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Archive for dicembre 2016

Italian Prime Minister Matteo Renzi looks on during a meeting at the Capitol Hill in Rome, Italy, May 5, 2016. REUTERS/Max Rossi/File Photo

Da dieci anni una certificata alterazione della rappresentanza democratica avvelena la nostra vita politica. Da dieci anni Parlamenti nati da una legge illegittima rappresentano di fatto una ferita profonda per alcuni diritti e principi costituzionali, primi tra tutti il principio di eguaglianza e il vincolo del voto personale, eguale, libero e diretto, come prescritto dagli articoli 3, 48, 56 e 58 della Carta costituzionale.

Da più di dieci anni, mentre il  popolo, titolare della sovranità, è stato privato di un diritto fondamentale, quale quello della scelta del  corpo elettorale, un Parlamento illegittimo, un autentico aborto della democrazia, nato da norme censurate dalla Corte di Cassazione e abolite da quella Costituzionale, esercita un potere decisivo per le sorti della società, qual è quello legislativo. Un potere esercitato, nonostante la totalità dei parlamentari manchi del sostegno legittimante della indicazione personale del cittadino elettore.

Nonostante questo squilibrato rapporto tra elettori ed eletti, che mina alla radice la legittimità dei deputati e dei senatori, due anni dopo la sentenza della Consulta, che dichiara incostituzionale il cosiddetto «porcellum», e subito dopo il voto plebiscitario del 4 dicembre, che chiede il ritorno alla legalità repubblicana, un Presidente della Repubblica eletto da Camere che egli stesso, nei panni di giudice costituzionale ha definito eletto in maniera illegittima, non esita a mettere il Paese in mano a un governo che rappresenta solo se stesso.

I Comitati del No, soprattutto quelli del No sociale, prendano atto e si costituiscano in Comitati di Salute Pubblica, come legittimi rappresentanti dei milioni di cittadini che hanno appena mandato a casa Matteo Renzi e i suoi ministri, transitati con infinita arroganza in un Esecutivo che è di fatto un Comitato elettorale del Partito Democratico. Le vie della legalità repubblicana, invano e responsabilmente seguite finora, sono state così definitivamente sbarrate. C’è uno stretto passaggio ancora aperto, stretto, accidentato, ma praticabile: Gentiloni chieda la fiducia su un programma che si riduce alla legge elettorale, esegua il suo unico mandato, poi si dimetta. Sciolte le scandalose Camere di nominati, si vada alle urne.

Ogni altra scelta costituirebbe una violenza inaccettabile, avrebbe conseguenze gravi e giustificherebbe la legittima difesa della sovranità popolare. Con ogni mezzo e con tutte le armi.

Agoravox, 13 dicembre 2016

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ASSEMBLEA PUBBLICA: DOPO LA VITTORIA DEL NO? COSTRUIAMO IL POTERE POPOLARE!
SABATO 10 DICEMBRE – ORE 17.30 – EX OPG Occupato – Je so’ pazzo

2016_12_10_potere_popolare3Dopo mesi di campagna pancia a terra, e dopo la schiacciante vittoria del NO, promuoviamo un momento di dibattito insieme a tutte le realtà, i comitati, i singoli, con cui in questi mesi abbiamo portato avanti la campagna popolare! Per analizzare insieme il risultato, e per trovare insieme le migliori modalità per proseguire la battaglia! Questa non è la vittoria di Grillo o di Salvini, è la vittoria di un popolo che chiede potere, redistribuzione della ricchezza, giustizia sociale. Cerchiamo di organizzare, a partire dai territori e dalle lotte, questa richiesta!

Interverranno: Giuseppe Aragno, Francesca Fornario, Mimmo Mignano, esponenti di associazioni e comitati…
Ci saranno: collegamenti da Bergamo, Mantova e altre parti d’Italia dove il ruolo della sinistra è stato determinante.

A SEGUIRE APERITIVO E FESTICCIOLA!

L’esito del referendum del 4 dicembre ha parlato chiarissimo: oltre 19 milioni di italiani, il 70% dei votanti complessivi, non ha semplicemente bocciato la riforma costituzionale, ma ha mandato un messaggio netto al governo Renzi.

Le classi popolari di questo paese hanno espresso la necessità di una trasformazione radicale delle loro condizioni materiali e delle loro prospettive di vita. Tra tutti un dato, spicca un dato: in nessuna regione del mezzogiorno italiano, di questo Sud bistrattato e utilizzato da sempre come bacino reazionario e volutamente arretrato dai padroni, la percentuale del NO è andata sotto il 60%. A Napoli, dove tra mille difficoltà e scarsissimi mezzi, dalla scorsa estate si è dato vita a un lavoro intenso e partecipato sui territori, il NO ha vinto con il 70% dei voti.

