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Archive for gennaio 2009

Scrivo mentre il TG1 riferisce delle cannonate israeliane su una scuola palestinese. La guerra. Il bambino che non sapeva nulla di suo nonno non l’ha vista, ma le prime immagini che ricordo della mia città sono immagini di guerra: la case sventrate, con le occhiaie spaventose dov’erano state le finestre, e il cielo che scendeva fino a terra dietro le tragiche “quinte” di palazzi ridotti a facciate senza intonaco, senza scale, senza pavimenti e senza soffitto. C’era ancora, su un muro non lontano da casa, il rosario di buchi sgranati dal mitra d’un cecchino fascista che tentava di ammazzare mio padre in cerca d’acqua nella città in rivolta contro i nazisti. Allora non potevo saperlo, ma quei buchi e quelle rovine erano la storia, le affascinanti nicchie di vita passata in cui avrei trascorso gli anni migliori della mia vita futura. Ovunque, li ricordo come fosse oggi, grandi manifesti colorati con immagini di mine antiuomo, un bambino con le grucce, un teschio – o la morte con la grande falce – e l’ammonizione secca: “non toccarli!“. Toccavamo invece, convinti di giocare, inconsapevoli e indifesi, come i bambini di fronte ad ogni guerra, e nella città senza automobili la sirena lacerante riusciva talvolta a conservare in vita poveri storpi. Così accade oggi in terre disperate, ma noi, afgani d’un tempo che ormai non ci appartiene, cresciuti senza memoria, abbiamo dimenticato: smarrite la memoria e l’innocenza, fatti uomini e inferociti dai tempi e dagli anni, abbiamo consentito e consentiamo – più di tutti colpevoli perché più di tutti sappiamo – che altri disgraziati bambini, torcendosi su altre ambulanze, tentino di sopravvivere alla loro allegria d’un tratto spenta, al trauma sanguinolento dell’esplosione atroce e repentina e trascinino via dagli ospedali di Emergency i loro corpi storpiati, le loro anime piagate, la loro indicibile disperazione. Noi, proprio noi che siamo sfuggiti Dio sa come a un identico destino.
Senza il sospetto di tanta barbarie, ma sconcertato da segnali allarmanti che non ero in grado di decifrare, vissi gli anni irripetibili del paese che ricostruiva se stesso e riciclava il ciarpame fascista nella repubblica democratica con una tristezza incombente, che spesso velava la naturale spensieratezza dell’infanzia. In realtà, per quanto mi sforzi di ricordare, i primi quindici anni della mia vita si riducono ad una sola lunghissima giornata. Lunga e senza finestre sull’esterno: dentro mille luci, fuori un buio raggelante ed un mormorio inquietante, gestito da regole incomprensibili, senza diritti riconosciuti, senza alcuna risposta alle domande poste. Se provo a dare un volto alle due dimensioni, quella interna con le luci ha l’intenso colore azzurro degli occhi di mia madre ed il suo volto regolare, espressivo e severo incorniciato nei folti capelli biondi ed ondulati; ma le luci si fanno talvolta abbaglianti e feriscono gli occhi; l’esterno, buio, inquietante, oppressivo e senza risposte si lega a più immagini: mio padre soprattutto, ma anche i vicoli malavitosi e laidi della borsa nera diventata regola di vita e d’una società omertosa, fisicamente sporca, psicologicamente serva, astiosa ed arrogante, senza fede politica, senza amore spirituale, tutta fisicità, carnalità, umanità stravolta. La dimensione della città viceregale, spagnolesca e sottoproletaria. Incolpevole, e però non innocente, ferita a morte, ma troppo vile per tentare di morire con una qualche dignità.
Da quest’immagine sfocata e monocorde si staccano – e riposano a vari livelli di consapevolezza – fatti, momenti e sensazioni che formano storie nelle storie, vicende particolari che restano indeterminate e da sole non hanno senso.
In una luce piena d’ombre, artificiale, ambigua, psichedelica, in una strada senza voci e suoni, sono con mia madre – avrò poco più che tre anni ma ricordo benissimo – e c’è chi si rivolge alla giovane attrice apprezzata e promettente applaudita tante volte nei teatri della città e domanda notizie e fa complimenti. Nega mia madre, arrossendo e attirandomi a sé: è imbarazzata, taglia corto. Negli occhi un velo improvviso di tristezza. Pensa forse alle luci della ribalta spente per sempre, al pubblico che applaude, alla compagnia del grande Eduardo che l’ha chiamata ottenendone un incredibile rifiuto. Nessuno la chiamerà più, nessuno farà più applausi per lei. Il manicomio, cui la condurrò io stesso un giorno è lontano. Ancora non sappiamo – né io né lei che ci guardiamo stupiti – ciò che sarà. Io però m’intristisco e non so che pensare.
Il telegiornale è finito da un pezzo. Guardo l’orologio: è quasi l’una. Mettere ordine nelle mie storie a quest’ora diventa estremamente faticoso e i ricordi si fanno opprimenti. Anche oggi ho lasciato al loro destino i miei anarchici e gli impegni di studioso. Ma non mi dispiace. Domani, anzi oggi, c’è lo sciopero generale. Tutto da un po’ accade fuori tempo. Avessimo levato le nostre bandiere per mandare a casa D’Alema, avremmo meno pesi sulla coscienza e più speranze di vittoria. Ma non serve recriminare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 0ttobre 2002

