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Teatro Italia

Ne ho già parlato, ma ci torno per far girare notizie e rendere pubblica la mia posizione.
Tutto è nato da un’idea dell’Ex Opg il so’ pazze.

Abbiamo parlato di elezioni… ne è venuta fuori un’idea da pazzi e abbiamo registrato questo video messaggio: chi ci sta a realizzarla?

Ieri al Teatro Italia di Roma c’è stata una prima assemblea per la costruzione di una lista popolare alle prossime elezioni. La stampa naturalmente ha ignorato l’evento, ma a me fa piacere poter scrivere che è andata benissimo e riportare qui il messaggio inviato ai miei giovani amici e compagni da Francesca Fornario, scrittrice, giornalista e compagna che ieri ho potuto salutare dopo quasi un anno e con la quale ho condiviso qualche firma in calce a due o tre appelli e una bellissima assemblea subito dopo il referendum. E’ lungo, ma vale la pena leggere.

“Compagni belli, voglio ringraziarvi e dirvi che mi sono sentita nel posto che nella vita, troppo spesso, sono due: quello dove bisogna stare e quello dove si sta bene. In classe e a ricreazione, a scuola e al lavoro.
Da essere umano spesso rifletto sulla fortuna che ho. La contemplo per poterla rimettere in circolo.
Da donna, medito ogni giorno sulla fortuna che ho pensando alle mie sorelle che quasi sempre, nella storia e nel mondo, sono costrette a sposare l’uomo che le famiglie scelgono per loro. Rifletto su quante poche hanno potuto conoscere l’amore e viverlo: 
«Sono stata innamorata di un solo uomo», ci raccontava durante un’intervista una mondina che aveva sognato di fare la sarta ed era sposata da sessant’anni: «Avevo quindici anni, lui mi faceva battere il cuore!» «E Poi?» «Poi ho sposato Giovanni».
Sono tanti gli elettori rassegnati a sposare Giovanni.
Ieri, al Teatro Italia, ci è battuto forte il cuore. Confido sia stato così per quelli che sono accorsi e per i molti che arriveranno.
Voi siete stati meravigliosi: Viola, Manuela, Saso. Avete tutti trasmesso il senso di urgenza e di responsablità, dato voce alla protesta e alla visione. Lo avete fatto con passione e non con rabbia, con intelligenza e non con sarcasmo, con fermezza e (senza perdere la) tenerezza. Avete rovesciato la retorica velenosa di Renzi, Grillo, Salvini, Berlusconi, D’Alema: il sarcasmo, la supponenza, l’allusione maligna, il distacco, il disprezzo per chi non ce la fa e per chi viene sconfitto. 
È già questa una vittoria: il popolo non si comanda e non si combatte, non si ignora e non si sfotte. Del popolo, delle persone, bisogna avere cura. Avere considerazione e compassione. Nel senso etimologico del patire insieme, del farsi carico del dolore e del disagio gli uni degli altri come vi ho visto fare ogni giorno in questi anni. Per questo vi viene facile il comunismo: sortire soli dal bisogno è avarizia, sortirne insieme è politica, diceva Don Milani.
Ho ascoltato con attenzione tutti gli interventi. Un censimento dei bisogni e dei desideri, delle lotte e degli slanci. Ora bisogna mettere i presidi a sistema, collegarsi agli altri, avanzare proposte di cambiamento, spiegare come intendiamo rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di essere ugualmente libere e felici.
Parlando semplice, come ha raccomandato Viola. è semplice spiegare che la scuola pubblica è motore di uguaglianza. A scuola si entra uguali e si esce diversi, disse Renzi: chi è più bravo passa avanti, la scuola premia il merito. Noi sappiamo che è il contrario: a scuola si entra diversi, chi con i libri già sfogliati e chi no, chi con i verbi coniugati già in bocca e chi no e, dalla scuola, grazie alla scuola, si deve uscire uguali. È semplice, perché è vero.
E allora deve essere gratuita e libera la scuola di ogni ordine e grado, gratuita l’università, gratuiti i libri di testo. Si può fare, servono meno soldi dei 18 miliardi regalati alle imprese attraverso gli sgravi per le assunzioni.
È semplice spiegare che il lavoro, meno e per tutti, è la battaglia da recuperare ma quella contro il lavoro gratuito e sottopagato la prima lotta da ingaggiare: la Costituzione stabilisce che il lavoratore ha diritto in ogni caso a una retribuzione che assicuri un’esistenza libera e dignitosa per sé e per propria famiglia. Le riforme che hanno reso legale il lavoro sottopagato sono quindi incostituzionali e incostutuzionale è la condotta delle pubbliche amministrazioni che bandiscono gare al massimo ribasso – è il cuore della vertenza Almaviva che abbiamo raccontato ieri – e che sfruttano gli stagisti, gli studenti in alternanza, i finti volontari pagati con gli scontrini, i richiedenti asilo che svolgono lavori socialmente utili.