La vittoria del NO, che qualche commentatore da talk show potrebbe facilmente liquidare come semplice “voto di protesta” è tanto altro. È uno schiaffo alle misure d’austerità, alle controriforme renziane, allo smantellamento della sanità e dell’istruzione pubblica, alle guerre mai terminate, alla povertà dilagante, alla disoccupazione. Rappresenta, un’occasione ricompositiva importante per chi negli anni è rimasto ai margini e ha pagato le conseguenze di una crisi economica causata dalla grande impresa, da banche e finanza.
Così anche se Renzi si è dimesso, non ci basta. Non possiamo permettere che il protagonismo che spontaneamente si è attivato e si è articolato in comitati e assemblee popolari, che si è battuto nei luoghi di lavoro e della formazione, vada disperso o frustrato.

Non possiamo permettere che lo straordinario patrimonio di relazioni, capacità organizzative di autogestione e cooperazione sfumino nella “classica” depressione e nell’incertezza del post voto.
Non siamo disposti a regalare questa vittoria alle destre reazionarie o ai populismi beceri, pericolosi, che sbraitano contro i più deboli della società, che ci mettono l’uno contro l’altro, che predicano razzismo e tutelano gli interessi dei più ricchi, e che ci trascinerebbero in un abisso…

Saremo pazzi, ma siamo certi che sia questo il momento in cui la rabbia si debba trasformare in progetto, speranza, soluzioni concrete e percorribili che parlino di diritti per tutti, di redistribuzione della ricchezza, di giustizia sociale, di potere al popolo, di democrazia reale.

Per farlo non conosciamo altro modo che confrontarci e coordinarci, in una grande assemblea pubblica, con tutte e tutti quelli che hanno animato questa campagna popolare, le voci che hanno attraversato piazze e vicoli, a cui il furgoncino poderoso ha dato forza una tappa alla volta. Studenti, operai, artisti, disoccupati, comunità immigrate: l’alternativa riparte dai nostri bisogni, dal nostro desiderio di scrollarci di dosso un potere ingiusto e opprimente!

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Non mi va di citare me stesso, ma voglio tornare su quanto scrissi il 24 febbraio 2014, con Renzi sulla cresta dell’onda:

machiavelli«A proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che “le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della “virtù” del Principe, quindi, e capire se abbia saputo parare i colpi della “fortuna” occorre tempo. «Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così “tristi”, che ha dovuto decidersi a “intrare nel male”. Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una “crudeltà bene intesa”. Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia “necessitata”, capace di volgersi a una “bontà” delle scelte, che spieghi il “male” e lo riscatti in nome del “bene comune” che ne è venuto».

Il tempo, scrissi perciò, solo il tempo dirà se il Principe ha voluto “intrare nel male” per quella “virtù” che produce “vantaggi collettivi”, o per istinto da Giuda che il “suo” Machiavelli direbbe “azione egemonica”, mirata alla “gloria”, non alla necessità di un “bene” che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è “caritatevole” e disinteressato, ma risponde al criterio del “do ut des”: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale».
Renzi ha sfidato la sorte, ma governando dovrà dimostrare che, «dato il peggio di sé in ragione della “durezza dei tempi” e dei “venti della fortuna”, è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse “particolare” e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al “bene”».

Se Renzi conosce davvero le leggi della storia e l’arte della politica, sa che non ha scampo. Se sta vendendo fumo, se un governo umiliato e l’amico suo “Letta politicamente ucciso”, si riveleranno «“crudeltà male usate”, offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento […], stia certo […], “appena si presenterà l’occasione del proprio profitto”, la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con “colui che inganna” e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a “tenere il coltello in mano”. Il duca Valentino, privo di “virtù”, perirà, travolto da quella “fortuna” che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà “licito pigliare la Italia col gesso”, come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la “realtà effettuale”, direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro».

Ai “Comitati del no” tocca ricordare a Mattarella che questo Parlamento di abusivi non rappresenta più nemmeno se stesso.