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“Aragno”, ecco il titolo del primo capitolo. Aragno per indicare due cose: uno storico “caffè letterario” della Roma di fine Ottocento e mio nonno, socialista in un paese che s’avvia al fascismo dopo il bagno di sangue della prima guerra mondiale. In quel caffè letterario, dove si ritrovano artisti famosi letterati e uomini in cerca di fama, nelle sue sale, dove vivono assieme passato e passatismo, futuro e futurismo, dove il vecchio e il nuovo s’incontrano e si scontrano nelle discussioni senza fine che oppongono classicisti ed espressionisti, e mettono a confronto le proposte di “Valori Plastici” a quelle de “La Ronda”. In quelle sale, fissate sulla tela da Amerigo Bartoli, capita il duce del fascismo, quando inizia l’avventura che lo condurrà a Piazzale Loreto. Di là, dall’Aragno di Marinetti e Baldini, Cardarelli e Cecchi, Bragaglia e Ungaretti, mio nonno, amico del direttore dell’Avanti! che ormai ha e le mani sporche del sangue dei suoi compagni socialisti, di là mio nonno scrive e firma parole di fuoco: vigliacco e traditore. Scrive e firma così la sua condanna e in qualche modo mette nel conto da pagare anche il mio futuro. Dall’angolo tra via del Corso e via delle Convertite, in un giorno d’autunno del 1924 – un autunno romano che ha colori militari e la dolcezza struggente che assumono le città quando la loro storia si incupisce – trentadue anni prima che io venga al mondo, firmata come io firmo, parte la lettera che indirizza in maniera irreversibile il mio futuro, prima che esso diventi – come ormai è da tempo – il mio passato.
Negli anni che seguono – li sento, se possibile, più oscuri e dolorosi di quel tristissimo 1924 – la storia dei fuorusciti s’intreccia col mio futuro in un passato che conoscerò dai libri. Nei racconti della famiglia è però una storia assai diversa: il portone di casa sorvegliato da squadristi e polizia, la paura, la miseria e poi mio nonno, preso mentre tenta la fuga a Marsiglia, arrestato, ricondotto a casa senza denti dopo un interrogatorio; raggiungerà l’America in un anno che non so per morirvi di due morti. Una è quella che raccontano i fascisti a mia nonna che domanda notizie: asfissia per una sfuggita di gas, ma nessuno ci ha mai detto dove è stato sepolto. L’altra morte, me l’hanno raccontata più volte mio padre e mia nonna, è appresa da racconti di testimoni: ucciso dai fascisti. Non una traccia: una bomba americana ha sepolto lettere, carte di processi e ogni ricordo.
Appresi tutto questo quando avevo sei anni, in una mattina piovosa, all’angolo d’un vicolo di Forcella, dove, tornato da scuola – il mio primo giorno di scuola – vendevo sigarette di contrabbando. La maestra, facendo l’appello mi aveva chiesto se ero parente dei proprietari del caffè Aragno, ed io avevo girato la domanda ai miei genitori. Di mio nonno non sapevo nulla, tranne ch’era morto prima che io nascessi. Capii allora – anzi sentii vagamente senza capire bene – che quell’uomo misterioso aveva molto a che vedere con quello che facevo e che avrei fatto.
Ma qui siamo ad un altro capitolo, c’è la repubblica.

Uscito si “Fuoriregistro” il 19 ottobre 2002

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Premessa

Premessa

Da giovane speravo di rimanere com’ero fino alla fine dei miei giorni. Oggi che la giovinezza è lontana temo di essere troppo uguale a com’ero a vent’anni. E’ come se mi fossi sdoppiato: se mi guardo allo specchio non mi riconosco, e tuttavia più il tempo passa e più mi avvedo che tra le pieghe dei pensieri e dei sentimenti tenacemente si nasconde il ragazzo che sono stato e non c’è più.
Non ho una storia personale e tutto quello che potrei raccontare è un non senso: inizi senza fine. Non si raccontano a parole decenni di parole, un’esistenza che si riduce a una linea di tendenza, un’ipotesi mai verificata, la linea di mezzo tra quello che poteva essere e non è stato. Non si racconta, credo, se non nel quadro d’una storia di respiro più ampio in cui anche la mia anonima vicenda personale assume un rilievo, non perché abbia un qualche valore soggettivo, ma perché si inserisce nel dramma di una generazione che esce sconfitta dal palcoscenico della storia, dopo aver fatto stupendi sogni collettivi.
Che potrei raccontare? Che sono com’ero, che non sono salito sul carro del vincitore e non ho seguito la strada “normale” dell’evoluzione? Che non sono diventato un saggio conservatore e che, anzi, non sono né saggio e né conservatore? E’ vero, la rivolta m’è rimasta dentro. Ma i miei compagni di strada che hanno seguito la parabola “classica” hanno messo i piedi per terra e stanno contribuendo a cambiare davvero la nostra società.
In peggio – mi esplode subito dentro – in peggio come fanno servi e cialtroni.
Ma chi dice che sia io ad avere ragione? Potrei avere torto, potri essere io quello ch’è fuori posto, quello che si trova al posto sbagliato. Potrei, proprio perché resto ancora dov’eravamo insieme tanti anni fa. Il bello è che di questa cosa mi vanto con me stesso: sono com’ero, mi dico. Ma è cosa di cui vantarsi?

La mia storia.

Potrei immaginare di dividerla in capitoli, ma dovrei partire da lontano e cercare le mie radici nelle vicende del nostro paese, che s’intrecciarono singolarmente col mio destino di uomo che ancora non c’era.
Aragno“, ecco il titolo del primo capitolo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19-10-2002

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Di notte

Il presente,
futuro venuto dal nulla,
alito inesistente
che in un lampo si perde,
ti sorprende di notte
nel silenzio dei sogni.
Indecifrato.

E però scrive, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2003, p. 17.

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* Sono trascorsi molti anni, ma mi pare attuale e, archiviandolo in questo spazio che in fondo è un pezzo della mia memoria, tornerei a scriverlo così come lo ripropongo, mentre Bush esce di scena e consegna alla storia gli anni oscuri e, per certi versi barbari, della sua presidenza.

