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Sul filo di lana e nella logica oltraggiosa del “voto utile“, Skuola, sponsorizzata da Mediaset e Tgcom24, ha pensato bene di chiarire ai lettori-elettori i progetti per la scuola dai “grandi” protagonisti delle elezioni, senza interpellare gli altri candidati. L’iniziativa è quantomeno singolare. I rapporti tra la scuola malata e l’equipe dei “guaritori” dovrebbero essere ormai chiari: Bersani Monti e Berlusconi l’hanno governata assieme in piena concordia. Assieme hanno deciso i rovinosi tagli, l’illegale concorso a quiz e la sorte riservata ai precari; assieme hanno trasferito milioni di euro dal pubblico al privato in sfregio alla Costituzione e non c’è stato gran dissenso nemmeno sulle campagne di stampa per l’orario dei docenti e l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Scuola, istruzione e ricerca, fortilizi di democrazia, strumenti imprescindibili di promozione e riscatto sociale e autentici motori di quello sviluppo invano cercato nella trappola del rigore, nella mortificazione dei lavoratori, nell’attacco ai diritti e nella difesa di privilegi di classe, non avevano mai conosciuto il tracollo che viviamo. La trionfante DC del’48 non giunse a fare delle politiche per la conoscenza il perno di quel “sovversivismo dei ceti dirigenti” che ha ispirato Monti, il suo governo e la maggioranza che l’ha sostenuto. In linea con una tendenza tipica del neoliberismo all’italiana, Monti, Berlusconi e Bersani non si sono limitati infatti a una devastante rinuncia agli investimenti, ma hanno dilapidato un patrimonio di conoscenze e di esperienze pedagogiche e didattiche. Per un anno si è parlato di merito mentre si tagliavano servizi, si sono violate le regole mentre si bandivano crociate per la cultura della legalità, si è battuto sul tasto della formazione e lì ci si è fermati, ignorando che essa è solo una parte del mondo più ampio e complesso che si definisce educazione. Al tirar delle somme, è emerso il disastro e dopo le infinite chiacchiere sulla meritocrazia i docenti, messi sotto processo, hanno potuto verificare che ciò che si voleva da loro era solo la disponibilità a smetterla di educare, di fornire, cioè, strumenti in grado di formare coscienze, scegliere tra sistemi di valori, ricavare dall’insegnamento ciò che sarà utile per la durata di una vita che chiede anzitutto autonomia e capacità di relazione dialettica col tempo che cambia. Si voleva dimenticassero, in ultima analisi, che usar bene una penna, non significa “esser padroni del pennino e dell’inchiostro” ma aver parole da dire quale che sia lo strumento utilizzato: il miscuglio di acqua e polvere colorata con cui la preistoria ci parla dalle sue caverne, la biro, la matita, la tastiera virtuale di un tablet o quale che sia domani lo strumento tecnico che ci consentirà la comunicazione grafica. Si voleva che si limitassero a fornire agli studenti un minimo di competenze da spendere in tempo breve sul mercato del lavoro, per farne una piccola, alienata rotella del grande ingranaggio della produzione. Era, a ben vedere, la messa al bando del “Prometeo”, di “colui che riflette prima” e poi si schiera in un conflitto che è legge di vita e nel titanico scontro, metafora classica della lotta di classe, sa come rubare il fuoco agli dei.
Una scelta politica di fondo, quindi, perché ormai è chiaro: a dar retta agli stregoni del capitale, ai docenti tocca stravolgere il “tempo” della scuola, il vero capitale del loro investimento sul futuro; un “tempo” che è l’elemento di distinzione tra una programmazione che guarda lontano e quella che si limita a interventi a “ricaduta immediata”, verificabili in senso quantitativo nel breve volger di un anno. Di qui l’Invalsi e i quiz che levano alla gloria degli altari la nozione in nome di una utilità momentanea, buona per derubare i ceti subalterni di una “scuola per la vita” e disarmare Prometeo, difendendo dal furto il fuoco degli dei. Chi ha dato uno sguardo alla legge di stabilità, conosce la miseria della filosofia che sta dietro le scelte condivise dai tre “grandi” e la domanda a questo punto è legittima: perché “Skuola” e in generale il circo mediatico danno tanto spazio ai protagonisti di un sfascio senza precedenti, lasciando fuori Grillo, Ingroia e Giannino?
Se il caso Giannino, profeta della meritocrazia scivolato, guarda caso, proprio su questioni di merito e di educazione – due lauree inventate per rimpinguare il percorso di studi – induce a riflettere sui mostri che genera l’impuro connubio tra merito e mercato, non meno interessante è il “caso Grillo”. Al di là del ritorno alla “politica in piazza” e delle conseguenti “piazzate”, il suo programma, infatti, mette la scuola su binari “transitabili” dagli addetti ai lavori e attacca le due destre già alleate nel sostegno a Monti con un’affermazione che non fa spazio a equivoci: abolizione della legge Gelmini. Alla chiarezza dell’incipit, però, seguono poi il rifiuto dei finanziamenti dello Stato alle scuole confessionali e private, che fa l’occhiolino al dissenso di sinistra e, per rovescio, i cavalli di battaglia di Profumo, in modo da non dimenticare le delusioni della destra: abolizione del valore legale dei titoli di studio e integrazione Università/Aziende; infine, per star dietro al “nuovismo”, che è un “ismo” vitale per il populismo, tutto il web del mondo, il possibile e l’impossibile, senza criteri didattici, con l’abolizione graduale dei libri di scuola stampati e quindi la loro gratuità. Principi sani e fanfaronate, com’è nello stile della casa, ma Skuola ha fatto la sua scelta: l’alba del nuova politica nasce con Berlusconi, muore con Monti e fa i conti con Bersani. Altro non conviene ci sia e non se ne parla. Svanisce così la sinistra raccolta attorno a Ingroia con un programma che si colloca in modo consapevole fuori l’«arco incostituzionale» dei neoliberisti e scandalizza i sacerdoti del dio mercato con quel suo inizio che riafferma il valore universale della scuola, dell’università della ricerca pubbliche. Chi l’ha pensato, non ha cercato a tutti i costi il nuovo ed è, anzi, tornato schiettamente alla “vecchia” tradizione di uomini come Calamandrei, all’idea di una repubblica che garantisce l’accesso ai saperi per tutte e tutti, in base al principio indiscutibile che non esiste altra via per assicurare al Paese cittadine e cittadini liberi e consapevoli; un ritorno a dottrine sociali o addirittura all’«eresia socialista» della centralità della conoscenza, tanto cara ai padri Costituenti, da indurli a farne il tema del terzo principio della legge fondamentale della repubblica. Anche qui netto è il rifiuto della legge Gelmini, voluta da Berlusconi, cara a Monti e Profumo e mai seriamente messa in discussione da Bersani. Un rifiuto che si accompagna a proposte di ispirazione europeista, l’Europa antifascista di Spinelli, però, che è agli antipodi dell’Unione bancaria di Monti, Bersani e compagnia cantante: l’obbligo scolastico a 18 anni e il ritiro del blocco degli organici imposto dalle ultime leggi finanziarie, tutte ispirate, giova dirlo, al delirio monetarista di sacerdoti e servi sciocchi dell’Europa germanica. In questo solco di ispirazione democratica e di “statalismo socialista” – ecco un’altra eresia – si pongono il rifiuto di “qualsiasi progetto di privatizzazione del sistema di istruzione” che unisce sostanzialmente i tre “grandi”, e la stabilizzazione del personale precario. Novità significativa, la visione articolata delle politiche culturali. Sarà “passato” anche questo – siamo a Spinelli e al “Club del Coccodrillo”, al tempo in cui il nesso tra formare e informare era così chiaro, che Gaetano Arfè cercò di far nascere un telegiornale europeo – ma per Ingroia e compagni, scuola, università e formazione viaggiano sullo stesso binario di una seria riforma dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione ai poteri economico-finanziario.
Di tutto ciò s’è parlato poco e si capisce il perché: la ricetta è alternativa. Né, maghi, né guaritori e nemmeno “miracoli rivoluzionari”. Senso della storia, però, occhio volto al futuro e, per farla breve, tanta Costituzione. Le urne non cambieranno il mondo, ma a ragionare onestamente bisognerà dirlo: col loro voto scuola e università hanno l’occasione di valutare con decisiva chiarezza l’Invalsi, l’Anvur, e la pletora di ignoranti che da tempo millanta crediti che non ha.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 febbraio 2103

