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Archive for novembre 2012

Era cominciata così e non c’era nulla di particolarmente pericoloso: una meritata caricatura della Fornero, una donna che in anno s’è dimostrata la caricatura vivente di ciò che di norma s’intende per ministro del lavoro.

Un solo messaggio, forte sì, ma semplice, ironico e musicale come una pernacchia: “jatevenne. Qualcosa di artistico, per chi se ne intende, anche se definitivo, irrimemdiabile e inconcilibile com’è giusto che sia, perché è vero e non ha certo torto il sindaco De Magistris: Napoli è stata lasciata sola da questo governo. Jatenenne, quindi, che non è una minaccia e nemmeno una bestemmia.

Ci si si è avviati con una sola normalissima intenzione: protestare e farsi ascoltare. Nulla di bellicoso o di scandaloso. Protestare come consente la Costituzione e non eravamo bande armate, ma studenti, operai, disoccupati, gente che lavora al nero, non ha mai lavorato o è stata licenziata.

Sarà stata la parola sociale, che pare ormai il passo rosso agitato davanti al toro, sarà che ormai la barbarie in divisa dilaga, il fatto è che ci aspettavano armati, in nome di una legge che si sono inventata: la città è dei ministri e non li puoi contestare. I manifestanti hanno provato a passare e in un attimo gli uomini in divisa si sono scatenati. lacrimogeni, cariche, manganellate, caccia all’uomo:

Qualcuno intanto s’è messo a fotografare i passanti spaventati – un casting per la galera – e attorno l’inferno:

 Alla fine la sensazione è una: questa gente irriconoscibile e per questo impunita dietro caschi e visiere, questa gente che ha scambiato l’Europa per il Cile di Pinochet e non conosce licenziamento o cassa integrazione perché puntuale ogni mese riceve lo stipendio dai lavoratori affamati, questa gente che non ha nome è la vera protagonista della crisi.

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“Non ho fatto nulla per peggiorare la situazione dei precari nella scuola” ha dichiarato Profumo, respingendo l’accusa di aver cancellato le loro speranze, .che gli ha rivolto il prof. Carmine Cerbera prima di togliersi la vita. I casi sono due: o il ministro soffre di amnesia e non ricorda la disperata rabbia dei precari che a settembre, accampati davanti al Ministero, invano gli chiesero udienza, per convincerlo a non cancellare le graduatorie permanenti, o il concorso l’ha voluto a sua insaputa il Direttore Generale Luciano Chiappetta.

Aveva ragione Don Milani: “La politica è orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è arrivato” e non c’è dubbio: il dramma di Cerbera è figlio di un clima di arroganza, persecuzioni e disprezzo per il corpo docente che non ha precedenti nella nostra storia. Per un anno, incurante dei costi umani delle sue scelte, il ministro ha fatto della pretesa “necessità dei tagli” l’alibi per un vero e proprio massacro della scuola poi, d’un tratto, s’è messo a sperperare i soldi dei contribuenti con un concorso inutile, iniquo e fuorilegge. Senza godere del voto di un solo elettore, scialbo, incompetente e autoritario, Profumo ha sbandierato il mussoliniano binomio “carota – bastone” ed è diventato ad un tempo il peggior ministro dell’Istruzione e il carnefice delle giuste speranze dei lavoratori della scuola. E’ un primato cinicamente voluto e ampiamente meritato: passeranno alla storia la farsa del “referendum” sul valore legale del titolo di studio, il crescente sovraffollamento delle classi, l’inaudito attacco al diritto allo studio, ai disabili, al tempo pieno, il polverone delle “24 ore” levato ad arte per coprire la privatizzazione ormai quasi approvata e il progetto di annientamento degli insegnanti precari.

Si chiude oggi un cerchio aperto molti anni fa e basta percorrere a volo radente le tappe del calvario di studenti e lavoratori della scuola, per capire che il “ministro tecnico” è giunto al capezzale della scuola agonizzante dopo provvedimenti inqualificabili. E’ del 15 marzo 1997 la legge 59 che trattò la scuola come una qualunque attività produttiva e decretò la fine di numerose istituzioni scolastiche in base a indecenti parametri numerici. Da quel momento, serva o no al territorio in cui opera, una scuola muore se non ha “una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni“. Per gli istituti “sottodimensionati” è stata “pena capitale” e di lì sono nate feroci unificazioni orizzontali tra scuole dello stesso grado esistenti in ambito territoriale e accorpamenti verticali in istituti “comprensivi” che, fu promesso, avrebbero rispettato esigenze educative e progettualità del territorio. Mentre un’autonomia pezzente apriva la via alla fuga verso il “privato” e iniziava lo stillicidio dei posti perduti, nelle zone “a rischio” la criminalità organizzata ringraziava per l’inatteso regalo: la scuola sbaraccava là dove più necessaria appariva la sua presenza. Per usare il linguaggio aziendale caro a Profumo e soci, tra miseri risparmi e crollo della qualità, il rosso in bilancio sul piano etico ebbe così un’irresistibile impennata.