«Quando c’era Berlusconi il sindacato ci chiedeva di non far rivendicazioni perché non eravamo in una fase acquisitiva – raccontava ieri Stefania, lavoratrice Almaviva. Poi è arrivato il governo amico di Renzi ed è stato anche peggio». Oggi un giudice ha dato ragione a quei lavoratori che nonostante la fase, nonostante fossero pochi, soli, descritti come irresponsabili e velleitari, hanno avuto la forza di lottare per il loro diritto, che poi è il nostro. Quei lavoratori ci indicano il metodo e la strada da seguire. Ci diranno che siamo pazzi, noi diremo una cosa semplice: i pazzi sono quelli che per risolvere lo squilibrio tra i lavoratori tutelati e quelli che no hanno tolto le tutele a chi le aveva. Ci capiranno, perché è vero.
È semplice e spiegare il diritto e il dovere alle ferie, alla maternità alla malattia, alla pensione per tutte le categorie di lavoratori anche per le (sempre più spesso false) partite iva sfruttate, come gli ordinisti, grazie alla riforma Fornero che non solo va abolita come il Jobs Act ma come il il Jobs Act sostituita con una riforma equa. È semplice perché quei lavoratori sono affaticati e hanno bisogno e voglia di andare in vacanza, di stare con i propri figli la domenica e con i propri compagni la notte invece di essere costretti agli straordinari e al lavoro notturno.
L’elenco è lungo, non lo faccio adesso, sono tutti temi che abbiamo tante volte affrontato e studiato nelle nostre assemblee, nelle università nelle piazze dove siamo andati insieme a batterci contro le riforme costituzionali di Matteo Renzi. Spiegavamo allora che non era il bicameralismo perfetto a starci a cuore ma lo spazio della democrazia che i partigiani hanno liberato e la Costituzione difeso perché quello è lo spazio dove da allora si lotta per affermare la giustizia e non la legalità. Quello spazio è stato aggredito dentro e fuori dalle istituzioni e ci è stato sottratto con le riforme che limitano la rappresentanza, i decreti Minniti-Orlando che imbavagliano le piazze e il dissenso, con le limitazioni alla libertà sindacale, gli sgomberi, i licenziamenti disciplinari, la scuola che addestra all’obbedienza e le leggi elettorali che premiano chi si piega e non chi lotta.
Pensavano che ci saremmo accontentati di protestare e resistere fuori dal Palazzo, come sempre abbiamo fatto e continueremo a fare, con i cortei e il mutualismo, i picchetti e le occupazioni. Si sbagliavano: non vogliamo più limitarci a disobbedire e contestare chi governa negli interessi di pochi ma vogliamo governare nell’interesse dei molti.
Ho sempre fatto, nel mio piccolo, con tanti altri piccoli, tutte e due le cose. Votando e sostenendo chi prometteva di battersi nelle istituzioni – e spesso lo ha fatto, con convinzione e capacità – e impegnandomi tra le persone e con le persone nell’accoglienza, la difesa dei diritti, il racconto delle lotte.
Negli ultimi mesi mi sono sentita monca, in tutti e due i contesti. Monca a sostenere politicamente i compagni che inseguivano chi abbiamo combattuto insieme: a inseguire invece di combattere chi ha fatto la guerra, allungato l’età pensionabile, inserito il pareggio di bilancio in costituzione, regalato i soldi alle imprese e alle banche togliendoli ai poveri e impoverendo i lavoratori. Conosco e stimo la loro buona fede ma non ho condiviso la loro strategia e l’ho detto e scritto in ogni sede, tipo qui.
Sarà che faccio ragionamenti poco tattici e troppo semplici: come possiamo difendere i lavoratori e farci votare dai lavoratori con chi ha abolito l’articolo 18?! Come possiamo difendere i pensionati e farci votare dai pensionati con chi ha votato a favore dell’allungamento dell’età pensionabile?! Come possiamo unificare la sinistra che ha votato No alle riforme di Renzi con chi incorona leader chi ha votato Sì alle riforme di Renzi?! Con chi, solo quando Pisapia si tira indietro, incorona leader del quarto polo alternativo al Pd Piero Grasso, che fino al giorno prima stava nel Pd?! Come facciamo a fare la sinistra con chi ancora oggi invoca il centrosinistra?! Come facciamo a spiegarlo agli elettori, se non ci credono nemmeno i militanti?!