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Confesso il mio peccato: torno spesso alle antiche letture. Gli anni, la formazione, il tipo di cultura, le scorie fatali della militanza hanno finito per collocarmi in quella sorte di “prigione” che molti, non senza disprezzo, definiscono “ideologia” e una sparuta pattuglia di sopravvissuti ritiene sia coerenza tra un sistema di valori, alcuni strumenti di analisi e scelte di vita che coincidono con opinioni politiche. Questa sorta di confessata sclerosi spiega probabilmente la diffidenza stupita per la fiduciosa ricerca del futuro del sistema formativo negli impegni strappati ai candidati e nella cartastraccia che diventano in genere programmi elettorali.
In un’ormai lontana introduzione a un ancor più lontano studio economico di Pietro Grifone, Vittorio Foa, tornava addirittura a Bucharin per individuare nella “simbiosi del capitale bancario con quello industriale” l’essenza della finanza e ricordava un insegnamento di Lenin che non è stato mai attuale come oggi: è impossibile modificare la natura necessariamente aggressiva e socialmente ingiusta del capitalismo, ripulendolo e dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia sopravvivere diritti. Si studia, studiano i figli delle classi subalterne, nelle fasi di espansione, nei momenti di crescita economica o quando, comunque, i margini di profitto chiedono pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di “gerarchie sociali“. La borghesia è nata da una rivoluzione vittoriosa, conosce perfettamente i meccanismi della storia e sa che probabilmente la riforma della scuola e dell’università costò l’Impero agli zar, perché produsse il personale politico del populismo russo e condusse all’ottobre rosso.
Di tutto questo non si parla, mentre il voto è imminente. Va di moda invece una bestemmia: l’offerta elettorale. Un modo per dire che il voto è sul mercato. Offerta. Te lo ripetono con arroganza liberista, mentre si spara a raffica sulla scuola di ogni ordine e grado, mentre si precarizza e si umilia il personale docente e ai giovani si lasciano briciole di istruzione che preannunciano l’avviamento al lavoro. Di educazione nel senso socratico del termine – quella che bada all’intelligenza critica e all’utonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non rientra nell’offerta elettorale. Ormai il linguaggio è così drammaticamente deformato, che “aprire” un discorso politico appare un non senso e non si trovano più le parole per porsi domande elementari. Tra Monti e Bersani, col codazzo di forze minori pronte a “dialogare“, quali diversi modelli sociali, quale concezione dei rapporti tra le classi e quale Stato? Per quanti sforzi tu faccia per capire, la sola differenza che cogli è veramente desolante. La banda dei tecnocrati propende per condizioni di predominio del capitale finanziario, senza mediazioni liberal-democratiche di stampo giolittiano, senza “idilli turatiani”, se parlando di Fassina o Vendola, si può scomodare Turati. Un’idea di destra elitaria, con quel che ne consegue in termini di autoritarismo, trasparenza e decisioni prese in modo anonimo nell’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione e controlli di banche alle banche. Un modello sociale che lascia impunito Montepaschi, conduce in Mali e produce F35. In quanto ai “politici”, ecco l’altro volto del capitale, quello più o meno industriale, in cui l’autorità diventa giocoforza azienda – il “sistema Italia” – e “comanda“, come i padroni del vapore che si son “fatti da sé” e possono sfidare le regole in nome dell’efficienza e della produttività. Una “democrazia autoritaria“, che pareva contraddizione in termini e s’è vista all’opera in un esordio nemmeno balbettante, mentre apriva coni d’ombra di natura diversa, senza evitarci la Libia, il Mali e gli F35.
A ben vedere, la borghesia, divisa, sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo experimentum crucis: non sa dove andare, ma non vuole star ferma e si compatterà. Anche i lavoratori sono a un bivio cruciale: avanti così non si andrà a lungo. Occorre qualcosa che non sia “offerta“, qualcosa che sia analisi e discussione e provenga dal basso. Parole nette se ne sono dette: niente Mali, niente F35, nessun dialogo con le due destre. Si potrebbe firmare una cambiale in bianco, se un abbozzo di riflessione nei giorni che abbiamo davanti, per carità di patria e onestà intellettuale, consentisse di trasformare il generico e insufficiente appello a una “legalità” tutta “giudiziaria“, in una schietta categoria di sinistra: giustizia sociale. Allora sì che scuola e università sarebbero al sicuro. E con esse l’insieme delle conquiste che hanno fatto la nostra storia migliore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2013  

