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Confesso il mio peccato: torno spesso alle antiche letture. Gli anni, la formazione, il tipo di cultura, le scorie fatali della militanza hanno finito per collocarmi in quella sorte di “prigione” che molti, non senza disprezzo, definiscono “ideologia” e una sparuta pattuglia di sopravvissuti ritiene sia coerenza tra un sistema di valori, alcuni strumenti di analisi e scelte di vita che coincidono con opinioni politiche. Questa sorta di confessata sclerosi spiega probabilmente la diffidenza stupita per la fiduciosa ricerca del futuro del sistema formativo negli impegni strappati ai candidati e nella cartastraccia che diventano in genere programmi elettorali.
In un’ormai lontana introduzione a un ancor più lontano studio economico di Pietro Grifone, Vittorio Foa, tornava addirittura a Bucharin per individuare nella “simbiosi del capitale bancario con quello industriale” l’essenza della finanza e ricordava un insegnamento di Lenin che non è stato mai attuale come oggi: è impossibile modificare la natura necessariamente aggressiva e socialmente ingiusta del capitalismo, ripulendolo e dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia sopravvivere diritti. Si studia, studiano i figli delle classi subalterne, nelle fasi di espansione, nei momenti di crescita economica o quando, comunque, i margini di profitto chiedono pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di “gerarchie sociali“. La borghesia è nata da una rivoluzione vittoriosa, conosce perfettamente i meccanismi della storia e sa che probabilmente la riforma della scuola e dell’università costò l’Impero agli zar, perché produsse il personale politico del populismo russo e condusse all’ottobre rosso.
Di tutto questo non si parla, mentre il voto è imminente. Va di moda invece una bestemmia: l’offerta elettorale. Un modo per dire che il voto è sul mercato. Offerta. Te lo ripetono con arroganza liberista, mentre si spara a raffica sulla scuola di ogni ordine e grado, mentre si precarizza e si umilia il personale docente e ai giovani si lasciano briciole di istruzione che preannunciano l’avviamento al lavoro. Di educazione nel senso socratico del termine – quella che bada all’intelligenza critica e all’utonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non rientra nell’offerta elettorale. Ormai il linguaggio è così drammaticamente deformato, che “aprire” un discorso politico appare un non senso e non si trovano più le parole per porsi domande elementari. Tra Monti e Bersani, col codazzo di forze minori pronte a “dialogare“, quali diversi modelli sociali, quale concezione dei rapporti tra le classi e quale Stato? Per quanti sforzi tu faccia per capire, la sola differenza che cogli è veramente desolante. La banda dei tecnocrati propende per condizioni di predominio del capitale finanziario, senza mediazioni liberal-democratiche di stampo giolittiano, senza “idilli turatiani”, se parlando di Fassina o Vendola, si può scomodare Turati. Un’idea di destra elitaria, con quel che ne consegue in termini di autoritarismo, trasparenza e decisioni prese in modo anonimo nell’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione e controlli di banche alle banche. Un modello sociale che lascia impunito Montepaschi, conduce in Mali e produce F35. In quanto ai “politici”, ecco l’altro volto del capitale, quello più o meno industriale, in cui l’autorità diventa giocoforza azienda – il “sistema Italia” – e “comanda“, come i padroni del vapore che si son “fatti da sé” e possono sfidare le regole in nome dell’efficienza e della produttività. Una “democrazia autoritaria“, che pareva contraddizione in termini e s’è vista all’opera in un esordio nemmeno balbettante, mentre apriva coni d’ombra di natura diversa, senza evitarci la Libia, il Mali e gli F35.
A ben vedere, la borghesia, divisa, sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo experimentum crucis: non sa dove andare, ma non vuole star ferma e si compatterà. Anche i lavoratori sono a un bivio cruciale: avanti così non si andrà a lungo. Occorre qualcosa che non sia “offerta“, qualcosa che sia analisi e discussione e provenga dal basso. Parole nette se ne sono dette: niente Mali, niente F35, nessun dialogo con le due destre. Si potrebbe firmare una cambiale in bianco, se un abbozzo di riflessione nei giorni che abbiamo davanti, per carità di patria e onestà intellettuale, consentisse di trasformare il generico e insufficiente appello a una “legalità” tutta “giudiziaria“, in una schietta categoria di sinistra: giustizia sociale. Allora sì che scuola e università sarebbero al sicuro. E con esse l’insieme delle conquiste che hanno fatto la nostra storia migliore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2013  

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Ancora un palazzo del potere, ancora qualcosa che vola dalle sue finestre, ancora una “morte” che rimarrà impunita. Stavolta tocca direttamente alla democrazia. Qui da noi va così. Qui da noi dalla finestra della Questura a Milano volò a terra l’anarchico Pino Pinelli e Vincenzo Guida, il questore, spudoratamente ne infangò la memoria. S’era ucciso, sostenne, schiacciato dal peso delle prove che lo inchiodavano alla sua responsabilità per la strage di Piazza Fontana. Pinelli era stato partigiano e il questore fascista come fasciste erano le bombe di Milano. Sembra strano, ma è così: passato senza colpo ferire da Mussolini a Einaudi, aveva diretto la colonia penale di Ventotene dov’erano reclusi Pertini e Terracini. Sono storie di questori che andrebbero insegnate. Ma forse è proprio quello che non si vuole.
Qui da noi va così: fanno testo i questori, salvo smentita postuma degli storici tra cinquant’anni, quando probabilmente “scopriremo” e non servirà a nulla che gli ignobili lacrimogeni sparati dalle finestre di via Arenula, proprio sotto il naso dell’inconsapevole!? ministro Severino, sono l’esito previsto di un progetto studiato a tavolino dai teorici della “postdemocrazia”, accorsi al capezzale dell’agonizzante Repubblica democratica. Oggi no: oggi, contro l’evidenza, ha ragione l’ineffabile questore Della Rocca: «sono stati sparati “a parabola” non diretti sui manifestanti. La traiettoria è stata deviata perché hanno urtato sull’edificio». E c’è da giuraci: il ministro Cancellieri non pagherà col licenziamento la tragicomica tesi della “legittima difesa” tirata fuori per giustificare i soliti “servitori dello Stato” che ormai ammazzano di botte chiunque si azzardi a manifestare dissenso.
Qui da noi va così. Questo è un Paese in cui, in nome della legalità, Farini, presidente del Senato, cogliendo al volo l’occasione dell’attentato Acciarito, non esitò a scrivere al Presidente del Consiglio Rudinì che «l’Agenzia Stefani va diffondendo non esservi complotto: è male dico. Ottima cosa sarebbe la convinzione d’un complotto, per indurre questa società molle a difendersi». E poiché di queste cose non si vuole che si parli, ecco i colpi alla scuola e all’università. Ai Rudinì di ogni tempo occorre anzitutto un rassegnato “bestiame votante”. L’insegnamento della storia in libere istituzioni formative potrebbe di fatto complicare la via alla “postdemocrazia” di cui questo governo s’è fatto il portabandiera. E, guarda caso, è proprio su studenti e professori che i lacrimogeni volano clandestini dai palazzi del potere. Docenti e studenti per ragioni di forza maggiore, perché piegando la scuola e l’università si vuole spezzare il filo forte e decisivo della trasmissione della memoria storica.
Qui da noi va così. Qui da noi lo Statuto albertino escludeva lo stato d’assedio perché non riconosceva a un Esecutivo il diritto di sospendere la Costituzione, ma contro gli “scrupoli garantisti“, Crispi non esitò a proclamarlo per colpire il “reato politico” o, se si vuole, il dissenso e a chi, in nome della legge, si opponeva rispose che, «di fronte allo Statuto, c’è una legge eterna, la legge che impone di garantire l’esistenza delle nazioni». Di lì a poco, un potere che non riconosceva freni alla sua azione decorava di medaglia al valor militare un mascalzone in divisa che aveva sparato a raffica sulla folla inerme e condannava alla galera il mite Turati e Anna Kuliscioff, colpevoli di socialismo.
Qui da noi va così. Da noi qui c’è sempre un ’98 in agguato, da quando Mazzini s’è spento clandestino in patria sotto falso nome, inseguito da una condanna a morte in contumacia che nessuno mai cancellò, e Garibaldi morente non s’è liberato della  polizia che lo teneva d’occhio come un volgare malfattore. Qui da noi per gli ideali “rossi”, i lavoratori si son fatti secoli di galera prima e dopo la Resistenza e il reato politico è stato ed è terreno privilegiato di tutte le polizie, passate attraverso le varie epoche della nostra storia senza mai dar conto di sé al “popolo sovrano”. Dietro i questori che parlano a ruota libera e gestiscono la piazza fuori dalla regole, c’è una malintesa e deformata idea liberale che ha sempre partorito governi reazionari e non a caso in buona parte i liberali confluirono nel listone fascista. Quest’idea, che è tornata di moda assieme a un liberismo che pare articolo di fede, ce l’ha a morte con la formazione di massa. L’attacco che oggi si porta alla formazione con l’alibi dell’ordine pubblico risponde perfettamente alla filosofia del bastone e della carota enunciata impunemente dal ministro Profumo ed è anzi la spia più evidente e inquietante d’una idea liberale che non solo vive di paure irrazionali e falsi miti, ma periodicamente lascia emergere dal suo seno un elemento occulto di continuità con una vocazione autoritaria che da Crispi alla DC di Scelba, giù fino ai giorni di Genova e ai tecnici alla Monti è un dato ineliminabile della nostra storia.
Occorre dirselo e trovare al più presto una via d’uscita: qui l’ordine pubblico non c’entra veramente nulla. In discussione è ancora una volta la democrazia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2012 

