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Archive for dicembre 2013

651px-Barricate_di_Parma,_l'erezione_in_via_BixioSpero di sbagliare, ma mi pare innegabile. Qui da noi oggi, senza un punto di riferimento e senza un progetto politico di sinistra fondato sulla solidarietà e il conflitto tra le classi, più che scoppiare una rivoluzione, potrebbe consolidarsi la morsa micidiale attorno ai lavoratori e alla povera gente. E’ come se si stesse tentando una sorta di esperimento. La piazza è in mano all’estrema destra e da sinistra non c’è alcuna reazione né minacciata, né pensata. Le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro mi pare tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non vedo in lontananza Arditi del popolo o masse lavoratrici pronte a reagire, ma gruppi più o meno alternativi che si mescolano alla piccola borghesia in quella che non è nemmeno un’alleanza meditata, ma una sorta di unione di fatto senza un progetto politico condiviso. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento dell’assetto politoco repubblicano, dell’assenza totale dal campo di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione a qualunque costo. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo.
Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita. La piazza è in mano all’estrema destra, le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro è tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non si vedono in lontananza Arditi del popolo o masse pronte a reagire. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento della repubblica, dell’assenza totale di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo. Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita.
Siamo di fronte a qualcosa di inquietante che ci riguarda molto da vicino. Sono in corso arresti in Piemonte tra i No Tav e retate sono pronte a scattare in molte regioni del Paese. Si gioca col fuoco e forse sarebbe ora di provare a capire come evitare una scottatura di terzo grado.
D’accordo, ci sono le smentite, ma lo ha detto chiaramente stasera un “moderato” prudente come Mentana a TG la Sette stasera e lo ha riferito “Repubblica”, anche se poi la notizia dal sito è sparita. Non vedo perché dubitarne. C’è solo da preoccuparsi e riflettere, tanto più che Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp, conferma l’interpretazione del gesto come “segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna” contro “i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai lontani dai problemi reali dei cittadini”.
Dubbi? Ecco quel pensa Felice Romano. Basta cliccare e leggere per capire: “Forconi: plauso ai colleghi e monito alla politica“.

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ImmagineQuattro mesi fa teppisti armati di spray al peperoncino intossicarono cinquanta malcapitati, causando crisi d’ansia, difficoltà respiratorie e due ricoveri in ospedale. «Il consiglio è quello di farsi visitare sempre da un medico», scrisse il Corriere della Sera. Ora che lo spray è in dotazione alla forza pubblica – non bastavano manganelli, lacrimogeni e pistole – è un coro di rassicurazioni: non nuoce alla salute. Sono tempi in cui le parole hanno più peso: sono scelte di campo.
Vedo all’opera gente in divisa e penso a milizie padronali; ignoro l’identità di chi «tiene l’ordine» in piazza e non so nulla dei picchiatori impuniti, al lavoro in mattatoi che chiamiamo carceri. La polizia irrompe nelle scuole occupate e non si contano i «caporioni denunciati»; invano protesta la madre di Federico Perna, ennesimo detenuto morto di botte in galera: i ministri pensano a tirar fuori gli amici e Napolitano è impegnato a sostenere che un Parlamento nato da una legge fuorilegge può cambiare la Costituzione scritta col sangue dei partigiani.
Non so perché, ma il pensiero va lontano,  penso agli esiti di una ricerca svolta tra archivi e sede dell’Anpi e ostinata mi si presenta la figura di un giovane antifascista, Adolfo Pansini, repubblicano di formazione mazziniana che avrebbe oggi più o meno l’età di Napolitano; non bestemmio, se dico che sarebbe stato un degno Presidente della Repubblica che contribuì a far nascere. Nel 1940, non ancora diciottenne, «assieme ad alcuni coetanei, aveva creato una associazione a sfondo nettamente antifascista che si applicava nella diffusione in pubblico di foglietti stampigliati recanti la scritta ‘Morte a Mussolini’». Il Pansini, scriveva il questore, «deve ritenersi uno dei principali responsabili del movimento, per avere ideato e coordinato la attività antifascista ». In quegli anni, Napolitano, concittadino di Adolfo, faceva la fronda nei GUF, ma lì si fermava. Pensava forse che, sebbene fascista la legalità andasse rispettata e, sia come sia, non fece nulla per violarla.