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 C’è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell’«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», appena pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l’è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il ‘giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata [...]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere fermamente che la vicenda storica si riassuma in una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la “lettura” e l’interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione “teologica” della ricerca storiografica e soprattutto dell’insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza ha una duplice lettura: è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della “scienza nuova” e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di “cuore conteso” sul confine occidentale tra l’Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente dovrà occuparsi prima della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell’Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, “città aperta”, investita senza preavviso dai terribili bombardamenti aerei delle forze dell’Asse.
Scosso da brividi, l’insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati dalla propaganda di regime e mandati al macello; giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti, per reazione, a punire un nemico aggredito e dato per spacciato, che invece resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell’odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio – spiegheranno gli insegnati – sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d’assalto le case [...] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c’è, però, che ricava dall’esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l’eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati…». E’ l’annuncio della Resistenza ma anche l’intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemente è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un’altra storia.

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E’ frutto d’un lavoro collettivo. Indica un modello di sistema formativo del tutto alternativo a ciò che da anni propongono governi incompetenti, espressione d’una visione neoliberista della società, responsabile dello sfascio morale, prima ancora che economico e politico non solo del nostro Paese, ma di un’Europa che, dichaiarandosi unita, ha messo assieme solo i privilegi e s’è costituita in Statoi teocratico la cui divinità si chiama mercato.
E’ vero, si parla più di università che di scuola, ma l’università è interesse specifico del mondo della scuola che nel documento, comunque, un suo ruolo ce l’ha ed è indiscutibilmente migliore di quello che le hanno assegnato, da destra come da sinistra i ministri che se ne sono occupati da Berlinguer a Profumo. Al dibattitto da cui nasce il documento ha partecipato anche “Fuoriregistro”, che ora lo diffonde e lo propone ai docenti. Chi condivide i principi fissati nel testo, può comunicare l’adesione al seguente indirizzo mail: universitachevogliamo@gmail.com.

Uscito su “Fuoriregistro” il 27 setttembre 2012

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Poche note su scuola formazione e ricerca, a margine di un dibattito che sconcerta, partendo da un principio: non è vero che la storia non insegna nulla. Nel cuore di una crisi che sembra economica ma riguarda anzitutto la democrazia, va sempre così e non aveva certamente torto Robespierre: in una fase di transizione, gli uomini che cercano soprattutto il bene pubblico sono le prime vittime di coloro che cercano solo se stessi. Diciamolo chiaro: c’è un nuovo dio, la valutazione. Governa la formazione con l’ambizione di una rivoluzione etica e gioca la sua partita tra verità e finzione. La buona novella ha un nome che incanta: si chiama merito e in un tempo buio non fatica a trovare credenti. In guardia, quindi, e teniamolo in conto ciò che la storia c’insegna: non c’è nulla di più ingannevole di una finzione che si mescoli alla verità. E’ un metodo antico. Lo usarono i grandi legislatori, Licurgo, Solone e persino il filosofo del pensiero critico; Socrate, infatti, per dar forza alla sua riflessione, non disdegnò di raccontare che essa era ispirata da una divinità. Qui però non si tratta di Licurgo e Solone e men che mai di Socrate e della maieutica. La verità di fede qui la predica Profumo e il vecchio e nuovo testamento sono misteri davvero poco gloriosi; si chiamano Anvur e Invalsi: tra fasce che separano le riviste buone da quelle cattive, tra provincialismi alla rovescia su citazioni anglosassoni acquistate nelle frequentazioni di convegno costosi che nove volte su dieci lasciano il mondo com’era, finisce che dieci righi ben piazzati nel feudo giusto al momento giusto, fanno più scienza di monografie costate anni di ricerca. Non basta. Il confine impalpabile tra verità e finzione sta nell’idea stessa di un merito che si assegna seguendo tutte le strade di questo mondo, tranne che una: la lettura del testo.
“Premiamo il merito”, si sente dire, e chi negherebbe che occorre farlo? Si dà il caso, però, che da quando il mondo è mondo la cultura alternativa circola su binari che non passano mai per il salotto buono. E’ il destino di chi non s’allinea. Gianni Bosio, che qualcuno tra noi ricorderà, non entrò – o, se volete, non si chiuse – nei circuiti a senso unico dell’accademia e non ebbe grandi editori. Per reagire a un’ortodossia da guerra fredda, che ridusse l’egemonia culturale della sinistra a un atto di fede nelle sacre scritture, fondò riviste come “Mondo Operaio” e diede vita a piccole e meritorie iniziative editoriali, quali la Biblioteca Socialista e la collana che chiamò “condizione operaia in Italia“. Non si trattò di cose d’alto bordo ma, se non fossero nate, oggi ci mancherebbe non poco della cultura e della storia del nostro socialismo. Che fine farebbe tutto questo oggi, che conta solo chi si piega alla nuova fede? Non è difficile dirlo: senza degnarsi nemmeno di leggere, i sacrdoti del merito collocherebbero tutto in ultima fascia. Escludo nella maniera più assoluta che Bosio si sarebbe ridotto a fare i conti con l’Invalsi, l’Anvur e le mediane e, tuttavia, l’avesse fatto, non ci sono dubbi: sarebbe risultato inesorabilmente ultimo. Così, in politica, accade al Manifesto, che ha vissuto e vive della sua irriducibile alterità e non a caso, per questo governo, non ha cittadinanza: racconta un pianeta che non deve esistere. Nella religione del merito, non c’è posto per chi ha il merito di non allinearsi.
Non lasciamoci ingannare dalla strumentale magia delle formule. Non è la ricerca del merito che ha prodotto i quiz, le fasce e le mediane. E’ il potere che ha bisogno di amministrare senza fastidi la “sua giustizia”, qui sistemando i suoi uomini, lì mortificando i docenti e la loro funzione di baluardi della democrazia. La qualità di un lavoro non può dipendere dal nome dell’editore, dalla testata o da parametri astratti che prescindono dalla lettura. Non fu Laterza a fare grande Croce. Gli editori e le riviste, piccoli o grandi che siano, quando non sono solo commercianti, hanno di certo orientamenti politici, come, del resto, gli autori. Laterza e Croce erano entrambi antifascisti. E non è un caso. Dividere in fasce, è il nuovo credo. Senza criteri politici, mi chiedo? E senza che il peso accademico di direttori di collane, comitati scientifici e soci diventi determinante? Ma è davvero questo quello che vogliamo e, soprattutto, quello di cui abbiamo bisogno?