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Immagino che la sera spegnerebbe il televisore con un moto di ripulsa sconfortata, subito dopo i titoli del Tg3, nella penombra del suo studio che non ho più rivisto. La sera ci sorprendeva inattesa, come accade di questi tempi, quando il sole d’un tratto si inclina veloce all’orizzonte, per sparire in un preludio di autunno che il caldo micidiale non potrà fermare. Non so che direbbe e, per quanto profonda, non c’è amicizia che consenta di dare la parola a chi non c’è più. Di “libera stampa“, Arfè s’intendeva come pochi e di cialtroni che vendono fumo la sera tra pubblico e privato non si stupiva più. E’ singolare, diceva, l’ambigua passione per i dettagli e il disinteresse voluto per i problemi concreti. E come dargli torto, se in questo disastrato settembre di borse crollate e di vite tagliate, la prima pagina, parlando di scuola, è toccata all’abbraccio tra Lupi e Gelmini? Vera o presunta, la “storica pace”, dopo gli scontri estivi, ha tenuto il campo e “fatto ombra” all’agonia reale della scuola. Il problema di chi ci governa non è, come sarebbe lecito aspettarsi, il crollo verticale degli investimenti che si somma al taglio indiscriminato di risorse per l’ordinario e ai milioni di euro dirottati dal pubblico al privato. Lupi, portavoce degli interessi oscuri di Comunione e Liberazione ce l’ha con Gelmini non perché ha falcidiato gli organici e licenziato persino banchi, lavagne e cattedre. Ce l’ha, perché assume 66 mila precari. La smorfia disgustata di Arfè la conosco così bene, che mi pare di vederla e mi torna in mente chiaro il suo richiamo alla Costituzione. Il dio dei socialisti onesti l’ha risparmiato, chiamandolo a far compagnia al suo Turati, mentre il diritto al lavoro, garantito dalla Costituzione, tocca nervi scoperti dei ciellini e, a dar retta a Lupi e compagni, in futuro sarà difficile diventare docente per chi oggi comincia l’ università. Chi abbia torto o ragione tra i due ras lombardi, per la povera gente, non conta un bel nulla. Tutto quello che c’è dietro gli attacchi violenti, le liti, gli abbracci e i patti di pacificazione è che ormai si governa così, tra guerre per bande che mettono diritto contro diritto, generazione contro generazione, bianco contro nero, lavoratore contro disoccupato. Il Paese si sfascia, la casa crolla e la Costituzione è cartastraccia, con buona pace di Napolitano che si occupa di guerre e manovre finanziarie, qui ammonendo, là invadendo il campo, sempre, ovunque e comunque, ignorando il Parlamento e la sofferenza della povera gente.
Non ho dubbi. Uno storico del valore di Arfè lo vedrebbe lucidamente: sono vere tutt’e due le cose. E’ vero che i precari hanno diritto al lavoro, non meno vero è che ai giovani spetta un futuro. E’ vero e nessuno dovrebbe poter scegliere tra diritti contrapposti. I diritti sono vita per le democrazie. Negarne uno, in nome di un altro, significa ferire a morte la civile convivenza e la giustizia sociale. Nessuno potrebbe, ma lo fanno e non si trova una via per poterli fermare. Tutto questo accade perché dopo la bancarotta del socialismo, il delirio neoliberista che ha causato il disastro, fa la diagnosi e suggerisce le cure velenose che intossicano sempre più un Paese sofferente e sconcertato. La scuola, quella vera e concreta, quella che Arfè amava e ch’era stata la vita di suo padre, la scuola fatta di ragazzi, famiglie, personale docente e non docente, già prima di Gelmini e Tremonti, con Berlinguer, Moratti e Fioroni, ha vissuto di stenti. Quando è arrivata Gelmini a fare da curatore fallimentare, una scuola su due risultava costruita in zone a rischio sismico e fuori norma, un numero impressionante di edifici scolastici era privo di agibilità statica e spesso anche di documentazione igienico-sanitaria; introvabili risultavano gli attestati di prevenzione incendi. Sono poi venuti a mancare gesso per lavagne, sapone nei bagni, asciugamani usa e getta e carta igienica, difficile s’è fatto l’accesso alle cassette per il pronto soccorso e non serve proseguire. Ce n’era quanto bastava per temere il collasso che i dati Inail sugli incidenti del 2008 mostravano incombente: 92.060 infortuni occorsi ai ragazzi (+1,6% rispetto al 2007) e 13.879 ai docenti (+1,8 per cento).
Qui più o meno si fermava la conoscenza diretta del problema quando Arfè se n’è andato. Su questo mare di guai, cancellato ogni principio didattico per far spazio ai conti della spesa, si inseriscono le classi pollaio, in spregio di ogni legale rapporto tra aule e alunni e il sacrificio degli insegnanti precari grida invano vendetta. Mentre i ragazzi iniziano tra le proteste, Lupi e Gelmini non trovano di meglio che puntare all’ennesima guerra tra poveri, per vincere scontri di potere che con la scuola non c’entrano nulla. La Costituzione, diceva Arfè, sarebbe un baluardo, ma più il tempo passa, più si indebolisce. Di mio, ci aggiungo solo che forse basterebbe organizzarsi dal basso e cominciare a dire dei no. No, noi questo non lo faremo. Ripugna alla coscienza e non è legale. Quante volte, a lezione da grandi storici, ho ascoltata l’amara considerazione: questo è un Paese in cui, durante il fascismo, dell’intero corpo docente, all’università, solo in dodici rifiutarono di giurare per Mussolini. “Fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi, ha scritto Brecht. Gaetano Arfè, maestro d’altri tempi che se n’è andato il 13 settembre di quattro anni fa, intuendo dove andavamo a parare e guardandomi con disperata compassione, lucidamente corresse: “Io direi: fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 settembre 2011

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Un modello di scuola è un’idea politica e, in quanto tale non nasce per partenogenesi. E’ figlio di un tempo della storia fecondato – e talvolta paradossalmente isterilito – da un sistema di valori. Un ethos politico direbbe Croce.
Per quelli della mia generazione che militarono a sinistra, l’idea di scuola nella quale incappammo era figlia di un modo di produzione, dell’intreccio inestricabile tra le ragioni del mercato e quelle dell’educazione, di un modello egemonico di classe, armato di filosofia economica e di scienza sociale.
Un modello strutturato secondo i criteri della selezione alla base.
Parlo di tempi in cui osavamo ancora pensare alla democrazia come ad un processo, a percorsi originali che si esprimono in modelli perfettibili e da perfezionare e, senza provare sensi di colpa, ragionavamo di “democrazia borghese“.
E se il mondo nel quale eravamo cresciuti fatalmente ci condizionava, noi rispondevamo decisi a condizionare.
Avevamo identità ben definite e sentivamo di essere inconciliabilmente alternativi: noi alla destra, la destra a noi. C’erano di mezzo barriere ideali – “ideologie” si dice oggi e i risultati sono sotto gli occhi di tutti – e non si facevano sconti a nessuno. Qui non importa sapere chi avesse torto e chi invece ragione. La discriminante era di una evidenza solare: i valori dell’antifascismo e una Carta costituzionale che rendeva nobile la parola mediazione.

C’era un sistema di valori condiviso. L’esercito clerico-moderato non tirava addosso allo “Stato gestore” e sui grandi temi si incontrava con l’armata dei ribelli giacobini. Potrei dire della guerra, della legislazione sociale, del lavoro e della sua tutela, ma mi fermo alla scuola che qui più interessa.
Almeno sul piano delle finalità e degli obiettivi, il principio era comune: la formazione del cittadino, si diceva, è compito della collettività, cioè dello Stato “il quale ha per missione di realizzare il bene comune ed è giustamente investito di un’autorità per assumere la salvaguardia delle Istituzioni, far rispettare i diritti inviolabili della persona assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri a questo scopo: formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. La famiglia, quindi, cedeva il posto allo Stato inteso come sintesi dell’interesse collettivo espresso dal “patto sociale” e come tutela dagli interessi particolari dei suoi contraenti.
Provate ad affermarlo oggi un principio di questo genere e spingerete in campo aperto l’armamentario ideologico di pseudo liberal-liberisti pronti all’anatema e di sedicenti riformisti, che hanno completamente perso la nozione originaria – ed originale – della riforma come momento di lotta verso la costruzione di uno Stato socialista.
La riforma di Turati, che non fu certo un rivoluzionario.

Questa concezione dello Stato, che negli anni Sessanta del secolo scorso non fu del bolscevico Zinoviev, ma del cattolico Ufficio Internazionale per l’Infanzia, e l’idea politica di scuola che da essa deriva, appartengono ad un mondo che non esiste più. E qui non mette conto capire perché.
Per la destra come per la sinistra la repubblica nata dalla Resistenza oggi non c’è più. Ci siamo inventati la seconda repubblica e il terreno d’intesa è diventato quello della revisione. Troppo Stato dichiarano a destra ed a sinistra. Le scuole e gli ospedali sono diventate aziende, i servizi sono piegati al profitto. La sinistra ha governato coi voti del razzismo padano ed io, insegnante napoletano in una zona di violenza camorrista, non ho mai saputo spiegare a miei studenti come si conciliassero il mio sbandierato rispetto delle regole, il mio Stato costituzionale nemico della violenza, con i nostri aerei abbattuti in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo.
Siamo ancora lì, nel Golfo, siamo in Afganistan, siamo nei Balcani che abbiamo bombardato, siamo per le missioni Arcobaleno e per le armi all’uranio depotenziato, siamo per la scuola azienda, per le primarie, per le Regioni coi Governatori, per il lavoro in prestito e interinale, per le riforme del sistema pensionistico, per i tagli allo stato sociale, siamo con la Costituzione europea e fuori della nostra Carta costituzionale.
Per farla breve, siamo nella logica della destra.