Napoli, 7 ottobre 2001

Mi rivolgo a voi, perché sento il bisogno di affidare alla vostra passione civile le mie riflessioni sulla miseria quotidiana del dibattito politico, sull’individualismo dilagante che colma il suo vuoto morale coi feticci del mercato e sulla tracotanza di un potere economico deciso ad autoregolamentarsi; un potere che celebra i suoi fasti nel rituale dei sorrisi stereotipati consegnati alle telecamere negli incontri dei cosiddetti “grandi”, mentre la protesta giovanile incendia le piazze dell’Occidente, l’intifatada insanguina il Medio Oriente e la civiltà islamica è sconvolta dalla furia integralista. Un’orgia di violenza e ipocrisia, in cui la politica annega senza sussulti e senza dignità. Di fronte ad una crisi epocale, stretti nella morsa di problemi irrisolti. rifiutiamo di “leggere” con spirito autocritico le manifestazioni estreme di una violenza che l’Occidente ha costruito, giorno dopo giorno, ignorando le contraddizioni del mondo, i segnali di malessere, le domande e le insoddisfazioni dei giovani. L’Occidente, che ha edificato le sue fortune sulla violenza e sullo sfruttamento delle risorse economiche ed umane del cosiddetto “terzo mondo”, ed oggi entra in guerra contro la disperazione – un intervento mirato, per usare un tragicomico eufemismo particolarmente fortunato in queste ore difficili – fingendo di credere che un’azione bellica possa dire parole risolutive in tema di terrorismo. E’ la “guerra infinita” di Bush, la nostra guerra, collaterale e solidale, che ci vede sgomitare per un posto in proscenio. Perché la guerra? Perché – urla la canea “interventista” -c’è stato un grave attentato, anzi, un atto di guerra, che richiede una risposta militare. Per mettere a tacere chi osserva che un attentato, per quanto feroce, è un crimine da codice penale, c’è addirittura chi evoca il fantasma di Pearl Harbor. Per manipolare le coscienze, di storia scrivono sempre più spesso opinionisti, politologi e pennivendoli. Gaetano Arfé ha affermato di recente che toccherebbe alla “corporazione degli storici” denunciare le strumentali forzature che, stravolgono la ricostruzione della storia a fini di penosa propaganda, ma gli storici reagiscono debolmente o tacciono. Un silenzio inquietante, perché torna utile a chi, forzando il senso di fatti e parole, svuota di significato i valori della democrazia. Indicativo, in questo senso, l’uso della parola guerra, pronunciata da Bush e compagni sull’onda emotiva dei tragici eventi dell’undici settembre, poi ribadita sino a coinvolgere la NATO e infine tradotta in azione. Messa al bando in uno sforzo di censura che ha partorito la formula demenziale dell’intervento “umanitario”, per dieci anni la guerra è stata fatta e negata, sostenendo l’azione militare con una propaganda da regime, che ha giustificato l’uso delle armi con violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani interni agli Stati attaccati: il Kuwait invaso dall’Iraq, gli albanesi del Kosovo vittime della ferocia serba e così via. La guerra si è fatta, ma il “circuito massmediatico” ha negato l’evidenza per dimostrare che guerra non era, per disinformare le masse e conquistarne il consenso. Ormai è evidente: per sfruttare appieno la caduta del muro di Berlino, si è messa in scena la farsa della funzione “morale” del capitalismo che garantiva al mondo, liberato dalla “tirannide del comunismo” e unificato dal “mercato”, l’era della serenità e del benessere. E se in giro c’erano ancora dei tipacci, il loro tempo era scaduto – prometteva l’Occidente – e non avrebbero recato più danni alla “comunità internazionale”. Di qui le scorrerie anglo-americane nei cieli di Baghdad, le “operazioni di polizia preventiva” contro il Sudan, i nuovi o rinnovati “embargo” contro Cuba, l’Iraq e la Jugoslavia, le regole oscure e le leggi retroattive del tribunale internazionale dell’Aja. Un tribunale illegittimo, come affermano ormai uomini del valore di Raniero Lavalle. In dieci anni è nato il mondo “virtuale” della globalizzazione, unificato solo da slogan e grafica computerizzata, in cui le contraddizioni sono risolte, non esistono né conflitto né proprietà sociale, la resistenza dei popoli è anomalia, malattia sociale, terrorismo e la guerra si fa solo a popoli e Stati “criminali”. Alla farsa segue così la tragedia.
In questo quadro si collocano le immagini sconvolgenti delle torri attaccate, diffuse dalla televisione in “tempo reale”, e le conseguenze dell’attentato. Da settimane l’animo ferito si ribella e l’intelligenza offesa s’interroga. Domande angosciose, dopo lo choc. Una anzitutto, che non so evitare, nonostante il rispetto per le vittime, o che forse mi pongo proprio per la pena che sento: si può aggredire un popolo, scaricandogli addosso la responsabilità di una follia che non può essere sua? Un attentato impegna polizia, magistrati e servizi segreti nella ricerca di prove e colpevoli, impone di indagare in ogni direzione, anche in casa propria, per far luce su possibili connivenze, senza negare i diritti della difesa, di domandare estradizioni in base ai trattati internazionali, di fare processi giusti, come detta la legge. Qualora esista il dubbio che un’autorità politica costituita, che abbia confini, territori, eserciti regolari e riconoscibili, abbia prestato o presti aiuto a presunti colpevoli, allora, a sostegno dell’accusa gravissima, servono prove da presentare ad organismi internazionali neutrali e indipendenti, per rimettersi al loro inappellabile giudizio sul riconoscimento della colpa, sulle eventuali sanzioni, sui modi in cui applicarle e sulla scelta degli esecutori. Solo un’assemblea di barbari, che si affidi al giudizio di Dio, all’ordalia, ricorre alla guerra come strumento di giustizia: la legge fondante della guerra è la violenza e la giustizia compatibile con la violenza è quella sommaria. Non è pacifismo, ma senso della storia. Un conflitto che impegni un popolo contro un esercito aggressore è il tragico prezzo che l’uomo paga al suo amore per la libertà. Il resto è retorica, egoismo travestito da ideale, serve a mercanti d’armi, speculatori e sciacalli. Finché non sarà dimostrato che un attentato è un atto di guerra e che un popolo inerme risponde dei misfatti dei tiranni che lo governano, bene, quali che siano le segrete e “impressionanti” prove raccolte dagli USA, il diritto sarà dalla parte del popolo afgano, vittima di una dittatura costruita dalle potenze che oggi lo aggrediscono. Comunque si guardi, la guerra, questa guerra, è illegale e chi la conduce non colpisce i terroristi, ma li aiuta a crescere.
In quanto agli italiani, che un Parlamento “interventista” non ascolta, questa guerra non ha motivi riconosciuti dalla Costituzione, ed essi non la vogliono. Non la vogliono i milioni di disoccupati, costretti a guerre quotidiane con la disperazione, le madri, che temono per i figli, i vecchi che la guerra l’hanno fatta o la ricordano, i giovani che contestano la globalizzazione, chiedono nuovi diritti, legalità e giustizia e coltivano un sogno: “un altro mondo è possibile”. Un mondo che non vuole terroristi e guerre. Ma chi ascolta i giovani? Chi valuta i danni arrecati dalla nostra scarsa onestà intellettuale alla loro crescita civile? Che diremo loro dopo le menzogne dell’azione di “polizia internazionale” e degli “interventi umanitari”, smentite dalle immagini quotidiane dei bombardamenti su popolazioni inermi e dai risultati ottenuti? Prevarrà, come temo, la favola ignobile della “guerra giusta” e dell’intervento “mirato”, o troveremo il coraggio di sostenere le ragioni della storia, per affermare che la guerra non serve e nasconde fini inconfessabili, che noi, anzitutto noi, siamo i padri della violenza che ci esplode contro, per denunciare chi getta in braccio ai terroristi masse disperate perché non ne ascolta le ragioni? Restituiremo dignità politica alle nostre parole per affermare che nessun gesto estremo giustifica la condanna di un popolo ch’è tutto intero un mondo? Versailles, addebitando alla Germania lo scoppio della “grande guerra”, innescò la bomba che, vent’anni dopo, uccise milioni di sventurati e firmò l’atto di nascita del nazismo che si macchiò di crimini disumani, tutti ampiamente provati. Norimberga, tuttavia, tribunale di vincitori ammaestrati dalla storia, non osò condannare il popolo tedesco e la grande cultura germanica per i crimini nazisti ed evitò di farne un popolo di disperati, pericolosi per l’umanità. Difendiamola, quindi, la civiltà dalla barbarie, ma con le armi della democrazia, non con quelle dei barbari. Trovo così dolorosa la violenza esercitata dallo Stato in nome della legalità, che l’idea di affidare agli USA o alla NATO l’esercizio della giustizia tra i popoli, ricorrendo alle armi, mi fa pensare al suicidio delle leggi su cui fonda la convivenza civile: l’eutanasia della civiltà, per far guerra ai barbari. Non è un paradosso, ma un rischio concreto, se la politica non torna a ragionare in termini di diritto, restituendo i terroristi ai loro giudici naturali e facendo giustizia di una stridente contraddizione: la guerra riconosce al nemico una qualche legittimità politica, una dignità che spetta al soldato, il quale – aggiungo – ha una bandiera e una causa da difendere. Se – come si vuole – i terroristi non hanno bandiere e sono solo criminali, allora la guerra è illegittima. Anche se il delitto ferisce l’intera comunità dei popoli, ci vogliono codici, leggi e tribunali. Lo chiede la maestà del diritto, e quindi la civiltà, lo impone, a noi italiani, la Costituzione, che non consente di rispondere ad un crimine con un crimine. Questa guerra è illegale e il Parlamento, che invita a por mano alle armi, rischia di produrre ferite profonde nel tessuto democratico del Paese. Certo, gli americani ci stimano poco e chiederanno uomini solo in caso d’estremo bisogno. Se le cose però dovessero complicarsi, partiremmo per una guerra ingiusta e dichiaratamente sporca. Occorre evitarlo. E’ vero che siamo ad una svolta. A determinarla, però non è l’attentato alle torri. La miopia politica, il conformismo soffocante della vita sociale e la tracotanza d’un potere economico che non accetta regole, stanno dividendo il mondo. Il movimento contro la globalizzazione e la durissima risposta repressiva sono un monito serio. Cresce il dissenso, molti disertano il campo senza onore di chi, seminando disperazione, alimenta il terrorismo e se ne serve finché torna utile ad inconfessabili progetti, se poi non sta al gioco, gli dichiara guerra.
