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downloadDopo anni di propaganda battente, becera e strumentale, la pianta dell’odio razziale, coltivata con feroce incoscienza al solo, bieco scopo di conquistare voti nella competizione elettorale, dà ormai i suoi frutti velenosi. Com’era facile prevedere, infatti, il raid di Macerata non è stato purtroppo – e non poteva esserlo – un caso isolato. Dopo San Calogero e l’assassinio di Sacko Soumali, lo sventurato sindacalista del Mali ucciso a fucilate, dopo Padova e un richiedente asilo trascinato sull’asfalto per le vie della città veneta da un’auto guidata un giovane razzista, la furia razzista si è scatenata a Sarno, in Campania, terra di emigrazione, tradizionalmente ospitale e tollerante. Nelle vie della cittadina, la “punizione” è toccata stavolta a Mvomo Dang, un giovane del Camerun che ha un regolare permesso di soggiorno, lavora ed è perfettamente integrato nella realtà in cui vive, come dimostra la sua esperienza di calciatore nell’Intercampania, squadra di calcio di Prima categoria.
Anche stavolta un agguato di stampo squadrista. L’hanno atteso per strada in due, giovani come lui e accecati da un odio irrazionale; armati con mazze da baseball, moderno sostituto del manganello, l’hanno preso alle spalle, mentre tornava tranquillamente a casa in bicicletta e non gli hanno dato nessuna possibilità di difendersi o scansarsi: colpivano ferocemente ed esultavano, picchiavano con violenza e festeggiavano.
Questa è l’Italia oggi e a garantire la sua sicurezza – quella di quanti ci vivono, immigrati compresi – c’è un uomo che ha costruito sull’odio la sua carriera politica, aizzando la sua gente prima contro i meridionali e poi gli immigrati, diventati responsabili della crisi e nemici da colpire. E’ amaro dirlo, ma bisogna prenderne atto: con Salvini al Viminale, il rischio di un nuovo “razzismo di Stato” è diventato concreto e le conseguenze potrebbero essere devastanti.
In un Paese in cui la crisi economica e le politiche di austerity, colpendo con inaudita violenza la scuola, l’università, il lavoro e il ruolo formativo della famiglia, hanno prodotto ignoranza, rabbia e disoccupazione, Salvini ha creato il brodo di cultura in cui storicamente si sono sviluppati guerre tra i poveri, intolleranza e fascismi. La sua presenza al Viminale perciò non solo preoccupa, ma è minacciosa per la tenuta democratica del Paese e chiama tutti noi alla più attenta e rigorosa vigilanza in difesa della Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza.
Lo stupore addolorato e la solidarietà per le vittime innocenti non bastano più. Tutto va in una direzione inquietante e tutto annuncia tempesta. E’ venuto il momento di puntare il dito su chi ci ha condotti al punto in cui siamo. Il PD e Minniti, anzitutto, i suoi disumani accordi con la Libia e quei provvedimenti sul “decoro urbano”, oscena fotocopia di provvedimenti fascisti. Occorre una reazione collettiva del corpo sociale, una risposta forte e intransigente, di natura etica, culturale e politica. E’ necessario individuare il terreno comune sul quale sfidare il nuovo ministro dell’Interno, che minaccia di essere ministro di polizia. Un terreno che non è difficile individuare; quello della legalità costituzionale e della giustizia sociale. L’unico sul quale si possa costruire da subito un’alternativa di democrazia per dire forte e chiaro a Salvini e alla Lega che il razzismo non passerà.

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34707592_10214236523860141_7005747084670271488_nQuando si attacca in maniera così dura e intollerante la scuola, i docenti e la loro libertà di opinione, non c’è da girarci attorno: si sta costruendo un regime. Di mio voglio aggiungere solo una chiosa di carattere cronologico: l’episodio precede la nascita del governo Conte e dimostra che l’opposizione dei “democratici” in Parlamento è totalmente priva di credibilità. E’ il PD che ha gettato nel nostro Paese le basi di un’avventura autoriataria. Il primo nemico, della democrazia – è molto importante dirselo – è il Partito delle banche e del capitale finanziario, il cui regime prediletto, storia alla mano, non è quello democratico.