Mi spiegavano che non c’era lo spazio politico perché lo aveva ocupato Grillo, che non c’era tempo, che bisognava mettere insieme le forze. Rispondevo che così si mettevano insieme le debolezze, che Melanchon e Corbyn hanno raddoppiato i consensi in poche settimane con una proposta radicale e grazie alla credibilità delle loro storie, che i voti non si sommano ma si conquistano, come abbiamo lasciato fare in solitudine a Grillo e Salvini.
So che questi ragionamenti semplici non appartengono solo a me ma a moltissimi di quelli che non vanno a votare e a molti – dunque pochi – di quelli che si disponevano a sposare Giovanni: a votare per la lista unica a sinistra, destinata per come si è posta a dar vita una lista unica di sinistra e a una o due di centrosinistra.
Mi sono sentita monca, in questi mesi, anche sul fronte che più frequento: non quello elettorale ma quello quel dell’impegno diretto nelle lotte e del loro racconto. La denuncia degli sgomberi di Piazza Indipendenza, dei licenziamenti all’Hitachi, dello sfruttamento degli studenti in alternanza o dei lavoratori a nero. Monca, perché mentre scrivevo e sfilavo in corteo vedevo lo spazio della lotta e della denuncia restringersi per volontà di chi è al potere. Quel potere che ieri abbiamo deciso di restituire al popolo.
Dopo esserci convocati e impegnati a farlo bisognerà da subito entrare nel merito non solo delle riforme da abolire, più volte evocate ieri, dal pacchetto Treu al Jobs act, la buona scuola, lo sblocca Italia… ma anche dei rimedi e delle cure: come disobbedire ai trattati europei, fermare il consumo di suolo, tagliare le spese militari, modificare a monte il modello di produzione e non solo mitigare a valle le ingiustizie che produce.
Tornando a casa ho pensato che sarebbe utile un comitato scientifico, anche informale, per fornire a tutti i compagni gli strumenti per capire come uscire dalla crisi, come ribaltare il tavolo. Costituzionalisti, economisti, sociologi che spieghino le soluzioni da adottare. Farne dei video, delle brevi dispense: i libri ci sono già, non tutti hanno il tempo di leggerli e i soldi per comprarli, nessuno quello di leggerli tutti, ma molti di quelli che li hanno scritti sono compagni generosi e competenti che certamente si presterebbero a insegnare: mi ha colpito quel che ha detto Marina Boscaino, insegnante in lotta contro la Buona Scuola: «Mi dispiace non essere stata insegnante di nessuno di questi ragazzi, perché io intendo l’insegnamento come militanza politica».
Vi guardava ammirata pensando, certo, ai vostri insegnanti, che sono stati i suoi.
Abbiamo tanti buoni maestri, e non mi è mai piaciuto il detto “Se uno ha fame insegnagli a pescare” perché non si impara a stomaco vuoto. Se uno ha fame sfamalo, come voi fate a Napoli, nutrendo chi ha bisogno di cibo e cure, e poi insegnagli a sfamare gli altri affamati. Insegnagli a lottare. 
Perdonatemi se procedo alla rinfusa, se cito la scuola e non le migrazioni – chiudere gli hostspot, aprire i corridoi umanitari… – ogni tema è urgente, ogni urgenza è un tema che merita approfondimento: i diritti civili, la tutela dell’ambiente, il diritto alla salute, la disobbedienza dei tratti europei.
Qui mi premeva soltanto dirvi che di questo – e solo di questo – ho avvertito la mancanza. No, anzi, l’assenza: mancare non mi è mancato nulla, che l’assemblea serviva a trovarsi, accogliersi, partire.
Ho ricevuto decine di messaggi da parte di compagni che sarebbero andati al Brancaccio e che volevano sapere come era andata oggi, che impressione avevo avuto. Sono incuriositi, speranzosi, entusiasti, dubbiosi, critici, avviliti dalle divisioni, incazzati con noi.
Tra loro una compagna che mi ha detto più volte che l’alleanza con Mdp era necessaria e che non c’era bisogno di persuadere Rifondazione, che tanto Rifondazione avrebbe aderito comunque alla lista con Mdp, pur con Bersani e D’Alema, poiché realisticamente non aveva altra possibilità: «Non c’è né lo spazio né il tempo per una lista della sola sinistra radicale», dicevano in tanti.
Avevano ragione. C’è infatti lo spazio per una sola lista della sinistra radicale.
Le ho risposto così:
«Poiché siete convinti che una lista di sinistra radicale sia irrealizzabile andate avanti a farne una moderata, senza ostacolare chi una lista radicale la sta realizzando».
Così è la vita, con chi è in buona fede ci ritroveremo pur militando in progetti diversi, perché non si sta insieme nelle liste, si sta insieme nelle lotte. Teniamoci stretti.”.