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 settembre 2012 e sul “Manifesto” il 7 settembre 2012

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L’immagine dell’Italia giunta dalla Germania è un film-denuncia che dalle nostre parti non ha superato la censura. Da noi l’informazione, serva o prezzolata, tratta i tedeschi come se avesse a che fare coi nazisti della «società del crollo» nell’«ora zero», sguazza nella polemica, evoca lo spettro della “Grande Germania” e in casa nostra non guarda. Ci voleva perciò un Parlamento straniero per ricordare a un popolo di senzastoria che il 25 aprile seguì la Resistenza e si concluse a Piazzale Loreto. Se Berlusconi fu un Mussolini, anche un cieco lo vede: è lì dov’era e tiene in piedi questo governo di pedagogisti che nessuno ha eletto, ma apertamente dichiarano di voler educare il Parlamento, in nome di un decisionismo tecnocratico che fa carta straccia della Costituzione. C’è un arbitro è vero, Napolitano, ma è distratto. Dopo aver “preso a cuore” i guai di un ex ministro, accusato di falsa testimonianza, è intervenuto impropriamente su temi di stretta competenza del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, andando ben oltre i suoi poteri, poi, forte del silenzio del Parlamento, ha scatenato un putiferio contro magistrati che rischiano la pelle in trincea combattendo la mafia e s’è concentrato su una speciosa difesa delle sue prerogative.
In questo clima, Monti, uscito allo scoperto, sostiene che ha il dovere di salvare l’Italia e perciò deve anzitutto educare il Parlamento. Da qui, da quest’dea ossessiva d’una funzione pedagogica e didattica dell’azione di governo, i guai che toccano alla scuola. I tecnici, infatti, che stupidi non sono, sanno che per centrare in pieno l’obiettivo, educare e se necessario privatizzare il Parlamento, bisogna disarticolare le strutture che educano il cittadino. Scuola e università in altre parole, sono il vero macigno da rimuovere, poi la strada sarà tutta in discesa.
Si spiegano così le tappe forzate di un’aziendalizzazione del mondo della formazione, che parte dalla scuola e mira all’università. E’ vero, qualcuno in modo flebile e tardivo prova a resistere ma, tutto è abilmente coperto dal taglio ai diritti contrabbandato per riforme, dal polverone levato ad arte attorno a micidiali manovre, imbellettate d’inglese à la page e presentate come spending review. Nel silenzio delle Camere che mostrano ormai segni di assuefazione alla pedagogia di Monti, la proposta Aprea, tenuta in serbo dopo mille bufere, nei convulsi passaggi Prodi-Berlusconi Monti, è giunta con Profumo in vista del traguardo. Mentre l’accademia s’attarda in calcoli di bottega e a un fronte comune con la scuola ci pensano in pochi, i colpi partono duri come mazzate e vanno tutti a segno. L’aumento delle contribuzioni studentesche, manda in soffitta il diritto allo studio e mette alla porta i figli della povera gente per farne – nella migliore delle ipotesi – lavoratori rasseganti e docile bestiame votante. In quanto alla scuola statale, prima è diventata genericamente pubblica, poi è stata tramortita dall’autonomia squattrinata e dal “privato paritario” di Berlinguer. Il resto l’hanno fatto la crociata della Moratti per spostare risorse dello Stato al privato e il “giravite” sabotatore del cattolico Fioroni. Contro la Gelmini la battaglia campale l’hanno data da soli gli studenti; i docenti erano a casa, la società civile alle prese con l’immancabile colpo di sonno dei momenti decisivi e a chi diceva che, fabbrica o scuola, la guerra è proprio la stessa, s’è dato del demente. Ormai la logica di mercato portata nelle scuola e l’educazione alla democrazia che Monti propone agli scandalizzati tedeschi hanno davanti un’autostrada.
Ne abbiamo viste tante: il maestro unico e prevalente, il tempo scuola confuso col tempo pieno, il dirigente scolastico che non sa di scuola ma è bravo perché batte la concorrenza vendendo fumo, ma stavolta siamo al dunque e non serve nemmeno la foglia di fico dell’«Europa che ce lo chiede». L’Europa, anzi, ci mette in guardia: l’Italia ha un grave problema di democrazia. Però pare tardi.
Ora che l’autonomia è ridotta all’autogoverno della miseria materiale e dell’indigenza culturale e l’inevitabile crisi del sistema formativo agevola processi di disgregazione, indebolendo la tenuta democratica della repubblica, ora si ufficializza un’aziendalizzazione pensata ben prima della crisi, che non ha cause economiche e mira a colpire la scuola come presidio di democrazia. E’ per questo che si svuotano di contenuti la facoltà d’intervento concreto di docenti e studenti nella vita delle istituzioni scolastiche, per questo che si ragiona di governance garantendo poteri straordinari ai dirigenti scolastici, con l’apporto di privati e sponsor, di fronte a corpi docenti frantumanti, divisi in fasce e spinti alla solita guerra tra morti di fame: io ti “valuto”, tu ci perdi. Diventata azienda, la scuola garantirà la linea “educativa” della “proprietà”. Come accade in tutte le aziende degne di questo nome.
Il risparmio, insomma, si fa sui diritti e passerà: in questo contesto nasce storicamente ogni tragedia politica. L’esito sarà violento? Impossibile dirlo, però m’hanno colpito le parole d’un libro che ho appena recensito: “la violenza è già in campo. E’ quella di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti”*.

