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Archive for agosto 2016

banchieriCon la consueta schiettezza un ottimo amico, onesto, riflessivo e preparato, ha scritto due parole semplici, chiare e ricche di umanità:

«Non amo i numeri, anzi per la precisione,non credo nei numeri. Sin da bambino. Mio nonno, quando mi insegnava a giocare a carte chiudeva sempre la sua lezione dicendo “la matematica non è un’ opinione”, sancendo così la stessa come scienza esatta, nel senso che, a briscola, se lui aveva fatto 70 punti, io inevitabilmente ne avevo fatti 50. Non uno di più ne uno di meno».

Naturalmente la sua diffidenza per i numeri non si ferma al nonno e la sua spiegazione merita il massimo rispetto. La logica dei numeri, prosegue, infatti,

«quella che prevale nel mondo, è quella che fa accettare come verità inoppugnabile il fatto che a 50 anni sei già vecchio per lavorare, che a 60 una donna non può essere madre. La logica dei numeri è quella che stabilisce, per esempio, che i governi d’Europa non possono sforare il rapporto del 3% tra entrate e uscite pubbliche. E dietro quel numero, quel banalissimo numero,3%, si pongono le vite di milioni di persone».

Sulla maternità della sessantenne e su quanti anni ci occorrono per essere vecchi, nessuno eccepisce, ma poiché siamo ormai tutti economisti, sul 3 % e sui numeri in generale, apriti cielo! «Guarda che non sono uno sprovveduto» – gli fa indispettito un commentatore – «I numeri sono l’unico modo di interpretare la realtà…». Questi sono tempi in cui se ce l’hai coi numeri, ti trattano come il Santo Uffizio trattava gli eretici: ti abbrustoliscono in piazza. Io però gli do ragione al mio amico e pazienza se in piazza poi bruciano anche me. I numeri sono un modo di interpretare, non l’unico e tutte le interpretazioni hanno bisogno di parametri di riferimento. Se io non mangio nulla e un altro mangia due polli, i numeri diranno che siamo in due e abbiamo mangiato un pollo a testa. Non interpreteranno la realtà, ma la stravolgeranno. In quanto al 3 %, è stato scelto da un burocrate a cui fu detto di far presto. Nessuno verificò e tutti fecero l’elogio dei seri calcoli fatti. Lo dice il giornale della Confindustria e nessuno l’ha mai smentito, perché è vero.
Una scienza è tale se formula ipotesi, le verifica e dimostra che a condizioni date il risultato è ovunque e comunque quello ottenuto in sede sperimentale. L’economia, ripetono ossessivi i nostri politici, spalleggiati da una stampa sempre più serva, è una scienza, le leggi di mercato esistono,  hanno comportamenti prevedibili e consentono di predire il futuro. Sulla base di questa credibilità scientifica ci si racconta quotidianamente, con infinita arroganza, che sono la domanda e l’offerta a condizionare le nostre vite, non le scelte politiche effettuate in conseguenza delle predizioni degli analisti economici. Un bombardamento quotidiano di «certezze» ci presenta le leggi del mercato come «naturali» quanto la legge di gravità. Per alta che sia la soglia d’attenzione e il senso critico di un ascoltatore, è difficile impedire alla nostra mente di immaginare gli economisti come matematici in grado di elaborare dati certi, utilizzando equazioni e diagrammi da cui ricavare la predizione del futuro.
Le cose stanno davvero così? La predizione di un economista ha il grado di certezza di quelle di un fisico? La risposta a questa domanda non è banale. Se è positiva, vuol dire che gli economisti sono scienziati. Se è negativa, significa che sono poco più che astrologi, alchimisti capaci di descrivere tutt’al più in senso probabilistico una realtà sostanzialmente ignota. Per elaborare una predizione, che, essendo fondata su probabilità, retrocede subito al rango di previsione, l’economista esamina il passato – spesso filtrato attraverso la statistica – e applica teorie a variabili legate al caso e al rischio. Ne viene fuori un dato necessariamente soggettivo, frutto di esperienze diverse e  conoscenze e dottrine diverse. La previsione, pertanto, produce aspettative più o meno razionali e dati statistici da verificare, ma non ha la solennità della predizione, una parola che si riferisce a certezze, a risultati già verificati in laboratorio in ogni possibile condizione che hanno valore di dato scientifico. L’analista economico propone uno scenario, in base a un valore atteso dalla elaborazione e dalla distribuzione di probabilità scelte soggettivamente. In un quadro di crisi e di endemica incertezza non può avere alcuna pretesa di profezia o di verità perché per ottenere questo risultato occorrerebbe un veggente.
Ci parlano ogni giorno di «modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (DSGE)»; ce li presentano come certezze, ma due cose sono certe: li elaborano le banche centrali per regolare l’economia e risultano puntualmente sballati sette giorni dopo che sono stati dati per infallibili. Se glielo fai notare, gli economisti ti guardano dall’alto in basso, lasciando trapelare il disprezzo del matematico che, secondo la lezione di Galilei, interpreta la natura. Il problema è che l’economista non utilizza la matematica come fanno i fisici e sono in tanti ormai a sostenere che

«i principali “gioielli della corona” della scienza economica sono del tutto privi di riscontri empirici e non possono essere confrontati. […] con dati osservativi perché la previsione che scaturisce da una teoria e consente di verificarne gli enunciati con esperimenti cruciali è impossibile in economia».

Ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni di carattere assiomatico, certezze che non occorre dimostrare, dogmi simili a verità di fede, contro le quali è pericoloso manifestare dubbi, pena la scomunica. I politici, mai così culturalmente indigenti, fanno ormai gli aristotelici in polemica con gli anatomisti neoplatonici: «è vero sì, si vede bene che tutti i nervi portano al cervello, ma Aristotele dice che l’intelligenza è nel cuore…».
Ogni giorno una «certezza» naufraga. Ogni giorno una predizione si dimostra campata per aria e ha conseguenze tragiche sulla vita degli uomini, però nessuno ha quel tanto di umorismo necessario per ricordare ciò Nicolas Chamfort ebbe a scrivere sugli economisti: sono ottimi anatomisti, ma chirurghi scadenti: fanno meraviglie sui morti e massacrano i vivi.

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Archeologia-Prometheus-3Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.
A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva  carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.
Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.
Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvvido regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il Palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.
Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.
Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompe le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto. Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare. E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Fuoriregistro, 2 agosto 2016; Agoravox, Psicoanimismo e la Sinistra Quotidiana, 3 agosto 2016

 

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