Non si sciolgono certi nodi solo decidendo da che parte stare rispetto ad una riforma, e nemmeno, provando semplicisticamente a risolvere il rebus che tanto ci appassiona: abrogare oppure no una legge sulla scuola. Il nodo è ben più intricato e complesso del “che fare?” di bolscevica memoria.
E’ il “chi siamo?” cui occorre dar risposta. Chi siamo, per sapere che vogliamo e cosa faremo per averlo. E’ per questo che non basta una maggioranza e non servono i numeri della “democrazia perfetta“, che un tempo dicevamo borghese. Lo vediamo ogni giorno che essa è un inganno impotente.
La battaglia grande, quella vera – e va detto perché la verità non è mai retorica – la battaglia in cui si gioca il futuro del paese, si combatte su questo terreno. Il terreno dei valori, che ci riconducono alla nostra storia ed al nostro passato. Per questa via si costruisce una scuola e si pensa una riforma. Fuori di questo terreno c’è un nuovo e più terribile fascismo.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2005

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Non lo dice nessuno, ma si sa: Cota è notoriamente abortista. Non si tratta di sfatare un mito e non c’entra nemmeno il Garibaldi frà massone, pirata e faccendiere dei sussidiari sfascisti su cui si forma la gioventù leghista. In discussione, se ma, c’è il modello “culturale” – si fa per dire – che Cota, Maroni e Goisis rappresentano al meglio. Lo ha ripetuto a lettere chiare persino Napolitano, che di solito, ama collocarsi “fuori della mischia”: la criminalità organizzata “meridionale” fa affari d’oro con le complici regioni del Nord. La “questione settentrionale” del Nord leghista, perciò, non passa certamente, come piacerebbe a Cota, l’ineffabile ex secessionista, per la “pillola abortiva”, ma un problema di aborto in casa leghista esiste certamente e riguarda la scelta di interrompere lo sviluppo di un popolo civile. In questo senso, non c’è pillola più abortiva della legge elettorale di Calderoli e, da Pontida a Lampedusa, la tragedia che incombe non sono gli immigrati che ci “islamizzano“, ma le leggi sull’immigrazione che ci imbarbariscono, la scuola e la ricerca sfasciate che sopprimono la ragione critica e fanno dell’egoismo individualista italiota la base “culturale” del fanatismo scatenato dalla Lega padana.
Saviano, che il Sillabo leghista metterebbe volentieri all’indice assieme al Corano, l’ha dimostrato senza possibilità di dubbio: il sistema economico “legale”, che il Carroccio si vanta di rappresentare, non sta a galla senza quello illegale. E qui la geografia politica non c’entra; non ci sono un Sud “mafioso” e un Nord “virtuoso“. Esistono cittadini onesti – e sono italiani – e ci sono delinquenti che non hanno patria e cittadinanza, ma riferimenti politici in ogni parte del Paese. Dal mondo dell’alta moda alle sempre più malconce fabbriche del nord-est, sono in tanti a smaltire, in accordo con le ecomafie, rifiuti a basso costo in barba alle norme sull’inquinamento. In quanto alla buffonata del sedicente “federalismo fiscale”, nessuno si fa illusioni: Cota non ha mai letto gli studi di Nitti sul bilancio dello Stato. Gli farebbe bene, ma a lui basta Bossi. Dopo cinquant’anni di cieca “piemontesizzazione”, dopo vent’anni di fascismo nato e prosperato soprattutto in terre padane, dopo il craxismo che, spiace dirlo, ebbe la sua culla nella patria di Turati, “marca padana” hanno anche berlusconismo e leghismo e, non bastasse, lo spostamento di risorse dal Sud al Nord è stato tale che solo una banda di incoscienti si lascerebbe tentare dall’impresa. Si dice, mentendo, che il Sud pesi sul Nord. Basterebbe saper contare fino a dieci e usare almeno un pallottoliere per capire che non è così. Il reddito del Nord – il dato è del 2003 e oggi sarebbe ulteriormente sbilanciato – ammonta al 53 % del totale nazionale mentre al Sud è solo il 26.3 %, e non è tutto. Il 54.3 % del reddito da lavoro dipendente – vale a dire salari, stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali e compagnia cantante – un settore in cui l’evasione è pari a zero in tutto il Paese – si colloca al Nord, mentre il sud non giunge al 25 %. La metà. Ciò significa, ad esempio, che per ogni pensione pagata al Sud, la previdenza ne paga due al Nord. In quanto ai redditi da capitale, le percentuali sono del 57,3 % al Nord e del 21,4 % al Sud. Anche qui, il doppio o la metà, a secondo dei punti di vista. Un dato per certi versi sconvolgente. Se fosse vero, ma è molto improbabile, che nel Piemonte di Cota l’evasione Irap supera di poco il 30,53 %, appare chiaro: anche se l’evasione calabrese fosse totale, il Piemonte di Cota sottrarrebbe molto più che la Calabria. Rimane il sommerso, la terra senza nome in cui miseria del Sud e ricchezza del Nord si incontrano fatalmente sul terreno degli affari sporchi. Bene, solo tre anni fa i dati relativi al lavoro nero o irregolare vedevano al primo posto assoluto con l’88,1 % la provincia di Bolzano. A livello regionale, il Piemonte di Cota col 64,4 % era di poco più virtuoso della Calabria, ma registrava dati negativi rispetto a tutte le altre aree del Mezzogiorno.
In questo quadro, non ci sono dubbi, Cota, Maroni e Calderoli sostengono il più pericoloso e immorale degli aborti: quello che nega la vita alla solidarietà. Mettano in campo, se li hanno, i minacciati 400.000 fucili, gli sfascisti in verde, ma ricordino: giocando coi numeri e le armi, Benito Mussolini mise in campo otto milioni di baionette. Non salvarono il Paese dalla disgregazione e non gli evitarono Piazzale Loreto.

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Fu il miraggio di una collaborazione con le forze della sinistra “liberale” a suggerire a Turati la formula ambigua che affidò la soluzione dei problemi del Mezzogiorno a una “egemonia della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata, non per opprimerla, anzi, per sollevarla e per emanciparla“. La scelta – una delle più infelici del riformismo di Turati – consolidò il fronte borghese e spaccò il movimento operaio a tutto vantaggio degli imprenditori. E’ una lezione da cui la sinistra non ha mai ricavato le conseguenze. Lo dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, le idee che sulla scuola circolano in rete. C’è ancora chi riduce il dramma della scuola alle politiche d’un trio famigerato – Moratti/Fioroni/Gelmini – e s’illude che mentre il Sud sia spettatore passivo, il Nord “resistente“, stia salvando il millennio di storia cancellato dalla Moratti, il programma di Geografia che copre il globo terracqueo e l’esame di quinta, trasformato giuridicamente in progetto di fine anno. Può darsi che sia vero. Perché non crederci? Può darsi che non si tratti, com’è costume italico, di quelle che Mazzini chiamava “le passioncelle locali“, le diffidenze e gli interessi particolari. Crediamoci. Nel Lombardo-Veneto leghista, nel Regno di Sardegna e in qualche granducato tosco-emiliano avanguardie di docenti illuminati hanno recuperato i mille anni di storia che si son persi invece fatalmente nelle terre dei “lazzari, che, ci credereste?, della protesta con i rotoli di carta igienica non sanno nulla e, se sanno, non sono convinti. Terre barbare, in cui, negli anni eroici dell’unità, i “cafoni” massacravano Pisacane e il poeta scriveva: “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti“. Terre sventurate, in cui il genovese biondo e generale, tra fischi di pallottole e camicie rosse, gridava al colonnello eroico: “Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!“. L’Italia di Garibaldi che, per farsi conoscere a dovere da chi ancora stentava a capire, mandò Bixio a Bronte e passò per le armi i braccianti malandrini, sanfedisti ed “eversivi“, pronti a occupar le terre dei padroni, che, guarda caso, erano invece amici dei garibaldini.
Può darsi che il millennio sia stato recuperato, ma nella foga si sono certamente smarriti i centocinquant’anni della “Questione meridionale” e siamo tornati ai tempi del ravennate Carlo Luigi Farini, luogotenente del re nelle terre del Sud e, di lì a poco, Presidente del Consiglio, che, nel dicembre 1860, dimenticata la “passione unitaria“, scriveva a Minghetti:

non ci sono cento unitarii in sette milioni di abitanti. Ne pur di liberali c’è da far nerbo. E Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie: qualche barone o di titolo o di gleba le mena [ . .]. Or con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione“.