* AA.VV., Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012 e sul “Manifesto”, col titolo Italia di incapaci, Monti pedagogista, l’11 settembre 2012

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«Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. [...] Il capitale [...] non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale [...] si mobilita per aiutare se stesso. [...] La “civiltà occidentale” nascosnde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli».
Che Guevara

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L’ordine è uno, imperativo e categorico: negare l’evidenza e costruire una verità alternativa su cui tornare, tornare e tornare ossessivamente. Potrà ripeterla mille volte la sua verità, Nicolò Amato, dimostrarlo in modo inoppugnabile che nel 1993 la mafia chiese la sua testa a Scalfaro, perché era deciso a proseguire sulla strada del carcere duro, e perciò fu cacciato. Non servirà: è tutto vero, Amato fu allontanato, ma non ci fu trattativa. L’ordine è uno: negare l’evidenza.
A Londra come a Madrid, ad Atene come a Roma e a Basiano, ovunque la polizia impone con violenza fascista le scelte deliranti della Bce? Va bene così: l’Europa è democratica per definizione, anche se ormai si vede all’opera una vera dittatura. Da noi, per esempio, non serve a niente che i giudici condannino i vertici della polizia: l’uomo che li guidava fa parte del governo e lì rimane, con  Monti, per rapinare i deboli e aiutare i forti; in fondo fa… beneficenza.
Di fronte alla fanatica furia con cui Scalfari difende l’indifendibile Napolitano, il Ministero fascista della Cultura Popolare reciterebbe ruoli da apprendista. La tecnica è quella di  Goebbels, Ministro della Propagande del terzo Reich, il quale convinse i tedeschi, virtuosi e un po’ babbei, a resistere persino tra le rovine di Berlino, perché non c’era dubbio, la radio lo aveva ripetuto fino alla fine e la carta stampata lo aveva confermato: il Reich non poteva essere sconfitto e uno splendido futuro attendeva la Germania. Essa non doveva arrendersi alla furia delle “orde asiatiche”, che non avrebbero risparmiato nessuno, e non doveva cedere alla ferocia degli anglo-americani, perché Hitler aveva pronte le sue “armi segrete” e la guerra era vinta.

Così è oggi da noi: la povera gente lo sa, il rigore alimenta la crisi e ci trascina a fondo, ma il circo mediatico presenta la sua verità falsa e virtuale: Monti ci ha salvato e ci dobbiamo credere. Siamo in balia della Germania? Falso, l’uomo di Dio ha mortificato Angela Merkell! I ricchi non pagano la crisi? E’ una menzogna, Monti assicura che pagheranno! E’ una sorta di allucinante 1984, si parla la neolingua e siamo schiacciati dalla psicopolizia, ma le veline di regime e la selva di pennivendoli al servizio di una messinscena ci raccontano meraviglie del democratico governo Monti.
Scuola, ricerca e università sono allo stremo, ma Profumo parla di merito e nessuno se ne ricorda più: è ministro di un governo mai eletto, che ha per programma una lettera scritta da due privati cittadini e vive coi voti di una banda di “nominati” impropriamente definiti deputati, inopinatamente costituitisi in “maggiominoranza“, in un Parlamento tornato ad essere Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Regista dell’operazione è stato Giorgio Napolitano, un ex deputato messo alla porta dagli elettori, ma subito nominato senatore a vita per meriti noti solo al suo amico Ciampi e giunto, infine, alla Presidenza della Repubblica grazie al voto dei soliti “nominati”. Nominato da nominati, quindi. Questa “maggiominoranza“, così poco autorevole e rappresentative, ha i numeri per modificare la Costituzione e impedire persino il referendum popolare. In pratica è una Costituente. Nessuno l’ha mai eletta, ma sta riscrivendo la Carta costituzionale.   
Di scuola non si parla più, ma è ormai deciso: Bondi, l’ultimo macellaio aggregato alla banda Monti-Fornero,  ha deciso che nelle scuole un docente, purché laureato, insegnerà anche discipline per cui non è abilitato. Il principio è semplice: eri titolare in italiano, latino e greco e non hai più la cattedra, perché il governo ha messo insieme due classi, per risparmiare? Niente paura. Sostituirai il collega di Storia che va in pensione, anche se non sei abilitato. Che ci vuole? All’università hai studiato anche storia… Ai giovani si fa così un triplo regalo: per gli studenti, una classe molto più numerosa e un cattivo professore, per i giovani abilitati, un posto di lavoro in meno. Profumo ha trovato la cosa del tutto naturale. Come naturali gli sono sembrati il 4,53  % tagliato ai fondi ordinari del CNR da qui al 2014, il 14 % sottratto al centro Fermi, il 5 % all’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, il 7 % all’Istituto di alta matematica, il 14 % all’Istituto di fisica nucleare, il 16 % all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, il 7 % alla stazione zoologica Anton Dohrn… Si potrebbe proseguire, ma a che servirebbe? Il ministro non ha battuto ciglio e continua  a recitare da guitto la particina del “signor merito“.

Sento parlare a volte di autunno caldo e amaramente sorrido. Calda è stata di certo e calda sarà ancora questa estate. Così calda, che l’autunno, quando verrà, porterà sensazioni di gelo. E di pensieri freddi c’è bisogno, per affrontare questo feroce tentativo di ricondurci indietro fino a prima della Rivoluzione francese e del secolo dei lumi.  Ad Atene come a Madrid, la gente finora s’è ribellata in massa e ha riempito le piazze, consegnandosi inerme a macellai in divisa che essa stessa paga perché la massacri. Una guerra così combattuta non serve ed è subito persa. Ieri, mentre a Madrid si lottava, dalle mie parti, nelle strade dei ricchi, la gente indifferente, abbronzata e tranquilla faceva  il solito shopping e spendeva per un paio di scarpe quanto guadagna in un mese un cassintegrato, mentre ad ogni crocicchio un poveraccio chiedeva la carità. Non serve, mi sono detto, scendere in piazza e protestare in massa. No. La musica cambierà solo quando sarà guerriglia, quando per ogni pupazzo in divisa ce ne vorrà uno che gli guardi le spalle, perché qualcuno potrebbe colpire, ma non si saprà come, non si saprà dove e non si capirà quando; la musica cambierà solo quando gli eroi da operetta che impazzano in piazza, diventeranno pallidi la sera, per strada, da soli, perché avranno paura delle ombre. La musica cambierà se ogni casa povera sarà un rifugio e tutto ciò che fa parte della vita di chi è ricco e di chi è potente diventerà quello che in gergo tecnico si chiama “obiettivo sensibile”.