Potrei sbagliare, ma i presupposti per una rivolta morale ci sono già tutti. Il clima è sempre più pesante e quanto è accaduto dopo l’attentato è emblematico. La Palestina brucia e Bush, a caccia di alleati per rompere il fronte arabo, offre ad Arafat ciò che ha sempre negato, ignorando l’integralismo che terrorizza Israele. Gli ebrei, che non hanno più mano libera, accusano: l’obiettivo della guerra non è il terrorismo. C’è di che meditare, invece si corre tra i punti estremi di un segmento: gli USA rinviano all’Afghanistan, Kabul a New York, e tutti alla guerra. Un andirivieni dettato dal tema scelto dal “pensiero unico”: il terrorismo. Uscire dal coro spudorato di commenti e versioni ufficiali è “uscire fuori tema”. A leggere i fatti è il potere, ed è un assioma; la prova è provata, il diritto è ignorato e in quanto alla difesa, consentita anche al reo confesso, non c’è chi ne parli. Per chi dissente, è pronta l’accusa: cattivo maestro, fiancheggiatore o complice. Questione di età. Un dogma non si discute e di dogma si tratta: un Dio adirato ha scolpito la verità a lettere di fuoco nel nuovo decalogo e occorre crederci: il dubbio è eresia e, conduce al rogo. Parlando per bocca di Bush, che comunica il verbo agli europei adoranti, è stato chiaro come solo un Dio sa essere: tu – ha detto al presidente eletto tra sospetti di brogli e indifferenza di popolo da una pattuglia di sponsor – tu sei il braccio armato del bene che combatte il male. E il male, ha aggiunto, non sono le gravissime ingiustizie sociali, lo sfruttamento del lavoro ricondotto alla schiavitù, il traffico di droga ed armi, le insostenibili discriminazioni, la miseria disperata, la fame che uccide milioni di bambini all’anno sottraendoli pietosa alla caccia dei mercanti d’organi, all’insidia delle mine che li lasciano ciechi e senza mani, e le altre infamie che tormentano i diseredati del pianeta. Il male è il terrorismo, che ci impedisce di aprire l’età nuova e merita la guerra che condurrà la terra al regno del bene. Ecco la buona novella, la volontà del Dio dell’Occidente, che di terrore s’intende come il suo profeta. Ed ecco, la guerra è venuta e farà i suoi morti. E’ venuta, perché “Dio lo vuole” e non c’è che fare: l’Europa non ha né un Lutero da opporre né nuove tesi da esporre a Wittenberg. Nessuno protesta e molti, folgorati sulla via di Damasco, ingrossano i ranghi dell’armata: la Russia per prima, decisa a liquidare la resistenza cecena, che – serve dirlo? – è diventata una pericolosa centrale del terrore. Protette dall’ombrello NATO, in Spagna ed Irlanda IRA ed ETA hanno licenza di uccidere e nessuna sconvolta coscienza pensa di bombardare l’Ulster o i Pirenei. Eccola la guerra, in Oriente ovviamente, che già fai suoi morti. La guerra modernissima che i giornalisti non possono documentare e di cui non si sa niente, se non che gli occidentali eliminano i “terroristi” e i loro complici. Cadono, uccisi dalla fame e dalle armi, donne, malati, vecchi e bambini inermi ma Veltroni, non pianta alberelli inteneriti nelle vie della città eterna e non ci sono pennivendoli a ricordarli commossi. Cosa ricordare del resto, come imbastire la telenovela? Le vittime non sono sposini in viaggio di nozze, non hanno cellulari con cui invocare aiuto dalle macerie che li coprono, non sono lavoratori e cittadini esemplari o addirittura eroi, che, si sa, nascono solo in Occidente. L’Oriente produce al più dittatori spietati, kamikaze folli, straccioni e disperati. Tutti potenziali terroristi, gente per cui non si coprono muri con foto e fiori e non si sprecano minuti di silenzio nelle scuole, negli uffici e negli stadi.
Per quanto mi riguarda, sono inquieto. Ho assistito in diretta televisiva ad un tragico massacro. Sembrava un videogame ed era una strage. Ho visto materializzarsi l’impossibile. Può accadere – mi hanno spiegato – ma non ne sono convinto. Potrò sbagliare, credo però che l’eccezionalità dell’evento meriti un rigido rispetto delle regole. Le chiacchiere dei giornalisti, ispirate – o dettate? – da fonti occidentali, la ridda di ipotesi, notizie incontrollabili insinuate nel linguaggio ambiguo dei periodi ipotetici, tutto “potrebbe” e “sarebbe”, lasciano il tempo che trovano. Occorre sgombrare il campo da dubbi legittimi sulle possibilità concrete che un’organizzazione terroristica abbia di realizzare un attentato della micidiale efficacia di quello attuato negli USA, senza appoggi, connivenze o interessati silenzi di servizi segreti di livello occidentale. Un esame onesto dei fatti, così come sono noti, conduce ad una solo indiscutibile conclusione, la stessa che alcuni conduttori televisivi – cedendo a scrupoli residuali di una coscienza professionale che sembra morire – non hanno voluto cancellare dalle risposte ironiche e amare della gente di Harlem: “gli unici che ricavano vantaggi da questa tragedia – dicevano gli americani che non votano – sono gli Stati Uniti, che ora hanno il mondo in pugno”. Riflessioni di un’altra America, che non conta e perciò è ignorata; un’America più viva e più vera di quella tutta fede, patria e bandiere delle star, degli uomini d’affari e del cittadino “televisivo”. L’America che non s’interessa di politica perché nessuno la rappresenta – né i democratici, né i repubblicani – ed ha diritti concreti quando ci vuole la fanteria che rischi la pelle. L’America ignorata e irridente che ti conquista in un amen ed alla quale mi sento vicino, perché non rinuncia a pensare e resiste come me al lavaggio del cervello operato dai media. Il Signore della civiltà NATO mi destinerà a castighi impensati, ma devo dirlo: è dal 1861 – dalla lontana Guerra di Secessione – che la cultura militare statunitense non solo teorizza l’opportunità di prendere di mira la popolazione civile del paese nemico, ma traduce in sistematica pratica bellica questa impostazione teorica. La logica del Pentagono è ancora quella spietata del generale Sheridan – “non bisogna lasciare al popolo altro che gli occhi per piangere le sue sofferenze”. Posso dirlo o bestemmio? I morti di New York non mi hanno fatto più pena di quelli sepolti sotto i cumuli di macerie prodotti dai nostri bombardamenti in Serbia ed in Iraq, dove l’Occidente ha sperimentato le sue armi proibite e la tragedia delle torri bruciate è stata a lungo vita quotidiana. No, non credo che in ciò che accade la sola lesa sia l’Occidente, quello schiavista dell’Asiento, delle guerre di religione, di Torquemada e dell’Inquisizione, di Hitler, del razzismo, dei disastri del colonialismo e delle carneficine dell’imperialismo, l’Occidente che oggi convive senza problemi di coscienza con gli oltre quaranta milioni di bambini che muoiono ogni anno di mille morti atroci. In quanto alla guida del mondo civile, smettiamola di assegnarla a Bush, come non sapessimo che per volontà sua e di una parte del suo popolo – la minoranza nella minoranza che vota? – ogni giorno bambini iracheni muoiono per mancanza di medicinali. E’ un primato che non riconosco perché so che negli USA il boia lavora nonostante l’insegnamento del nostro Beccaria – ma Bush conosce Beccaria? – perché, per volontà del suo popolo, Hiroshima e Nagasaki, inermi città giapponesi dove c’erano solo donne, bambini e vecchi, conobbero gli effetti delle bombe atomiche, le uniche che mai esercito abbia usato contro un nemico. Mi spiace, ma non so ignorare che per volontà di chi rappresenta la “civiltà”, le bombe di Pinochet piovvero sulla residenza di Salvador Allende, così come sui villaggi vietnamiti si abbatterono le terribili bombe incendiarie che uccisero atrocemente un’infinità di innocenti. No, non credo di dover dimenticare, perché so che esistono un’Europa ed un’America ricche d’umanità e d’innocenza, che non stanno con Bush, o con Prodi. No, non ho bisogno dell’alberello d’un sindaco smemorato per ricordare ciò che c’è da ricordare.
Portino, perciò, Bush e compagni, improbabili paladini del bene, la vendetta del Dio della NATO agli “studenti” afgani, un tempo loro buoni amici. Io non sarò sotto le loro bandiere e spero che, in un guizzo d’orgoglio, altri eretici affrontino il rischio del fuoco e dicano ciò che pensano: noi non vi seguiremo.
E’ un po’ che leggo con interesse gli studi sul crollo dell’Impero Romano. Partono tutti da una constatazione: sembrava impossibile e divenne inevitabile. Dio era con i barbari.