In una sorta di “cupio dissolvi“, tra giugno e luglio del 1998 seguirono a ruota il regolamento che perfezionò il dimensionamento e il Decreto 331 che sconvolse la già disastrata rete scolastica e le regole per la formazione delle classi e degli organici. In nome del dio del risparmio e in base ai soliti parametri quantitativi, si unificarono istituti di diverso ordine o tipo, si cancellarono sezioni staccate e plessi, si proibì di costituire una classe quando le iscrizioni previste erano meno di 30. Il numero degli alunni per classe, anche in presenza di portatori di handicap, violò così ogni norma di sicurezza in scuole da sempre malconce. Cancellate senza ritegno classi su classi e lasciati i docenti senza lavoro, gli studenti, ridotti a carne da macello, furono sparpagliati nelle “scuole viciniori” e in quanto alle “eventuali iscrizioni in eccedenza“, si pensò bene di dividerle tra “le sezioni della stessa scuola“. A parole si mise l’alt sul limite estremo di “28 unità per sezione“, ma il confine fu poi violato e saltò persino l’impegno di escludere dalla spartizione le sezioni con alunni in situazione di handicap, che subito giunsero a 25 ragazzi stipati in classi per lo più inadeguate e fatiscenti.

Bisogna far quadrare i conti, non ci sono soldi“, fu il ritornello, ma per le private di quattini ce ne furono sempre. Agli studenti ormai non badava nessuno e nelle scuole cominciarono a “sparire” i docenti. Sulla via dell’aziendalizzazione, l’8 marzo 1999 il DPR 275 inserì nel linguaggio comune la “domanda delle famiglie“, cui la scuola finì col soggiacere, confezionando la sua “offerta” ai fini di un ambiguo “successo“. Il calcolo dei “crediti” giunse a coprire il rischio dell’analfabetismo e nacquero attività di ogni tipo, dalla concorrenza sul mercatino delle pulci, alla “giornata del cuore”. In un tripudio di scuole parificate, legalmente riconosciute e pareggiate, tutte a carico dello Stato alla faccia dei famosi “risparmi”, ai giovani docenti esclusi e in difficoltà si offrì lavoro sottopagato e spesso gratuito in cambio di “punti” per un’assunzione che non sarebbe mai venuta. In quanto alle famiglie, le più abbienti trovarono una vasta gamma di diplomifici pagati coi soldi dello Stato. Il valore legale dei titoli di studio non fu toccato, ma fece fortuna il mercato dei “crediti”. Era iniziata l’età dell’oro delle convenzioni con università private, enti e agenzie sorte come fossero funghi, per dare il loro “ineludibile apporto” alla realizzazione delle più stravaganti aspirazioni. La bandiera della “qualità” annunciò il mito del merito, a cui, nella pratica quotidiana, diede, in realtà il colpo di grazia la riduzione in servitù dei supplenti, persi nel gioco al massacro di assunzioni a cottimo e licenziamenti, e dei docenti appartenenti a classi di concorso che presentavano esuberi di personale, i “soprannumerari“, costretti a corsi di riconversione professionale, pena il licenziamento.
Aperta la breccia e trasformati i presidi in riluttanti o complici “dirigenti”, nel mirino entrò presto la dignità dei lavoratori.

Chi andasse a cercare oggi nomi e partiti, troverebbe schieramenti variopinti: Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick. Centrosinistra per lo più. Gli ingenui stupiranno, ma è un dato storico: dove si ferma la destra, perché occorrerebbe la forza, ecco in soccorso l’inganno della sedicente “sinistra riformista”.
Profumo è ultimo dopo Moratti, Fioroni e Gelmini, ma molto ci ha messo del suo, ispirandosi al modello Marchionne e creando un clima di irresponsabile e crescente insicurezza. Nessuno come lui ha cancellato diritti acquisiti nel corso di una vita in nome di un becero giovanilismo ed è chiaro che non lo sa: chi ha ragione non invecchia. E’ stata la precarietà condotta alle estreme conseguenze la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo è che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo. Farfugli se vuole la sua impossibile difesa, il ministro. Uno più uno fa due e le conclusioni può tirarle chiunque. 

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 novembre 2012

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L’idea l’hanno avuto i ragazzi del ME*TI che sono veramente eccezionali. Non a caso la tessera number one ha l’onore di averla un vecchio come me. Già ne parla Radio Città del Capo e la pagina internet del “manifesto del cambiamento” di Ikea è ormai piena zeppa di commenti di protesta contro il comportamento della multinazionale dell’arredamento posta a Piacenza di fronte alle proteste dei lavoratori. Partita da ieri con il consiglio “non sfruttare i lavoratori”, l’idea si va diffondendo a macchia d’olio sui social network e monopolizza l’hashtag spazioalcambiamento su twitter. Signori che leggete, date una mano. Io ho scritto il mio messaggio: “Ikea torna a studiare, qui da noi gli operai l’hanno imparato, l’obbedienza non è una virtù, ma la più subdola delle tentazioni“. Mi piace particolarmente perché questo è Don Milani, un rivoluzionario con la tonaca! Per chiunque c’è libero un poligono che attende una frase di protesta. Tutto è iniziate col rifiuto del consorzio Cgs, che lavora per Ikea, di reintegrare 12 operai iscritti al SinCobas che avevano contestato le diversità di trattamento tra gli operai. Di fronte ai blocchi del magazzino, la polizia è intervenuta con inaccettabile violenza  e Ikea, non contenta, ha avviato la procedura di cassaintegrazione per 107 dei suoi lavoratori. Un’azione temporanea, racconta la multinazionale, che venerdì 9 novembre ha scelto di incontrare i sindacati. Quelli confederali, s’intende, perché coi sindacati di base non si tratta. Ecco un esempio della celebrata socialdemocrazia scandinava…

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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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