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Archive for ottobre 2009

clip_image001Succede a Napoli e, poiché ci vivo, non faccio fatica a capire: è l’incipit di un’offensiva destinata a durare. I neofascisti di “Casa Pound” occupano un vecchio monastero per farne un sedicente “centro sociale”. Grazie a Bassolino e soci, la sinistra s’è sciolta da tempo come neve al sole e, incontrastato, spira un vento fortissimo di destra. Com’è costume italico, i soliti “intellettuali” in cerca di “collocazione“, fanno sponda e aprono la breccia: “è necessario dialogare“, sostiene su “Repubblica” Marco Rossi Doria, seguendo il manuale del revisionismo e l’arte antica dei “gattopardi“. Il personaggio è noto, ma è bene ricordare: rivoluzionario ai tempi di Potop, poi “maestro di strada” a costi esorbitanti e risultato zero, sindaco mancato alla testa di un’insalata russa riunita sotto le bandiere d’una lista civica fatalmente “trasversale“, è passato dalla strada al palazzo col ministro Fioroni e ha contribuito allo smantellamento della scuola statale.
Il “dialogo” offerto dà frutti immediati. Forte di tanto appoggio, “Casa Pound si scatena. La prima, prevedibile risposta è un agguato squadrista a uno studente antifascista. Indignato, reagisco all’indecente proposta che legittima di fatto il neofascismo e falsifica la cronaca e la storia in nome di malintese e presunte ragioni d’una sedicente “cultura della democrazia“, chiedo un po’ di spazio a “Repubblica“, e denuncio la manovra.
Rossi Doria si tace, timoroso che addosso gli piombi una valanga. Il 9 ottobre, però, puntualmente ospitato da “Repubblica Napoli“, torna alla carica, inventandosi fantomatici centri sociali di destra, in una città inesistente, fatta solo di “esclusi” e di “protetti”, e così salta il fosso: il sindaco, scrive, faccia da mediatore tra i centri sociali. Finalmente le cose sono chiare: dopo i ragazzi di Salò, occorre benedire quelli di “Casa Pound“, nonostante la caccia ai gay e agli extracomunitari e i frequenti agguati agli studenti di sinistra.
Che dire? La partita non sarebbe chiusa, se “Repubblica”, eccessivamente timorosa di alimentare una polemica che molto impropriamente giudica personale, mi nega la facoltà di replicare. Non è certamente una censura, ma se penso alle recenti, sacrosante battaglie, mi domando se libertà di stampa, non sia anche diritto di replica e “par conditio“. Sia come sia, rimane in vita la minacciata libertà del web cui affido la replica destinata al giornale e una richiesta: chi condivide, faccia poi “girare“.