Pubblicato su “Fuoriregistro” l’11 ottobre del 2001.

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Non c’è da farsi illusioni. Il 77° Cavalleggeri non interverrà. Non ci sono winchester e giacche blu, non si ascoltano squilli di trombe finali e il bene non prenderà il posto del male che trionfa, tirandosi fuori da nuvole di polvere. Piombo fuso, firmato da Tzipi Livni, non è un film e non riserva colpi di scena: è un oltraggio al pudore, un’oscenità inaccettabile, un programma di annientamento dei diritti umani realizzato dal governo d’un popolo che per i diritti umani, primo e più di tutti, dovrebbe lottare.
Piombo fuso è uno schiaffo della barbarie all’agonia della civiltà; è fosforo per tritacarne, esperimento su cavie umane, fabbrica di amputati e ciechi, fucina d’odio per un futuro da storpi, da terroristi e da terrorizzati.
Piombo fuso è la condanna capitale dei sentimenti d’umanità, la verità messa al rogo, un’allucinazione per cui l’agnello diventa lupo, la guerra un effetto collaterale e il racconto biblico si capovolge: non tavole della legge diede Iddio a Mosè, ma la tracotanza di senza dio che non riconoscono legge.
E, tuttavia, per quel tanto di buono che anche un male infinito alla fine produce, occorre crederci: quando rinate alla luce, generazioni di storici ricostruiranno le tappe del nostro ritorno alla barbarie, i gazzettieri del potere non troveranno credito. Nessuno racconterà che i “terroristi” di Hamas si fecero scudo dei civili, sicché gli eroici combattenti della stella di Davide non ebbero altra scelta che sparare ai civili, alle scuole e agli ospedali. Racconteranno ciò che oggi si tace: che mentre Chavez espelleva l’ambasciatore di Israele per la premeditata ferocia di Gaza, l’Europa sonnolenta non vedeva e non voleva vedere, come non vide e non sentì ai tempo del tragico imbianchino bavarese a Norimberga.
Ha ragione Gad Lerner, che tavolta riesce a non fermarsi alla metà del guado: “il disonore può trascendere nella rovina“. Piombo fuso è una vergogna tale che numerosi intellettuali e pacifisti ebrei si schierano contro Israele e ci sono militari che scelgono la galera pur di non macchiarsi le mani di sangue innocente. Piombo fuso, diranno gli storici domani, è semplicemente quello che tutti fingiamo d’ignorare: la fine del nostro mondo. Un mondo di senza storia.