E’ difficile capire se nei fatidici mille anni siano compresi quelli più recenti, ma come tacerlo? E’ quantomeno singolare ridurre le responsabilità del dramma della scuola al trio Moratti, Fioroni, Gelmini, quando la loro “filosofia“, con buona pace dei filosofi, è già nelle note esplicative che accompagnano il testo del bilancio di previsione del 1980, e che Spadolini trasmise al ministero del Tesoro nel 1979: razionalizzazione nell’utilizzazione del personale, produttività della spesa per l’istruzione, diminuzione del costo economico.
Non occorrono intelligenze nordiche per capire che l’Italia s’è fatta senza rivoluzione, con patti scellerati tra padroni delle terre e padroni di manifatture, sicché da Nord a Sud non c’è chi possa chiamarsi fuori e dar lezioni. Insieme, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, studenti e lavoratori hanno dato battaglia. Bombe e attentati li hanno messi a tacere. La spinta al cambiamento s’è fermata e la caduta del muro di Berlino ha messo in discussione un equilibrio fragile e sempre più precario. Un equilibrio che s’è rotto quando a dettar le regole sono stati i mercati e l’Europa delle banche; quando i bilanci “europei“, senza migliorare il “prodotto scuola” e senza tirarci fuori da presunti disastri economici, sono bastati a indebolire le scarse potenzialità di un sistema formativo costretto a operare in condizioni di crescente isolamento. La scuola, oggi, è lo specchio di un Paese scosso dalle fondamenta, afflitto dal degrado del Mezzogiorno, dal fiorire dell’azienda-mafia che dilaga anche al Nord, dalla ripresa di antichi pregiudizi antimeridionalisti e dalla protesta leghista, che pone sul tappeto una pretesa differenza di cultura di razza fra gli abitanti delle diverse aree del Paese.
In queste condizioni, l’illusione delle “due scuole” è rovinosa e può solo consolidare il clima di contrapposizione che, per dirla con Santarelli, un grande storico troppo presto dimenticato, ha le sue radici nella “forza eversiva dei fatti: l’integrazione capitalistica euro-occidentale, il salto o i salti di qualità tecnologico-produttivi dell’economia settentrionale“. Non è un caso che il dibattito sulla scuola, si polarizzi sulla contrapposizione pubblico-privato, che diventa un’astrazione e rischia di farsi il riflesso d’uno specchio deformante. In realtà, ciò che in altri settori non è facile da cogliere, guardando alla scuola si fa molto più chiaro: l’attacco alla formazione ha ovunque la stessa pesantezza, ma l’effetto dei colpi non può essere uguale. Un dualismo ormai incancrenito rischia di produrre fratture micidiali. È la conseguenza estrema e, per molti versi prevedibile, d’un ritardo in cui gli aspetti “quantitativi” si risolvono ormai in un “gap qualitativo” che, nei fatti, segna una divaricazione non più rimediabile.
Non si può difendere la scuola dello Stato se non si coglie la molteplicità delle conseguenze “geografiche” che l’attacco produce, se si ignora il terreno sul quale ci si muove. Sarebbe un suicidio dimenticare che il sottosviluppo di alcune aree del Paese non è ormai più funzionale nemmeno allo sviluppo delle altre, ma alle logiche del profitto e alle esigenze del capitale. Ci sono oasi felici nel deserto meridionale e dune sabbiose nella verdeggiante piana padana. Non c’è una questione locale. C’è un sud del Nord e un nord del Mezzogiorno. Da decenni c’è una continuità nelle scelte politiche di fondo, soprattutto economiche, che non consente salvezza né alla società del Nord, che senza il Sud non può governare i ritmi velocissimi del cambiamento, né a quella del Sud, che senza il Nord non sa come fermare l’arretramento. Abbiamo di fronte un progetto scellerato che rischia di giungere a compimento. La diversità stessa della qualità della vita produce rinnovati squilibri. E questi, a loro volta, inevitabilmente approfondiscono quelli preesistenti. Per ora pagano le classi povere, pagano i lavoratori , pagano gli immigrati. Alla fine del percorso, come accadde col fascismo, pagherà il Paese nel suo insieme. In termini di civiltà.
Non due Italia e due scuole, quindi, ma una tragedia nazionale.

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Sono così, c’è poco da stupirsi. Vanno diritto dove li conduce l’ interesse di parte e fanno abilmente quello che crede di volere un paese ubriaco, che più lo prendi a schiaffi e più, riverente, s’inchina. “Un goccio ancora“, ripetono invitanti, e aspettano che crolli, perché lo sanno bene: più distruggi la scuola, più un Paese s’ubriaca. Più ubriaco è un Paese, meglio vive un regime.

Falchi rapaci e buoni falconieri, volano basso e, se minaccia tempesta, non assaltano il cielo per volare più in alto. Il rifugio è assicurato: ci pensa il silenzio complice d’una opposizione pronta a dare il cambio.
Non c’è medaglia che non abbia rovescio: ognuno ha il suo conflitto d’interesse, ognuno la sua tresca, ognuno il suo cliente per lo scambio.

Da ministro della pubblica Istruzione, per compiacere il papa, Fioroni si fece in quattro e finanziò la scuola privata, tagliando i viveri a quella pubblica; oggi, che sie de sui banchi dell’opposizione, trova indecente che il governo ignori l’obbligo scolastico per far piacere ad Emma Marcegaglia.

Sono così, c’è poco da sperare. Tutti fanno le pulci a Berlusconi, nemici o amici, ma è il gioco delle parti: comandano i padroni e il governo obbedisce. Berlusconi per sfuggire ai processi, i “nominati” per meritare il premio fedeltà.

Il commendator Cazzola, sindacalista ardito e poi pentito, svicolato lemme lemme dalla Cgil fino a Berlusconi, è amico dei socialisti Brunetta e Sacconi, passati a loro volta senza patemi da sinistra a destra. Da qualunque parti la prendi, questa è gente che ti porta difilato alla prima, “famigerata” Repubblica, gente che a vario titolo – e con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti – governa l’azienda Italia dagli anni lontani del vituperato socialismo di classe a quelli recenti del mercato e del profitto.

Uomini nuovi, com’è nuovo chi cambia idea quando gli torna utile cambiarla, Giuliano Cazzola, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi s’intendono di scuola a meraviglia. L’ultimo colpo, in ordine di tempo, mentre il Paese naviga a vista tra prostitute, complotti e processi, è quello messo a segno giorni fa da Cazzola, spalleggiato validamente dai due amici: il lavoro a 15 anni con l’obbligo scolastico che termina a… 16 anni.

Miracoli di socialisti e sindacalisti pentiti, in questo tempo nuovo di “revival” del craxismo. Mentre i lavoratori licenziati diventano un esercito di disperati, il governo annuncia la buona novella: con un emendamento alla legge Finanziaria – l’unica ormai a occuparsi di scuola con un qualche interesse – l’obbligo di istruzione, che nacque tra l’altro per sottrarre al lavoro i minorenni, è soddisfatto anche se lo studente si mette a lavorare.

Si opporrebbero assieme il liberale Coppino e il socialista Turati, che si rivolta tomba, ma Sacconi, che non sa di che si parli, sostiene di aver ragione: senza nemmeno provare a capire perché 126.000 ragazzi italiani dai 14 ai 17 anni lavorano al nero invece di andare al scuola, il ministro taglia la testa al toro e si affida all’apprendistato professionalizzante. Lo sfruttamento minorile e la discriminazione di classe assumono così valenza didattica e valore culturale.

Da bravo socialista, benché sia un po’ confuso tra fannulloni e bamboccioni, Renato Brunetta si dice ovviamente d’accordo e Maria Stella Gelmini, che in tema di scuola, cultura e formazione non cede il campo nemmeno a Gentile, non ha dubbi: è “favorevole ad ogni iniziativa che permetta un rapido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro [...] e favorisca la transizione tra scuola e lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un’occupazione“.

E come contraddirla? Dalla scuola al Parlamento, dal Parlamento al Governo, nessun inserimento è mai stato più veloce e competente.

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Non mi dilungo sul tema dell’egemonia culturale. A che servirebbe? Mi limito ad osservare che l’eccesso di attenzione dedicata alla ditta “Noemi e associate” e, per legge di contrappasso, alla spazzatura messa in circolo quotidianamente dal pennivendolo di turno, fa il gioco dei “padroni del vapore”, quale che ne sia la parte politica, se di politica a questo punto si può ancora parlare. Dopo il “vuoto a perdere” del sedicente federalismo fiscale, dopo gli esempi di pochezza politica, indigenza culturale e miseria morale, confezionati, impacchettati e messi in vendita sotto l’etichetta di quel lucido delirio chiamato “emergenza sicurezza”, la “riscoperta” delle “gabbie salariali”, non è una stravagante “trovata” della Lega Nord, alla quale quel genio di Sacconi copre prontamente le spalle con la formula del salario differenziato. Quella che ognuno di noi che sa “leggere, scrivere e far di conto” si trova ormai di fronte va ben oltre la volontà e la consapevolezza che appartengono anche a chi è fazioso, egoista e ferocemente razzista. Dietro la cosiddetta “Questione settentrionale“, così come la pongono Cota, Bricolo e Calderoli, c’è, deformato, il problema del “dualismo“: è l’alfabeto della vicenda storica e della vita economica e politica del Paese. Il tono del dibattito, la debolezza dell’analisi, l’insufficienza delle soluzioni, persino le timide e parziali risposte che provengono dal campo sedicente “democratico” dimostrano ampiamente che di questo si tratta: alfabeto. Manca, s’è perso, se n’è andato via assieme alla memoria storica e ci ha ridotti, come temeva Arfè, a un popolo di “senzastoria”. Il testo che qui ripropongo, con sincera umiltà, uscì sulla rivista “Prospettiva Settanta”, diretta da uno studioso di grande valore come Giuseppe Galasso, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, è perciò certamente “datato” – e non ha altra pretesa se non quella di tornare al tema centrale e irrisolto della nostra vita nazionale: la “questione meridionale”. Per Cota e compagni potrebbe essere un primo strumento per porre rimedio a quello che appare un evidente e pericoloso “analfabetismo di ritorno”.

