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Archive for aprile 2014

Fiorenza Sarzanini è cronista di razza. Se un fatto fa notizia, te lo racconta così com’è, senza calcoli o sconti. Amici o potere, non ce n’è per nessuno. Vista con i suoi occhi, Piazza Barberini 18_la_mattanza2_1sabato scorso è proprio come l’ho vista io, schiacciato contro un muro da una folla di manifestanti impauriti che cercavano scampo: una tonnara, in cui era difficile respirare, dare una mano a una mamma e al suo bambino terrorizzato e schiacciato come me, stretto tra un muro e una banda di forsennati fuori controllo, scagliati da ogni parte contro gente inerme, tra teste rotte, corpi travolti e minacce d’ogni tipo. In gioco c’è stata la vita, ma un aguzzino in divisa ci spiegava che non importa se non hai fatto nulla, “chi non vuole manganellate a queste manifestazioni non deve venirci”.
Parole chiare, come il resoconto della Sarzanini, che non cerca folclore, non si ferma sull’abbraccio insanguinato della coppia manganellata o sui dettagli agghiaccianti della mattanza, col “cretino” che passeggia sul corpo indifeso d’una ragazza atterrata e fermata. Il problema, per me e per la cronista, non è stato la violenza cilena del milite. “Ciò che davvero sconcerta”, racconta testualmente al Corsera la cronista due minuti dopo gli scontri, “è l’atteggiamento della polizia che ha lasciato che i manifestanti restassero oltre un quarto d’ora in Via Veneto e poi li ha caricati, invece di farli sfollare. Un atteggiamento davvero incomprensibile, perché era abbastanza evidente che in uno spazio così stretto, con centinaia di persone ammassate sotto il Ministero poteva finire nel peggiore dei modi. Infatti così è andata: per Roma è una giornata nera, una giornata nera anche per le forze dell’ordine, perché comunque il dispositivo non ha funzionato e questo, in un momento di grave tensione sociale è un bruttissimo segnale”.
Com’è consuetudine degli eroi, Pansa, il capo della polizia, che di questo brutto e pericoloso segnale è il primo responsabile, mette in scena la pantomima dello Stato che condanna se stesso e scarica la responsabilità di una tragedia evitata solo per caso, su un funzionario che non è un “cretino”, ma un teppista. Il gioco, tuttavia, è troppo stupido per riuscire. Tutti, persino il moderatissimo “Corsera”, hanno condannato le scelte di chi ha gestito la piazza come se l’Italia fosse il Cile di Pinochet. Tutti hanno capito che in discussione non è il contegno di un singolo poliziotto, ma lo formazione democratica delle forze di polizia e la concezione dell’ordine pubblico di chi ha il compito di guidarle. Non sfugge a nessuno che i fatti di Piazza Barberini hanno solo due spiegazioni: o sono stati l’esito diretto di una scelta politica, di cui Renzi e Alfano devono rispondere al Paese, o nascono da un’autonomia perniciosa garantita da Pansa ai reparti messi in campo, sicché può capitare che una piazza diventi una trappola micidiale e potenzialmente mortale. In entrambi i casi, prendersela con un “cretino” serve solo a coprire le responsabilità che stanno in alto. Non è accettabile che in piazza ogni reparto si possa muovere come meglio gli pare; è da criminali consentire che le forze schierate a Via Veneto carichino senza preavviso manipoli di manifestanti che potevano essere dispersi all’istante, e inseguano, picchiando alla cieca e riversandosi a tutta velocità in una piazza in cui, proprio in quel momento, proveniente da via Barberini, un esercito di uomini armati di tutto punto e appoggiati da blindati, manco occorresse superare la linea del Piave, si lanciavano in una carica prolungata, ingiustificata e proditoria contro il corteo paralizzato e inerme, trasformando Piazza Barberini in una tonnara. Inseguiti da ogni parte, donne, bambini, famiglie terrorizzate, prive di una via d’uscita, intrappolate tra “tubi innocenti” lungo un marciapiede diventato l’ultima trincea, sono stati picchiati per lunghi, interminabili minuti. Uno sull’altro, ammassati, schiacciati, teste rotte, scarpe perse, abiti sporchi di sangue, mani alzate e colpite senza misericordia.
Un “cretino” da punire, dice Pansa, invece di scusarsi e fare le valigie. In quanto alla politica, qualcuno dovrebbe spiegare alla gente  che significa “punire”, se in servizio ci sono poliziotti condannati in ultima istanza per omicidio. Qualcuno soprattutto dovrebbe spiegarci che si aspetta a rendere riconoscibili gli agenti in servizio d’ordine come ci ha chiesto l’Europa e comanda il senso della democrazia.