L’articolo è uscito su “Fuoriregistro” il 14 gennaio 2009

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Non ho dubbi. La sensazione che provo da tempo di una pericolosa afonia dei filosofi, di una sorta di desertificazione del pensiero speculativo, è figlia naturale della mia ignoranza. Sono portato a credere, anzi, che donne e uomini di Stato come Gelmini, Bossi, Carfagna, Brambilla e La Russa, che ci parlano spesso di un loro disegno riformista, siano padroni dei delicati strumenti di lettura della storia e abbiano maturato, nel corso di una vita che giunge a gravarli di pesanti responsabilità di governo, un’adeguata filosofia della storia. Si può governare male anche solo per ignoranza, ma – come non crederlo? – Gelmini e compagni saprebbero rispondere senza esitare agli studenti che domandano spesso: A che serve un governo? E qual è l’obiettivo di istituzioni sociali liberamente costituite in un Paese di moderna democrazia borghese?
La risposta sarebbe tutto sommato facile: un sistema politico repubblicano, parlamentare e democratico, nato da una lotta lunga e sanguinosa contro due regimi totalitari, ha come unico obiettivo il benessere della popolazione. Sarebbe facile, ma non potrebbe essere la risposta di Bossi, Gelmini e soci, che hanno fatto finora quanto potevano per tutelare gli imprenditori a danno dei lavoratori, per dividere ciò che faticosamente la storia aveva unito, per colpire la scuola e la giustizia, far pagare ai poveri lo scialo dei ricchi, in una parola, favorire individui e classi sociali a danno di altri individui e di altre classi sociali. Essi avranno, di certo, una risposta diversa e, d’altro canto, stare da una parte contro un’altra, non vuol dire, in assoluto, governare male: benestanti, imprenditori e delinquenti ritengono che nella storia della Repubblica non si sia mai visto governo migliore.
Anche il papa, del resto, che critica ad ogni piè sospinto la piaga del relativismo – ecco una filosofia della storia – difende il Governo e giunge a sconfessare la sua stampa “progressista” quando s’azzarda ad attaccare Gelmini, La Russa e compagnia cantante. E non gli importa nulla se passa così da una filosofia della storia ad una storia senza filosofia.

Marc Bloch, grande storico francese, giustiziato dai nazisti, alleati dei camerati di La Russa, oggi alleato di Gelmini, Carfagna e Bossi, affermò che la storia è scienza dell’uomo organizzato in società e collocato nel tempo; egli sostenne che essa si ricostruisce, muovendosi in una duplice direzione: guardando al passato per far luce sul presente e partendo dal presente per meglio capire il passato, ora che sappiamo cos’è accaduto dopo.
A che serve un governo? Gelmini, Bossi, Carfagna, La Russa e colleghi avranno certamente una risposta. Noi, però, che conosciamo le conseguenze prodotte dalle scelte passate sul presente – e temiamo, perciò, per il futuro – noi vorremmo che ci spiegassero in virtù di quale filosofia della storia ripropongono al Paese la formula scellerata per la quale ieri il Mezzogiorno, abbandonato a se stesso dallo Stato in attesa di essere trainato dallo sviluppo del Nord, vide nascere quella “Questione Meridionale” che non si risolve certo col rinnovato egoismo del federalismo fiscale. Dovrebbero spiegarci con chiarezza quale filosofia della storia ci sia dietro il censimento dei Rom, che ricorda così da vicino la miseria morale delle leggi razziali; noi, che conosciamo le conseguenze prodotte sul presente dalle scelte passate – e temiamo, perciò, per il futuro – noi vorremmo che ci spiegassero in nome di quale profonda e nuova concezione della vita e della storia ritengono di poter ricondurre la scuola ai tempi di Gentile e di evitare, nel contempo, i guasti prodotti dal pensiero fascista.
Bloch, che amava la storia sociale e non riduceva la ricostruzione storiografica alle vicende del potere, non era, tuttavia, così sprovveduto da non capire che la storia della società è anche storia dei mutamenti del potere. Gli interessi di quello economico – noi lo sappiamo bene – possono soffocare la politica e gli effetti del potere di persuasione dei mass media sono devastanti E’ per questo che chiediamo a Gelmini, Bossi, Carfagna e La Russa quale filosofia della storia c’è dietro la continua manipolazione della realtà, quale dottrina dello sviluppo renda morale una politica che sottopone l’etica alle leggi del mercato e alla logica del profitto. Per farla breve, noi vorremmo che Gelmini e compagni rispondessero a una domanda: A che serve un governo?