Il “dialogo” colpito a tradimento

La Napoli di Rossi Doria è una mela divisa in due. Un taglio netto e dai confini oscuri: di qua i protetti, dall’altra parte gli esclusi. Un po’ schematico, ma funzionale. A rigor di logica mancano i protettori e, se vuoi esser preciso, provi a capire chi è che va escludendo. Se ci pensi poi bene, una domanda non la puoi evitare: dove metti, in questo disegno lineare e semplice, una scuola aggredita come il “Margherita di Savoia“? In quale delle due città? E dove si colloca Francesco Traetta, un ragazzo mandato all’ospedale con una costola rotta, solo perché ha portato a scuola un partigiano? Chi è Francesco? Un “protetto, un “escluso o più semplicemente e drammaticamente l’idea stessa di “dialogo” ferita a tradimento nella città in cui Rossi Doria offre al fascismo la legittimità che la Costituzione gli nega?
Lo so. Siamo tutti contro il revisionismo e tutti democratici. Di democrazia si riempie la bocca chiunque ne ha bisogno per non sai quali scopi. Ne parla spesso persino Berlusconi. Difficile è capire come si fa ad essere davvero democratici e ancora più difficile saper dire verità impopolari, nel nome e per conto della democrazia. Se la smettessimo di fare delle parole un’arma impropria, per sostenere tesi avventate e demagogiche, se cercassimo soluzioni reali e leali a problemi nelle cui pieghe si cela l’agguato di Francesco, se la piantassimo finalmente di andare per la tangente e cercare l’applauso, diremmo che il ragazzo è una vittima e non ci sfiorerebbe nemmeno il pensiero che a dirlo si può spingere all’odio.
Se Francesco è una vittima, è chiaro che ci sono dei carnefici e non so per quale singolare follia dovremmo mettere insieme il giovane antifascista e chi l’ha massacrato. La dico tutta e fuori dai denti, perché mi pare chiaro che la questione riguardi, a questo punto, il senso stesso della convivenza civile. Con la storiella comoda e strumentale degli steccati da saltare, si fa di ogni erba un fascio e si protegge oggettivamente gente che predica da sempre la violenza. A me non importa da che parte venga e di che colore sia. Nella risibile società degli esclusi e dei protetti, il confine che separa chi colpisce da chi è colpito dev’essere visibile e ben definito. E non c’è dubbio, la domanda è una: per saltare non so bene quali suoi steccati, chi sosterrebbe a cuor leggero che, per risolvere il caso Saviano, il sindaco dovrebbe mettersi a un tavolo e fare da mediatore tra il giovane scrittore e i casalesi?
E torno a Napoli. Sempre più sventurata, devo dire. La guardo sconcertato, così come mi viene dipinta, e non la riconosco. Mi ci perdo. Una sola divisione: esclusi e protetti. I confini, tirati con la squadra e con la riga, sono incomprensibili e irreali, ma il quadro è suggestivo: due città che non si parlano e quasi non si conoscono. Ma quali città? E di che mondo parliamo? Se solo ti guardi attorno attentamente, il conto non ti torna. Nello stesso quartiere, nello stesso vicolo,Immag004 spesso nella stessa famiglia, c’è tutta la complessità della vita. La gente parla e non c’è mai silenzio. La gente si incontra, si scontra, tratta, contratta, si conosce e trova modo di riconoscersi. Non ci sono due città, esiste solo un insieme di diversità, un’articolata molteplicità e la realtà non è riconducibile a una sorta di inverosimile binomio. Napoli è una metropoli che si legge a “strati” e non puoi chiuderla nell’antico stereotipo della città borbonica quasi per vocazione. Certo, se la guardi in superficie, ci trovi l’eterno malcostume politico e il ricatto clientelare che invischiano tutti i ceti nell’ideologia subalterna d’un popolo quasi indifferenziato. Ma se ti fermi a guardare, se stai per strada e vivi tra la gente, scopri che la salute è sorprendente, ti accorgi che la vita pulsa, che le tensioni sociali non erompono più fatalmente in protesta plebea e non soffocano malamente in un rigurgito sanfedista. Se vai più a fondo, e devi saperci andare, immediato giunge l’impatto con la borghesia e, se vuoi capire Napoli, tu devi farci i conti. Non puoi fermarti a Viviani e nemmeno conoscere solo Eduardo De Filippo. Il mondo cambia e, se tu non lo vedi, inganni te stesso o, peggio ancora, stai ingannando gli altri. Dov’è questa nuova “Berlino” col suo muro e i protetti da un lato, gli esclusi dall’altro? A meno di non esser ciechi – questo forse è il problema – la città è un inestricabile intreccio. Assieme all’economia del vicolo e a nuclei di plebe, per i quali il tempo non passa, la maturità non giunge, la coscienza civile non si forma, trovi una borghesia articolata che guarda in alto, ma ha frange che si proletarizzano; trovi, se guardi, un proletariato che ha avuto una gran storia. Gente che ha ancora un’anima e resiste al richiamo del vicolo, portandosi dentro l’identità di classe, sebbene sia ormai perennemente terrorizzata dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione e appaia piegata sotto i colpi di un’offensiva padronale così disgregante, che non ha precedenti nella storia della repubblica. E non basta. Quanto di militanza giovanile non sanno più raccogliere i partiti storici dei lavoratori, vive nei centri sociali “rossi“. Solo in quelli, perché centri sociali la destra non ne ha. Quale che possa essere la parte politica, nessuno onestamente può negarlo: nonostante limiti e insufficienze, negli ultimi anni questi ragazzi hanno costruito forme di democrazia “dal basso” che meritano rispetto. Sono stati protagonisti di una battaglia coraggiosa, civilissima e non ancora del tutto conclusa, quando la città è diventata un’enorme e vergognosa discarica a cielo aperto e hanno marciato con padre Zanottelli002 6 febbraio 2009 Chiaiano Intervista a Zanottelli; svolgono ruoli attivi e propositivi nei “Comitati di quartiere” e nelle rare iniziative in cui la città mostra di essere ancora politicamente e socialmente viva. Chi li ha visti all’opera a Bagnoli, accanto a genitori, insegnanti e bambini in lotta per la scuola nella lunga ed esemplare vicenda del “Madonna Assunta“, chi li vede impegnati a fianco agli immigrati, chi ha la fortuna di stare con loro nelle assemblee universitarie e nelle manifestazioni in piazza, non può che togliersi il cappello. Ci sono limiti, errori e contraddizioni e sarebbe strano che non fosse così, ma c’è una passione civile che non è facile trovare.
La democrazia è partecipazione e Rossi Doria in piazza non si vede mai, ma lo ricordo negli anni della giovinezza, quando tutti eravamo autonomi e rivoluzionari. Il suo “potere” era allora tutto operaio. Non so di dove tragga fuori i suoi giudizi e i malaccorti e velenosi suggerimenti che regala al sindaco Iervolino. So che questo suo insistere nel paragonare i ragazzi dei centri sociali agli squadristi che hanno massacrato di botte Francesco Traetta, un loro compagno, uno di loro, non è solo una bestemmia. Somiglia molto a una sorta di provocazione, a qualcosa che sta la speranza e l’istigazione che mi auguro inconsapevole. Che si vuole davvero: evitare o scatenare la rissa? Protetti o esclusi: non sta in cielo né in terra. Tutto nasce semplicemente da una micidiale distorsione dei fatti? Può darsi. Ma questo è davvero il revisionismo. E sono sinceramente preoccupato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2009, su “Report on Line” il 13 ottobre 2009 e su “il Manifesto” il 15 ottobre 2009.

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D’accordo. Ognuno si sceglie il poeta che meglio risponde alla sua sensibilità, ma mi pare difficile negarlo: non si legge correttamente la storia facendo ricorso agli strumenti del letterato, alle emozioni del “lettore” e alle suggestioni della psicopatologia. Non entro qui nel merito delle “case” e delle cose di Ezra Pound e nemmeno di quella sconosciuta nebulosa che si cela dietro la formula generica dell’infermità mentale. Pazzo mi dicono fosse Adolfo Hitler e sarebbe stato da curare. E, tuttavia, se pazzi siano stati dal primo all’ultimo soci, complici e camerati, è difficile da credere e, in ogni caso, nessun dialogo con una così infame e criminale follia fu mai realmente possibile: il racconto dei fatti è solo raccapriccio. Lascio a chi le ama le riflessioni sulla poesia di Pound, che Rossi Doria ha consegnato a “Repubblica” giorni fa. Per quanto mi riguarda, se la misura delle “cose fatte” si ricava dalla “intenzioni”, se il gioco delle cause e degli effetti si colloca impropriamente sull’incerto confine della pazzia, se ci si muove tra sensazioni e filosofia, finisce che può essere vero tutto e il contrario di tutto. E’ questione di metodo e di punto di vista e, per carità, mi guardo bene dal sostenere la pura e semplice verità del fatto. Tuttavia, fuori dal campo dell’estetica, dalla soggettività del lettore, dall’interpretazione del “messaggio poetico” e del valore che ognuno è libero di assegnare alle parole, sono i fatti a parlarci degli uomini e dell’agire loro. I fatti soprattutto e le risposte che essi – testimoni muti del loro tempo – danno alle nostre domande.