Pansini, al contrario, riteneva che una legalità lontana dalla giustizia sociale fosse uno strumento di controllo in mano al potere, sicché, entrato in contatto con Ferdinando Pagano, un ragazzo espulso da tutte le scuole d’Italia per il rifiuto di cantare l’inno fascista,  e coi giovani comunisti del circolo «Karl Marx» di Torre Annunziata, ottenne che i due gruppi clandestini lavorassero uniti, ignorando le  distanze ideologiche. Ne nacque un’attività che non fu solo propaganda. Individuati i picchiatori della milizia, gli antifascisti, infatti, li sorprendevano quando erano isolati e rendevano loro pan per focaccia, spedendoli difilato al pronto soccorso. In termini di legalità, quei giovani avevano torto: benché formata da squadristi che non andavano per il sottile, la Milizia, riconosciuta dalla legge, era un corpo dello Stato «coperto» dal potere. Arrestato in seguito alla delazione di una cameriera, insospettita da una pistola scoperta in un cassetto – gli trovarono in casa una stampiglia costituita da caratteri tipografici di piombo e «numerosi fogliettini stampigliati che si accingeva a diffondere» – Pansini, «pericoloso all’ordine pubblico», ma non ancora diciottenne, se la cavò con un anno di carcere espiato in un istituto per minori.
Liberato, si iscrisse ad Architettura, ma non fece la fronda: tornò all’attività clandestina e i conti col fascismo li chiuse tragicamente il 30 settembre del 1943, quando morì, armi in pugno, combattendo nelle Quattro Giornate di Napoli. Aveva contribuito così alla sconfitta del regime, ma non ebbe medaglie: quelle andarono soprattutto a «scugnizzi», perché si volle ignorare il valore politico della sommossa. I popoli che si rivoltano in armi per la libertà non piacciono a nessuno, nemmeno alle democrazie nate da una guerra di popolo. In quanto a Pagano e ai comunisti del «Karl Marx», rifiutato l’accordo con Badoglio e l’alleanza con la DC, lottarono tra i lavoratori per tutta la vita, ma sparirono dalla storia, espulsi dal PCI in cui, intanto, apparso con gran scelta di tempo, Napolitano, immacolato, vergine e schierato per la continuità dello Stato, iniziava una carriera fulminante.
E’ trascorsa una vita. Le carte con cui mi misuro e il tempo nel quale vivo pongono domande complesse, ma alcune risposte sono nei fatti. Il giovane Pansini fu un delinquente? La sua figura è per i giovani un modello positivo, o i Mazzini e i Pertini sono diventati esempi negativi? Cosa farebbe oggi Adolfo, mentre il Paese che volle libero e per il quale fu imprigionato, lottò e perse la vita, torna lentamente servo?
Spry o manganello, Pansini sarebbe un ragazzo libero e ardimentoso, un eroe, se ha senso ancora la parola abusata, e non c’è dubbio: si rivolterebbe contro l’idea che un Parlamento illegittimo metta mano alla «sua» Costituzione e finirebbe schedato tra i nuovi «caporioni». E’ vero, sì, l’antifascista di ieri troverebbe questori pronto a denunciarlo, poliziotti autorizzati a manganellarlo e una «legalità» che lo condannerebbe. I nuovi pennivendoli lo definirebbero certamente «violento» e «terrorista», ma «bandito» fu Pansini per i nazifascisti e a questo siamo: bisogna scegliere: o «malfattori» o inquadrati nella legalità rappresentata da Giorgio Napolitano, che «bandito» non è mai stato.