Il «risorgimento» industriale di Napoli a inizio secolo

 
Un corretto inserimento nella storia dello sviluppo economico italiano della legge 8 luglio 1904 per il ‘risorgimento’ industriale di Napoli non può prescindere dalla definizione degli obiettivi politici complessivi in cui la scelta industriale per Napoli certamente rientrò (1).
In tal senso, una ricerca a carattere locale sarebbe fine a se stessa. Se ad inizio secolo, infatti, Napoli non era più la capitale di uno Stato, era certa­mente capitale della più ampia area d’arretratezza economica del Regno d’Italia. È evidente, quindi, che solo una corretta individuazione delle linee di tendenza e delle scelte di fondo che caratterizzarono lo sviluppo economico italiano dai primi anni dell’unità all’età di Giolitti può servire a comprendere la funzione reale che, in quello sviluppo, era chiamato ad assumere il tardivo processo d’industrializzazione avviato nel Napoletano (2).
Questi brevi appunti, utili, all’eventuale elaborazione di un discorso più articolato sulla storia dell’industria in Campania, intendono solo mettere a fuoco alcuni aspetti della questione. In tal senso appare necessario accennare, anzitutto, a quella linea di tendenza della ricerca storiografica, che addebita lo sviluppo dualistico dell’economia italiana alla mancata attuazione nel Sud del Paese di grandi opere di bonifica, alla sopravvivenza del latifondo e del sistema feudale, ad una borghesia riluttante ad incrementare gli investimenti e a modificare i contratti agrari, proclive ad attività industriali dai caratteri meramente speculativi. In altri termini, alla condizione di debolezza e di rista­gno in cui versava l’economia meridionale nel 1860.
Su questa linea si muovono quegli studiosi che non assumono l’entità del divario economico tra le regioni italiane nel 1861 come parametro attraverso cui valutare la complessiva crescita economica del Regno d’Italia, ma subordinano a quella disparità iniziale l’accentuarsi sempre più marcato del dualismo e, quindi, l’esistenza delle cosiddette ‘due Italie’.
Gino Luzzatto, ad esempio, uno dei più autorevoli esponenti di questo indi­rizzo storiografico, rilevando come, in un Paese che nel 1861 versava in condi­zioni di arretratezza secolare (3), già negli anni successivi alla crisi del 1873-74 fosse nata un’industria concentrata quasi esclusivamente nelle regioni nord­occidentali, prima è indotto a sopravvalutare i progressi compiuti poco prima dell’unità da alcune regioni, poi, per giustificare gli errori della Destra Storica, ricorda la necessità di « riparare all’inerzia dei passati governi» (4).
Seguendo questa linea, egli giunge così a giustificare una politica che, dal 1861 al 1875, aveva sì portato la ferrovia da Bologna ad Otranto e la rete ferroviaria del Sud dal 7,25 % al 32 % del totale nazionale, ma aveva anche espropriato in soli sei anni, dal 1873 al 1878, ben 29.554 agricoltori meridionali (1’88 % degli espropriati del Regno) per l’irrisorio debito complessivo d’imposte di £. 2.948.110, pari ad una media di £. 99,75 per ogni espropriato (5).
Persino la ripartizione territoriale della spesa sostenuta dal 1870 al 1876 per l’acquisto di macchine agricole (77% al nord, 12 % al centro 11 % al sud) sembra giustificata al Luzzatto

«dalla mancanza, nell’area centro meridionale, di vaste pianure, dalla maggior dif­fusione delle colture arboree, distribuite spesso a breve distanza dei campi seminativi, !’impiego di aratri, specialmente adatti a scavi profondi », insomma da motivi di ordine tecnico per cui «l’impiego di aratri [...] di seminatrici e di falciatrici risulta – il più delle volte – inopportuno» (6).

Soffermarsi sulle contraddizioni di uno studio per tanti aspetti fecondo di positive indicazioni sarebbe, però, solo sterile esercizio polemico. Più utile mi pare notare come ognuna di esse, in fondo, sia determinata dal fatto che altro è rilevare come, nel 1860, il Sud versasse in condizioni di maggiore arre­tratezza economica nei confronti del Nord, altro che la disparità fosse tale che al Nord esistessero già le premesse dello sviluppo che vi si è realizzato, mentre il Sud fosse condannato sin da allora al sottosviluppo.
Ciò è difficile da accettare, perché equivale a dire che la maniera in cui avvenne l’unificazione nazionale e la politica dei governi postunitari non abbiano influito sulla vicenda economica dell’Italia o, peggio ancora, come afferma il Morandi, che lo sconcerto economico e lo squilibrio erano fatali (7).
Questo significa, in pratica, che ad un’Italia politicamente unita dovevano, per forza di cose, corrispondere ‘due Italie’ economicamente separate dalla diversità del loro sviluppo.
In verità, io non credo alla fatalità della Storia. Mi pare inoltre che, pur giungendo a spiegazioni diverse del dualismo, gli studiosi che rilevino dispa­rità tra le strutture economiche del Nord e del Sud, esprimano tutti serie per­plessità sulle prospettive complessive di sviluppo dell’Italia del 1861 (8).
Morandi stesso, del resto, scrive che il dominio austriaco sulla Lombardia era stato durissimo e che il Piemonte e la Liguria avevano languito sotto i Savoia. Insomma che l’Italia era fuori della partita che metteva in gara i paesi del continente

«nel dare impulso all’industria come fattore principale di innovazione del vecchio sistema della produzione e degli scambi» (9).
 
Escludendo un raffronto tra l’entità della produzione e del patrimonio indu­striale, egli afferma che un altro distacco

«che si accentuerà tanto più rapidamente in pochi decenni, è invece già segnato molto nettamente nel processo capitalistico che ha avuto l’avvio nel Nord e che va incatenando cospicue masse della popolazione rurale. Il mercante imprenditore è ormai sulla soglia di trasformarsi in industriale» (10).

Morandi individua così una figura sociale che al Sud era lontana dal configurarsi e che fece sentire il suo peso nello sviluppo successivo del Paese; una figura che non poteva, tuttavia, avere da sola la forza: di imprimere al Nord la spinta che condusse alla formazione di un’industria moderna e proiettò «la sua ombra cupa nella involuzione parallela del Sud» (11).
Resta infatti da chiarire come il mercante-imprenditore abbia potuto tra­sformarsi in capitalista e mutare in industriale un’economia. la cui base agri­cola era così prevalente pochi anni prima, da riflettere i suoi caratteri anche su quel settore tessile, che solo pare al Morandi degno di menzione (12).
Come che stiano le cose, appare evidente che le contraddizioni sin qui rile­vate derivano da analisi diverse, ma tutte fondate su un comune, errato presup­posto. Intendo dire che, non solo è inesatto addebitare l’origine del duali­smo al divario esistente fra gli Stati italiani al momento dell’unità, ma addi­rittura che, avviata in tal senso, una ricerca si muova su un terreno imprati­cabile. La consistenza di materiali informativi sulle singole economie regionali, infatti, è eterogenea, offre dati disparati e scarse possibilità di raffronti tra lo stato dei vari settori industriali e le condizioni dell’agricoltura tra una zona e l’altra del Paese, ad una data più o meno precisa o in un arco di tempo ampio abbastanza per esser valutato (13).
È qui, nello iato tra l’inconsistenza dei dati a disposizione eterogenei e dif­ficili da compararsi, e l’entità dei problemi cui si vorrebbe dar risposta, che esiste probabilmente il difetto di analisi: nel vedere all’origine delle ‘due Italie’ quel dualismo preesistente all’unità, del quale non è poi possibile valutare con esattezza l’entità.
A me pare che il problema vada ribaltato e che non da un dualismo ‘in nuce’ occorra partire, ma da ciò che dopo l’unità fu fatto perché esso, anziché aumentare a dismisura, diminuisse.
Partire dall’assunto che l’economia italiana nel suo complesso, al momento dell’unità, offriva ben poche prospettive di sviluppo industriale, e poi argo­mentare sulla maggiore o minore arretratezza di singole realtà territorialmente limitate è, in sostanza, fuorviante, perché realtà tali da presentare compiuta­mente i caratteri di un’economia in grado di produrre un autonomo sviluppo di tipo industriale sono, in fin dei conti, escluse proprio dalla considerazione iniziale.
Inoltre, riferirsi ad esperienze e possibilità economiche realizzate in alcune regioni a metà Ottocento, significa introdurre nell’analisi una variabile dai caratteri indefiniti, già difficile da valutare in relazione a un ristretto ambito territoriale e in un quadro politico definito, impossibile da determinare in una realtà territoriale diversa e più ampia, in un quadro politico del tutto mutato e in fase di stabilizzazione, in una situazione assai carente di prospettive di sviluppo industriale.
Anche a voler condividere, infine, i giudizi positivi espressi sulla politica seguita nel Regno di Sardegna prima del 1860, va notato che la stessa politica produsse nel Regno d’Italia più guasti che sviluppo. Ma ciò non meraviglia: la politica degli Stati regionali mal s’adattava ad uno Stato più vasto e dalla realtà ben più complessa, qual era quello italiano.
Quando osserva che, dopo l’unità, i provvedimenti presi dal governo aggra­varono gli squilibri tra il Nord e il Sud (14), non ad un preesistente dualismo il Candeloro imputa il carattere territorialmente parziale dell’industrializzazione italiana, ma alla persistente crisi agricola del Sud (15). Sia stata o meno questa la causa prima della limitatezza territoriale della base industriale italiana e della sua incapacità di estendersi al Sud, egli scinde correttamente la realtà degli Stati regionali da quella dello Stato unitario e pone l’accento sulle scelte della classe governante italiana.
In questa ottica si può ritenere che la causa storica del dualismo sia nella maggior precocità della rottura col sistema feudale registratasi nel Nord del Paese (16). Storica, in quanto ereditata dallo Stato unitario, e, come tale, destinata a essere eliminata dal nuovo Regno.
Quando i primi governi italiani, con scelte conservatrici della struttura agraria e con il salvataggio del latifondo meridionale, impedirono che la rot­tura col sistema feudale avvenisse anche al Sud, quando le disparità tra Stati regionali furono ereditate da uno Stato unitario che non operò per equilibrare il quadro economico, allora quelle che erano solo diverse potenzialità si muta­rono in elementi portanti di ciò che definiamo ‘sviluppo dualistico’. Prima no. Prima le realtà regionali erano entità a sé, che nulla avevano a che dividere con la successiva realtà del Paese. Costituivano, questo sì, uno dei nodi che la classe dirigente italiana doveva sciogliere, ma non sono l’origine del problema centrale della nostra storia nazionale.
Non al malgoverno borbonico o alla politica degli Asburgo occorre, quindi, risalire, e nemmeno alla lungimiranza di Cavour (17), ma ai programmi economici dei primi governi italiani e alla concezione dello Stato che guidò i successori di Cavour. A quei Ministeri, insomma, che posero in sincronia la politica econo­mica con gli interessi di proprietari fondiari e ceti professionali emergenti, la politica estera con le ambizioni dei Savoia, cercando sostegno diplomatico in Inghilterra e Francia ed estendendo l’indirizzo liberista piemontese ai territori annessi.
Naturalmente il liberismo garantì alle aree più equilibrate e moderne nella suddivisione e conduzione della terra un primo accumulo di capitali, maggior occupazione e circolazione di manodopera, crescita e consolidamento di ceti sociali più attivi sul piano economico. Colpì duramente, invece, le regioni in cui latifondo, arretratezza nella gestione delle terre e immobilismo fondiario impedivano di profittare di nuove opportunità commerciali e richiedevano ben altri interventi legislativi (18).
Ristrutturare i catasti, intaccando il latifondo senza generare una polve­rizzazione della proprietà fondiaria, e ridistribuire gli oneri sociali, avrebbe potuto favorire un aumento di produttività agricola e colpire lo strapotere di baroni e, ‘galantuomini’. Sarebbe stato possibile avviare opere di bonifica, incoraggiare investimenti produttivi, favorire il credito agricolo. Nulla di ciò fu fatto.
Mentre l’artigiano era proletarizzato e il piccolo proprietario espropriato, l’agricoltura del Sud non tornava utile nemmeno all’attività manifatturiera e commerciale legata alla produzione rurale; di conseguenza,