Rossi Doria, del resto, anche questo ha il suo peso, giunge buon ultimo a dichiarare la sua passione poundiana, subordinando al valore del poeta il sistema di valori di cui si fece espressione. Prima di lui ci hanno provato, infatti, la cultura filosofica e la storiografia di destra. Giulio Giorello s’è spinto sino all’ “elogio libertario di Ezra Pound”, diventato addirittura un “nemico dei tiranni”; di Pound si sono innamorati Giano Accame, per il quale nemmeno Giovanni Preziosi fu razzista, e Luca Gallesi, che s’è sforzato – come se tanto bastasse a giustificarne le scelte – di vedere una matrice anglosassone e laburista nelle soluzioni economiche mussoliniane, nella “follia” nazifascista del poeta dell’Idaho e in un antisemitismo che, negli anni Venti, sarebbe stato totalmente ignoto al pensiero del duce. Buon ultimo, quindi, Marco Rossi Doria s’è assunto la complicata e inutile difesa d’ufficio di un Ezra Pound collocato soprattutto nell’empireo degli intellettuali e dei poeti. E l’ha fatto lasciando ai margini, come un incidente che riguardi solo la sua salute mentale e un dato secondario della sua vicenda umana, quel feroce schierarsi col nazifascismo, quella sua ostinata e mai apertamente sconfessata difesa della miseria materiale e morale di Salò che, val la pena di ricordarlo, segna il punto basso, la vergogna estrema cui è giunto finora questo nostro Paese sventurato. I fatti, però, quelli che ci raccontano la storia quando poniamo le domando giuste, i fatti sono ben altri. Gli affari di casa innanzi tutto. Occorrerà pur dirlo: nessun antisemitismo britannico o statunitense degli anni Venti ha prodotto leggi razziali come quelle che il fascismo regalò all’Italia alla fine degli anni Trenta. In quanto al resto, mentre il revisionismo infuria e la parificazione tra fascisti e partigiani punta a colpire apertamente il cuore della Costituzione, un intellettuale democratico, progressista e antifascista che scelga di parlare alle giovani generazioni, non può far finta d’ignorarlo. Le parole sono pietre e, dietro “i ragazzi di Ezra”, come Marco Rossi Doria definisce i neofascisti di Casa Pound, si vedono bene e molto da vicino i “bravi ragazzi di Salò” tirati fuori dal cilindro anni fa da Luciano Violante. Troppo da vicino, perché tutto si riduca a una semplice e semplicistica questione di letteratura. Schierandosi con la Repubblica Sociale, Ezra Pound scelse il campo di chi volle il genocidio e la Shoà. Era impazzito, sembrerebbe, ma gli si fece grazia della vita e dopo una complessa e travagliata vicenda, gli si rese poi la libertà. Pazzo, sano, libertario o fascista che fosse, egli sembrò ribadire la sua fede e lasciò di sé, anni dopo, parole che si direbbero un testamento spirituale: “…sul lembo estremo dei Gobi, bianco nella sabbia un teschio canta e non par stanco, ma canta, canta: Alamein! Alamein! Noi torneremo! Noi torneremo”.

I “fascisti del terzo millennio” ritengono che Pound non fosse pazzo e condividono coi fatti il suo pensiero politico. Importa poco se Pound sia stato un traditore o un visionario. Fino a quando le sua follia sarà la fede di “Casa Pound”, il dialogo è improponibile. E’ vero. Molto ancora dovremo interrogarci sul senso storico del secolo scorso e il mondo in cui viviamo è complicato. Da troppe parti, tuttavia, e da troppo tempo, per ragioni oscure, è venuto e viene l’invito pressante a una pacificazione che ha assunto col tempo, ogni giorno di più, l’inaccettabile  valore d’una parificazione. Rossi Doria dovrebbe saperlo: i vecchi e i bambini rom cacciati a suon di molotov da un nostro quartiere sono l’esito naturale d’una pratica di sdoganamento del fascismo alla quale da tempo i giovani antifascisti, nella loro stragrande maggioranza, si vanno opponendo con civiltà e misura. E’ vero che c’è un estremo bisogno di parole scambiate. Ma non meno vero è che non si può discutere con un’arma puntata alla tempia. E il fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un’arma pronta a colpire, come ben sanno gli immigrati e gli omosessuali aggrediti e terrorizzati. Mi spiace doverlo dire, ma è così. Anch’io ho avuto in famiglia antifascisti e sono certo: è meglio lasciare in pace i padri e i nonni che se ne sono andati. Per quello che potevano, hanno già detto tutto ciò che c’era da dire. Nessuna violenza, quindi, ma un dissenso forte e chiaro. Qui non si tratta di pazzia, ma di una inaccettabile scelta di campo.