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Il questionario in rete fino al 24 aprile. Tempo scaduto, quindi, e imbroglio probabilmente riuscito. Lanciamo l’allarme e se si può pariamo il colpo. Sull’abolizione del valore legale del titolo di studio un Paese gravemente ferito dalla parità di bilancio diventata vincolo costituzionale si gioca quanto resta del futuro. Prima di por mano alla tastiera, perciò, meglio esaminare i criteri che lo ispirano e i fini che si propone: la neutralità dello strumento e la banalità dei temi coprono l’ambiguità delle domande e le risposte preconfezionate. Il profilo è basso: in ombra gli aspetti tecnici e ciò che raccomanda l’esperienza, si cercano opinioni generiche per sorprendere la buona fede, indurre a giudizi negativi e giungere a un “no” generalizzato, figlio naturale dell’impostazione dei quesiti.
Come giudicate la necessità di possedere uno specifico titolo di studio per poter esercitare una determinata professione?”. E’ il primo quesito. Nulla di più asettico, se rispondendo non si dovesse associare la risposta a una spiegazione che è tutta del Ministero. Chi giudica positivamente il valore legale del titolo di studio, infatti, non ha scelta. Lo fa “perché il possesso di un titolo specifico garantisce la qualità della prestazione resa dal professionista, che il cliente potrebbe non essere in grado di verificare da solo“. Tranne il ministro e i suoi collaboratori, nessuno sa perché un malato che si rivolge al servizio sanitario si trasformi fatalmente in un “cliente” e non sia, come pareva un tempo, un paziente, un cittadino bisognoso di aiuto che nella quasi totalità dei casi non ha strumenti utili a valutare il medico. Come dubitarne? In un mondo in cui chi non ha titoli legalmente riconiscuti esercita la professione medica, il cliente rischia di finire in mano a ciarlatani. Ciò, senza badare a questioni di reddito e all’evidente probabilità che  in preda a sciamani e stregoni pericolosi ma poco costosi finirebbero i più sventurati; la scienza vera sarebbe sempre più riservata ai grandi patrimoni. Certo, il Ministero offre la risposta alternativa: “Dipende dal tipo di professione“. Una opzione, però, che impedisce il giudizio pienamente positivo e a bene vedere finisce col rafforzare quantitativamente e qualitativamente la risposta negativa. Per dire di no, infatti, ci sono due vie, mentre una sola e molto ambigua è quella riservata ai sì. Non bastasse, è impossibile negare il valore legale del titolo con un giudizio secco; è d’obbligo, infatti, sposare la tesi “suggerita” dal Ministero: “la necessità di possedere uno specifico titolo di studio impedisce che soggetti con competenze acquisite attraverso l’esperienza pratica e/o attraverso studi personali possano esercitare una determinata professione“. Una tesi falsa e tendenziosa che presuppone strumentali e inesistenti conflitti tra chi possiede una laurea e chi non è laureato. Non è vero, infatti, che, per fare un esempio, commercialisti e ingegneri rubino il lavoro a ragionieri e geometri. E’ vero il contrario: definiti i campi d’azione, chi pensa di possedere le competenze, non ha che da laurearsi. Lo farà in men che non si dica e metterà a frutto il riconoscimento. Non fosse così, avremmo in giro più venditori di fumo del solito e correremmo tutti moltiplicati e gravissimi rischi.
Il tentativo di creare confusione caratterizza il secondo quesito, per il quale la necessità del titolo di studio riconosciuto per l’ammissione all’esame di abilitazione è “garanzia di preparazione adeguata e consente di selezionare, fin da subito, gli ammessi all’esame di abilitazione” oppure è un dato negativo, “perché il superamento dell’esame di abilitazione è sufficiente a dimostrare il possesso di adeguate competenze“. In modo persino malaccorto, domanda e risposte sembrano affermare che chi possiede il titolo di studio supera automaticamente l’esame di abilitazione e confonde parole che hanno significato ben diversi tra loro: ammissione e superamento. Anche qui lo scopo è chiaro: sfruttare la confusione e ottenere un no che porti acqua all’abolizione voluta dal Ministero. Su questa via indirizzano spudoratamente i quesiti 3 e 4 che mirano a stabilire se esistono “professioni non regolamentate, per le quali dovrebbe essere richiesto uno specifico titolo di studio, oggi non necessario” e altre, per cui “il titolo di studio richiesto sia eccessivo rispetto al tipo di prestazione che si è chiamati a svolgere“. In realtà i quesiti fanno una gran confusione tra dignità e qualità del lavoro, che dipendono da tutto, meno che dalla loro regolamentazione. Il lavoro di un buon operaio, infatti, appare a tutti più rispettabile di quello di un pessimo chirurgo e nessuno distingue tra lavoratori in ragione della regolamentazione del loro lavoro. I lavori hanno pari dignità – tutti sono, infatti, indispensabili al buon andamento della vita sociale – e ciò che fa la differenza è un codice di comportamento: l’ethos della responsabilità. Certo, la qualità d’un docente e l’esito del suo lavoro emergono in tempi lunghi, mentre esistono mestieri e professioni che consentono giudizi immediati. Indiscutibile rimane, però, il “principio di “garanzia“, vale a dire l’onesta e neutrale certificazione della preparazione, affidata però a un giudice unico, neutrale e uguale per tutti, che non valuta l’operato a valle, ma verifica l’attitudine a monte. Di questo, però, nel questionario del prof. Profumo non si trova traccia, forse perché non se ne trova nel mondo da cui provengono il ministro e buona parte del governo tecnico e “meritocratico“: l’università in cui la parrocchia consacra santi e beati e li regala all’adorazione dei credenti, dopo aver scoperto il gene che rende ereditarie qualità e tendenze, come fosse questione di sangue. Non a caso i “baroni” sono scienziati da generazioni.
Siamo alla postdemocrazia. Lo si sente dire sempre più spesso con accademica improntitudine e nessuno si scandalizza se per il pubblico impiego si fa eccezione alla regola e c’è un quesito a parte: “ritenete necessario il possesso di uno specifico titolo di studio per l’accesso al pubblico impiego?”. Se lo Stato del terzo millennio dovrà essere un feudo della finanza, la domanda ha un senso. In una repubblica parlamentare, la risposta sarebbe certamente una: “sì, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce professionalità e competenza da parte di impiegati, funzionari e dirigenti pubblici ed evita un’eccessiva discrezionalità nella loro assunzione“. Le cose però non stanno così. Mentre l’abolizione dell’articolo 18 spiana la via ai licenziamenti nel pubblico impiego, Profumo, che ai proclami dei venditori di tappeti, preferisce il piffero di chi incanta serpenti, suggerisce la sua risposta: “no, perché il titolo di studio può essere poco significativo in rapporto alle funzioni da svolgere e il possesso di adeguate competenze dovrebbe essere accertato esclusivamente in sede di svolgimento delle prove concorsuali“. Occorrono servi da sfruttare e manovalanza da ricattare. Basta con studi seri e i cittadini veri. Per la postdemocrazia un po’ di finto nuovo e tutto il vecchio del mondo: porte aperte al “bestiame votante“.

