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Archive for gennaio 2010

Tutte le chiacchiere possibili e – perché no? – gente che vuole crederci la trovi sempre e la fiera dei sogni fa voti e consensi: anche le chiacchiere impossibili. Purché non costi nulla, una vergogna si può tranquillamente spacciare per “riforma”.
Sorprendere chi ascolta e rompere gli schemi sono regole d’oro della pubblicità. In tema di scuola e lavoro l’avvocato Gelmini e il prof. Brunetta, ministri per caso, “piazzisti” per vocazione – absit inuria verbis e non se l’abbiano a male i venditori veri – danno da tempo una dimostrazione di irripetibile bravura. Non c’è da spendere il becco d’un quattrino – Tremonti non consente – e lo sanno persino sulla luna, è questione d’umanità: se un centesimo c’è nel borsellino, tocca agli squattrinati della Marcegaglia. E allora che inventarsi per dare ad intendere che la scuola è in cima ai pensieri del piazzista? Il “merito”, anzitutto. Semplice e non banale, come comanda il manuale d’una televendita che si rispetti. E sull’abbrivio – c’è una logica, in fondo, e non capita spesso – ecco il rovescio della medaglia: punire il demerito e, quindi, bocciare col 5 in condotta e contare una a una, col pallottoliere, le assenza dei soliti fannulloni – qui vedi lo zampino di un’aquila come Brunetta – per imporre l’alt con metodo e puntualità a chiunque passi troppo tempo a contestare e occupare le scuole ormai distrutte. Mica è da tutti, questa gran pensata: è così che si provocano quelle “emozioni” che Battisti cantava e un governo che fa una pubblicità da “Carosello” ha il dovere sacrosanto di suscitare in petto al cittadino ridotto ormai a puro e semplice consumatore.
A chi pensa d’avere in po’ di sale nella zucca – merci che messe insieme sono sempre più rare – e non capisce nulla di pubblicità sembrano trovate buone per giocare alle “tre carte”, e ritiene che una sterzata vera verrebbe probabilmente da programmi che tengano in equilibrio competenze, abilità e conoscenze e puntino soprattutto al senso critico e all’autonomia, da docenti ben pagati e formati magari in una università che non abbia tra i suoi ranghi troppi Brunetta. E, tuttavia, si sa: queste sono le fissazioni stupide della pedagogia, il lascito rovinoso della tabe sessantottina. Marcello Veneziani, un “intellettuale” di destra che va per la maggiore e fa la grancassa ai battitori, trova invece che Maria Stella Gelmini stia dando un gran bel “segnale di innovazione”, perché – e qui la tecnica del venditore è sopraffina – “è quello che gli italiani si aspettavano”.
A leggerlo, Veneziani, che se la prende coi docenti per la solita storia della selezione e del merito, un dubbio si fa strada anche nel più convinto sostenitore della bontà del nostro sistema formativo. Com’è possibile che la nostra scuola abbia prodotto questo genere di “intellettuali”? E da dove diavolo esce un ordinario di economia che, parlando di Costituzione, dichiara che, fosse per lui, comincerebbe a cambiarne l’articolo uno? D’accordo, la regola d’oro del bravo venditore impone di rompere le regole. Ma qui si va ben oltre. Non si tratta, per carità, di difendere Fort Alamo, tirando fuori la cultura notoriamente vetero-comunista della difesa a oltranza della legalità repubblicana che, a quanto pare, non conta ormai più niente per nessuno. No. E non c’entra nemmeno la logica. E’ questione di semplice buon senso. Un furioso consesso di bolscevichi tira fuori per una volta un’etichetta che incontra i gusti del mercato, e Brunetta vorrebbe rifarla! E cosa c’è da cambiare in una definizione così terribilmente neutra: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”?. Che facciamo, togliamo repubblica e scriviamo monarchia? Ci dichiariamo uno Stato totalitario fondato sul fannullonismo? Diciamo che la sovranità appartiene a chi ha i soldi per comprarla? Che siamo un’azienda in cui il padrone fa quello che gli pare?
Ma dove vive Brunetta?

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Alba di Capodanno

Di vero trovi infine solo il cielo,
un infinito velo
di muta indifferenza,
l’approdo d’una gelida accoglienza
al dolore, all’amore,
a chi nasce e poi muore.
Della tua bella festa
tutto quello che resta
è un’amica ferita
tra poveri doni per Gaza aggredita:
chi mai l’ascolterà la Palestina
nell’alba inebetita domattina?
Invano ha chiesto aiuto.
Questa notte è un rifiuto,
altro non è l’inganno
che chiami Capodanno:
solo un rifiuto. E nessuno l’ascolta
l’urlo d’una rivolta,
un sussulto d’amore,
un grido di dolore.
Tutto quello che resta
della tua bella festa
è una voglia malata d’ingannare
la vita e poi far finta di sperare.

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