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Archive for novembre 2014

10383667_558846140881831_5447857145697321312_nNon smetterò mai di esser grato agli amici della comunità italiana di Barcellona, che mi hanno invitato.

Venerdì 14 novembre ore 20.30
Libreria italiana Le Nuvole

Carrer de Sant Lluis, 11, 08012 Barcellona (Metro Fontana o Joanic)
Incontro con lo storico Giuseppe Aragno e presentazione del suo libro
Antifascismo e potere: Storia di storie” (Bastogi edizioni)
Giuseppe Aragno dà voce a otto antifascisti italiani che lottarono contro i sistemi repressivi del regime; tra loro, Renato Grossi difese con la sua famiglia la Repubblica nella Guerra Civile.

L’incontro apre le iniziative della Setmana d’Altramemoria (14-21 novembre), organizzata dall’Associació AltraItalia – Barcelona.

A cura di Ida Mauro e Steven Forti

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“Il giorno dopo” – scrive l’ottimo Alfredo Giraldi – “ci sarà lo spettacolo Radio Libertà, che ha preso vita grazie all’incontro con lui, Giuseppe Aragno, un uomo perbene, intellettuale vero e intransigente, una persona straordinaria. Dalle sue pagine ho attinto la storia che racconteremo nel pomeriggio di sabato a Barcellona.Sabato 15 novembre il nostro spettacolo Radio Libertà varcherà i confini e giungerà in Spagna, a Barcellona, dove andrà in scena alle ore 18.00 nel teatro del centro civico Cotxeres Borrell, per la Setmana d’Altramemòria“…

Alfredo è molto generoso con me, io invece mi limito a dire solo la verità: lui e Luana Martucci toccano corde alte e sanno incantare. Quando infine si inchineranno per salutare il pubblico alla maniera degli eterni scavalcamontange, sarà come ascoltare l’invito degli antichi teatranti: “la commedia è finita. se vi è piaciuta applaudite“… e il gli applausi convinti romperanno il silenzio commosso.

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10169190_792592114140197_2326726142420761491_nA suo modo, Alessandto Mlòn ha ragione: Napoli Monnezza esiste. E’ l’alter ego dei paranoici, il lucido delirio d’un bene malato che si dichiara vittima d’un male che s’è inventato. Napoli Monnezza esiste soprattutto nella coscienza sporca dei monnezzari, quelli che, col rispetto dovuto agli operatori ecologici, senza monnezza non sanno come riempire la mangiatoia.
Napoli Monnezza è il napoletano Liborio Romano che recluta la camorra, ma il monnezzaro è genovese, porta la camicia rossa e di mestiere fa “l’eroe dei due mondi”: si chiama Garibaldi e riempie l’enorme carrozzone burlesque della polizia con la Napoli camorrista. Se uno non la dice questa cosa o fa finta di non saperla, la monnezza puzza di razzismo, sa di affare losco e si chiama malafede.
Mentre i napoletani garibaldini si fanno sparare gridando “viva l’Italia”, a Bronte il colonnello Nino Bixio, da buon monnezzaro genovese, fucila i contadini che ha imbrogliato e a Napoli i camorristi diventano polizia, così chi s’è visto s’è visto. Gioco di prestigio o colpo da campione, Napoli Monnezza è diventata subito l’Italia dei padroni e dei pennivendoli e la gente perbene, i lavoratori e i contadini, stanno peggio di prima. Al primo Bifulco che parla ci pensa la monnezza in divisa da carabiniere e guardia nazionale e se non basta, interviene un azzeccagaburgli prestato alla politica, Giuseppe Pica, uno come tanti, che scrive una legge subito approvata dai monnezzari di tutt’Italia e si fa un macello. Qualcuno protesta? E che ci vuole a farlo tacere? Si punta il dito, indignati: Gesù, ma che dici? Tu mò ti difendi persino i briganti?.
Il potere calato dal Nord non solo si mette maliziosamente d’accordo con Liborio Romano e manda da noi la Torino monnezza vestita da bersagliere, ma compra le penne d’ogni colore e va in scena la farsa: “la capitale del Mezzogiorno è una palla al piede per l’Italia!“. Mentre i monnezzari si fanno quattr’uova in un piatto, in galera ci vanno gli anarchici e i socialisti; liberi, invece, nei tribunali, nelle università, nei Parlamenti dei padroni, d’accordo con la monnezza napoletana e con tutte le monnezze nazionali e internazionali, con l’oro dello Stato borbonico e con le tasse della Napoli pulita, Garibaldi e compagni fanno la fortuna della peggiore monnezza che si sia mai vista a questo mondo: i padroni del Nord e gli agrari del Sud. Il monnezzaro lo sa: più si sporca le mani e più si arricchisce, perciò nella monnezza sciala. Poi, per salvare la faccia, dà la parola a quelli come Alessandro Mlòn e se la piglia con la monnezza che non si vuole ribellare. Mlòn lo sa bene, la colpa è dei monnezzari e di chi gli dà una mano ma nella monnezza sciala come loro.

