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Archive for marzo 2011

Si può essere in totale disaccordo, ma un uomo ha tutto il diritto di porre al centro dell’universo sociale una cultura che esprima un interesse particolare e fare l’elogio della scuola privata, che di tale cultura può e vuol essere al servizio. Certo, la funzione della scuola non è quella della famiglia e ne vien fuori un circolo vizioso che soffoca l’idea di pluralismo, esalta l’individualismo, impedisce la conoscenza e il riconoscimento della diversità delle culture. Il diritto, tuttavia, esiste e non può essere negato. Se quest’uomo, però, presiede il Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana ed è responsabile, quindi, delle sue politiche formative, la conseguenza di una simile presa di posizione dovrebbero essere le immediate dimissioni.

Con singolare temeraria arroganza, il ministro Gelmini ripete che il governo non attacca la scuola dello Stato, ma il suo Presidente urla ai quattro venti che quella privata è moralmente superiore. Le chiacchiere del ministro sono smentite dai fatti, che raccontano un’altra storia. Le tessere del mosaico che compongono il quadro sociale e i valori che esse esprimono sono tutelati dalla Costituzione, che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità“. La polemica di Berlusconi, quindi, è la spia di una povertà culturale incompatibile con la funzione di governo che è chiamato a svolgere. L’avvocato Gelmini e il dottor Berlusconi dovrebbero saperlo. All’Assemblea Costituente un uomo della personalità di La Pira pose con forza e autorevolezza l’accento sulla tutela della sfera privata e negò legittimità allo Stato che non rispetta i diritti della comunità familiare e di quella religiosa. Intervenne Dossetti con la sua spiritualità, convenne Togliatti col suo materialismo, concordarono Fanfani e Amendola. Si mosse un mondo e l’articolo 2 della Costituzione è frutto di quel dibattito. La scuola della Costituzione è quanto di nobile si è ricavato dal sangue versato nella guerra di liberazione,

La scuola cui pensano Berlusconi e Gelmini, al contrario, non solo tutela interessi particolari, ma cancella l’anima “collettiva” della formazione, quella che vive nella seconda parte dell’articolo 2 della Carta costituzionale e richiede l’adempimento dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“; è una scuola che nasce da una lettura classista di un testo necessariamente, ma anche nobilmente interclassista, prodotto dai valori dell’antifascismo. Una lettura eversiva, che ha il suo riferimento teorico nella barbarie neoliberista e il suo “rovescio pratico” nel “governo materiale” del sistema formativo: la mannaia sulle cattedre, i tagli indiscriminati ai fondi, l’affollamento delle classi, la cancellazione di materie.

Tradotto in termini concreti, in questo momento il berlusconiano primato del privato significa che a Napoli all’Università Orientale non si insegneranno più Linguaggi multimediali, Informatica umanistica, Plurilinguismo e interculturalità nel Mediterraneo, Traduzione letteraria, Linguistica dell’Asia e dell’Africa, Politiche ed economia delle istituzioni, Sviluppo e cooperazione internazionale, Politiche e istituzioni dell’Europa; alla Statale di Milano Storia dell’Asia, Storia e Istituzioni dell’Africa e Storia dei paesi islamici sono state escluse dai programmi dei corsi di laurea di Scienze Politiche; ad Avellino non si insegnano più Medicina e Chirurgia. In compenso mentre si uccide il diritto allo studio, in Parlamento, alla commissione Istruzione alla Camera, si riaffaccia la proposta di legge della Lega firmata da tale Paola Goisis, che impone l’insegnamento del dialetto in classe. L’obiettivo non è la “cultura della famiglia“, ma l’imbarbarimento della cultura dell’uomo e della donna.

E’ vero, la cultura non si mangia e di mancanza di cultura non si muore. Tuttavia, il governo che in una società “avanzata” distrugge il sistema formativo è criminale quanto quello di un Paese nordafricano che aumenta il costo del pane. Pane o cultura, un popolo scende in piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 9 marzo 2011