Uscito su “Contropiano“, “Report on line” e “Liberazione” col titolo Adolfo Pansini e l’inganno della legalità; su “Fuoriregistro” col titolo Adolfo Pansini non fu presidente.

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berlusconi-e-napolitanoE’ ufficiale: i soli, autentici clandestini che popolano il bel paese sono i deputati e i senatori che bivaccano alla maniera fascista nelle grigie e sempre più sorde aule parlamentari. Tra loro, vagolano sfaccendati, in conto spese a pensionati e lavoratori molti disonorevoli che, già abusivi, nel 2009 approvarono col “pacchetto sicurezza”, l’ignominia che rese la clandestinità un reato.
Meno di due anni fa, a gennaio del 2012, quando la Consulta bocciò i quesiti referendari contro la legge elettorale che oggi “scopre” incostituzionale, Antonio Di Pietro lo disse senza mezze parole: “si sta facendo scempio della democrazia, manca solo l’olio di ricino”. Napolitano, garante di una Costituzione che, a giudicare dai fatti, non ha mai letto con la dovuta attenzione, non ci pensò due volte e, loquace oltre misura, si affrettò a sentenziare, acido e malaccorto: “affermazioni volgari e scorrette”. Contro l’uomo di “mani pulite” si scatenò immediata la canea dei leccapiedi, il fuoco vendicativo di pennivendoli, velinari e servi di chi le mani le ha sempre avute sporche e in quattro e quattr’otto l’ex magistrato fu fatto fuori col “metodo Boffo”. Non è bastato, però. Dove fossero la volgarità a la scorrettezza oggi Napolitano – unico Presidente rieletto nella storia della Repubblica – non può più far finta d’ignorarlo. In un impeto di ritrovata lucidità, infatti, gliel’ha spiegato a chiare lettere e senza tema di smentite, quella Corte Costituzionale che due anni fa s’era tirata indietro, sperando che la banda degli abusivi modificasse la situazione di grave illegittimità.
In attesa che gli azzeccagarbugli dei partiti inventino un nuovo imbroglio, la rediviva Consulta vive nel terrore e spera ardentemente che, sulle ali dell’entusiasmo, non ci sia chi la interroghi anche sui “Saggi”, sulla modifica dell’articolo 138 e sulla legittima potestà del Parlamento a intervenire in tema di compravendita di armi, che Napolitano ritiene affare privato del Consiglio di Difesa da lui presieduto. Il terremoto, è evidente, assumerebbe i connotati della catastrofe e nemmeno un’armata di azzeccagarbugli e scafati scartiloffisti tirerebbe fuori dal fango in cui affondano le Istituzioni e i comitati d’affari che si fanno chiamare partiti.
La stampa di regime prende ovviamente tempo, si sforza di trasformare la tragedia in farsa e ridurre la vicenda a scontro tra tifosi. E’ il gioco delle parti: chi invoca il “tutti a casa subito, qui sono illegittime nomine, leggi varate e enrico_letta_angelino_alfano
atti compiuti”, chi si veste di moderazione, monta in cattedra e contesta gli “estremisti” che, con ottime ragioni morali, chiedono di punto in bianco l’epurazione e una Repubblica decapitata, senza Capo dello Stato, senza Governo e senza Parlamento,. con cariche vacanti per tutte le funzioni pubbliche da queste derivate. Chiacchiere, naturalmente, utili a gettare acqua sul fuoco della rabbia, incanalandola negli argini di polemiche puramente accademiche su vedute giurisprudenziali e sentenze poco chiare sulla disapplicazione della legge quando essa derivi dalla patente illegittimità di chi la emana. Tutti pensano che che si dovrebbe, ma al momento non c’è chi sappia sa se sia possibile, come assicura il “Fatto Quotidiano”, mettere in discussione le spese oltraggiose per i cacciabombardieri e sostenere l’illegittimità di Equitalia, dell’usura di Stato e delle leggi Fornero su pensioni e Statuto dei Lavoratori. Per non parlare del pareggio di bilancio in Costituzione. A meno di voler mettere mano alle armi, non si farà; sarà tutt’al più compito di un Parlamento legittimo, eletto e non nominato; in quanto a Napolitano, il senso dello Stato è come il coraggio, se non ce l’hai non c’è chi te lo possa prestare. L’avesse, non aspetterebbe le decisioni del nuovo Parlamento per liberare il Paese di una ingombrante presenza.