E io? C’ero, ero con loro, con i “pazzi” dell’Ex OPG, cui sono legato da un affetto profondo, e con centinaia di compagni vecchi e giovani. Ho avuto il privilegio di prendere la parola e ho detto quello che penso, come ho fatto per tutta la vita. Se siete stati così bravi e pazienti da leggere fin qua, fate ancora uno sforzo e andate avanti. Ecco il mio intervento:

https://www.youtube.com/watch?feature=share&v=gwGFCRUpqt0&app=desktop

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Teatro ItaliaQuelli dell’«ex OPG, Je so’ pazzo», in perfetta linea con la loro storia di fertile squilibrio, hanno lanciato una «proposta impossibile» e l’hanno presentata così:
https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1262643900508937

Subito dopo si sono interrogati:
«E’ possibile una sinistra di alternativa e davvero popolare, che FACCIA FATTI e non solo chiacchiere, è possibile che qualcosa in questo paese corrotto nasca dal basso, che un progetto nuovo non venga soffocato, che riesca – non diciamo a convincere – ma almeno a farsi vedere e riconoscere da milioni di persone che ne hanno bisogno?
E’ possibile non “rappresentare” le classi popolari, ma renderle protagoniste, farle irrompere sul teatrino elettorale, sfruttare questi mesi per sorprendere l’assetto di potere e far apparire i fantasmi, i rifugiati della crisi, quel benedetto spettro che ancora si aggira per l’Europa?»

Una risposta non l’hanno trovata, ma hanno deciso di andarla a cercare assieme alla gente, assieme a quel «popolo di sinistra», che sembra invisibile però esiste.

E’ possibile, quindi?
«Possiamo scoprirlo insieme sabato 18 a Roma!
Quanto più ci mettiamo, tanto più ci riusciamo!
Potere al popolo!».