Da secoli Napoli pulita combatte contro Napoli Monnezza, ma il monnezzaro non ha patria e non ha famiglia: è un figlio di buona donna o, come dicono a Napoli, è ‘nu figlio ‘e puttana. Si mette d’accordo con la monnezza, ci campa alla grande, però poi si lamenta e ci fa la morale. Nel ’99 Napoli pulita usava il bidet e faceva già la differenziata, ma i monnezzari inglesi, che senza la monnezza sparsa in giro per il mondo non potevano più fare affari per tutti i mari, si misero d’accordo con la monnezza napoletana e fecero fuori la città pulita, che s’era ribellata. Cirillo, Pagano, Fonseca, Russo, il fior fiore della cultura e della politica napoletana – il meglio che si potesse trovare nella penisola – finirono appesi per il collo. La monnezza sanfedista fece cose mai viste con l’appoggio dei monnezzari inglesi e col consenso di quelli francesi, che avevano tradito i rivoluzionari e se n’erano andati a fare i loro loschi affari con la monnezza di tutto il Continente Antico. Così la Napoli Monnezza tornò sul trono e divenne persino merce d’esportazione. Fu l’Italia Monnezza che combinò l’affare della Banca Romana e c’entravano, monnezzari in parti pari, il Nord e il Sud: Crispi e Giolitti. Pagò come sempre la povera gente.
Nel settembre del ’43, Napoli pulita cacciò a fucilate la monnezza napoletana e quella tedesca, ma gli americani, gli inglesi e i francesi, che con la città pulita affari sicuramente non ne avrebbero fatto, si presentarono con i monnezzari più esperti del globo terracqueo – Lucky Luciano, per fare un nome, quel nobiluomo del colonnello Poletti e chi più ne ha più ne metta – e la spuntò un’altra volta la monnezza. Quella locale e quella internazionale. A onor del vero, ci mise del suo anche qualche gran signore settentrionale e più di tutti si distinse una volta ancora un genovese, uno che monnezzaro non era, ma le cazzate le fanno pure quelli puliti e settentrionali. Dopo Pica, giunse Togliatti, che firmò una legge sul riciclo dei rifiuti politici e lasciò in eredità alla repubblica il fascismo e i fascisti: balle ecologiche che contenevano monnezza di provenienza soprattutto centro-settentrionale, sia nella versione pulita di Volpi di Misurata e di Bottai, che in quella sporca di Balbo. La legge sull’epurazione sembrava fatta apposta per lasciare a galla monnezza e monnezzari, passati pari pari nell’Italia pulita, quella della Resistenza e di Napoli partigiana. Persino gli Agnelli, i Lauro e i Valletta.
Da allora, la città pulita continua a ribellarsi e a lottare, ma sono ormai molti anni che nella “terra dei fuochi” come in Val di Susa, i monnezzari – che com’è noto vivono di monnezza – hanno fatto fuori la legalità repubblicana. Napoli Monnezza non si spiega senza “Milano da bere”, l’eterna tangentopoli, l’inestricabile intreccio tra politica e malaffare, senza i monnezzari che oggi come ieri fanno affari con la malavita organizzata e con le mafie istituzionali: mazzette, voto di scambio, irregolarità elettorali piemontesi, ripetute tragedie genovesi. Non c’è parte d’Italia che non sia Napoli Monnezza e non c’è monnezza che non abbia i suoi monnezzari: giornalisti – ‘e cecate ‘e Caravaggio – magistrati, gente in divisa, che non non ha mai intercettato un carico di rifiuti tossici, monnezzari provocatori, monnezzari confidenti e monnezzari pennivendoli, che sparano addosso alla città pulita che non vuole ribellarsi. Gente che gioca con le parole, ma è un gioco sporco, una monnezza di gioco. Il gioco del monnezzaro che piace da morire a scribacchini e velinari.

Ps: non pubblicherò repliche e tratterò come spam commenti che a riterrò inaccettabili come l’articolo di Alessandro Mlòn.

Uscito su Agoravox il 12 novembre 2014

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Leggo stupito: “Normalizzare Napoli e la Campania. Napolitano e Renzi d’accordo. Ranieri a Palazzo San Giacomo”.
Per me è un mistero. Com’è possibile trovare normale che due personalità evidentemente anomale – e quindi decisamente anormali – intendano normalizzare una città normale? Sarebbe più normale normalizzare gli anormali. Normalizziamo Renzi e Napolitano!