Uscito su “La Repubblica Napoli“, il 7 ottobre del 2009

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Non so se sia vero, ma si dice che il dolore d’una pugnalata non si senta subito acuto com’è destinato a diventare dopo che la ferita è inferta. Certo è che il colpo vibrato alla schiena della scuola dall’avvocato Gelmini sul momento non è apparso devastante al personale della scuola, quanto invece intuirono che fosse gli studenti. Un anno fa, di questi tempi – me ne ricordo bene – l’onda montante della protesta studentesca si muoveva nelle vie e nelle piazze come un corpo vivo, multicolore, forte della giovinezza e, per ciò stesso, tanto sicuro di sé quanto evidentemente solo e, paradossalmente orgoglioso d’una solitudine destinata a produrre debolezza. Un anno fa, di questi tempi, nelle scuole già ferite a morte, gli studenti erano in armi e i docenti assenti dal campo.
Noi la crisi non la paghiamo” era lo slogan che si sentiva correre di piazza in piazza, che incendiava le università e accendeva di speranza le scuole medie superiori. Nella passione dell’autogestione gli studenti produssero analisi pregevoli, denunciarono i guasti della privatizzazione, scoprirono le mille trappole apparecchiate da un governo culturalmente indigente, politicamente reazionario, povero nel personale politico, fermo nelle pastoie della penosa vicenda giudiziaria del suo leader. Non era solo questione di moduli e maestro unico e nemmeno, come ancora in parte riteniamo, di una devastante operazione di cassa, che svuotava di risorse il pubblico per tamponare le falle aperte nel bilancio dello Stato dai costi e dalla corruttela della politica, dalle spese di guerra e dagli effetti d’una crisi del capitale di dimensioni epocali. Emergeva in tutta la sua gravità la condizione di regressione e di imbarbarimento di un Paese pronto a consegnarsi con singolare faciloneria alla xenofobia separatista e leghista, all’avventurismo del “Partito Mediaset” e al neofascismo modernizzato da Fini e Tatarella. Riemergevano la violenza poltica dell’estrema destra, che giunse a schierasi in armi a Piazza Navona, le tare d’un capitalismo nato malato, intisichito da un borghesia senza rivoluzione, intossicato dagli oscuri rapporti con la malavita organizzata, eternamente invischiato nelle pericolse relazioni massoniche tra banca, industria politica e finanza, perennemente afflitto da un’avidità di profitto pari solo alla pervicace tendenza all’evasione fiscale. Gli studenti dell’Onda l’avevano intravisto il pericolo vero che non stava solo nei tagli alla ricerca, nel licenziamento dei precari, nell’attacco ai livelli minimi di funzionalità del sistema formativo. L’avevano capito che il problema di fondo non era semplicemente quello della dottrina Gelmini sul “sessantottismo” o di Brunetta sul “fannullonismo”, ed appariva chiaro che il supplente da conservare, l’organico da preservare, gli standard minimi da tutelare sarebbero poi stati un effetto e non la causa. La dignità delle condizioni materiali del lavoratore – non solo di quello della scuola – poteva essere salvata solo a condizione di aprire uno scontro senza precedenti sui diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione repubblicana e antifascista, avendo come controparte un governo che in nessuna delle sue componenti aveva come riferimento l’Italia nata dalla Resistenza. La dignità poteva esser salvata solo a condizione di fare della scuola il perno d’una battaglia senza quartiere contro una visione nuovamente classista della società, espressa da un capitalismo costretto dalla legge del profitto a rifiutare ogni possibile mediazione.
Oggi tutto è più chiaro. I precari, messi alla porta con una ferocia da prima rivoluzione industriale, sono isolati in un battaglia d’avanguardia coraggiosa ma disperata, come isolati furono gli studenti. I docenti prendono atto, registrano i danni, sono testimoni d’una Caporetto, ma ancora non saldano i ranghi, ancora non vanno a cercare i cassintegrati, i licenziati, i disoccupati e ancora non si schierano su un fronte unico con gli spezzoni dell’esercito sbandato della democrazia. E’ drammatico ascoltarne l’impotente e continuo lamento per le classi divise, l’orario spezzettato in sedi lontane e il deperimento pauroso della qualità dell’insegnamento e, nel contempo, non sentire una voce combattiva e davvero solidale coi colleghi mandati a casa, non veder balenare la lama d’un pugnale che si accinga a restituire il colpo ricevuto, non ascoltare il proclama che conduca alla guerra per la democrazia. Fuori dalla scuola, tuttavia, nelle piazze oscurate dall’informazione di regime, per fortuna si lotta ancora con coraggio. E nella lotta, com’è sempre stato nella storia dei lavoratori, emergono soluzioni, nasce una consapevolezza nuova, si individuano obiettivi, si cercano alleati. Il tre ottobre, quando una stampa spesso pavida è scesa in piazza fuori tempo, oscurando la manifestazione nazionale dei precari, ancora una volta gli insegnati erano praticamente assenti. Come un anno fa, quando i nostri figli studenti ci chiedevano di agire e noi eravamo fermi. Eppure, davanti al Ministero da cui la Gelmini comanda le operazioni di smantellamento, Barbara, una precaria che ha cuore e testa, ci ha chiamati una volta ancora alla lotta. Val la pena di ascoltarla e riflettere. Non è retorica: il tempo comincia veramente a stringere: La lezione di Barbara

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 ottobre del 2009

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Un tempo carnevale era il cosmopolitismo e la partecipazione collettiva del mondo greco ai riti per Dioniso, o il gioco orgiastico dei Saturnali latini che simulava la sovversione dell’ordine sociale. Il punto politico, però, era chiaro: il carattere rituale della festa cancellava la connotazione di “classe” e – lo sapevano tutti – piuttosto che aprire, carnevale chiudeva lo scontro sociale. Di bello ci rimane il gioco delle parti, l’illusione dell’emancipazione dalle regole e del ribaltamento di ruoli e gerarchie. Una “finzione felice” che dissolve il potere nella caricatura, come voleva l’antica, feroce saggezza d’una società piramidale e classista, fondata sul sangue e sul censo, che concedeva divertita agli emarginati l’effimero e innocuo piacere del cambiamento.