La conclusione del ragionamento è questa apparente follia:

18 NOV h. 11, Teatro Italia, via Bari, 18 Roma
Assemblea: costruiamo una lista popolare alle prossime elezioni!

Com’è naturale, i politicanti sorridono con aria di sufficienza, gli intellettuali che vivono all’ombra del regime preparano la scomunica, gli opportunisti fanno i loro conti e già cercano varchi per mettere le mani sull’iniziativa, la stampa, infine, il vero, autentico specchio d’una democrazia malata, si dà la consegna del religioso silenzio. E va bene così.
Chi paga il prezzo delle politiche neoliberiste, chi lotta per sopravvivere, chi non vota perché «tanto sono tutti uguali e non cambia niente», quella metà e forse più di popolazione esclusa, ridotta in miseria, espropriata di ogni diritto, umiliata e calpestata, resterà indifferente? E’ davvero pazzia credere che oggi c’è chi può parlare alla gente e chi invece non può più farlo? Probabilmente i pazzi ragionano meglio dei “normali” e larghi strati dell’elettorato del no al Referendum, benché tradito, è pronto alla battaglia, ma non trova riferimenti.
Quale che sia la verità, di fronte alla minaccia di una svolta autoritaria, qual è il quadro politico? Ci sono le destre classiche e quelle dipinte di rosso, un sedicente centro sinistra che da anni ha aperto il «dialogo con Casa Pound» ed è nei fatti molto più fascista dei fascisti. E’ il centro sinistra che porta sulla coscienza i crimini più feroci della storia della repubblica, dalla distruzione della scuola a quella dei diritti dei lavoratori. In una simile situazione, la via indicata dall’Ex OPG risponde a una inoppugnabile verità: ogni spazio che lasci vuoto è destinato ad essere occupato. E poiché lo spazio da occupare è enorme, la sola, autentica follia è quella di chi resta a guardare.

Il 18 novembre, quindi, bisogna partecipare.

 

 

imagesCondivido la tua analisi“, mi dice un amico. La verità è che la mia analisi è soprattutto inutile purtroppo. Ci sono momenti della storia che non consentono scelte di comodo e mediazioni al ribasso. Momenti in cui o si sta da una parte o dall’altra e sono parti inconciliabili tra loro. Gli omicidi nel Mediterraneo, il razzismo, la cancellazione dei diritti costituzionali, la violenza come strumento di lotta politica, il feroce dominio dell’impresa sul lavoro, il fanatismo religioso dell’Europa convertita alla fede neoliberista, tutto ci dice che la democrazia sta morendo. Tutti, però, nessuno escluso purtroppo, corrono per se stessi.
Si parla tanto di “beni comuni” poi, quando in discussione c’è il primo di questi beni, la libertà, presupposto alla comunanza di ogni altro bene, nessuno guarda un centimetro più in là della punta del suo naso.
Non c’è dubbio perciò, è indiscutibilmente vero: ogni popolo ha il governo che merita.

Fuoriregistro, 14 novembre 2017

Faccetta-neraAgoravox riprende ciò che scrissi ieri e scriverei anche oggi (https://www.agoravox.it/Riprendiamoci-il-futuro.html).
Siamo a un tornante cruciale della storia con un regime autoriario gradito al capitale finanziario che si consolida ovunque assumendo i connotati più adatti alle vicenda storica e politica dei singoli Paesi. E’ un lavoro che parte da lontano e giunge in vista del traguardo. Il punto all’ordine del giorno è uno, e dovrebbe suonare come un allarme rosso: un moderno e pericolossissimo fascismo mette radici in Italia e in buona parte dell’Occidente?
Per quanto mi riguarda le prossime elezioni politiche costituiscono probabilmente l’ultima occasione per impedire una tragedia. I sedicenti partiti della sinistra, quelli che ci hanno condotto al nodo che ci strangola, ormai incapaci di analisi serie e approfondite, non se ne danno, però, per inteso e navigano a vista, preoccupati solo della propria sopravvivenza. L’appello del Brancaccio è stato probabilmente vanificato. Di fatto, si è data così una mano alla reazione che incalza. Tempo non ce n’è quasi più, ma quanti se ne rendono conto? Si sta costruendo il tegime più adatto al capitale finanziario; la sinistra intanto non può contare su Gramsci e non vedo all’orizzonte Amendola, don Minzoni, Gobetti e Matteotti. Stavolta si riparte da zero e non dura vent’anni. Che faremo, continueremo a mettere la testa nella sabbia? Quando la tireremo fuori, sarà probabilmente tardi.

scelgoioRicevo e volentieri diffondo

“Carissimi, vi giro  l’ appello inoltratomi da questa cara amica – campana di nascita e toscana di adozione – membro della direzione nazionale di Libertà e Giustizia, presidente del Coordinamento antimafia di Firenze, aderente a Libera e – soprattutto – vecchia amica di questa straordinaria persona che è Michele Gesualdo. Valutate liberamente se potete aderire (e sollecitare adesioni )  all’ appello…”.