C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dei popoli ed è un dato di fatto a dir poco inconfutabile: se Parlamento, governo e alte cariche dello Stato proveranno a insistere sulla legittimità di questa sorta di Camera dei Fasci e delle Corporazioni a modificare le regole del gioco, tentando di cambiare la Costituzione con la scusa delle riforme istituzionali, non ci sono dubbi: la sfida al Paese si potrebbe trasformare in un’avventura pericolosa. E, per favore, nessuno tiri in ballo i cattivi maestri e l’incitamento alla ribellione: la violenza è nei fatti, lampante, inaccettabile e per molti versi anche sanguinosa. Proviene da un potere illegittimamente costituito che prima sgombrerà il campo e meglio sarà; tutto ciò che è consentito ai disonorevoli clandestini è di approvare una legge proporzionale, restituire la parola al popolo sovrano e togliere definitivamente il disturbo. Eventuali riflessioni sui temi della governabilità, del governo e della governance, risulterebbero oltraggiose quanto e più del sistema di voto proposto dagli aristocratici nella sala della Pallacorda. E allora sì, allora nessuno si potrebbe dire certo di salvare la Bastiglia.

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Balilla_adunata“Stanno sfasciando tutto”, scrive con enfasi sospetta Alessandro Barbano sul “Mattino” del primo dicembre. Gli studenti, prosegue, o, per dir meglio, “i teppisti”, rompono “telecamere […] rubano computer, lavagne luminose e proiettore […] sfogano il loro disprezzo spaccando cattedre e banchi, imbrattando muri […] come un’orda barbarica”. Dietro Carrozza e Letta, nel silenzio rassegnato dei docenti, spuntano ormai le voci della reazione e l’apologia della scuola degli anni Cinquanta, affidata a un vecchio e nostalgico lettore che ricorda una società fondata “su categorie univoche, come il merito, il dovere e la responsabilità.
In prima linea è “Il Mattino” che non smentisce se stesso. Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che lo fondarono, non furono modelli di giornalismo indipendente e illuminato. Ebbero Bracco e Nitti in redazione, ma il giornale si qualificò subito come avamposto dei ceti dominanti contro la “bestia elettiva”, la democrazia, che punta solo “sull’abbassamento sistematico delle superiorità legittime acquisite”. Di lì a poco, coinvolto pesantemente nell’Inchiesta Saredo sui rapporti politica-camorra, Scarfoglio scelse la via che non è più cambiata: soffiare sul fuoco della reazione. Le pagine sulla “bandiera rosso vino”, dei lavoratori in festa il Primo Maggio, quelle dedicate alla “teppaglia scioperante” nel giugno del 1914, quando la protesta contro il militarismo e la guerra incombente costa la vita a quattro operai, gli applausi per il capitano Aurelio Padovani, fanno parte della storia e mostrano un giornale in trincea, pronto a servire gli interessi dell’ala più arretrata e reazionaria dei ceti dominanti. Il sostegno alle peggiori avventure coloniali e la scelta di schierarsi apertamente contro il “cadavere putrefatto della democrazia”, non bastano a cancellare il guizzo neutralista per la “grande Guerra”; Mussolini non si fida e Paolo Scarfoglio è messo da parte. Paradossalmente, però, nel 1950, quando il giornale torna nelle edicole, alla direzione è chiamato Giovanni Ansaldo, consigliere di Galeazzo Ciano e voce nota della radio fascista, passato dalla leggi razziali e la mistica  fascista alla repubblica democratica.