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IMAG0158Lo sanno tutti: l’intelligenza critica terrorizza il potere. A Socrate, che insegnava alla gioventù ateniese il valore del dubbio e l’autonomia di pensiero, la “democratica” Atene riservò la cicuta. Non stupisce perciò se oggi una democrazia autoritaria che sfocia in regime, sia particolarmente interessata al significato e al ruolo della storia e provi a chiuderla nella gabbia del passato. Per quel che riguarda Napoli, nulla più di una memoria manipolata, che ci soffochi tutti nello stereotipo della “città di plebe” , torna utile al malaffare politico. La storia, infatti, è una preziosa chiave di lettura del presente e non è vero che non insegni nulla: non si spiegherebbe perché ogni dittatura miri a falsificarla.
A leggerla con la lente deformante della vulgata storica, Napoli vive fuori dal tempo: l’eterna camorra, la plebe sanfedista quasi per vocazione, la borghesia mai veramente nata, una classe operaia inesistente. Una città incline alla collusione, che il ’99 priva delle sue più lucide intelligenze e perciò storicamente incapace di stare al passo coi tempi. A Napoli il vento viene sempre dal Sud: è africano, languido e dissolvente. Vento del Sud persino le “Quattro Giornate” degli scugnizzi, sicché pare quasi che l’altro vento, quello del “cambiamento”, il “vento del Nord”, si spenga al Sud non perché la mancata epurazione, decisa nel cuore del Paese, ricicla il fascismo, ma per il sudaticcio scirocco che aiuta il trasformismo dei notabili, produce i Lauro e la corruttela che la città si porta nel Dna come male genetico. Una banda di neofascisti ci ammazza un ragazzo a Roma, nell’inspiegabile torpore della Forza Pubblica che poco prima, a Piazza Barberini, aveva massacrato di botte i movimenti antagonisti? Per l’immaginario collettivo la cicuta è pronta: “Genny ‘a carogna” è il colpevole vero e con lui Napoli, che sta coi camorristi. Sul tasto della plebe si torna, quando un carabiniere uccide a sangue freddo un ragazzo di periferia. Colpo “accidentale” che non indigna nessuno. Scandalosa, ammonisce Serra dal pulpito di Repubblica, è la città che pretende le scuse dei carabinieri.
Mentre fiumi di soldi per “riqualificare” Bagnoli mettono in moto camarille e comitati d’affari politico-malavitosi, questa tragica sceneggiata fa da sfondo alla sospensione del sindaco e scatena l’attacco concorde della “libera stampa”. Il sindaco è l’ennesimo pulcinella napoletano e i suoi elettori la consueta zavorra che frena lo “sviluppo,” in omaggio alle solite logiche clientelari. E poiché la faccenda allarma la parte più viva della città, centri sociali, movimenti di lotta, comitati per l’acqua e l’ambiente che l’hanno portato a Palazzo San Giacomo fuori dalla tutela di sedicenti partiti, è un gioco da ragazzi: il sindaco è un disperato che si aggrappa persino a estremisti e “sovversivi”, i movimenti e i collettivi hanno accantonato le critiche all’Amministrazione, “ben consapevoli che gli spazi che da tempo occupano, potranno essere sgomberati con l’arrivo di un nuovo inquilino a Palazzo San Giacomo”.
La storia, però, quella vera, insegna ben altro e rimanda all’alba del Novecento, a una pagina tra le più belle della vita politica della città: un giornale, “La Propaganda”, una pattuglia di fuorusciti dalla borghesia che si raccoglie attorno alle sue colonne – Arturo Labriola, Arnaldo Lucci, Enrico Leone, per far dei nomi – e quelli che allora erano “sovversivi”: le prime leghe operaie, più o meno “fuorilegge”, i gruppi di internazionalisti, la pattuglia di lavoratori che tra domicilio coatto e patrie galere mettono insieme un’idea di sindacato. E’ un accordo politico forte, che scrive una pagina di storia della città. Da lì trova forza il nucleo operaio che per la prima volta siederà a Palazzo San Giacomo con un programma per quei tempi rivoluzionario, scritto da una commissione di militanti di base. Oggi nessuno ricorda più il tipografo Arcangelo Botta e il guantaio Michele Balsamo, nessuno ricorda Giovanni Bergamasco, al quale si riservò il trattamento De Magistris, per buttarlo fuori dal Consiglio comunale con una legge-vergogna: ineleggibile perché “ex coatto”, condannato da una legalità che non aveva nulla a che spartire con la giustizia. Lo scontro fu aspro, ma ne nacque una Commissione d’inchiesta parlamentare – la Commissione Saredo – che decretò la momentanea sconfitta della cupola delle mafie istituzionali del tempo: la “triade Casale- Summonte-Scarfoglio”. Il deputato Aniello Casale fuggì in Grecia, Summonte fu battuto alla Camera e il direttore del “Mattino” Scarfoglio fu coinvolto in una storia di fondi occulti, giunti al giornale perché sostenesse il “sistema”.
E’ in un contesto di questo tipo che occorre leggere la vicenda De Magistris e il suo tormentato rapporto con i “movimenti”. Ai primi del Novecento la “battaglia morale” si riempì dei contenuti politici di cui erano portatori i “sovversivi”, per scrivere una pagina di storia che fa piazza pulita del cliché della città di plebe. Giolitti “ministro della malavita”, parò poi il colpo, ma non tutto fu vano. Arturo Labriola, poi sindaco della città, diventato ministro del Lavoro, fece approvare una legge sulla previdenza che fu alla base del nostro stato sociale e tra i “sovversivi” passati per quella esperienza, ci fu chi costituì il nucleo di quella sinistra che, raccolta attorno a Bordiga, fu protagonista della nascita del PCI. Da quella scuola veniva Enrico Russo, protagonista della più bella battaglia per un sindacato di base mai combattuta in Italia.
Nel solco di questa esperienza storica, può nascere un rapporto nuovo tra Amministrazione e movimenti. Nel clima di crisi della democrazia, che Renzi incarna con venature neofasciste, collettivi e movimenti – i nuovi “sovversivi” – hanno l’occasione per sperimentare con l’Amministrazione De Magistris un percorso nuovo, che faccia di Napoli un modello nazionale e rappresenti un argine contro la reazione che avanza. Cessione di potere verso il basso è formula impegnativa, che rischia di essere retorica, ma un rapporto organico tra base e vertice, l’impegno al reciproco rispetto, a non prendere decisioni sui temi scottanti dell’ambiente, dell’acqua, della riqualificazione del territorio, senza aver ascoltato chi sul territorio spende la vita in nome di un sistema di valori profondamente democratico, antitetico alla speculazione politica e alle sue intese con la malavita, non è solo possibile, ma necessario e realizzabile. Nessuno chiede a nessuno di snaturare se stesso e la propria storia. C’è davanti una strada. Occorre percorrerla assieme con grande lealtà. Non farà male a nessuno e sarà, anzi, ossigeno e vita entro e fuori i confini di Napoli.