Lontani dal significato reale di quello che va in scena, noi ci divertiamo: Venezia mostra dame mascherate, lustrini e cicisbei vanesi con parrucche incipriate, Acireale muove i suoi carri di cartapesta e cartone romano, coi fiori, le luci e la forza dell’acqua che dà il movimento, Tricarico se la gode con le antichissime “scaramucce” tra le maschere variopinte dei tori e delle mucche. Da un po’ il carnevale, a Napoli, lo fanno le “occupazioni” dei “bravi ragazzi fascisti” che odiano il SIM, lo “Stato Imperialista delle Multinazionali”, e senza saperlo, sposano così le tesi delle Brigate Rosse, attaccano la Charitas che, a sentirli, alimenta la guerra dei poveri favorendo gli immigrati, sognano l’autarchia e il ritorno alla geopolitica degli “anni Trenta”, con le “cannoniere” in rotta dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.

E’ solo un carnevale, un garbuglio cristiano che ha radici pagane e natura quasi “animale”, però stiamo attenti a non ribaltare l’antica logica e a non assegnare alla caricatura il valore della realtà. I quattro gatti emersi dal buio del passato non sono la causa, ma la conseguenza di un problema e ci farebbe certamente male seguire la tentazione di sciogliere il nodo inscenando un contro-carnevale fatto di “bella ciao”, di antifascismo messo in campo nei giorni comandati e dello scontro coi celerini come rito sacrificale e mimo di un Saturnale; la sconfitta della sinistra è anzitutto culturale e non sarà una maschera a cambiare la realtà. Se ancora sappiamo leggere e far di conto, su un dato possiamo convenire: dove si crea un vuoto di progettualità politica, là fatalmente s’infila chi un programma ce l’ha. Conta davvero poco se dietro la finzione del “fascismo del terzo millennio”, dietro un “sansepolcrismo” da rigattiere, si coglie il ghigno del “fascismo vero”, col razzismo, l’omofobia, il disprezzo per la donna e tutto il fango che ci va annegando. Napoli è un ideale banco di prova e una sede particolarmente adatta ad un laboratorio politico in cui sperimentare la nuova e più barbara concezione della vita che a tratti balena a livelli ben più alti di Casa Pound, che, per suo conto, vale quanto s’è visto dietro la maschera gettata a Piazza Navona. Una concezione della vita che trova consensi crescenti nella disgregazione sociale di cui le classi dirigenti, il governo col suo leader e parte dell’opposizione sono la naturale e logica espressione. Chi pensa di uscire dal tunnel senza una profonda riflessione politica, faccia pure a botte con la polizia, e saggi le forze in vista dell’assalto al manipolo fascista: le destre non attendono altro, mentre il veleno leghista e il virus del populismo infettano il corpo sociale e il vuoto politico prodotto dall’inerzia della sinistra, offre spazi impensati alla reazione. Nulla di meglio per alimentare l’offensiva battente che l’ala più retriva della borghesia ha sferrato da tempo per cancellare i valori dell’antifascismo e i diritti dei lavoratori. Una sinistra schiettamente alternativa avrebbe ben altro da mettere in campo ed è evidente: il rinascente fascismo uscirà battuto nel Paese solo se gli sapremo fare attorno la terra bruciata. O si parte dal basso e si torna a parlare alla gente, o non c’è dubbio: la partita è persa. E non basteranno gli slogan d’un antifascismo che non sia progetto politico e pratica collettiva quotidiana; non basterà correre a destra e a manca, ovunque nasca un’emergenza, per prendere “eroicamente” la manganellata di prammatica o la denuncia di rito. Certo, dietro tutto questo c’è lo sfascio della sinistra organizzata in partito, ma si vede anche – pesa terribilmente e occorre avere l’animo di dirlo – un contrasto sociale sclerotizzato e frantumato in mille rivoli, che non cerca la sintesi, non sa più riflettere sulle cause delle sconfitte, non si studia di saldare le diverse realtà di lotta che rappresentano i mille rovesci di un unico problema. C’è gente che apre la via, gente che stenta ma esiste, dai precari della scuola, a chi si batte per i “beni comuni”, ai lavoratori delle mille aziende “vaporizzate”; il fronte è forte ma spezzettato. Saldiamolo, lavoriamo per questo, e il neofascismo ripiegherà di corsa nelle fogne da cui è riemerso.

Carlo Rosselli, un antifascista che pose mano alle armi e pagò l’impegno e il coraggio con la vita, spezzata a tradimento da un pugnale fascista, ci ha insegnato che la retorica delle bandiere e degli slogan non serve a nulla. Lasciamo il suo carnevale a Casa Pound e costruiamo un percorso di lotta, parliamo alla gente dei problemi che vive e conosce e non ci sono dubbi, anche stavolta Rosselli avrà ragione: non vinceremo subito, ma vinceremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 ottobre del 2009 e su “Report On Line” il 3 ottobre 2009.