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napolitano-con-renziLascio agli specialisti l’analisi del voto, ma non rinuncio a richiamare una regola generale: gli intellettuali di regime non propongono ipotesi da verificare nei fatti; ricevono dal potere che li ha sul libro paga una tesi da far passare e si studiano di dimostrarla. Se necessario, contro l’evidenza dei fatti. Valgano per tutti l’esempio di nullità come l’onnipresente Paolo Mieli, che continua a fare di Renzi una sorta di “leader rosso”, sicché la vittoria del no è “un meteorite caduto sull’intera sinistra”, o il delirante Vittorio Sgarbi che, con virulenza fondata su chiacchiere, chiarisce la tesi di fondo: Renzi ha vinto. Senza usare toni da squadrista cui fa ricorso Sgarbi, ogni volta che si può, qualche “analista indipendente” fa passare l’idea: esistono solo un fronte del sì e uno del no. Il primo, pur apparentemente battuto, ha una sua compattezza e potrebbe guidare il Paese nonostante l’esito del referendum, l’altro, che ha vinto sulla spinta forte dell’antipolitica, era e resta disgregato e impossibilitato a diventare forza di governo. Come se milioni e milioni di elettori si fossero espressi, andando dietro a Salvini, Berlusconi e Renzi – la “politica” – e tutti gli altri avessero “votato contro”, senza avere nulla che li tenga uniti.

In realtà, il primo dato che emerge chiaro dal referendum, racconta una storia completamente diversa. Il referendum l’hanno perso assieme Renzi e l’élite osannata dall’ex giovane fascista Napolitano e l’hanno vinto soprattutto milioni di italiani che, disgustati dalle esternazioni dell’ex Presidente e dalle indicazioni dei cosiddetti “leader”, non andavano più a votare, ma stavolta l’hanno fatto. La scelta di votare è per sua natura  politica e ti dice che gli elettori sanno benissimo che l’antipolitica oggi è incarnata soprattutto da personaggi come Renzi. La gente ha votato perché ha colto il carattere alternativo e ultimativo della sfida e la possibilità di assestare un ceffone alla sedicente classe dirigente. No a Salvini, no a Brunetta, no a Renzi, no a Verdini, che non hanno alcuna legittimità per rappresentarla. In questa scelta, che si vorrebbe di “pancia”, c’è invece un dato politico che riguarda proprio quella Costituzione, che si tende ormai a far sparire; il referendum sullo Statuto del ’48 ha restituito per una volta la “sovranità” in mano al popolo, e l’elettore ha voluto esercitare questo suo diritto nella consapevolezza piena di poter dire la sua in modo decisivo. Non si trattava di un voto “inutile”, tanto poi fanno il governo come gli pare. Qui non c’erano carte da imbrogliare, sicché il voto referendario aveva un alto valore “rappresentativo”; il referendum è diventato così il “partito che non c’è più”, l’organizzazione che si fa interprete di bisogni, speranze, dissenso, rifiuto della disoccupazione e della precarietà. In questo senso, quindi, un voto “costituzionalissimo”. Nella tesi minimalistica e del tutto astratta, assegnata dal potere ai suoi intellettuali, il no è diventato, invece, “meridionale” nel senso più deteriore della parola, conservatore e quasi “monarchico”, come ai tempi del referendum istituzionale del 1946.

Una lettura comoda, ma totalmente falsa e fuorviante. Intanto perché Milano non è più – ammesso che lo sia mai stata – la “capitale morale” del Paese. Mai come oggi essa è la capitale dei privilegi e uno dei gangli vitali dell’intreccio tra politica e malaffare. Meridionale, poi, oggi significa soprattutto volontà di riscatto e di emancipazione  – questo è forse il senso profondo del no – e Napoli è, in questo senso, molto più avanti di Milano. A ben vedere, i risultati del 4 dicembre contengono anche segnali forti di un voto di classe, come dimostrano il rilievo che ha assunto nella battaglia il “no sociale” e la collocazione nella trincea del no di quella “borghesia progressista”, stavolta sì lombarda in senso “turatiano”. Una borghesia che ha contestato al progetto delle banche, della finanza e dell’ala più reazionaria del padronato, il significato stesso della parola che ha malaccortamente definito il pasticcio Boschi:  riforma. La sedicente nuova Costituzione era tutto, meno che “riforma”. Nella cultura e nelle radici storiche della borghesia progressista, una riforma o contiene una forte carica popolare e allarga la partecipazione e i diritti, o è strumento della reazione.

Naturalmente gli “intellettuali organici” si stanno sforzando di negare il dato più lampante di tutti: il no non avrebbe mai vinto, se non avesse portato con sé la consapevolezza che solo tenendo fermo l’impianto della Costituzione così com’è si potranno rimettere in discussione il Jobs Act, la Buona Scuola, l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori e il pareggio di bilancio; in altri termini, le leggi di una dittatura del capitale finanziario che nasce a Bruxelles e giunge a Roma, provincia di un nuovo Reich. Tocca ai movimenti che hanno conseguito questa vittoria federare interessi e costruire un programma politico, che si proponga l’abolizione delle peggiori leggi di questi ultimi anni e si colleghi a ogni altro movimento che nell’Europa contemporanea dà battaglia alla reazione. C’è una “internazionale del Capitale”, occorre tornare all’internazionalismo delle classi lavoratrici. Per riuscirci, bisogna allargare la rete dei rapporti con i movimenti di altri Paesi, per affrontare e vincere, nello specifico della nostra realtà, la battaglia delle idee contro il “pensiero unico” e costruire progressivamente quella politica per il potere.