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Questo comunicato della Fondazione Città della Scienza paragona manifestanti e camorristi, dice e non dice, accusa, ma non fa nomi, parla di “violenti ben noti”, ma non rivela chi sono. Perché non lo fa? La Fondazione spara forse nel mucchio? Eppure dovrebbe saperlo: questo metodo non appartiene alla “Napoli democratica” alla quale molto malaccortamente si rivolge.
I nomi si sanno? E allora si fanno. Se invece si tace o si allude, il dubbio è legittimo: si sta solo mentendo, si sta diffamando e si chiama a difesa proprio l’idea di democrazia che si sta infangando.
C’è un tratto caratteristico dei malavitosi: il linguaggio pesantemente allusivo.

Dopo l’attentato incendiario del 4 marzo 2013 che ha distrutto il Science Centre di Città della Scienza; dopo l’assalto alla manifestazione della CGIL del 1° maggio 2013; ancora una volta i violenti e le forze criminali della città hanno lanciato – utilizzando la manifestazione di oggi contro il decreto SbloccaItalia e la legittima protesta pacifica – il messaggio che Città della Scienza deve chiudere.
Violenti ben noti; che godono di una incomprensibile impunità e agibilità; spesso coperti da settori delle istituzioni, alcuni esponenti delle quali – e persino alcuni parlamentari – erano oggi al corteo.
Centinaia di bambini e ragazzi, semplici visitatori, partecipanti ai congressi in corso a Città della Scienza, centinaia di lavoratrici e lavoratori che erano all’interno della struttura, insomma migliaia di persone, sono stati presi in ostaggio e terrorizzati da settori violenti organizzati e pronti – da giorni evidentemente – all’assalto a Città della Scienza.
Ma la Napoli democratica non si farà intimidire da camorristi, violenti e sfascisti.
Il mondo della scienza e della cultura non arretrerà di un passo, proseguirà le proprie attività, ricostruirà il Science Centre, contribuendo alla rinascita di Bagnoli, riportandovi lavoro vero contro precarietà, mattone selvaggio e deserto produttivo.
Per questo chiediamo alle istituzioni; a tutte le forze politiche, sindacali e sociali; al mondo della scienza e della cultura; alle associazioni e ai cittadini tutti, ancora una volta di far sentire la propria presenza nella sfida comune per la rinascita della nostra martoriata città.
Chiediamo alle centinaia di migliaia di persone che in questi ultimi anni ci sono stati vicini – e soprattutto dopo l’attentato incendiario – di mobilitarsi nuovamente a sostegno di Città della Scienza.
Chiediamo infine alla Magistratura di conoscere finalmente nomi e cognomi di chi ha incendiato il Museo e di garantire l’agibilità democratica sul territorio.
LA FONDAZIONE IDIS-CITTÀ DELLA SCIENZA