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Paccata“. Così si esprime, equivoca e ringhiosa, la gentildonna ricca di milioni e titoli accademici, chiamata al Ministero del lavoro perché, a dar retta ai numerosi sponsor, dal Quirinale in giù, fino ai ben pasciuti custodi dei Palazzi romani, è il meglio che passa il convento. “Orate fratres“, verrebbe da chiosare sorridendo, se la farsa non fosse già tragedia.
Paccata” non è un lapsus freudiano, non sta per “vaccata” come, al di là della forma, apertamente suggerisce la sostanza. Nel dizionario la parola non c’è e non ha radice anglosassone – l’inglese pack indicava in origine una balla di lana – non viene da pacco, sostantivo maschile che indica uno o più oggetti avvolti in carta, tela o quant’altro legata e sigillata, non nasce da pacca, che è un colpo amichevole, non si rifa, per estensione, alla sberla, perché altrimenti assai più chiaro sarebbe stato “sberlata“. No, a ben vedere, “paccata” si spiega solo nel quadro di generalizzata violenza istituzionale e di assoluta miseria morale di cui è espressione un governo privo di consenso elettorale, sostenute da nani, ballerine e trasformisti, ossessionato dalla fede in un liberismo ormai disperato e incapace di esprimere un pensiero dialettico. “Paccata” è la traduzione linguistica di un’attitudine mentale che va dal disprezzo per l’interlocutore e per i suoi diritti – “il sindacato difende i ladri“- a un’insofferenza peggio che padronale, quella aggressiva da “cane del padrone” che ha un comando da eseguire a tutti i costi e perciò affonda i denti. Un neologismo, quindi, che suona più rozzo e volgare sulle labbra di una donna, già oscenamente guitta nel recitare pubblicamente le lacrime d’un dolore inesistente.
La “paccata” della Fornero non è una questione linguistica formale, o l’ennesimo scivolone autoritario in cui incappano i sedicenti tecnici. E’ la sintesi perfetta del programma di un governo che, sin dalle prime battute, ha inteso ridurre al minimo i livelli di formazione culturale e civile della nostra forza lavoro, per disporre a suo piacimento di una massa di “senzastoria” rassegnata a pagare i costi della crisi di un sistema che garantisce tutto a pochissimi e nulla a moltissimi.
Più ignoranti usciranno dalla scuola i nostri studenti, più facile sarà cancellare i diritti e imporre i più disumani sacrifici alle nuove generazioni.
Vista così, nella sua luce vera e sinistra, la “paccata” della Fornero è uno sputo sul viso della giustizia sociale e copre le spalle a Profumo, il quale sa bene di governare una scuola ridotta alla disperazione. Per fermarsi al patrimonio edilizio, ci sono settemila scuole di cui non si ricorda più nememno il secolo in cui furono costruiti; c’è un nucleo di oltre mille edifici che ha più di due secoli e mezzo di vita; tremila edifici furono costruiti tra gli anni di Napoleone e la marcia su Roma e dei due terzi del “nuovo” patrimonio edilizio, che ha comunque più di 30 anni, solo il 22 % è stato ristrutturato. In queste condizioni di sicurezza vive la scuola italiana. Basterebbe investirci per creare lavoro, sicurezza e cultura. I soldi ci sono, come mostrano le dichiarazioni dei redditi dei ministri. Il governo, però, non li tocca. Alla signora della sconcia “paccata“, interessa soprattutto schiavizzare i lavoratori e il ministro Profumo naturalmente tace; per la seconda volta in due anni proroga i rettori suoi colleghi entro università precarizzate, affidate a gente che non può guardare lontano, ma ha tutto il tempo per nominare i consigli d’amministrazione. Qui la tecnica non c’entra. Qui c’entrano esclusivamente la politica e la dignità. Ma si può parlare di dignità a gente che non è stata eletta e mette mano ai diritti? Dov’è la dignità, nella “paccata” della Fornero o nei comportamenti di Profumo, che dovrebbe chiedere le dimissioni dei rettori, quando egli stesso non rinunciò alla presidenza del Cnr, appena ricevuta la nomina di ministro?
Non so per quali vie, mi torna in mente una lontana riflessione sull’educazione e mi convinco che chi per mestiere fa il docente, oggi non può insegnare ai giovani che educazione e cultura bastano a difendere i loro diritti da un governo dispotico, perché si vota e c’è un Parlamento. I ragazzi devono imparare a riprendersi i diritti che gli rubano. Quando “torneranno ad essere rappresentati in un governo, impareranno tutto quello che serve ed anche più. Quel giorno il popolo sarà maestro di tutti senza alcuna fatica“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2012

