamo più o meno fermi alle foto di Capra e non conosciamo i volti, le storie e le idee politiche dei combattenti? Perché gli elenchi di nomi, che pure esistono da decenni, non corrispondono a vicende umane e percorsi di militanza, in grado di definire posizioni politiche? […]

Ecco l’indice:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui si ferma la promozione. Il resto tocca a voi.

 

 

AlfanoImmaginiamo un ministro, uno vero naturalmente, non un «figlioccio» di Napolitano, un servo sciocco di Draghi o un ragioniere del Fondo Monetario; uno che rappresenti un governo sostenuto dalla fiducia di un Parlamento legalmente eletto. Lo so, un ministro così non ce l’abbiamo da quasi dieci anni, però mettiamoci un po’ di fantasia, fingiamo che prender posto a uno di quei tavoli di Bruxelles così grandi, che Piazza San Pietro pare una piazzetta. Non è una bella compagnia, ma è là che deve accomodarsi, tra un mezzo mariuolo lussemburghese, un francese costruito in provetta, i fascisti venuti dall’Est e gli «onesti» tedeschi targati Volkswagen. Immaginiamo che intervenga, dopo due o tre mezze cartucce e godiamoci la festa.
Più parla, il «ministro normale», e più Piazza San Pietro diventa un mare un tempesta: l’imbroglione lussemburghese, la provetta francese, i fasci magiari e i motori tedeschi truccati drizzano le antenne. Più furiosa di tutti è la Merkel, devastata da un insolito tic. Più il «ministro vero» va avanti, più la palpebra destra le si stringe verso il basso, fa l’occhiolino all’angolo sinistro della bocca, che, per suo conto, pulsa a più non posso e coinvolge tutto il viso contratto.
«Noi italiani – le soffia all’orecchio irrequieto il traduttore istantaneo – abbiamo rispetto di una Germania che pare abbia infine capito il valore della democrazia, ma non abbiamo dimenticato ciò che i tedeschi hanno combinato ottant’anni fa e siamo stati molto sfavorevolmente impressionati dal contegno adottato con la Grecia. Vogliamo esser franchi: non è stato certo per consentirvi questi riprovevoli ritorni di fiamma che il nostro Spinelli le ha preparato la poltrona su cui lei siede qui con i suoi colleghi, nonostante l’olocausto, signora Merkel».
Il tic assume a questo punto ritmi forsennati, ma il ministro italiano prosegue senza incertezze. «Noi conosciamo bene, l’abbiamo attentamente studiata la sua Costituzione e ci conforta l’idea che abbiate inserito al suo interno un giusto monito: se qualcuno intendesse violarla, la difenderete in tutti i modi e con ogni mezzo. Poiché crediamo che questa decisione ci accomuni, non ci pare nemmeno il caso di ribadirlo: gli italiani hanno un sacro rispetto per i principi espressi dalla loro Costituzione. Quella che state prendendo oggi qui», prosegue, «è una decisione che potrà anche passare nonostante la nostra assoluta contrarietà, ma la vostra scelta non potrà modificare la nostra ed è bene sappiate che in Italia non potrà avere alcun effetto concreto. Non sarà mai attuata. Noi siamo certi, del resto, che voi capirete e concorderete: non ci lasciate scelta».
Nemmeno chi conosce il gelo dei poli può immaginare l’effetto di quelle parole piombate, inattese e improvvise sull’immenso tavolo.
«Noi non mettiamo in discussione l’euro, non minacciamo uscite e non diventiamo antieuropeisti dopo aver insegnato per decenni a tutti voi il significato di Europa unita. Più semplicemente chiediamo se c’è tra i presenti chi, in buona fede, possa sostenere che dalle sue parti il governo può legittimamente imporre una norma contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione. Da noi non funziona così e perciò non sottoscriviamo decisioni europee contrarie alla legge fondamentale del nostro Paese. Da noi non c’è norma ordinaria che abbia più valore di quelle costituzionali e questo principio vale anche per ciò che si decide qua, in un organismo multinazionale che non ha saputo o voluto darsi una Costituzione approvata dai popoli. Se qualcuno tra voi pensa che questo sia un problema di poco conto, commette un errore molto grave. Questa questione non avrà soluzione, finché non sarà affrontata con spirito europeista. Se la Germania ha tanto a cuore la Costituzione, ci aspettiamo che non solo sia d’accordo, ma si faccia promotrice di una radicale trasformazione di questa ormai malaticcia Unione. Se lo farà, avrà la piena collaborazione dell’Italia. E’ giunto il tempo che l’Europa si dia una Costituzione votata e approvata dai popoli che ne fanno parte. Senza l’Italia questa Unione non sarebbe mai nata. Oggi è l’Italia a dirvelo; se non vuole morire, l’Unione deve ripartire da dove abbiamo iniziato. Deve ripristinare un principio fondamentale: il primato della politica sull’economia».
Quando manderemo a casa Gentiloni, Minniti Alfano e compagnia cantante, questo discorso non sembrerà più fantapolitica.