Uscito su Fuoriregistro il 20 settembre 2008
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Fino a novembre del 1960 antifascismo e Resistenza non entrarono a scuola. Per “defascistizzare” l’insegnamento della storia, all’indomani del 25 luglio del 1943, Badoglio fermò il mondo al 1919, ma i fascisti rimasero in cattedra e gli “scienziati” che avevano firmato il “Manifesto della razza” andarono in pensione all’alba del Sessantotto.
Ci educammo all’idealismo crociano, usammo testi voluti da Gentile e Bottai e, mentre i preti scomunicavano i comunisti, facemmo catechismo. Su Gramsci e sulla dignità politica della storia delle classi subalterne, silenzio di tomba. Se trovammo in famiglia qualcuno che raccontasse, ci evitammo i palpiti neofascisti per “l’Istria italiana” e andò bene a chi, nel ’59, ascoltò le lezioni tenute da storici militanti: scoprì che Giorgio Almirante, maestro di Gianfranco Fini, che alla televisione sputava veleno sulla Resistenza, era stato a Salò con Mussolini e aveva messo a morte partigiani catturati.
Oggi, con singolare improntitudine, gli storici “moderati” accusano la sinistra di aver fatto un “uso politico” della storia e assolvono la DC che difese Badoglio e la regola fascista. In realtà, fosse andata diversamente, nel 1960 Tambroni sarebbe passato, la Resistenza chissà quando sarebbe entrata nelle aule e in piazza non sarebbe sceso, valore fondante della repubblica, un antifascismo giovane e inatteso, cresciuto per vie semiclandestine nei discorsi coi vecchi militanti o alla scuola di docenti impavidi e dimenticati, come Mario Benvenuto e Giuseppe Grizzuti, prematuramente scomparsi, e Errico Tecce che, se lo incontri, ancora è maestro.
Cestinammo così Morghen e Barbadoro che, superato il fatidico ’19, scusavano la ferocia d’Etiopia col “naturale sfogo della pressione demografica” e, senza dirci chi uccise Matteotti, ci parlavano d’un paese che nel 1924 aveva “confermato la fiducia a Mussolini“. Ci volle tempo, ma infine cogliemmo il nesso ideale tra lotta partigiana, repubblica e Costituzione, nell’Europa sorta in armi per la democrazia. Quella democrazia – qui è il presente, qui penso a Veltroni e soci – che muore senza la centralità del lavoro, la pari dignità di uomini e popoli diversi tra loro per religione e razza, la laicità dello Stato, il ripudio della guerra e istituzioni che assicurino formazione ai giovani e decoro agli anziani.
Dal 1960 è trascorsa una vita. Abbiamo visto Gorbaciov fallire, il muro di Berlino cadere, l’Urss cedere sotto il peso delle sue contraddizioni e il capitale vittorioso dettare le sue atroci condizioni. Una rivoluzione tecnologica di dimensioni epocali sconvolge rapporti economici e modi di produzione, scuote alla base le relazioni sociali e spegne gli ideali in nome di un pragmatismo intriso d’opportunismo.
Tutto è in moto, tutto muta sotto i nostri occhi: costumi, mentalità, sistema di valori, modo di pensare e vivere la politica. In una sorta di caos primigenio, l’antifascismo, che solo avrebbe potuto unire forze di progresso, è ridotto a icona da una sinistra incapace di fare i conti con una storia che l’ha vista garante della legalità repubblicana contro la destra eversiva e stragista. Un revisionismo dai tratti eversivi mira a delegittimare l’etica della Resistenza, per tagliare alla radice i legami tra cultura storica e pratica politica della sinistra e colpire la Costituzione: si equipara il fascismo all’antifascismo e la Resistenza – dal cui seno nasce l’idea di un’Europa unita – è ridotta ad una sporca guerra civile, una rissa paesana in cui la conta dei morti decide le ragioni e i torti. Fascisti in doppiopetto riesumano un anticomunismo da guerra fredda in sintonia con Veltroni che, novello Saulo folgorato sulla via di Damasco, dopo una vita vissuta nel PCI, mette insieme Hitler e Berlinguer e racconta a se stesso di avere trascorsi nazisti. Nel mirino non è l’antifascismo, ma l’ethos politico di cui vive la repubblica: libertà, pace, giustizia, i valori che il fascismo negò scegliendo la vergogna. Dietro l’azienda Italia, per dirla con Arfè, cui la morte ha evitato l’estrema ingiuria, si cela l’ombra di “un moderno fascismo, di un paese di cittadini senza storia le cui intelligenze e le cui coscienze siano plasmabili e governabili con le tecniche della comunicazione di massa, proni al culto del mercato, incatenati all’economia dello sperpero, membri di una società […] sempre più sazia e sempre più disperata” .
Ho vissuto da giovane in un paese che rifondava faticosamente se stesso, aprendosi alla democrazia. Una stagione irripetibile. Uomini e partiti della sinistra hanno pesantissime responsabilità per questa crisi prolungata che appare quasi un’agonia. Tuttavia, non c’è scelta: è la Costituzione il terreno dello scontro decisivo. Difendendo le ragioni della Resistenza, difenderemo le generazioni venture che ci domandano un mondo migliore di quello che trovammo da giovani. Non ce la faremo, lo so: la vicenda umana non è solo progresso e ai giovani chiederemo scusa. La storia però non fa sconti: ci condannerà se non sapremo difendere almeno la loro libertà nelle scelte future.

Uscito su Fuoriregistro il 14 dicembre 2007

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Narciso, noi pensiamo in genere, è innamorato di se stesso. Non ama quindi.
Immaginate la sventura che coglie questo pseudo amante allorché, malaccorto, volto lo sguardo oltre lo specchio in cui si vede perfetto, è preso da qualcosa che non è contenuta nell’immagine che gli rimanda lo specchio.
Narciso è una finta perfezione: lo specchio non parla, non pensa, non vive.
E’ lui che lo anima, pieno solo di sé. Quella è la vita. Può essere tutto sbagliato ma ogni cosa appare giusta: Tra Narciso e lo specchio non esiste confronto.
Fuori dello specchio – e perciò fuori da Narciso – c’è il mondo, nel quale questa specie di angelo dalle ali tronche non ha saputo entrare quando lo fanno tutti gli angeli che sul dorso hanno ali più adatte a volare.

Narciso non è vanitoso, come spesso crediamo: qualcuno l’ha ferito quando è venuto al mondo e Narciso ha smesso di volare. Il mondo di Narciso è Narciso: forma e sostanza di se stesso, confine d’un mondo contenuto in uno specchio.
L’amore che è oltre lo specchio prende per mano Narciso e lo conduce nel mondo dal quale è fuggito. E’ tutto nuovo, il pianeta in cui vive la forma e la sostanza che se lo portano via. C’è l’amore nei limiti del mondo – Narciso lo sente – c’è in quel mondo nel quale lo trascina irrimediabilmente il mistero che gli è apparso oltre lo specchio. Il mondo che l’ha ferito. Ma questo Narciso non lo può sapere. Ha imparato a zittire il dolore con un finto amore. Un passo, ed è fuori da se stesso.
Ora sa che c’è forma e sostanza ed intuisce che lo specchio è un inganno.
E’ come precipitare in un abisso.