«con il crollo improvviso delle vecchie bardature protezioniste si riducevano le potenzialità dell’industria napoletana» quando «al Nord numerosi erano gli stabili­menti sorti negli ultimi anni con grande dispendio di mezzi e di capitali» (19).

Che ciò sia poi accaduto perché a governare erano

«reduci dalle lotte per l’unità nazionale che, proprio per l’importanza” assegnata “alla causa dell’indipendenza politica, ritenevano pressoché concluso il loro compito» (20),

ha scarso rilievo, perché, più che mediocre statura politica, mi pare che quei ‘reduci’ dimostrarono la volontà egemonica della classe sociale minoritaria di cui furono espressione. Talune scelte economiche sembrano così poco chiare, da indurre il Luzzatto a scrivere che sarebbe assai utile

«spingere l’occhio molto più addentro in alcune vicende» per «scoprirne la vera natura, su cui gli atti ufficiali ci lasciano sovente all’oscuro» (21).

Come che sia, non v’è dubbio che, individuando due realtà distinte della società italiana al momento dell’unità, due logiche evolutive diverse e poco comunicative tra loro, e inserendole in un ‘fenomeno’ duali­stico verificabile in ogni Paese in cui un processo di sviluppo sia avviato in condizioni di partenza caratterizzate da separazione originaria e fortemente ineguali quanto a livello (22), si è compiuto l’errore di negare il nesso di causa ­effetto che è insito nel maggior sviluppo di una sezione in rapporto al minore sviluppo dell’altra.
In effetti, senza inserire nel modello adottato una variabile ad esso estra­nea, e cioè il legame organico che l’azione politica determina tra lo sviluppo del Nord e quello del Sud, una simile operazione restringe solo in una astratta staticità un fenomeno del tutto dinamico. Se è vero infatti che al momento dell’unità

«la questione fondamentale per le regioni del Nord era di trasformarsi, da una sezione per tanti versi periferica e subalterna, in un’area autonoma di sviluppo; altrove invece, nel resto del Paese, il problema essenziale era ancora il riscatto da condizioni mortificanti di miseria endemica e di secolare arretratezza» (23),

è altrettanto vero che, solo venticinque anni dopo, al Nord il problema era di difendere e potenziare lo sviluppo economico che la politica liberista vi aveva determinato, mentre al Sud era quello del sottosviluppo che si era aggravato.
Sulle condizioni dell’industria meridionale al momento dell’unità si è discusso spesso con l’intento di dimostrare che gli scrittori meridionali ne sopravvalutarono l’entità (24). I problemi in effetti sono due: le possibilità di sopravvivenza di una parte dell’industria borbonica e la distribuzione delle commesse dello Stato dopo l’unità.
Dalla vicenda della Wenner, un’industria tessile costituita da un complesso di opifici ubicati tra Napoli e Salerno e che fu prospera fino al 1860, narrata dal suo proprietario, si ricava che essa si salvò dal disastro che colpì l’industria meridionale dopo l’unità grazie alla disponibilità di forti capitali, che permisero una rapida ristrutturazione (25).
Il successo del cotonificio, contemporaneo a quello di altri della zona e rea­lizzato nel corso di una profonda crisi internazionale del settore (26), è partico­larmente significativo, perché lascia supporre, infatti, che, se al Sud fossero stati reperibili quei capitali che, come ammette l’Einaudi. furono trasferiti al Nord, alcuni opifici meridionali avrebbero potuto sopravvivere e riprendersi. Su una tale ipotesi, cui fa cenno anche Luzzatto, non sarebbe forse inutile tornare a riflettere (27).
Alcuni indizi sembrano indicare che anche il disastro toccato all’industria bellica meridionale, che certamente risentiva poco della concorrenza straniera, non fu determinato solo da congenita debolezza ma anche da pregiudicanti scelte politiche.
Nel 1861, ad esempio, lo Stato italiano ereditò il complesso che sfruttava il minerale estratto dalle miniere di Stilo in Calabria, lo fondeva nel vicino stabilimento di Mongiana e riforniva l’Arsenale di Napoli. La sua produzione di ghisa costituì in quell’anno circa 1/10 di quella nazionale (28). Nel 1866 il complesso passò in appalto gratuito a un privato; condizione unica, l’esauri­mento delle giacenze di magazzino. Scaduto il contratto, l’azienda fu vendute ad azionisti francesi, inglesi e torinesi che facevano capo al Credito Mobiliare (29). L’officina meccanica di Pietrarsa a Napoli, nata dalla fusione con una fabbrica dei Granili, tra le migliori d’Italia e attrezzata per produrre rotaie, non ebbe miglior sorte: ricevette commesse solo per un sesto delle locomotive previste dal piano d’incremento della rete ferroviaria del Sud e negli anni ‘80 era già in crisi (30). È almeno naturale chiedersi, a questo punto, se tra l’esiguità delle commesse e la cessione dell’Officina a un gruppo finanziario napole­tano nel 1863, non corra più d’un legame.
La sorte dei cantieri navali non è più chiara. In Italia, è vero, l’industria cantieristica per costruzioni in ferro non

«avrebbe potuto sorgere [...] grazie alle commesse […] della Marina, perché lo Stato da anni costruiva nei propri arsenali tutto il materiale necessario alla flotta» (31).