Fuoriregistro, 7 dicembre 2016 e Agoravox 8 dicembre 2016

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1451981796295-jpg-giorgio_napolitanoLa sinistra che non c’è ha cancellato dalla vita politica il golpista Renzi. Napolitano, traditore della Repubblica, uomo del malaffare e dei rapporti osceni tra politica e mafia è già condannato, ma un processo occorrerà farglielo in un Tribunale della Repubblica.

Travolti! Era scritto. La storia dirà che un’ambizione senza qualità produce un disastro.

Cadono per mano di un popolo che non trova rappresentanza; li schianta il voto di chi non vota più e normalmente si astiene. Li manda a casa chi chiede riferimenti per spazzar via provvedimenti e accordi più illegittimi di chi li ha voluti: Jobs act, Buona Scuola, Sanità, pareggio di bilancio in Costituzione, Europa delle banche. E’ la vittoria della politica sull’antipolitica, che in Italia si chiama soprattutto PD.

E’ un primo passo. Diamoci un’organizzazione e procediamo. La strada è lunga e accidentata, ma abbiamo avuto la prova che il traguardo è a portata di mano.

 

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terracini-costituzioneCi siamo portati appresso la zavorra rivoluzionaria che “il mondo non si cambia con il voto“…
Abbiamo fatto i conti con i moderati del no, dai toni politicamente corretti, che somigliavano a un ni e hanno fatto un regalo grandissimo al sì…
Abbiamo dovuto aprire ogni volta, dicendo ai compagni che “noi mica ci difendiamo la Costituzione del ’48…“, facendo un altro regalo a gratis al fronte del sì…
Ora che, a quanto pare, la compravendita sta funzionando bene e il No ce lo danno perdente sul filo di lana, che fate? LO LEVATE IL CULO DALLA SEDIA E ANDATE A VOTARE NO?

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adamo_ed_eva-copia-2Ieri sera ultimo atto, per me, di una campagna referendaria che il fronte del No ha impostato male e condotto peggio, contro i promotori del sì che hanno adottato la regola aurea della propaganda nazista: una menzogna mille volte ripetuta diventa verità.

Bisognava mettere nel conto la slealtà, l’inganno utilizzato metodicamente per disinformare, la calunnia per delegittimare, il voto di scambio e soprattutto le difficoltà di una battaglia tutta virtuale, in cui le televisioni avrebbero fatto la parte del leone. Non so perché, ma il fronte del NO ha messo nell’ombra l’argomento più forte e inoppugnabile che spiega le ragioni della scelta: questo Parlamento di nominati non ha la legittimità morale e politica per mettere mano alla Costituzione.
Lo ripeto qui, ormai alla vigilia di un voto che potrebbe segnare la storia del Paese: il PD è un partito reazionario, Renzi un pericoloso avventuriero e la “sua” Costituzione crea uno Stato autoritario. Votare no a questo punto diventa l’ultima vera possibilità di riprendersi per vie ordinarie i diritti che ci hanno tolto: lavoro, salute, formazione e partecipazione. Se passa il sì, saremo ufficialmente ridotti in servitù.

Ieri quello che sta accadendo nel Paese, ciò che in buona parte è già accaduto, il fanatismo stupido da squadristi, il disprezzo per la cultura, l’incapacità di leggere la realtà con spirito critico, la faziosità e la sottile violenza del linguaggio si toccavano con mano. Non è stata una serata facile e questo me l’aspettavo, ma si è andati ben oltre le normali difficoltà di un dibattito duro tra posizioni contrapposte. Più che una discussione, è stata una trappola. Devo dire che in trincea con me, Francesca Menna, consigliera comunale dei 5 Stelle a Napoli, si è dimostrata decisa e brava. Pensavano di intimidirci, ma alla fine si sono trovati in grande difficoltà. Il punto, però, è che il processo di decomposizione del Paese è giunto ormai ben oltre il livello di guardia. Che il PD sia un pilastro della reazione è chiaro da tempo. La profondità della ferita inferta al tessuto democratico del Paese e alla capacità critica della popolazione, però, è spaventosa e ben più grave di quanto siamo in grado di percepire. C’è una sorta di dissociazione tra premesse e conclusioni. Mi ha colpito un giovane che ha riconosciuto pubblicamente la totale illegittimità morale e politica del Parlamento e contemporaneamente ha continuato a dichiararsi per il sì, senza sentirsi in contraddizione con se stesso. La verità è che tutto il ragionamento del sì è costruito sulla trappola del “merito”. Se rifiuti di accettare quel terreno di scontro e sposti il ragionamento sulla questione di fondo – non potevate farlo – improvvisamente gli esponenti del fronte del sì appaiono smarriti e gli mancano gli argomenti. Era la via da battere sin dall’inizio di questa infelice compagna referendaria, ma non si è voluto. Ora è tardi per recriminare.

