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Archive for febbraio 2016

Nuova immagine (42) copiaI fatti, per ora. Se necessario verranno poi i nomi.
Un docente che ha – purtroppo per lui – una storia di militanza in uno di quei fastidiosi sindacati di base, presenta un documento in Segreteria da consegnare al Capo d’Istituto. La legge glielo consente e obbliga l’Ufficio a protocollarlo. Gli si dà un numero a voce, ma si sa, è potere del Capo d’Istituto valutare se occorra far ricorso al protocollo riservato del Dirigente Scolastico. Un foglio scritto, perciò, non gli viene rilasciato. E’ vero, sì. Un protocollo particolare, istituito, guarda caso , in età fascista, con gli articoli 11 e 85 del R.D. n.965 del 1924 esiste ancora e invano lo Stato repubblicano ha provato a liquidare questa eredità dell’Italia nera, approvando il D.L. n.112 del 2008 che ne prevede l’abrogazione ai sensi del combinato disposto dell’art. 24 e del n. 224 dell’allegato A.
Non avendo voglia di far storie, al docente va bene così. Decida il Dirigente se conservare personalmente il documento che sta consegnando. Si appella solo però – ed è un suo diritto – alle norme per la gestione del protocollo, che non lasciano spazio ai dubbi; il Dirigente prenda pure visione delle carte che consegna, ma si ricordi l’obbligo di legge, prescritto dall’articolo 53 del D.P.R. 445 datato 328 dicembre 2000. Consenta, cioè, “la produzione del registro giornaliero di protocollo, costituito dall’elenco delle informazioni inserite con l’operazione di registrazione di protocollo nell’arco di uno stesso giorno”. Insomma, se non subito, ha diritto a veder protocollata in giornata la busta che ha consegnato e l’Amministrazione non può dirgli di no: ometterebbe un atto d’ufficio.
Per quieto vivere lascia l’ufficio e aspetta. Passano i giorni, torna in segreteria, chiede di conoscere il numero di protocollo, ma non ottiene nulla. Farla lunga non serve. Al momento le cose stanno così: ha chiamato la polizia che è venuta a scuola solo per dar ragione al capo d’Istituto. Inutile chiedere in virtù di quale legge o regolamento. Forse perché il Capo ha di nuovo sempre ragione. Poiché, però, non ha dimostrato di credere, obbedire e combattere, il docente, com’era prevedibile, invece del numero di protocollo ha ricevuto una lettera d’addebito che prelude a provvedimenti disciplinari. Mentre il collega si prepara a difendersi, il Capo d’Istituto continua a calpestare la legge e invano il docente attende non dico il numero di protocollo, che ormai somiglia all’araba fenice, ma una volgare scartoffia attestante, se non altro, che su un modulo prestampato per le ricevute, sia segnata la data e l’ora di ricezione del suo documento, il suo oggetto e il nominativo della persona che lo ha presentato, chiuso dalla sigla dell’impiegato che l’ha ricevuto.
Certo, il collega non può giurarci, ma ne è sicurissimo e probabilmente non ha torto: da qualche parte, in uno schedario politico, ben ordinato e molto efficiente, esiste ora un fascicolo personale che porta il suo nome e contiene documenti riservati con data, oggetto e numero di protocollo particolare, in cui è definito “sospetto in linea politica, probabilmente ostile al governo nazionale e pericoloso per l’ordine pubblico”. Sembrerà strano, ma è invece perfettamente logico: il fascismo storico, che nei testi scolastici studiosi compiacenti presentato agli studenti come “regime “inclusivo”, è tornato alla grande sul palcoscenico della storia. E non ci sono dubbi: la scuola è il suo autentico laboratorio sperimentale.