Si può capire un lettore ultrasettantenne che rimpiange la scuola degli anni Cinquanta – giunti alla fine del percorso, il passato pare spesso meraviglioso – è inaccettabile che un giornalista faccia di questa debolezza lo strumento di misura di un processo storico durato oltre mezzo secolo. Volete capire chi sono i ragazzi che occupano le scuole? – chiede ai lettori Barbano. Bene, fatevi dire da uno studente del dopoguerra cos’era l’ ”Alessandro Volta” negli anni Cinquanta e andateci ora. Scoprirete che in pochi giorni di occupazione uno sparuto gruppo di studenti ha smantellato non solo la scuola, ma l’Istituzione, il Sistema Formativo e  – perché no? – è diventato la causa vera del disastro del Paese. Per capire cinquant’anni di storia della scuola, insomma, al “Mattino” non  occorre altro: basta una visita al “Volta”! Perché stupirsi? Teppisti erano nel 1914 gli operai in lotta per la pace, teppisti sono a maggior ragione gli studenti oggi, con mezzo secolo d’esperienza accumulata e la malizia tipica della gioventù.
Sarà che talora si fanno brutti sogni, sarà che del passato ognuno ricorda ciò che gli conviene, ma c’è chi si rammenta di un “Alessandro Volta” che, dopo il terremoto dell’Ottanta, condivise per anni i locali con una scuola media inferiore e vede ancora, come improvvisi flash, la porta carraio senza custodi, ormai intimoriti dai camorristi, in quella terra di nessuno che i napoletani chiamano “Siberia”, lo spaccio di droga all’ordine del giorno e la montagna di fonogrammi che chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. Incubi che il “Mattino” si guarda bene dal raccontare.
In quanto alla scuola degli anni Cinquanta, qualcuno dovrebbe spiegare agli esperti del giornale che già fin dal 1943, nell’Italia “liberata”, una commissione americana guidata da Washbume, allievo di Dewey, provò a rivedere gli osceni programmi scolastici fascisti. Partì dalle elementari e pensò a una scuola aperta, che rifiutava il primato della religione cattolica. Una scuola pluriconfessionale, che non fu possibile realizzare per l’opposizione dei cattolici. Tutto si fermò a metà del guado, con idee avanzate paralizzate dai clerico-fascisti. E’ vero, la Costituzione si schierò per l’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria, ma non poté modificare il sistema scolastico fascista: cinque anni di elementari, poi esame di ammissione costoso e selettivo per accedere alla “scuola media” col latino, chiave di accesso alla media superiore; per le classi subalterne, invece, che il latino e l’esame non potevano permetterselo, c’era la “scuola di avviamento professionale” senza latino e senza prosecuzione degli studi; una scuola che riduceva l’obbligo scolastico all’addestramento della manodopera di bassa specializzazione, senza possibilità di accesso a ruoli decisionali. Anche l’iscrizione agli Istituti tecnici, infatti, prevedeva esami molto selettivi di italiano e latino.
Poiché si andò avanti così fino al 1965, non è difficile capire quale scuola rimpianga il “Mattino”: quella fatta a misura delle classi dirigenti, che non aveva sezioni miste maschili e femminili e non prevedeva la “scuola materna” statale? La scuola fascista, insomma, faticosamente cancellata negli anni Sessanta dalla media unificata e dai decreti delegati. Se le cose stanno così, perché tirare in ballo la nostalgia di un ultrasettantenne? Molto più onesto sarebbe dichiararlo: vogliamo la scuola che serve ai padroni. Nessuno si scandalizzerebbe, stia tranquillo Barbano. Il “Mattino” è sempre stato coi padroni. I peggiori di tutti: i reazionari.

Uscito il 3 dicembre 2013 su “Fuoriregistro” col titolo Scuola. Le voci della reazione e su “Liberazione” col titolo Dietro Carrozza spuntano le voci della reazione;  il 4 dicembre 2013 su “Report on Line” col titolo Il Mattino di Napoli e a scuola dei padroni. Voci della reazione.

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