APPELLO
Solidarietà ad Antonio Mazzeo, contro la militarizzazione del sapere.
Antonio Mazzeo è un nostro collega e un nostro compagno di lotte, un docente impegnato nella difesa e della valorizzazione della scuola pubblica, del suo carattere democratico e critico.
Antonio è anche un attivista, giornalista e ricercatore punto di riferimento dei movimenti che si battono contro la guerra e la militarizzazione della società, in questi mesi si è particolarmente impegnato nella denuncia della sempre più pervasiva presenza militare nelle scuole: progetti di alternanza scuola/lavoro in basi militari, iniziative propagandistiche, occasioni importanti di riflessione come quelle del centenario della fine della grande guerra appaltate all’ esercito.
E persino i marines in giro per gli istituti.
Antonio ha criticato, coerentemente, anche un’iniziativa del genere programmata nella scuola dove insegna, a Messina.
Per questo è stato avviato un procedimento disciplinare contro di lui dalla dirigente scolastica.
Non solo dichiariamo la nostra totale solidarietà ad Antonio ma crediamo questo episodio deve aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti.
Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo.
Sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico.

Potete aderire mandando una mail a docenticontrolaguerra@gmail.com

Fuoriregistro, 8 giugno 2108, Agoravox, 9 giugno 2018.

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matteo-renzi-3379364_0x410L’ho scritto: un governo pericoloso. E lo ripeto.
Per gli smemorati, però, è meglio precisare.
Salvini dovrà sudare le proverbiali camicie per superare in disumana ferocia Marco Minniti. In quanto al Presidente del Consiglio una certezza c’è: nessuno può valere meno di chi ha definito inutile il Senato, ha fatto di tutto per abolirlo, poi si è fatto eleggere nell’inutile Camera che inutilmente ha tentato di sopprimere. Inutile a tutti, tranne che a se stesso.

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34065902_1619893124786634_150451695061565440_nOggi, martedì 5 giugno a partire dalle ore 18:00, allo Spazio ARTienda presso La Tienda Bottega Equosolidale, Giuseppe Aragno ci parlerà del suo ultimo lavoro, intitolato Le Quattro Giornate di Napoli Storie di Antifascisti.

Il libro ha i toni e l’andamento di un romanzo storico, non rinuncia al rigore della ricerca e dà la parola a chi non l’ha mai avuta. Diventa, così, il canto corale della Napoli Antifascista

Una pagina indelebile della nostra storia, un racconto più che mai forte e vivo in tutti noi.

Spazio ARTienda presso La Tienda Bottega Equosolidale, ti aspettiamo!

Siamo al Forum Scarlatti in Via Scarlatti 198 ed ingresso anche da Via Solimena 143 – Vomero Napoli.

Sarà presente l’autore, Giuseppe Aragno

 

Necessariamente lungo, nonostante la volontà di essere sintetico.