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Che il potere tema la conoscenza narrano, impareggiabili, i Greci antichi nel mito di Pallade Atena, vergine dea della sapienza, nata contro il volere di Zeus, padrone dei cieli, dei numi e del mondo.
Spodestato il padre Cronos e incantato da Metis, titana della conoscenza, Zeus volle farla sua. E’ andata sempre così: il potere desidera possedere la conoscenza. Messa incinta Metis, però, Zeus sentì nascergli dentro la paura; se dall’ammaliante titana fosse venuto al mondo il frutto d’un connubio col potere, quel figlio l’avrebbe di certo spodestato. Lo spettro del timore trovò conforto nella superstizione, che anche sull’Olimpo fu puntello al dominio, e un oracolo confermò: “il figlio che avrai da Metis sarà la fine del tuo regno…
Come animale ferito, disposto a tutto per salvare se stesso, Zeus divorò la titana e si sentì al sicuro dal rischio.
Nata dalla testa di Zeus, folle per il dolore prodotto dalla pressione devastante d’un pensiero che gli cresceva dentro con elmo e lancia, l’invincibile Atena sconfisse il potere e, benché poi tentasse di piegarla alla sua volontà, Zeus dovette subirla e Atena non fu mai serva.

Nessuno difenderà la scuola così com’è ridotta, ma occorre dirlo: l’insegnamento è una scienza e, in quanto tale, non è semplice erudizione e non racconta gli eventi accaduti senza alcuna conoscenza del passato e senza una visione dell’avvenire. Questo invocare Monti, “il traduttor de’ traduttor d’Omero“, questo attaccare ossessivo e decontestualizzato il Sessantotto, Don Milani e Gianni Rodari, non è un delirio da Don Chisciotte che parte lancia in resta contro un nemico che non c’è più. No. C’è di più e di peggio. C’è un obiettivo politico antico, com’è antica la storia della scuola: l’insegnamento come strumento di democrazia reale e di crescita di intelligenze critiche. E’ Zeus che torna a mangiare Metis, per assorbire la conoscenza e farla serva. E’ il potere, che mette in tasca al maestro i contenuti della sua “verità” per cancellare Socrate, che Atene non a caso mise a morte per il suo rivoluzionario insegnamento: “un maestro insegna a diffidare delle certezze. E’ l’eredità che la Grecia consegna all’uomo, dopo averlo ammonito per bocca di Chirone: “conosci te stesso“.

Quando giunge a scuola, un bambino ha assorbito in famiglia e ha respirato nell’ambiente in cui è vissuto modelli sociali e vincoli di lealtà. Sembra libertà, ma può esser galera. La famiglia fascista insegnava ai suoi figli la dottrina della rivoluzione squadrista. Scuola e docente dovevano rafforzare in lui la fede nel duce e la cultura di ceti dominanti. Cultura del potere, con Zeus che divorava Metis per impedire la nascita di Atena. La repubblica antifascista si è data per scuola un laboratorio libero che non trasmette una “cultura ufficiale“. Come sempre, un ragazzo vi porta le sue esperienze umane. Il maestro l’accoglie, lo aiuta a semplificarle in fattori, a scomporle e ricomporle mille volte, fuori dal mondo in cui sono nate, affrancate da ipoteche di “lealtà” di clan, a riviverle razionalmente e criticamente. Nasce così il rifiuto o l’adesione: dal libero confronto, da una valutazione autonoma rispetto ai principi fondanti fissati dalla Carta costituzionale. In rapporto a questa scala di valori, un docente governa il laboratorio e di questa attività deve dar conto, perché la “misura” è decisiva e l’alunno va difeso dallo strapotere dell’attività della struttura cognitiva adulta. Di questo dà conto. Ogni altra valutazione è politica e tende ad annichilire Socrate. E’ qui lo scontro. Si vuole una scuola che non si opponga all’insostenibile “pressione di conformità” prodotta da famiglia, amici, strada e mercato. Una scuola che assuma un modello. Quello “normale”. O l’alunno e il docente, “normalizzati“, lo accettano o per l’uno c’è emarginazione, per l’altro cicuta.

La polemica contro la scuola statale e lo “Stato gestore” non ha nel mirino il ’68, Don Milani o Gianni Rodari. No. Si mira a colpire chi sostiene che la formazione del cittadino sia dovere della collettività, cioè dello Stato, che ha il compito di “realizzare il bene comune, far […] rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri e formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. Non è stato il bolscevico Zinoviev che ha affermato questo principio nell’intento di “scristianizzare” il mondo. Lo decise solennemente il cattolico ufficio internazionale dell’infanzia per combattere la ricorrente patologia del potere e i piccoli e ciechi tiranni. Quelli che, come Zeus, divorano Metis, sperando d’incatenare Pallade Atena.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2011 e sul “Manifesto” il 5 ottobre 2011

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