Ma quale Stato, quali arsenali? Prima dell’unità, i cantieri liguri lavora­vano per i Savoia, quelli campani per i Borboni. Chi costruì per la Marina da guerra italiana?
I cantieri navali di Castellammare di Stabia, che, proseguendo un lavoro iniziato per i Borboni, dopo l’unità, vararono per la Marina la prima coraz­zata (32) e, dal 1864 al 1881, la fregata ‘Messina’ e le corazzate ‘Duilio’ e, ‘Italia’ non erano certo inferiori a quelli liguri per efficienze e potenzialità (33).
Nel 1884, però, in vista d’un riarmo navale a sostegno di ambizioni espan­sionistiche in Africa, il governo italiano invitò la società inglese Armstrong ad aprire un cantiere navale a Pozzuoli, presso Napoli (34). Perché si scelse la Campania e non la Liguria non è dato sapere, ma è fin troppo chiaro che l’Armstrong col tempo avrebbe sottratto commesse ai suoi ‘vicini’. Alla scelta, poi, non fu certo estranea la considerazione che, come vedremo, al Sud ,la forza-lavoro era molto meno cara che al Nord (35).
I dati che possediamo sulle fabbriche d’armi sono scarsi, ma sono anche i meno utili: il Regno dei Borboni non dipendeva dall’estero per fucili e baionette più che gli altri Stati italiani. Se pochi anni dopo l’unità le sole industrie di armi degne di esser menzionate erano quelle bresciane (36), ciò può significare solo che, anche in questo settore, le commesse statali al Sud vennero a mancare.
Troppo frettolosamente, mi pare, si è giunti alla conclusione che l’industria meridionale non possedeva in sé forza vitale né radici (37). È probabile, invece, che là dove radici esistevano o potevano esser messe, la politica economica dei primi governi italiani provvide a reciderle.
Quando, a inizio secolo. il capitale settentrionale scese al Sud (di dove in qualche misura probabilmente proveniva), il campo era sgombro. Come per un lapsus freudiano non si parlò però di far sorgere, ma ‘risorgere’ l’industria a Napoli. Un risorgimento che non sarebbe stato nemmeno tentato se liberismo prima, protezionismo poi, non ne avessero determinato i presupposti e la legge speciale non avesse garantito materie prime a buon prezzo e decennali esen­zioni fiscali.
In effetti, la politica di protezione doganale non mirava a correggere errori del passato, ma a sostituire quella liberista che aveva esaurito la sua funzione. Essa fu adottata, del resto, solo quando gli agrari, pressati dal crollo dei prezzi, dalla crisi di produzione agricola e zootecnica e dall’abolizione del corso forzoso, invocarono dallo Stato una ‘protezione’ che già gli ambienti industriali ritenevano indispensabile per sostenere una concorrenza straniera che metteva a nudo la debolezza dell’economia nazionale.
Frutto di un’equivoca comunanza d’interessi, che ben s’accordava, del resto, con le ambizioni di casa Savoia e dei nazionalisti, ormai pronti per l’avventura coloniale, la nuova politica doganale servì a meraviglia a tacitare gli agrari, a soddisfare gli industriali e a potenziare una debole industria pesante, chiamata a rafforzare la Marina militare.
Dall’unità non erano trascorsi più di trent’anni. Non era chiaro, ma si delineava in quell’ambigua fusione d’interessi, il progetto egemonico dell’ala più avanzata della borghesia nazionale che, in nome del prestigio e della sicurezza del Paese, mirava alla totale subordinazione degli interessi pubblici a quelli privati, del potere politico a quello economico.
In realtà, l’allineamento della componente più dinamica della borghesia sulle posizioni tenute da radicali e socialisti durante la crisi di fine secolo, il favore stesso con cui fu accolta la mediazione giolittiana, furono scelte tattiche consapevoli nel quadro d’una strategia già sperimentata anni prima, quando il protezionismo era stato ottenuto mediante un compromesso con gli agrari che, alla fine, aveva indebolito proprio la posizione politica di questi ultimi (38).
Anche la crisi di fine secolo si risolse con un compromesso, quello liberal-­socialista attuato da Giolitti e Turati, che consentì all’economia italiana di pro­seguire nel suo sviluppo, anzi di assumere i suoi caratteri definitivi. In quegli anni, infatti, inserendosi sempre più profondamente nei gangli dell’or­ganizzazione statale, il potere economico (alta finanza e grossa industria al Nord e, in posizione sempre più subalterna, gli agrari del Sud) prese a spin­gere a senso unico lo. politica italiana (39). Questo non sarebbe accaduto senza un avvenimento dalla portata ben più ‘rivoluzionaria’ dell’avvento della Sinistra al potere: l’appoggio socialista alla politica di Giolitti, che significò il passaggio da una opposizione dura e di principio del gruppo parlamentare socialista, a un atteggiamento di confronto più costruttivo.
Una delle conseguenze della politica di Giolitti fu la totale emarginazione del Sud dal processo di sviluppo economico del Paese. Un’emarginazione che, a lungo andare, indebolì le potenzialità complessive del Paese e ne rallentò lo sviluppo democratico e civile. Essa però fu determinata, non meno che dalla politica di Giolitti, dalla incapacità dei socialisti di valutare il senso del « rifor­mismo» giolittiano e di elaborare un progetto politico alternativo a quello borghese.
Persino i sindacalisti rivoluzionari, che si opponevano ad ogni compro­messo con la borghesia, nel dibattito sull’intervento speciale per il Sud, furono decisi assertori d’una opzione industriale che, senza effettive contro­partite per il proletariato meridionale, offriva a imprenditori e finanzieri l’op­portunità di investire capitali garantiti dalla più ampia esenzione fiscale, di accedere a mercati poveri, ma utili come riserva, e di sfruttare una manodopera tanto più economica quanto più abbondante, dequalificata e poco organizzata a livello sindacale (40).
Pur tenendo conto della perdurante debolezza del movimento operaio nazionale negli anni immediatamente precedenti il varo della legge speciale per Napoli, il 1898 appare particolarmente adatto per tentare un confronto tra le capacità organizzative e combattive del proletariato nelle diverse aree del Paese. In quell’anno, 256 scioperi scossero il Paese da un capo all’altro, scate­nando la dura reazione governativa e preparando il terreno a quella svolta desti­nata a identificarsi col nome e la politica di Giolitti (41).
Benché le organizzazioni politiche e sindacali, più presenti nell’area centro­settentrionale del Paese, fossero state sciolte, al Nord si registrò il 56 % degli scioperi del settore industriale, con il 61 % degli scioperanti e il 67 % delle giornate di sciopero. Nell’Italia centrale gli scioperi furono il 29 % del totale nazionale con il 22 % degli scioperanti e il 18 % delle giornate di sciopero; in quella meridionale invece gli scioperi attuati furono solo il 15 % del totale con il 17 % dei partecipanti e il 15 % delle giornate lavorative perdute (42).
Anche la durata degli scioperi separa nettamente le tre aree del Regno. Infatti 6 sono al Nord e 5 al Centro gli scioperi che superano la durata di un mese, solo 2 (entrambi attuati in Sicilia) quelli registrati al Sud. Ancora all’Italia del Nord tocca il primato per gli scioperi durati dai 10 ai 30 giorni 43, per quelli durati da 4 a 10 giorni (44) e quelli vhe non andarono oltre i 3 giorni (45).
Il diverso esito delle agitazioni conferma le disparità sin qui rilevate. La percentuale degli scioperi terminati al Sud con esito completamente o parzial­mente favorevole, il 46 %, è inferiore sia a quella dell’Italia centrale [62 %], che settentrionale [52 %].
Al contrario, la percentuale degli scioperi terminati con esito sfavorevole agli operai è di gran lunga più alta al Sud che non al centro e al Nord: 54 % contro 38 % e 48% (46).
Per quanto concerne i motivi che li determinano, gli scioperi si possono dividere in rivendicativi (richieste di aumenti di salario e di riduzione di lavoro), difensivi (resistenza contro la riduzione del salario o 1’aumento delle ore di lavoro) e, infine, di carattere indefinito, determinati da cause diverse dalle precedenti (47). Anche in questo caso, la situazione di debolezza del Sud appare evidente. Al Nord si hanno infatti il 48 % degli scioperi rivendicativi, il 56 % di quelli difensivi e il 75 % di quelli determinati da altre cause. Le percentuali al centro sono rispettivamente del 33 %, del 23 % e del 16 %; al Sud, infine, del 19 %, dell’8 % e del 9 % (48).
È evidente che quello meridionale rappresentava, in un proletariato già disgregato come quello italiano, l’elemento più debole, più disposto, cioè, a produrre di più e a più basso costo, il parametro inferiore, la variabile su cui contare per gestire sia l’asfittico processo di sviluppo che la legge speciale per Napoli innescava sia le inevitabili crisi cui esso conduceva.
Sulle disparità salariali tra le diverse aree del Regno e all’interno dei me­desimi comparti industriali mancano dati precisi, ma alcuni confronti confer­mano !’ipotesi d’una netta sperequazione tra Nord e Sud (49).
Fino al 1877 il salario medio risulta in Campania inferiore a quello di Lombardia, Liguria e Piemonte. Le differenze variano per gli uomini da un minimo di £. 0,28 ad un massimo di £. 1,25; per le donne dai 15 ai 30 centesimi; per i ragazzi dai 16 ai 28 centesimi. È un dato generico, ma non insignificante (50).
Per gli anni successivi sono possibili confronti più attendibili. Nel 1891, ad esempio, alla Keller, uno stabilimento tessile di Villanovetta, in provincia di Cuneo, 13 operai di diversa specializzazione percepivano assieme, per un giorno di lavoro, £. 10,74. Se avessero lavorato in una fabbrica tessile di San Leucio, in provincia di Caserta, avrebbero percepito £. 2,49 in meno. In pratica, pagando i salari corrisposti al Sud, la Keller avrebbe risparmiato il costo dell’intero reparto delle incannatrici (51).
Paragonato a quello di una fabbrica di Forlì, la Brassini, il salario degli operai di San Leucio era ancora più basso: assieme, nove operai casertani ricevevano infatti in una giornata £. 2,60 in meno di nove operai della Brassini con identica specializzazione. Coi salari di San Leucio la Brassini avrebbe risparmiato il costo di cernitrici, strusere e mazzanti (52).
Disparità non meno chiare emergono dal settore meccanico. Nel 1893, all’Ansaldo di Sampierdarena, il lavoro di ventuno operai, divisi in sette specia­lizzazioni con tre livelli salariali ciascuno, più quello di cinque capi laboratorio costava £. 150,50, cioè £. 7,69 in meno che alla Hawthorn & Guppj di Napoli (53). Sommando la retribuzione media delle sei specializzazioni che, nel 1898, costituivano l’organigramma operaio delle due aziende, si ricava che, alla Hawthorn & Guppj si risparmiavano, in media, £ 2,60 al giorno per ogni sei operai (54).
Più indicativi sono i dati sulla Società Strade Ferrate del Mediterraneo, con sede a Milano e opifici a Torino, Genova, Milano e Napoli, perché con­sentono di confrontare salari di operai di uguale mansione occupati in sedi diverse d’una medesima azienda. Nel 1899 la giornata di trenta operai era pagata a Torino con £. 110,90, a Milano con £. 109,38 e a Napoli con £. 103,79: una differenza di £. 7,1I in più rispetto a Torino e 5,29 rispetto a Milano. L’officina napoletana era quella di Pietrarsa (55).
Il basso costo della forza lavoro non giovava molto al capitale meridionale, praticamente inesistente (56). Su di esso, al contrario, poteva ben contare chi, senza molto temere da un proletariato disgregato, s’accingeva a ‘industrializ­zare’ il Napoletano, allettato da protezioni ed esenzioni fiscali e rassicurato per­sino dai socialisti, i quali, ricordando che

«la prudenza e la moderazione è una necessità per ogni specie di movimento operaio, ma in modo particolare in un ambiente che soffre appunto per difetto d’industrie» (57),

assicuravano:

«a Napoli [...] scongiuriamo quasi sempre lo sciopero e lo consigliamo solo nei mo­menti di assoluta legittima difesa» (58).