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pigr1[1]La lunga linea che un tempo separava Caponapoli dalle chine dei Miracoli, dei Cristallini e della Sanità, avviando al Sebeto e al mare il fango e l’acqua che piovevano a valle, infuriando da Capodimonte e dai Vergini nei giorni di tempesta, segnava la terra di nessuno tra fascisti e comunisti: ‘a lava ‘e Virgini, ricordavano ancora i vecchi della mia prima infanzia e mormoravano impauriti: ‘o pateterno s’è scurdato ‘e l’acqua!
Per me, che stavo a sinistra, la risicata sicurezza era stretta d’assedio in un’isola rossa, compresa tra via Duomo e via Pessina, Portalba e Piazza Cavour.
Un breve “camminatoio” arrischiato e strenuamente difeso conduceva a ridosso di Santa Chiara, dove la casa di Attilio e Lucia offriva rifugio a qualunque ora del giorno e della notte. Tutt’intorno il nero minaccioso dei mazzieri fascisti e le regole non scritte d’una convivenza diffidente ed astiosa.
La città ormai ci ignorava. Curiosa e stranamente compiaciuta, aveva vissuto con noi la giocosa follia del Sessantotto, ospitando nelle piazze disincantate e indolenti i suoi ragazzi variopinti e musicali: Napoli non si lascia facilmente impressionare. L’onda lunga e rossa dei cortei, con le ragazze mai viste in prima fila e i grandi striscioni di protesta, si era incontrata quasi naturalmente con la furia dei senzatetto, la disperazione dei disoccupati e le manifestazioni degli operai in lotta per il posto di lavoro. Ognuno per la sua strada però: un’anima comune non s’era trovata. Gli operai, appena intravisti fuori i cancelli delle fabbriche che una dietro l’altra chiudevano, erano stati per gli studenti la “classe operaia” e non avevano sapore d’officina; in quanto agli studenti, che pure cominciavano ad essere figli di tutte le classi, erano stati e rimanevano per gli operai i “figli di papà”: quelli di Pasolini a Primavalle. In quella sintonia tra l’intellettuale eretico e i lavoratori del Pci, scarsamente acculturati, si sarebbe potuta leggere la storia d’un isolamento. Ma il presente nasce dal passato e non può avere radici nel futuro: gli manca la consapevolezza d’essere la storia.
Diversamente da quello che poteva apparire, tuttavia, la protesta aveva trovato spazio tra la furia e la disperazione, aveva indovinato la sua lunghezza d’onda e non s’era impantanata nell’antico scetticismo della plebe, che inghiottiva tutto nella sua apatia beffarda.
Di giorno era un susseguirsi di manifestazioni e scontri: torme di senzatetto, operai espulsi dalle fabbriche che chiudevano tra scontri sanguinosi e promesse dei politicanti, studenti in lotta per il diritto allo studio. Il progetto d’una società di eguali era il cuore di un gran sogno, ma aveva contorni indefiniti e si faceva ideologia. Le “masse”, separate, tenevano le piazze con onore, senza firmare accordi, poi la notte il presidio toccava alle esplosioni d’un dissenso che aveva le tinte estreme e la radicale impotenza dell’individualismo anarchico.
mt[1]Fece epoca un incredibile acrobata in motocicletta, che la notte sfidava la questura dandole appuntamento, incontrandola e beffandola, inafferrabile primula rossa che si esibiva nelle sue incredibili gimcane, trascinandosi appresso l’impotenza delle guardie, il tifo aggressivo e devastante dei teppisti, che scaricavano su vetrine e questurini la rabbia repressa e l’odio insopprimibile per lo Stato e per la borghesia malsana e redditiera. Austino ‘o pazzo – Agostino il pazzo – lo chiamava la gente mentre usava i vicoli dei Quartieri Spagnoli come fossero quinte d’un teatro e si precipitava a tutta corsa verso via Toledo, piombando dall’alto tra le ovazioni del suo pubblico e la furia degli agenti che manganellavano qualunque cosa avessero a tiro. Agostino e basta, per me che l’avevo conosciuto bambino, nel vicolo di Forcella dov’eravamo nati: inquieto, la miseria e l’ignoranza alle spalle, un fratello sparito in un misterioso incendio che l’aveva risparmiato per caso e restituito più solo al suo destino.
Agostino e le sue acrobazie svanirono nel nulla; sulla città calarono a poco a poco ombre dense di agguati e si montarono le scene per un dramma. Nessuno ha mai saputo chi ci fosse davvero dietro le quinte oscure, ma vennero notti amare, che rubarono le piazze alla folla e lasciarono un filo di sangue sulla strada di un sogno.
Fu la strage di Stato a rubarci l’innocenza e non prestate fede a chi ha venduto l’anima: quando nascemmo, avevamo per armi le parole. Avemmo contro il fuoco dell’inferno, un nemico vile, lo capimmo col tempo e non fu certamente facile arrivarci. Un’idea però ve la potete fare: tutto il fascismo delle fogne repubblicane, sopravvissuto in uomini e pensiero entro le istituzioni, la feccia invecchiata nei bordelli del regime che gli anglo-americani liberatori avevano passato a nuovo sotto nastri e mostrine, toghe, feluche e palazzacci, il pattume mimetizzato nell’ombra dei corridoi che legano tra loro i poteri – quelli che Montesquieu vanamente concepì separati nell’inganno giuridico borghese – tutto recitò con perizia scellerata la cupa vendetta di Salò. No, non fu facile arrivarci, ma ci fu tra noi chi riconobbe gerarchi dietro il sipario che calò sulla tragedia.
Quando nascemmo, avevamo per armi le parole, e furono parole a fare la rivoluzione. Anche qui, non date credito a chi sorride beffardo: uno che si vende non ricorda più niente, ma quando ci fermammo il paese non era più lo stesso.
Io no. Io mi ricordo bene ciò che accadde: presi il mio treno in corsa e feci buona parte del viaggio scomodamente poggiato in predellino.
Era andata come capita spesso: il passato ti si para davanti col presente, si traveste, disegna le trame più impreviste e costruisce il futuro. Poi, d’accordo, è anche vero: quisque faber fortunae suae. Ma è un fabbro che trova bell’e pronta la fucina, usa attrezzi già usati e completa un lavoro.mm[1]
Così fu per me, che alla nascita del movimento studentesco, avevo fatto in tempo a dare ai miei studi faticosi il valore legale del diploma, dopo che mia madre aveva posto il suo definitivo sigillo alla vita che m’aveva dato.
Del mondo che intorno a lei cambiava così radicalmente, aveva, mia madre, percezioni rallentate: tra la foto delle cose che davano i suoi occhi e la lettura elaborata che ne faceva il suo cervello, c’era di mezzo un invisibile filtro. Tutto era un enigma nella sua camera oscura, ma spesso ne venivano fuori lampi d’impressionante acutezza. Così, quando tutti, io stesso, gli amici, la famiglia, ritenevamo ormai chiuso il tempo dei miei studi, lo aveva riaperto nella sua maniera imprevedibile di mutare il corso degli eventi.
La licenza per esami, che riuscì a sottrarmi per due settimane ai lunghi mesi di guardia alla paludosa caserma, portava i segni delle sue lacrime, ma io ci vidi solo il corpo flessuoso d’una ragazza che mi aspettava a Napoli.
Ci vai con la divisa? – suggerì: rifiutai.
Prometti che ci provi? – domandò.Non promisi.
M’avrebbe maledetto, lo so, ancora lo sento, se non m’avesse amato a suo modo da morire, e non lo fece; m’avrebbe accarezzato, ma non glielo consentivo ormai da tempo.
Pregò, sono certo che lo fece e ancora pregava, quando il presidente della commissione mi rifiutò infastidito un attestato di presenza:
Ah, guardi, la prenda come vuole, ma gli scritti lei me li fa e consegna solo dopo le ore prescritte! Tutti, capisce? Me li fa tutti, e si ritira il giorno degli orali. Solo allora, se vuole, le firmo l’attestato.
Feci gli scritti per diventare maestro nelle due ore prescritte e giunsi a passare matematica ai giovani e nuovi scienziati della borghesia, creando un caso spinoso. La scuola è sempre stata un assurdo e invano, per cambiarla, ne avremmo fatto di lì a poco il quartier generale della rivoluzione: la soluzione algebrica, che il mio professore fascista al liceo avrebbe trovato “certamente originale, ma tortuosa, caro Aragno”, risultò una patata bollente per la commissione di esame. Gli studenti d’un istituto magistrale di quella matematica non avevano idea, come io del resto non conoscevo le lungaggini della matematica magistrale. La soluzione è corretta, ma il compito copiato, conclusero i borghesi scienziati antichi e in quanto a quelli nuovi e sospetti, il compito l’avevano copiato nello stile degli amanuensi: senza sapere che cosa scrivessero. C’erano gli orali per fare giustizia.