Appello al Presidente del Senato e ai Capi gruppo parlamentari per l’approvazione  della legge sul testamento biologico.

Firenze, 10/11/2017 Tra i compiti prioritari dello Stato vi è quello di occuparsi dei suoi cittadini con particolare attenzione ai più deboli, attraverso leggi eque e giuste capaci di alleviarne le sofferenze e garantirne la libertà. Il recente appello che Michele Gesualdi, uomo di fede ed ex presidente della Provincia di Firenze, ha inviato ai presidenti della Camera e del Senato, ci ha spinto a scendere in campo per chiedere di accelerare l’approvazione  della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato colpito da patologie degenerative che non hanno speranza di guarigione. La legge sarebbe un atto di comprensione da parte dello Stato nei confronti di una umanità sofferente e tale da garantire a ogni cittadino di poter esprimere la propria autodeterminazione rispetto ai trattamenti sanitari senza prospettiva. La rapida approvazione delle legge sul fine vita che sembra essere messa in forse dalla imminente chiusura della legislazione, con il rischio che poi vada nel dimenticatoio, sarebbe un atto di rispetto, di civiltà e di salvaguardia della dignità umana che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie che vivono in solitudine il loro dramma. «Non si tratta di favorire l’eutanasia- afferma Michele Gesualdi – ma solo di lasciare libero l’interessato lucido e dotato di volontà e fede, cosciente e consapevole, di esse giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato  e di levare dall’angoscia i suoi familiari che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro.

#fatepresto

Per adesioni: r.bortolone@gmail.com

 

 

Faccetta-neraVarsavia e i 60.000 fascisti giunti da ogni parte d’Europa per una marcia razzista sono così lontani da noi, come si può pensare? La ragazzina di colore picchiata a Torino perché non cedeva il posto ai bianchi  nell’autobus; il cartellone salernitano di “Noi con Salvini”, sul fascismo che ha reso grande l’Italia; il giornalista aggredito a Ostia, zona franca per criminali e fascisti, gli insegnanti manganellati a Roma dalla polizia cilena di Minniti, il silenzio complice d’una stampa  ormai quasi tutta padronale e i successi elettorali dei “fascisti  del terzo millennio” raccontano un’altra storia. Varsavia oggi è l’Italia. Basta girare per le strade e le piazze delle nostre città per capire che la disperazione prodotta dal neoliberalismo accresce ogni giorno la base di consenso per un’avventura autoritaria.

Non sta meglio l’Italia delle Istituzioni, quella dei deputati e dei senatori entrati in Parlamento grazie a una legge incostituzionale fatta apposta per imbrogliare gli elettori. Questa Italia, anche quella di Speranza, Civati e Fratoianni, che ora parlano di cambiamento, ma non hanno sentito l’obbligo morale di dimettersi quando la Consulta ha dichiarato illegittima la legge che li ha portati in Parlamento, questa Italia delle Istituzioni inquinate, lontane anni luce dai cittadini che soffrono, quest’Italia dei fascisti in  giacca e cravatta, che hanno cancellato diritti conquistati a prezzo della vita, lavora nell’ombra per piegarci ancora una volta ai suoi oscuri disegni.

E’ vero, sì, c’è una gravissima emergenza democratica, ma non si tratta della parola tolta a D’Alema e Camusso. Si tratta del rischio concreto che una nuova truffa elettorale ci consegni in mano alla feccia del Paese. La partita è persa? Dipende da noi. In cento piazze i cittadini hanno provato a dire di no.  Organizziamoci, stiamo uniti, mettiamo ai margini chi ci ha condotti dove siamo e a primavera gireremo la pagina della storia. Già una volta, a dicembre, abbiamo sbaragliato il campo. Andiamo perciò fiduciosi all’ultima battaglia Riprendiamoci il Paese. Riprendiamoci il futuro.

Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017