Narciso, che per dolore rifiutò di nascere, ora scopre per amore il dolore di stare nel mondo: quanta gioia gli dà così quell’amore, che lo libera dalla menzogna dello specchio, tanto inspiegabile dolore gli dà accettare di amare e quindi venire nuovamente al mondo. L’amore di Narciso per ciò che è fuori dallo specchio è ora vero. Egli lo sa, lo sente ed accetta un sublime calvario.
O ti riconcili con la vita – sente Narciso che qualcuno gli va dicendo con voce che nasce dal petto suo in tumulto – o la smetti e ti uccidi.
Non posso – mormora piangendo – ucciderei l’amore che mi porto dentro.
Se il cielo non fosse una celeste menzogna verrebbero in aiuto i cavalieri dell’Apocalisse, la gloria celeste recupererebbe quel figlio suo innocente fuggito per dolore e tornato per amore. I santi che millantano credito presso la Santa Trinità ai piedi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo supplicherebbero per lui la grazia.
Nulla di tutto questo. La forza che produsse un diluvio, che spaccò il Mar Rosso da una costa all’altra, che scolpì sulle Tavole Sacre strappate al Sinai coi fulmini della tempesta le leggi date a Mosé, quella forza rimane inerte. Come inerte è l’Olimpo coi suoi numi, come fermi nel loro meditare se ne stanno gli orientali celesti pensatori e fermo il profeta di Medina.
Tutte le forze di quello che chiamiamo bene se stanno immote.
Vada Narciso per la strada che ha scelto e a nessuno sia consentito spostare gli equilibri sui quali poggia da sempre la storia del creato: Narciso è dolore, non può essere amore.
Eppure Narciso ora ama. Nessuno sa amare qualcosa oltre lo specchio più di quanto non l’ami Narciso, nessuno ne soffre come ne soffre Narciso. Nessun amore e più dolce e doloroso dell’amore di Narciso, perché in quell’amore c’è la fatica di accettare il mondo che lo ha ferito a tradimento, in un agguato così oscuro che nulla resta nella mente oltre il dolore. E’ l’amore per il tradimento e per il dolore quello che accetta di portare sulle spalle quest’innocente violato, l’amore per una Croce pesante come quella che a Cristo guadagna un posto accanto al padre ed a lui, gigante Cireneo, promette solo la Via Crucis.
Non moltiplica i pani – non ne ha il potere – e, tuttavia, dalle sue lacrime nasce talvolta più a Cana per le nozze il vino. Narciso ha il suo deserto e un orto a Getsemani l’accoglie perché sudi sangue, egli che è uomo e tale resterà, mortale come la sua fatica, come la sua innocenza tentata all’inverso.

Egli non oppone, non può, la sua divina perfezione. Tutt’altro: è la perfezione quello che combatte, e ciò che il demonio gli offre è la perfezione. “Vade retro“, può opporre. Ma quando e se lo dice, parla a se stesso, demone che dentro gli alberga. Sicché più fiera è la lotta, più difficile il rifiuto, più dolorosa la ferita. “Vade retro!“: lo urla con coraggio nel deserto, tra le orribili tarantole e la sabbia inafferrabile.
Vade retro!“. Coraggio, certo. Perché può scegliere Narciso, tra non amare e vivere a lungo, come a tutte le madri racconta un Tiresia, o amare attraversare la vita accettando di morire quando comanda l’amore. Perché può scegliere Narciso. “Vade Retro!”, tra non Senz’altra speranza che quella di uccidere se stesso. Per amare. Per amore.
-E dimmi Tiresia, tu che sai tutto: il male è dentro Narciso e il suo specchio o è nel mondo che accetta di guardare oltre lo specchio. E non mentire, Tiresia. Tu non conosci ciò che soffre in lui e sai che non quasi mai un padre. E quando l’ha si chiama Erode. Che cerca, Tiresia, dillo, che cerca Narciso dentro si sé?

Uscito su Fuoriregistro il 22 marzo 2004

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decointNon puoi farci entrare tutto il mare in quel buco, bambino!
Così mi fa Agostino, mentre riempio secchielli su secchielli.
Lo guardo. Col sole alle spalle, è un’ombra senza volto.
Tutto il mio mare è quello che entrerà nei secchielli e nel buco che ho scavato, penso tra me e me continuando a versare la mia acqua. Intanto, nella parete buia e friabile del buco s’è fatto strada un verme.
Due dita di mare nel buco sono un grande oceano per lui, dico ad Agostino.Tutto il mare di un verme.
Ma è solo un verme, replica Agostino, spazientito.
Si vede che non ha molta pazienza, penso stupito, mentre tiro fuori dalla sabbia l’animaletto senza pensarci due volte. Il sole lo acceca e si torce tra le mie dita indifferenti, mentre lo infilo in un pacchetto di carta umida:
Buono per la pesca, sussurro.
Agostino si fa pensoso.
E’ una creatura di Dio. Lo infilzerai al tuo amo, mi fa disapprovando. Non ci pensi al suo dolore e al dolore del pesce quando lo ucciderà e sarà ucciso?
Il sole alle sue spalle s’è incurvato verso il mare e gli vedo il volto irsuto: ha capelli ricci e neri, naso aquilino e uno sguardo aguzzo che non sa essere conciliante. Gli occhi lucenti di certezze non sanno insegnare. Danno ordini, penserei, se avessi più anni e più certezze. Ma sono giovanissimo a confronto di Agostino e siamo noi due soli: non c’è un bambino tra noi più piccolo che mi faccia vecchio e con qualche certezza.
Il vento porta via le parole di Agostino. Mi rimane il fastidio.
E’ vero che sei un santo? gli chiedo.
Lo sarò, quando il tempo mio verrà.
Verrà il tempo? Ne sembri davvero sicuro…
E’ chino ora e mi guarda negli occhi come volesse leggermi nell’anima, ma si vede che non riesce.
Lo sorprendo: – Penserai che non ho un’anima ora! Lo penserai senza dubbi, come pensi che l’infinito che non entra in un buco, sta bene nella nostra testa.
Anche quando sono santi, gli uomini misurano tutto su se stessi e quelle sono le misure giuste. Le sole misure. Eppure io sono bambino perché Agostino è adulto, ma Agostino sarebbe giovane se io fossi vecchio e potrei diventare una tentazione se invece d’un bambino fossi una bella donna.
Nessuno tra noi, né io, né Agostino, né il pesce che morirà col verme, nessuno sa se vive o sogna, se c’è un tempo comune per tutti, o se ognuno ha un suo tempo.
Nessuno.

Uscito su Fuoriregistro il 29 maggio 2004

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