es[1]Come sia andata agli altri non ho mai saputo. A me, che chiedevo l’attestato e un paio di giorni per la mia paziente ragazza, il presidente della commissione oppose un rifiuto nettissimo – esami o nulla, condizioni “non negoziabili” – e m’invitò a sedere mentre si lasciava cadere sulla sua sedia e sulla cattedra che aveva davanti, allungandosi verso di me e portandosi una mano alla fronte, come volesse dirmi : ma sei pazzo, insomma!
Era una sorta di molosso buono, con gli occhi acquosi e i capelli cortissimi, l’uomo che quel giorno diede una svolta improvvisa alla mia vita.
Lei ha fatto lo scientifico, ma il diploma non ce l’ha. E’ così? mi chiese a bruciapelo, mentre mi sistemavo.
No – replicai infastidito – ma non sono qui per gli esami… non ho studiato. Sono militare in licenza e… vorrei andar via.
Si allungò e si distese con l’aria insinuante, gli occhi acquosi si fecero dolcissimi e le parole sembrarono carezze:
Ha fatto ottimi scritti. Non può andarsene. Non può fare una sciocchezza simile. Resti e faccia vedere al professore di matematica che è lei quello che ha passato il compito ai compagni. Solo lei può essere stato.
Ce n’era quanto bastava per vincere la mia resistenza e il diploma compensò le mie infinite amarezze di proletario fra i futuri scienziati della borghesia e la fede incrollabile di mia madre.
Un anno dopo, studente all’università, mentre nelle aule espugnate si attaccava la selezione di classe, tornai in quella scuola per una ragazza filiforme che mi aveva incantato e un corso di storia autogestito, in cui feci da riferimento per la Resistenza.
Cominciarono così i giorni in cui sognammo il riscatto. Di ciò che fummo restano tracce ovunque, ma non siamo gli stessi. Ora che passo a piedi giù per via Pessina, dove ogni sera sbucavamo come dal nulla, uscendo dall’antica sala alla galleria Principe di Napoli, mi fa male vedere ch’è sparita la grande tabella con la falce e il martello e i segni degli attacchi improvvisi dei fascisti sulle pareti scalcinate.
Di là partii la sera che conobbi la lama della paura e del coltello fascista. Di là, una sera che s’era fatto tardi per fare attacchinaggio – fuori zona di notte non piaceva a nessuno – e m’ero trattenuto per la riunione della Commissione Scuola, dove portavo esperienze e ferite mai rimarginate. S’era aperta la piaga dei rapporti tra studenti e operai, e bastava sentirlo Fassataro, segaligno e curato, mentre parlava delle difficoltà di comunicazione, perché la difficoltà assumesse un’anima ed un corpo: era egli stesso la difficoltà, con la sovrabbondanza delle parole prese in prestito da letture di politica e storia – la sua vita era lì, ma serviva se stessa – che disegnavano un circuito chiuso, e la tentazione mai superata di insegnare là dove c’era solo da imparare. Scienziato borghese – quanti ne ho conosciuti nel mio campo – non sapeva ascoltare. Imbastiva ragionamenti sottili, produceva analisi corrette, e però non ascoltava. Anche quella sera, che aveva messo al centro gli operai e gli studenti, non ascoltava. Parlava a se stesso, Fassataro, debordava e, movendosi lungo molteplici raggi, percorreva archi sempre più lunghi d’una circonferenza, copriva a grado a grado, tutto intero un cerchio e lasciava sepolti sotto il fiume di parole i dati reali del problema: eravamo due mondi che non si incontravano.
Io ne provai fastidio:
Tu vuoi quadrare il cerchio, lo interruppi d’un tratto, nel fumo delle sigarette e nel silenzio improvviso.
Fui brusco, mi ricordo, e mi cavai fuori dall’animo un discorso “su erre e su pi greco” – così mi venne di dire – tirando a bruciapelo:
Fuori dalla geometria di questo nostro linguaggio da un po’ di tempo io vedo solo una sorta di processo estetico: è giusto ciò ch’è detto bene, ed è detto bene ciò che conferma un assunto. E’ un processo illogico. Più ci penso, e più mi pare che il fine delle parole sono le parole. Noi poniamo questioni di progresso sociale. Siamo filosofi e illuministi. La politica, però, non c’entra. Prendete questa storia degli operai, per esempio. Lui disegna un cerchio: è l’area nella quale ci muoviamo. Gli operai ne sono fuori, ed è logico che sia così: noi diciamo fabbrica, capitale e lotta, loro hanno i turni e la fatica, il regolamento e la repressione. Come funziona fuori dal cerchio? Non lo sappiamo: fuori dalle nostre parole, in fondo c’è soltanto il vuoto. La circonferenza che ci racchiude è una barriera insormontabile: gli operai, dentro il nostro cerchio, sentono solo uno spazio saturato. Tra noi e loro c’è un muro: bisogna consentire una circolazione, occorre aprire una breccia.