Uscito su Fuoriregistro il 15 aprile 2014

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Non mi piace chi sale in cattedra e fa la lezione e non mi piace nemmeno di passare per uno di quelli che in piazza si defilano, fanno i furbi e cercano un modo di non buscarle, come pare suggerire questo corsivo di “Contropiano
5d2101fda8bfe41df207359136de5b3c_LDiscutere di quello che è accaduto a Roma il 12 – ma evidentemente anche di come ci si è arrivati, va bene e soprattutto va bene fare tesoro dell’esperienza. Il “rancore“, però, e il senno di poi sarebbe meglio lasciarli da parte. Tutti avremmo da dire qualcosa, ma non è questo il modo. Anche io avrei le mie critiche da fare, ma quest’articolo divide. Contro il muro ci sono andato e me la sono anche vista brutta, ma non ho detto una parola contro nessuno. Se ero lì, non c’ero perché scappavo e nemmeno per non buscarle. C’ero perché ci sono finito, spinto e trascinato da chi cercava riparo, ma non accuso nessuno, perché la paura è umana e poi si sbaglia o si fa bene assieme. Se ne può parlare pacatamente tra compagni, perché problemi ce ne sono stati, ma accuse, processi e ironie stupide non mi stanno bene; la mia parte di responsabilità, se e quando ce l’ho, me la prendo sempre e non mi va di passare per stupido, ingenuo o vigliacco.

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Legano il cane all’auto e lo fanno correre fino a ucciderlo: «Dovevamo punirlo»

 

imageL’uomo è un animale

come ne trovi tanti.

Ciò che a volte lo distingue dagli altri

è solo un particolare:

non esiste animale

che sappia essere bestia

come sa esserlo un uomo.