xassemblea-720x443.jpg.pagespeed.ic.iLcZlt77H0All’assemblea nazionale di maggio di Potere al Popolo università e ricerca erano inclusi nel vasto tema del welfare e cinque minuti non potevano bastare.  Ci torno ora e spero di dare un utile contributo.
Parlo di università e ricerca perché cerco risposte a domande emerse nell’assemblea di Napoli e cadute nel vuoto: perché nel gruppo c’erano più insegnati che studenti? E perché tra i docenti gli “anziani” prevalevano sui più giovani? Non sono domande banali e la risposta ci chiede forse di “capovolgere” il nostro modo di ragionare: invece di partire da ciò che vogliamo, cominciamo da ciò che è successo. Certo, a noi importa correggere storture, perciò procediamo in questo modo: la scuola così com’è non va per queste ragioni, noi la cambiamo e sarà così. E via con modifiche, leggi d’iniziativa popolare, raccolta di firme eccetera. Avremo così risposto alla domanda sulla presenza degli studenti e la prevalenza dei vecchi docenti sui giovani? Non mi pare e forse al nostro ragionamento manca qualcosa.
Si può pensare che manca una riflessione sugli effetti prodotti dalle misura neoliberiste sul mondo della conoscenza e quindi nella società? Si può supporre che da qui derivi un serio problema di partecipazione? Io penso di sì e credo che dovremmo capire come siamo giunti a questo e quali meccanismi abbiano prodotto questa indifferenza. Individuarli consente di sapere se la formazione c’entra e come si può smontarli. Tra noi vive ormai almeno una generazione di giovani – studenti e docenti – educata nelle agenzie di formazione di un Paese soffocato nei confini che vanno da Bassanini a Renzi. Una generazione, ma forse qualcosa in più, cui sono stati abilmente sottratti gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare con la propria testa e valutare liberamente, che è anche capacità di opporsi. Una generazione che ormai cede alla rassegnazione, all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
E’ vero, contano i dati materiali, ma l’aria che respiriamo non conta? Ciò che apprendiamo a casa, a scuola e nelle strade un peso non ce l’ha? Giungere a conclusioni frettolose, potrebbe impedirci di capire se la sinistra ha subito un sconfitta culturale prima ancora che politica, come sembrano dirci i milioni di voti ai 5 Stelle, che non sono solo meridionali, e – ciò che più conta – sono voti che per molti versi si incontrano agevolmente con gli altri milioni finiti all’estrema destra leghista. In genere si pensa a un regime anzitutto come repressione, ma è una visone miope. Un regime reprime, ma bada anche a costruire consenso, sterilizzare la conoscenza come potenziale arma di lotta e manipolare il pensiero. Se ignoro i miei diritti, se non li riconosco nemmeno come tali, non rifiuto lo sfruttamento, ringrazio lo sfruttatore e divento persino ostile a chi vuole combatterlo. All’inizio della storia del movimento operaio e socialista, i lavoratori salutavano e ringraziavano i loro carnefici, se elargivano “benefici” e li definivano “padri dei lavoratori”.
Torniamo al punto. E’ vero, università finanziate da adeguati investimenti dello Stato sono decisive per la crescita del tessuto sociale. Esse sono un irrinunciabile bene comune, che dovrebbe rendere possibile ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”. Le cose però non stanno così. Noi vediamo subito – e perciò combattiamo – gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste: livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sfiducia degli studenti e immatricolazioni che calano. L’Italia è l’ultimo paese europeo per percentuale di laureati, ma impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; da noi le difficoltà economiche causano la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, ma la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli “idonei non beneficiari”, giovani ai quali, cioè, si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è un’astrazione, l’università è indebolita dalla penuria dei finanziamenti, isolata dal contesto sociale, e inaccessibile ai ceti meno abbienti. La sua decadenza è tra le cause principali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.
Ridotta così, va rifondata ma c’è un problema che in genere ci sfugge. Se diciamo Invalsi, molti di noi sanno che parliamo di assurdi criteri di valutazione e contro l’Invalsi lottiamo. Se diciamo Anvur, si tratta ancora di valutazione, una valutazione che è controllo sulla cultura, ma pochi lo sanno e non è facile difendersi. Eppure, così com’è, la valutazione della ricerca è una galera per i ricercatori. Non è un tema da tre soldi. Se non lo affrontiamo non assicureremo mai una formazione critica di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione non è un corpo a sé. Il suo principio-guida è nella Costituzione, quando, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, essa dice che quest’ultima è fondata sul lavoro, ma la sovranità non appartiene al mercato, bensì al popolo. Solo seguendo questa bussola, l’Università, ad esempio, può insegnare che le risorse della natura non costituiscono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri e che dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Ma l’Università questo non può più farlo, perché, gli equilibri ambientali sono subordinati agli interessi economici.
Se le cose stanno così, si spiega il ruolo centrale svolto dall’Anvur: costruire sacerdoti del pensiero unico e che non hanno capacità di organizzare resistenza. Ecco la risposta alla domanda da cui siamo partiti. L’Anvur è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di testi che le commissioni non leggono. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita –  gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore “produce” molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di “speedy gonzales” che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e “curato” nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca?
A che serve questo meccanismo e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur con la sua logica produttivistica impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in base alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa. La risposta è semplice: l’Anvur sa che il legame forte tra “grandi editori” e “baroni” che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, non pubblico le mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non ho speranze di ottenere cattedre con le mie ricerche perché non trovo editori. O rinuncio o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di  contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potremmo continuare, ma è ormai chiaro. Valutare per controllare, significa imporre dall’esterno “obiettivi di valore” che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa dicono i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente, ormato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

<a title=”classifiche” href=”http://www.net-parade.it/cgi-bin/votazione.aspx?utente=GiuseppeAragno”><img style=”border-color: black;” src=”https://tools.net-parade.it/images/novita_blu_s.gif&#8221; alt=”classifiche” width=”580″ height=”40″ border=”0″ /></a>

labirinto-3-300x165Basta chiacchiere su Di Maio che come lavoro fa il ministro del lavoro. Paoletti che lo ha preceduto non ha mai lavorato. Basta parlare del vanesio curriculum di Conte. La Fedeli da ministro dell’università aveva solo la terza media anche se aveva detto di essere laureata. 
Non dimentichiamoci dei conflitti di Boschi e Renzi. 