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Con tutto il rispetto, quando le ho parlato del suo VALeS , prof. Profumo, Chiara, la mia giovane amica ricercatrice, s’è fatta una risata schietta e ha commentato: “americanate“. Ha una storia alle spalle, Chiara, e la racconta così a chi le chiede meravigliato: “ma che fai, sei tornata a casa?“:
Sì, me ne sono tornata in Italia e ho mollato tutto, gli USA, la borsa di studio, il prestigioso Istituto di ricerca e le prospettive di carriera, perché, in attesa della stella polare, i soldi per la privata non ce li avevo e mia figlia dovevo mandarla per forza in una scuola pubblica“.
Per chi non capisce e fa lo sguardo interrogativo, risponde secca e senza mezzi termini:
‘I ministri, da noi, non sanno nemmeno di che parlano! Fa schifo. Da quelle parti la scuola pubblica fa schifo. Non potevo rovinare mia figlia. Qui, nonostante l’incompetenza di chi governa, abbiamo ancora una scuola coi fiocchi“.

L’avrà sentita raccontare, signor ministro, la storia di Lee Marshall, l’inglese che vive scrivendo, fa il giornalista e si occupa di bel mondo, viaggi, cinema e gente come lei, very important, per dirla alla sua maniera. Conosce l’Italia come e forse meglio di lei. Ci sta dall’ ormai lontano 1984, s’è ben guardato dal mandare sua figlia nelle decantate scuole inglesi e internazionali e non s’è mai pentito. Ai colleghi giornalisti del Corriere, che provavano a capire se gli avesse per caso dato di volta il cervello, l’ha detto chiaro: “l’ho mandata al liceo Tasso e lo rifarei. La scuola pubblica italiana avrà qualche difetto, ma resta molto valida” E ha usato a ragion veduta la parola “resta“. L’ha fatto per spiegare che era meglio di quello che è oggi, ma si sa: c’è stata la lunga serie di guai che da Berlinguer ci ha condotto a lei e danni se ne sono avuti.

A Londra, signor ministro, il ragazzo che aspira a una buona università o fa la scuola privata, oppure scopre che Oxford e Cambridge gli chiudono le porte in faccia. Al contrario, se i genitori si sistemano nel paradiso inglese e i figli italiani vengono da un nostro liceo statale, le porte sono aperte e non si lamenta nessuno. Lo saprà di certo e se non lo sa s’informi. Sentirà che coro! I suoi colleghi inglesi sono tutti d’accordo: gli studenti delle scuole italiane sono veramente bravi. Hanno strumenti per ragionar da soli e lo fanno bene. Nonostante i ministri, ci si riesce ancora: la formazione non soffre d’asfissia, non muore al primo ostacolo, soffocata dalla nozione.

Eva Schenck e Gijs Pyckevet, architetti di Berlino e Eindhoven, racconta il “Corriere“, hanno iscritto i figli alla Garbatella, una scuola statale di Roma. A chi le domanda, Eva risponde con semplicità che la valutazione se la son fatta da soli, lei e il marito, dopo che alla scuola tedesca di Roma hanno domandato quanti domestici avevano in casa. Ognuno a suo modo, prof. Profumo. Non hanno avuto dubbi e non hanno atteso l’esito delle sue cervellotiche teorie docimologiche.

Il mio amico Giorgio, ingegnere che s’è fatto un nome all’Alenia quando faceva aerei con gli americani, la differenza la spiega così: “Quando cominciai a girare per gli States e non capivo molto di quello che la gente diceva, la sera ne vedevo tanti di manager di nome. Davanti a un bicchiere di whisky, parlavano fitto, con l’aria seria di chi fa i grandi discorsi. Non è facile spiegare la delusione, quando finalmente fui in grado di capire ciò che si dicevano: reality, gossip, pettegolezzi. Una desolazione. Una lingua l’impari anche se a scuola l’hai fatta male e meglio sarebbe se te la facessero studiare sin da bambino” – riconosce, ma non glielo togli dalla testa e ha perfettamente ragione: “se non te lo insegnano prima, però, quando sei uno scolaro tra scolari, fai domande e domandi risposte, non imparerai mai a farne uso, mettendoci parte di te stesso e andando oltre la “lezione“.
Non era difficile fare il lavoro dei grandi manager, sostiene il mio amico Giorgio. Il difficile era far ragionare i grandi manager fuori da uno schema. La differenza è in un concetto base che le Tre Elle, l’Invalsi e il VALeS non sanno e non possono misurare: la formazione educativa prevale sulla necessità peculiarmente disciplinare. Per la prima la vita ha tempi dati, per l’altra c’è tempo una vita. Poi, certo, se un ministro ti dà una palestra, un edificio confortevole e laboratori, se ci mette i quattrini per lo stipendio dei docenti e i soldi che gli americani spendono per la ricerca, beh, allora si vola, si va sulla luna, senza bisogna di regalarsi al miglior offerente, di andare a vendere la propria formazione in cambio di una sistemazione, di un futuro e della certezza che non ti sorpassi un raccomandato.

E’ questo che manca all’Italia, signor ministro. Una classe dirigente selezionata per quello che vale.
Valuti il suo mondo, se ne è capace. Torni all’università e se ci riesce metta ordine nei concorsi. Sono il vero e grande problema di questo Paese, il terribile cancro che lo divora. Lo faccia, renda trasparenti i concorsi universitari. Dopo, solo dopo, se troverà chi è disposto a votarla, entri in Parlamento e governi. Vedrà, essere eletti è molto più difficile di quanto lei creda, tant’è che non vi fate più votare. Lei e i deputati che l’appoggiano, noi non li abbiamo eletti. Ci ha provato una volta Rossi Doria, il suo sottosegretario. Partì da lontano e si contentò: voleva fare il sindaco, ma nessuno lo volle.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 febbraio 2012 e sul “Manifesto” l’1 marzo 2012 col titolo Caro Profumo, il problema ero sono i concorsi…

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