piazza indipendenzaNoi sottoscrittori di questo appello esprimiamo la più netta e ferma condanna dell’inaudita violenza di Stato che si è perpetrata nel cuore di Roma nei confronti di persone inermi e innocenti: centinaia di rifugiati, uomini, donne e bambini, sopravvissuti a guerre e persecuzioni di ogni genere e ora aggrediti con ingiustificata violenza dalle forze dell’ordine, caricati con manganelli e idranti (operazione ignobilmente definita di “cleaning”).
Si tratta di un delitto contro l’umanità, di una pagina vergognosa per la città di Roma e per l’Italia intera, di un pessimo segnale del Ministero degli Interni, della Prefettura e del comune di Roma, che rivelano tutta la loro pochezza nella cornice di un Paese quotidianamente sfigurato dallo scandalo dell’ingiustizia, da un impoverimento sociale e culturale preoccupante, da una regressione di matrice francamente xenofoba e razzista.
È tempo di guardare sino in fondo l’orrore in cui stiamo precipitando, quell’orrore di cui è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare.
È tempo di ammettere apertamente che la iniqua distribuzione della ricchezza e l’insaziabile accumulo sono una minaccia costante alla convivenza e alla coesione sociale.
È tempo di riscoprire quanto siano profonde e molteplici le nostre radici. Differenze che stimolano l’intelligenza e accendono l’immaginazione.
È tempo di riannodare i fili di una civiltà culturale, di uno spazio di convivenza comune, di una storia plurimillenaria che si stanno sgretolando ogni giorno sotto i nostri occhi.
Roma deve tornare ad essere città aperta, antirazzista e antifascista.

Tiziana Drago, Piero Totaro, Vittorio Boarini, Alessandro Bianchi, Giuseppe Aragno, Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Ignazio Masulli, Pier Luigi Cervellati, Paolo Favilli, Laura Marchetti, Lucinia Speciale, Amalia Collisani, Maria Pia Guermandi, Velio Abati, Luisa Marchini, Francesco Trane, Cristina Lavinio, Francesco Santopolo, Rossano Pazzagli, Ugo Maria Olivieri, Peppe Allegri, Dario Bevilacqua, Alberto Ziparo, Piero Caprari, Francesco Cioffi, Giuseppe Saponaro, Tomaso Montanari, Luigi Vavalà, Andrea Battinelli, Lidia Decandia, Francesca Leder, Stefano Sylos Labioni, Michele Carducci..

Per aderire inviare una mail a: officina-dei-saperi@googlegroups.com

Fuoriregistro, 20 agosto 2017.

Schifo.jpgIl ministro Minniti, che molto probabilmente ha scambiato l’Italia repubblicana per quella fascista, potrà querelare il Dizionario Garzanti o il compianto De Mauro, ma è molto difficile che trovi giudici disposti a dargli ragione, perché vocabolario alla mano, si dice così: quando vedi persone che provocano ribrezzo, disgusto e nausea, provi una sensazione di schifo.
A Piazza Indipendenza si è visto di tutto, persino un bisonte in divisa che impediva a un giornalista di fare il suo lavoro; il comportamento della polizia è stato così ripugnante moralmente e fisicamente, che in qualunque Paese democratico del mondo il Ministro dell’Interno sarebbe stato licenziato. L’Italia però non è un Paese democratico; da anni ormai le Camere sono occupate da “nominati” che non abbiamo eletto, abusivi e figli di una legge fuorilegge.
Bobbio nel suo Dizionario della Politica non lascia spazio al dubbio: gli indecorosi metodi con cui Minniti impone la sua malsana idea di “decoro urbano” fanno della violenza il vero fondamento del potere di governo e tendono a quella identificazione  tra violenza e potere che non costituisce solo un esempio classico di fallimento della democrazia, ma è il primo sintomo della sua morte violenta.
Una morte violenta che nessuno pagherà, benché Daniele Napolitano abbia ripreso sia l’omicidio che gli assassini, come si vede nel filmato che segue:
https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WZ68lOSwloTMrcwB

Fuoriregistro, 25 agosto 2017

 

La foto e di malanova.info

Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. “Successo politico” della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre “bombe intelligenti” sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i “numeri” della strage, non possiamo – e in tanti purtroppo non vogliamo – fermarci sulla tragedia cui assistiamo.

Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E’ anche per questo che parlamentari illegittimi – eccoli i veri e autentici clandestini – hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il “Codice Minniti”, mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.

E’ ferragosto. Gli “esportatori di democrazia” riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.

Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

Fuoriregistro, 16 agosto 2017