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UpkPfA5XLji9ItupHhox8NDchMwP6qDUXvSbyMdXUGo=--Nelle scuole s’è saputo? Per l’11 aprile, su mandato dell’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori «precari» di scuola statale, tenuta a Roma il 19 gennaio, l’Unione Sindacale Italiana ha proclamato lo sciopero generale del settore. E’ difficile dire in quante scuole la «notizia» stia passando, ma saranno mosche bianche e, per favore, niente storie alla Marchionne sulla pervicace vocazione al conflitto e la reale o presunta «rappresentatività» d’un sindacato. Nemmeno se simili oscenità avessero cittadinanza in democrazia, sarebbe legittimo invocarle a giustifica di un silenzio massmediatico che sa di censura. In tema di «rappresentatività», poi, «pesi e misure» sono ormai volgarmente truccati. Non fosse così, come sarebbe potuto accadere che scuola e università disastrate finissero in mano a una ministra disastrosa come la Giannini? Ce l’ha imposta «Scelta Civica», un partito sparito dalle statistiche sul voto, perché non rappresenta neanche se stesso, ma alle Camere, grazie a una legge elettorale illegale, ha quanto basta di «nominati» per tenete in pugno un filo che regge il pupo fiorentino. E il telesvenditore della Repubblica lo sa: se il pugno s’apre, lui va giù a valanga e toglie il disturbo recitando i versi del suo grande conterraneo: «io venni men così com’ io morisse. / E caddi come corpo morto cade».
Silenzio, quindi, che il nemico ascolta e guai a chi parla! Nessuno sappia che la scuola lotta perché si applichi il dettato Costituzionale che pupi, pupari e compagnia cantante stanno cancellando; lotta per chiedere il potenziamento delle scuole d’infanzia e primarie pubbliche e afferma ciò che tutti sanno: i soldi ci sono e non occorre sceneggiare romanzi d’appendice sull’asta del «parco auto blu»; basta evitare scialacqui per il rafforzamento del «parco cacciabombardieri». La scuola lotta per miglioramenti salariali, dopo l’eterna manfrina dell’«Europa che lo vuole», come Dio volle le Crociate – «alta voce Franci omnes simul exclamaverunt: Deus hoc vult, Deus hoc vult» – e chiede di piantarla col trucco dell’Europa che ci chiede sempre tutta l’unità possibile, poi, in preda a non sai quale precoce arteriosclerosi, dimentica l’europeismo dei diritti, a partire da un contratto europeo sulle retribuzioni. Per questo lotta la scuola, molto più europeista di Monti, Napolitano, Renzi e la Giannini. Lotta – e non sarà uno scandalo, si spera – perché si torni a meccanismi di automatico aggiornamento salariale rispetto alla dinamica dei prezzi e al «costo della vita», che non è un’invenzione bolscevica; lotta per la civiltà del lavoro, che è anche diritto alle ferie o alla loro retribuzione per il personale a tempo determinato; si batte, la scuola, soprattutto per l’applicazione di leggi e disposizioni sui contratti a tempo determinato e la stabilizzazione del precariato utilizzato. Anche qui più europea dei sedicenti europeisti alla Napolitano, che puntualmente ignora nelle sue torrenziali esternazioni che la Commissione Europea si è più volte pronunciata contro l’abuso dei contratti a termine che da anni Berlusconi, Berluschini e comunisti pentiti utilizzano senza limiti, barbaramente, in totale disprezzo delle indicazioni e della normativa UE che qui da noi si applica con rigore se colpisce il lavoro e si ignora bellamente se lo tutela.
Sarebbe da prima pagina la notizia che la Commissione ha più volte chiesto ai tre ultimi governi – Napolitano Monti, Napolitano Letta, Napolitano Renzi – se «per garantire una certa flessibilità negli organici della scuola e far fronte, senza oneri eccessivi per lo Stato, a variazioni imprevedibili della popolazione scolastica sia veramente necessario […] ricorrere ad una successione di contratti a termine senza alcun limite quanto al numero dei rinnovi contrattuali e alla durata complessiva del rapporto». Si potrebbero riempire colonne sotto titoli a caratteri cubitali con le parole di un’Europa che il circo mediatico ignora, forse perché farebbero più danno di cento manifestazioni No Tav e non gli puoi mandare l’esercito di occupazione. Un’Europa che non chiede sacrifici e con inusitata chiarezza dichiara impossibile «ritenere che la legislazione italiana sul reclutamento del personale docente e ATA a termine contenga criteri obiettivi e trasparenti […] risponda effettivamente ad un’esigenza reale e sia atta a raggiungere lo scopo perseguito». E ne ricava la logica conclusione: «il ricorso a contratti a termine successivi per la copertura di vacanze in organico che tale legislazione consente non può pertanto considerarsi giustificato da ragioni obiettive». E allora perché si fa? E’ chiaro come la luce del sole che non si tratta di soldi. E’ che la scuola statale, per quanto ridotta allo stremo dalla sedicente «riforma Gelmini», costituisce ancora un intoppo per un disegno reazionario che utilizza la crisi come corpo contundente. In quanto fucina di pensiero critico, va perciò demolita. E’ questa la condizione «sine qua non» per la realizzazione della svolta autoritaria che l’asse Renzi- Berlusconi spaccia per «riforma istituzionale».
Un tempo si mettevano in piazza i blindati. Ora si massacra il sistema formativo.

Uscito su Fuoriregistro il 2 aprile 2014

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