lc[1]– Però,
m’interruppe Lucia pensierosa, nemmeno tu vai molto lontano. C’è un muro, dici, quindi apriamo una breccia. E va bene. Ma come? Le parole…
La interruppi. Lungo la schiena mi correva un brivido, perché la risposta mi sembrò subito chiara e raggelante:
Aprire una breccia in senso militare, sussurrai, mentre lasciavo la riunione. Provocare uno scontro di tale violenza, che la barriera cada e ci vengano dietro.
Pochi minuti dopo ero in strada, seguito da due liceali con il secchio di colla, un pennello e i manifesti arrotolati. Li precedevo, mani in tasca, stretto nel giaccone, e non avevo voglia di parlare. Quello che c’era da dire l’avevo già detto: niente scherzi che ce la fanno pagare. Se n’erano stati zitti e m’era bastato.
Da quando ci avevano assaliti a Via Bellini, stentavo a controllare la tensione faticosa dei ricordi e il respiro si faceva corto mentre tornavano improvvisi il rumore della corsa sul selciato, le ombre sbucate dal nulla nell’umido della sera, la furia delle catene, il vapore delle bocche ansimanti e l’urlo di Lucia caduta in ginocchio, col sangue che colava a rivoli dalla testa sull’eskimo strappato, la chitarra spezzata e lo stupore sul viso addolorato. Mi pareva di sentirla la corsa sul selciato che sprofondava nella notte gli aggressori; la corsa, che ora me li riportava, emersi nuovamente dal nulla, nell’ombra umida delle notte, col vapore sulla bocca, le spranghe e le catene: c’erano addosso, mentre istintivi e lenti, a piccoli passi guardinghi cercavano alle spalle la tutela del muro.
Con la coda dell’occhio la vidi e tremai: a pochi metri da me, sulla fiamma tricolore del Movimento Sociale, la falce e martello si piegava in avanti sulle prime parole di un manifesto incollato a metà: “Una bomba in Parlamento” c’era scritto. Pensai per un attimo a Valpreda e sorrisi, mentre la paura quasi mi schiacciava.
Idioti! – esclamai. E mi chiesi sconcertato: Quanti ne hanno coperti? Poi scossi la testa, sconsolato: quanti bastavano a tirarceli addosso.
Giunsi spalle al muro e mi fermai. Eravamo in trappola: non una via di fuga. La salita della Sanità era un budello nero nella notte fredda ed il silenzio cupo e gli spintoni facevano male: i due ragazzini inesperti avevano le mani in alto, come soldati che si arrendono. Uno implorava: – non ci fate male.
Pallido come un cencio, io tremavo e mi odiavo per quel tremito irrefrenabile che non sapevo fermare. Avrei pianto di rabbia perché avevo paura, quando dal gruppo dei mazzieri si fece avanti un ragazzo bruno e quadrato, stretto nei jeans scoloriti e in un giaccone di velluto verde scuro. Lo vidi: frenò con un cenno i camerati. Era il caposquadraccia e sotto i capelli corti e la fronte sfuggente, gli occhi sottili sembravano cattivi.
Chi comanda? Domandò rabbioso, poi mi poggiò sotto il mento il coltello che stringeva in pugno: è l’età la più antica gerarchia.
Il freddo della lama mi gelò ed a stento sentii le parole minacciose scivolarmi sul viso assieme all’alito condensato in vapore:
Ora tu fai togliere uno a uno i manifesti che avete incollato sopra i nostri e poi ci fai vedere come strappate quelli che portate sottobraccio.
Alle mie spalle un’edicoletta votiva proiettava sul viso del capetto le ombre tremolanti d’un lumino di cera. Vacillai, ma il muro mi sostenne, quando, vincendo la repulsione viscerale che provo per il coltello, scostai lentamente con la mano la lama minacciosa e mi volsi ai miei compagni impauriti con una voce che non riconobbi:
Andiamo, ha ragione: pareggiamo il conto. Togliamo i manifesti che coprono i loro e strappiamo uno dei nostri ogni volta che quello di sotto si è rovinato. I manifesti che ci restano– proseguii rivolto al capobranco – li portiamo con noi.
Mi sembrava che un altro avesse parlato per me. Un altro che non aveva la mia terribile paura.
Non obiettarono. Ci scortarono, mentre in tre scollavamo e strappavamo, poi, come se avessimo preso un accordo, giunti a piazza Cavour ci separammo. Non una parola. Né noi, né loro.
Quando sparirono nella notte, mi poggiai al muro e vomitai.

pigr[1]

Pablo Picasso, “Natura morta“, 192; “Composizione con teschio“, 1908; “Clarinetto e violino“, 1913; “Coppia” (ceramica), 1963.
Mosaico di Ercolano: La morte di Archimede

Uscito su “Fuoriregistro” il 5 gennaio 2004

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