Fuoriregistro, 6 febbraio 2016 e Agoravox, 8 febbraio 2016

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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016
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Dopo aver ricordato a chi compete la necessità di difendere i nostri studenti, Luigi De Magistris ha espresso al liceo “Vittorini”, colpito dall’ennesimo raid degli squadristi di Casa Pound, la sua solidarietà maddalena-cerasuolopersonale e quella della città che amministra. L’ha fatto senza esitare e a testa alta, com’è naturale per un sindaco legittimato dal voto di quella che Mussolini definì la capitale dell’antifascismo.
Preoccupati dalle conseguenze di scelte discutibili, fino ad apparire insensate, gli uomini del PD, invece, sono sulla graticola. Da anni ormai nessun dirigente “democratico” chiede alla Questura com’è che la forza pubblica carichi e manganelli quotidianamente studenti e lavoratori, ma manchi puntualmente all’appuntamento, quando la piazza è in mano a Casa Pound. Il PD ha forse paura che il Questore, chiamato direttamente in causa, sia costretto a puntare il dito? Che può fare un Questore, infatti, se la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione – che dipende dall’ineffabile Alfano – presenta i neofascisti come bravi ragazzi il cui «impegno primario» è volto alla «tutela delle fasce deboli»? E, d’altro canto, che mai potrebbe chiedere al “suo Prefetto” il PD, se, alla resa dei conti, il funzionario rappresenta un governo di cui il partito di Renzi è la trave portante? Messo alle strette, il Prefetto finirebbe col dire ciò che tutti sanno da tempo: suo malgrado, il prefetto rappresenta un governo la cui legittimità costituzionale è praticamente inesistente.
E’ inutile girarci attorno. Il PD è un partito che non ha radici nella nostra storia e lavora soprattutto per distruggere la scuola, l’università e il sistema formativo e creare un popolo di “senzastoria”, un “bestiame votante” di cui servirsi per piazzare patacche sul mercato dei ferri vecchi. Quel mercato in cui a buon diritto rientra ormai quanto sopravvive della nostra democrazia. Non a caso ha espulso dai suoi ranghi persino Maddalena Cerasuolo, partigiana decorata e combattente delle Quattro Giornate, cui era intitolata la sede del partito che si trova alla Cesarea. Una sede che ha cancellato il nome glorioso dell’antifascista. Perché stupirsi? Un partito antifascista non può contare sui voti delle destre e non può governare con gli Alfano, i Verdini e i Berlusconi, l’alleato del Patto del Nazareno. A questa gente il PD doveva regalare per forza il massacro della Costituzione antifascista e il peggioramento del Codice Rocco.
Tutto sbagliato? Beh, basterebbe smentire coi fatti, chiedere conto al Questore di amnesie da anni Venti e restituire alla mortificata sezione il nome cancellato. Maddalena Cerasuolo non va più bene, perché troppo comunista per un partito di senzastoria? Ma Napoli è un campionario di antifascisti e per il PD c’è solo l’imbarazzo della scelta: tra i combattenti antifascisti ci furono liberali come Alfredo Parente e Alberto Bouché, repubblicani come Pansini ed Ezio Murolo, socialisti come Zvab e persino democristiani come Gustavo Troisi. Non sono i nomi che mancano purtroppo. E’ mancata e mancherà la volontà politica. I voti delle attuali destre, infatti, quali che siano e comunque camuffate, persino quelle infarcite di padrini e patroni del neofascismo, si pagano a caro prezzo e non puoi tenerli assieme alla città antifascista e alla sua storia di lotte per la democrazia. Poiché il piatto piange e gli affari di un tempo sono solo un ricordo, se vuoi tentare il colpo disperato e tentare di vincere al ballottaggio, costruendo un’ammucchiata contro l’odiato De Magistris, devi rassicurare i futuri alleati. Tutti, anche quelli impresentabili, come gli sponsor di Casa Pound.
I conti torneranno? Per carità, tutto è possibile e chi vivrà vedrà. Intanto, però, mentre Casa Pound si muove indisturbata, la scommessa è sempre più azzardata e i segnali sono chiari: Napoli è più sveglia che mai e i napoletani non sono in vendita.

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