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Eccola la pagina dei sedicenti “difensori dei diritti”, quelli che cercano di sospendere nuovamente il sindaco di Napoli:

Movimento difesa del cittadino

Gli ho scritto poche parole. Quelle che meritano. Invito chi le condivide – al di là della valutazione politica del lavoro fatto dal sindaco – a fare altrettanto. Copiate e incollate. Non difenderete il sindaco, ma Napoli e i suoi cittadini.
“Non siete credibili. Per difendere i cittadini e il loro diritto ad avere a Palazzo San Giacomo il sindaco che hanno eletto, avreste dovuto difendere la sentenza del Tar. L’avreste dovuto fare anche a nome dei cittadini onesti che non lo hanno votato. Questo sacrosanto diritto, voi, non lo difendete. La sensazione netta e fondata è che la vostra difesa coincida singolarmente con l’offesa che rivolge alla città chi a cuore non ha le sue sorti, ma i fondi stanziati per la riqualificazione di Bagnoli. La coincidenza è così evidente e la vostra sedicente “difesa” così malaccorta, che il dubbio è quantomeno legittimo: voi state tentando di difendere solo le camarille e i comitati d’affari che hanno scatenato strumentalmente la campagna contro un sindaco regolarmente eletto, perché ha costituito e costituisce un ostacolo insormontabile per la realizzazione di un progetto inquietante che non riguarda la politica, ma il suo oscuro sottobosco. Andate avanti su questa via, per favore. E’ un inconsapevole regalo che fate a una città più che mai decisa a lottare. Ognuna delle vostre apparenti vittorie si sta trasformando in una sconfitta micidiale. Oggi De Magistris è molto più forte di ieri e non è un caso che il vostro garante, Renzi, abbia dovuto rinunciare a venire in città. Anche un cieco lo vede: mentre Renzi trova una barricata in ogni strada della città, De Magistris gira liberamente e parla con tutti i cittadini. Dove siano le ragioni e dove i torti lo sapete benissimo anche voi. Ricorrete, ancora, per favore, ottenete nuove sospensioni. Più vi dedicate alla professione di avvocati delle cause perse, più ci date una mano”.

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RenziI nazifascisti provarono a dar battaglia, i loro eroici discendenti scappano con la velocità delle lepri. Come avevo preannunciato, Renzi, in crescente difficoltà, rinuncia a venire a Napoli. Il “Corriere del Mezzogiorno”, non sapendo come coprire la Caporetto, se ne è uscito con una singolare e patetica interpretazione della faccenda. Qualcosa che sta tra il cabaret e l’avanspettacolo. Mentre la città festeggia la sua significativa vittoria e movimenti e collettivi mettono a segno un notevole colpo, il patetico giornaletto renziano, s’inventa una inesistente delusione nel “coordinamento realtà campane di base contro il decreto SbloccaItalia, che aveva organizzato un corteo «per cacciare Renzi da Bagnoli»”.
Qui lo sanno anche i sassi. Renzi non verrà a Napoli, non oserà presentarsi nel quartiere di Bagnoli che intende regalare ai lanzichenecchi, per avviare il sacco della città, solo perché ha veramente paura. Sa bene che la contestazione sarebbe stata fortissima e ne avrebbe minato la ormai scarsissima credibilità. Sarebbe stato costretto a reagire ancora una volta a colpi di manganello, con tutte le conseguenze del caso. E la Digos gli avrà probabilmente suggerito di… restarsene a casa.
La storiella dell’uomo in bicicletta che non ha bisogno di scorta perché il popolo lo ama, ormai non funziona più nemmeno coi bambini. Con o senza la scorta, infatti, a parte i fortilizi del padronato, non c’è posto d’Italia in cui il manganellatore fiorentino si possa sentire al riparo dalla sacrosanta contestazione.

Uscito su Agoravox il 6 novembre 2014

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