Votiamo No, spieghiamo agli incerti i rischi che corriamo e speriamo vada bene.

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15220018_1285189078199577_2884773063462041954_nPiccola, necessaria precisazione. Scrivo (scrivevo) sul Manifesto e gentilmente la redazione di Napoli di Repubblica mi ospita, ma non sono un giornalista. Dall’università me ne sono andato sbattendo la porta dopo la riforma e non mi sono pentito.

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spqrSopravvissuto nonostante tutto alla strage annunciata – la rottamazione dei vecchi, colpevoli di vivere ancora, quindi costare troppo e perché no? scippare risorse ai giovani – vorrei ricordare al pupo fiorentino una di quelle verità universalmente riconosciute, che non hanno bisogno di consensi referendari e sono alla portata di intelligenze più o meno ordinarie come la sua: ci sono giovani nati irrimediabilmente vecchi – lui e la ministra Boschi sono in tal senso un esempio davvero luminoso – e c’è chi non invecchia perché è giovane dentro.
Renzi e Boschi lo ignorano – il curatore d’immagine americano è un disastro e non glielo ha detto – ma chi conosce la storia e la tradizione culturale e politica dell’Occidente, sa che un’assemblea di vecchi fu la trave portante della Repubblica Romana. Una lezione ricca di luci e ombre da cui, nel bene come nel male, il mondo non smette di imparare nemmeno dopo millenni. S.P.Q.R., Senatus Populusque Romanus, si legge ovunque un marmo o un coccio ricordino un’antica e vitale civiltà. Senatore era colui che giungeva al massimo grado della vita politica dopo il cumulo di esperienze che rendevano l’età una virtù: il cursus honorum. Un senatore aveva ricavato dal suo percorso obbligato una formazione a tutta prova: tribuno militare, con almeno dieci anni di servizio, Questore, Edile, Pretore, Censore, Console. Superati con onore questi traguardi, e solo con onore, si poteva entrare in Senato. Una questione di merito, che certo, dati i tempi, diventava di classe. Ma l’esempio resta valido.
Per riformare il Senato e non trovarsi davanti Razzi e Verdini, sarebbe stato necessario partire da qui, dall’istituzione di un cursus honorum, previa attuazione concreta di quel diritto alla parità tra le classi garantito dalla Costituzione che Renzi pensiona. Il pilota conta quanto e più del motore, ma in questo senso non c’era speranza. Provate a ricostruire sulla base di documenti il cursus honorum degli autori della nuova Costituzione della Repubblica e scoprirete con orrore che Renzi nella vita ha alle spalle due insignificanti esperienze di amministratore locale, una delle quali in una vituperata e ormai disciolta Provincia, cui segue una presenza da sindaco troppo zotico e culturalmente indigente per una città come Firenze, che lo ricorda ancora con timor panico. In quanto a mademoiselle Boschi, tutto quanto ha saputo fare nella vita pubblica è un’annuale interpretazione della Madonna in non so bene quale paesello toscano e ci sono fondati motivi per credere che l’autentica signora celeste non l’abbia presa gran che bene.
E’ con questo folgorante passato che i due intellettuali si sono messi all’opera e hanno scritto la nuova Costituzione della Repubblica italiana, mandando in pensione Calamandrei e compagni. Ogni giorno qualcuno mi invita a entrare nel merito del testo. In quale merito? Il merito è questo: due analfabeti.
Voterò no al referendum del 4 dicembre e invito gli indecisi a seguirmi. Non possiamo affidare il nostro futuro – e soprattutto il futuro di quelli che verranno dopo di noi – in mano a questa gente. Boschi e Renzi non hanno scritto una parola di questa vergogna che qualcuno si ostina a chiamare Costituzione. Hanno messo la firma. Il lavoro sporco l’ha fatto chi ogni giorno ci ruba diritti e democrazia. Ladri di futuro, nascosti nell’ombra.
Votiamo no. Dimostriamo che non siamo pecore che si lasciano portare al macello.

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