Di certo la composizione dei governi precedenti non era migliore e Renzi era un non-eletto proprio come Conte.
Vorrei valutare l’operato del governo appena eletto in base a ciò che effettivamente farà. Non è l’inesperienza e l’approssimatività che mi preoccupa ma è la cultura fascista della Lega, sono i proclami xenofobi e omofobi di alcuni ministri che mi danno il voltastomaco, ma anche su questo aspetterò di valutare i fatti.
C
redo che la gabbia sia stretta e anche i più protervi boriosi non riusciranno a fare molti danni come non riusciranno a fare cose buone.
In ogni caso sono pronto ad oppormi, per quel che posso, ad ogni azione che vada contro gli interessi della collettività…. e so che saremo in tanti a farlo”.

Sono le poche, rare e perciò preziose parole intelligenti e intellettualmente oneste che ho letto in questi giorni. Per quanto mi riguarda, a Boschi e Renzi aggiungo Minniti, che pare svanito nel nulla, come non avesse mai firmato il decreto fascista sul decoro urbano. Tra poco lo troverò tra i santi protettori della democrazia.
Ci sono molte cose terribili e nauseanti che mi preoccupano in questi giorni cupi. Tra queste, non ultima, l’orgia di resistenzialismo messa in campo in due giorni e i rischi che corriamo andando all’assalto di pericolosi fantasmi, senza preparazione e ancora senza ragioni più serie di quelle che avremmo avuto negli ultimi anni, quando non suonava l’allarme rosso. La metà dell’odio che vedo montare dalla “mia” parte e che si contrappone con pari intensità e – temo – irresponsabilità a quello generato dal capo leghista, avrebbe spazzato via il PD in tempo per impedire a Salvini e Di Maio di avere una maggioranza in Parlamento…
Forse la cosa più grave è questa, ma noi non ce lo diciamo: milioni e milioni di persone li hanno votati. E non veniamo da olio di ricino e manganellate. No, veniamo dai morti ammazzati da Minniti e dai lavoratori suicidati da Monti e Fornero.
Ho visto molto più fascismo in quegli anni, che in questi tre giorni, ma pare che la storia si sia fermata e la memoria rattrappita. Ormai alle spalle abbiamo solo tre mesi. Il resto è stato solo un mio incubo notturno.

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Quali rischi corra il Paese con questo Governo lo sapevamo, ma in tutta sincerità non pensavamo che la conferma potesse giungere così presto. Le dichiarazioni rilasciate al “Corriere della Sera”  dal neo ministro della famiglia Lorenzo Fontana sulle “famiglie arcobaleno” e aborto sono inaccettabili, rivelatrici e preoccupanti. Per la prima volta nella storia della Repubblica, infatti, un governo prende una posizione così oscurantista su temi dai quali si misura il grado di civiltà del Paese.

Noi non sappiamo in quale realtà viva Fontana, ma non abbiamo dubbi: non è quella di un Paese civile. Ci chiediamo perciò – e chiediamo a Fontana – come faccia un Ministro della Repubblica a ignorare che il mondo Lgbt esiste e che esistono i figli delle coppie che a quel mondo appartengono. Essi sono parte integrante della nostra società, sia per la qualità dei rapporti umani che intrattengono nelle scuole con i loro coetanei, sia sul piano giuridico, come attestano le sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione.

Le dichiarazioni del Ministro non sono solo un segnale di profonda barbarie, ma appena 24 ore dopo la nascita del Governo Conte ci riconducono  agli anni bui del ventennio fascista, quando Mussolini tentò di negare al mondo Lgbt e ai loro amori persino il diritto di esistere.

demA, esprimendo la sua piena vicinanza umana e politica a quanti sono colpiti dalle gravi parole di Fontana, il quale dovrebbe ricordarsi di essere Ministro di tutti gli italiani e di tutte le italiane, e di aver giurato da poche ore sulla Costituzione antifascista per la quale tutti i cittadini e tutte le cittadine sono uguali nei loro diritti e nei loro doveri. demA è consapevole che questo primo segnale dimostra che il Governo appena nato potrebbe costituire una minaccia per tutti i diritti civili del nostro Paese e chiede pertanto a tutti i Parlamentari, che si rivedono nei valori della nostra Carta Costituzionale,  di bloccare immediatamente le profondissime derive razziste, misogine e omotransfobiche di alcuni neo Ministri della Repubblica. demA, pertanto, è pronta a costruire un fronte democratico e laico nel Paese in difesa dei tanti diritti civili che rischiano di essere messi fortemente in discussione da pericolosissime spinte ideologiche reazionarie”.

Coordinamento demA