Enrico Leone trascinava addirittura i sindacalisti rivoluzionari sulle posi­zioni duramente contestate ai riformisti, invitandoli a favorire la formazione del capitale (59). Paradossalmente, il patto di tregua sociale che legava Turati a Giolitti trovava garanti al Sud proprio in Labriola e Leone, nei suoi critici cioè più severi. Ecco dunque che, proprio negli anni in cui la borghesia italiana perse­guiva obiettivi ormai abbastanza definiti e, movendosi su  una linea strate­gica sperimentata, finalizzava gli indirizzi politici a quelli economici, il dibattito nel P.S.I. si faceva più lacerante, la sua strategia più confusa, più incerti gli strumenti per realizzarla.
Quando iniziò l’esperienza liberal-riformista, il P.S.I., impegnato a conci­liare una dottrina rivoluzionaria con una prassi parlamentare riformista, si trovò subito costretto a contentarsi di piccoli e mai determinanti successi e ad offrire il fianco all’azione di logoramento che la borghesia andava compiendo, utilizzando l’innegabile perizia tattica di Giolitti.
Nell’attesa messianica che vi si compisse ad opera della borghesia la ‘rivo­luzione democratica’, il Sud rimaneva intanto del tutto estraneo al progetto riformista di Turati (60), che, attrezzato il partito per una navigazione di cabotaggio lungo la rotta liberaI-socialista, contribuì non poco a consolidare l’anomalo meccani­smo di sviluppo del Paese e agevolò, in ultima analisi, l’affermazione non solo economica, ma anzitutto politica del grosso capitale (61).
Non a caso, quando Turati volle sintetizzare il programma meridionalista del P.S.I., parlò di egemonia

«della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata, non per opprimerla anzi per emanciparla e sollevarla» (62).

Era una formula inaccettabile, che codificava l’esistenza delle ‘due Italie’, quella progredita e in progresso al Nord, quella arretrata e da emancipare al Sud. In pratica riduceva il Sud a soggetto passivo dello sviluppo del Paese e ne relegava il proletariato in posizioni subalterne rispetto a quello del Nord. Sbandierando i vessilli della socializzazione delle terre e della conquista del Parlamento, Turati abbandonava il Sud al trasformismo (63).
Se alla fine dell’Ottocento la pratica trasformista, offrendo favori e spazio politico agli agrari, aveva consentito di far passare senza proteste le numerose protezioni e i sussidi concessi all’industria settentrionale (64), negli anni del ‘boom industriale’ quel sistema di forzature divenne pienamente operante: ciò avvenne, in pratica, quando Giolitti, approfittando della crisi d’identità del P.S.I., portò a perfezione quel meccanismo per il quale sin dall’Unità le zone depresse del Paese si erano trasformate in aree di sfruttamento e il sottosvi­luppo del Sud era sempre più diventato funzionale allo sviluppo del Nord.
C’è chi tende a far passare per fisiologico l’instaurarsi d’un tale rapporto, come se avesse generato un meccanismo di sviluppo in grado di funzionare autonomamente. Al contrario, il meccanismo non avrebbe funzionato senza che, a Nord e Sud territorialmente intesi, non avessero fatto da complemento un Nord e un Sud della classe lavoratrice, senza che il compromesso liberal-socialista non avesse fatto da contraltare al trasformismo, conferendo all’ala riformista del P.S.I. la funzione che, nella prassi parlamentare, era stata assolta dai 1atifondisti.
Non fisiologico, ma patologico fu, a ben vedere, quel rapporto. Da esso non poteva nascere che uno sviluppo economico ma1certo, limitato a un’area del Paese e garantito dalla miseria di quelle rimanenti; uno sviluppo in cui la povertà d’una classe sociale fu istituzionalizzata e resa funzionale alla prospe­rità di un’altra, quanto il sottosviluppo del Sud lo fu allo sviluppo del Nord.
È in questa ottica che si inserì la legge per Napoli, una legge altrimenti inspiegabile per la sua estraneità al contesto sociale ed economico cui si appli­cava, tanto discordante nei presupposti e negli obiettivi che Savarese, pur ritenendo che senza di essa l’industria a Napoli avrebbe rischiato di sparire, non può evitare di precisare che questa constatazione non ne contraddice altre,

«altrettanto fondate, sull’esito deludente dei programmi di rapida preindustrializ­zazione» (65).

Ma quell’esito deludente, più che indurre a ripensare criticamente gli indi­rizzi meridionalisti intorno alle specializzazioni concretamente incentivabili, nel quadro unitario dei meccanismi di produzione operanti, che non sono poi così generici come sembrano al Savarese (66), dovrebbe proporre interrogativi sulla volontà politica di elaborare un progetto di sviluppo economico del Sud. A me pare addirittura che non si possa parlare dell’esito deludente della legge spe­ciale per Napoli come di un non riuscito aggancio delle regioni del Sud alla crescita della società italiana (67). Non si può, perché quell’aggancio non fu nemmeno tentato. In realtà, la legge del 1904 non si inquadra in una ‘politica per il Sud’ nel senso stretto della parola, perché elude i motivi di fondo della tematica del Nitti, che sembra ispirarla, e si modella sullo stereotipo dello sviluppo della borghesia nazionale, a cui risulta, in definitiva, funzionale. È per questo che riesce difficile condividere l’opinione di chi ritiene la linea politico-economica seguita dopo l’unità pienamente rispon­dente all’interesse della collettività e il sacrificio di interi settori economici e di gran parte della classe lavoratrice necessari e reversibili (68).
Di recente Savarese ha provato a fondare su basi diverse l’analisi del dualismo dell’economia italiana e, pur sopravvalutando probabilmente la comprensione del problema del Sud da parte dei fautori del ‘filone industriale’, ha colto importanti contraddizioni nell’abusata prassi delle leggi speciali, osservando come, con l’epilogo del decollo industriale del periodo giolittiano,

«il patrimonio produttivo meridionale ha aumentato la sua incapacità a far fronte persino alle più elementari necessità delle popolazioni locali», che la Campania, la zona più industrializzata, ha assunto «una funzione trainante anche nei processi di sottosviluppo»

e che Napoli, infine, ha subito

«paradossalmente tanto la solidità ben superiore della struttura produttiva del Nord, che la desolante miseria dell’area eco­nomica in cui è inserita» (69).

Anche Giovanni Aliberti, del resto, osserva giustamente che qualsiasi tentativo di sviluppo economico della Campania, incapace di

«cogliere il nesso che legava l’eventuale crescita dell’industria urbana alla trasforma­zione economica del retroterra regionale mediante l’ammodernamento dell’impresa agraria e il rinnovamento della vita sociale nelle campagne» (70),

era destinato a fallire. Egli, come altri studiosi, addebita tale incapacità e, quindi, il fallimento della politica d’intervento speciale agli imprenditori (71). A noi pare, invece, che abbia ragione il Galasso, quando invita a non sottovalutare o deformare il ruolo e la figura dell’imprenditore campano, estromettendolo dalla struttura economica e sociale in cui si forma e opera (72). Ciò, aggiungerei, anche per evitare all’imprenditore la sorte dell’operaio campano, troppo spesso valutato nel suo comportamento sull’astratto metro della ‘coscienza rivoluzionaria’ maturata, più che in relazione alle concrete modificazioni economiche e sociali in atto. Non mi pare esatto, del resto addossare alla classe dirigente industriale del Sud un ruolo più che marginale nel fallimento della politica di legislazione speciale, almeno ad inizio secolo. E non è nemmeno del tutto esatto, a ben vedere, parlare di fallimento, perché la legge per Napoli produsse quanto si attendeva il legislatore. Se poi già nel 1908 i sindacalisti rivoluzionari scoprono di aver sbagliato ad associarsi

«all’inno degli arditi industriali settentrionali », perché «gli avvenimenti successivi han chiarito [...] l’inganno di Napoli industriale» (73),

ciò non serve ad altro che a meglio inserire la vicenda economica della Campania e, in pratica, del Sud in quella complessiva del Paese. In quegli anni, in effetti, l’Italia s’avviava a pagare il prezzo della sconfitta patita da un partito operaio ancora incerto e immaturo, incapace quindi di contrastare effi­cacemente una strategia di sviluppo della borghesia che si fondava sullo sfrut­tamento e che affondava le sue radici nei rapporti di forza determinatisi già all’indomani dell’unificazione nazionale.
Nel periodo di Giolitti, e mi pare di poter così concludere le mie note, quel progetto economico divenne sempre più esplicitamente progetto politico. In tal senso va vista l’equivoca funzione della Banca, legata ormai a filo doppio alle Istituzioni e il ruolo determinante da essa assunto nella drastica mobilita­zione del risparmio. Privilegiando gli impieghi industriali del risparmio, la Banca risolse infatti il problema di un’industria che si sviluppava in un Paese dove né l’agricoltura né il commercio avevano dato luogo alla formazione di grossi capitali privati, né tanto meno il piccolo risparmiatore investiva in titoli industriali (74). In una simile situazione, assai più grave al Sud (75), un sistema di rigorosa distinzione tra banca commerciale e società di investimenti finanziari non poteva sopperire alla cronica deficienza di capitali. Di qui l’introduzione di un organismo capace di mediare le due funzioni: le cosiddette ‘banche miste’, che completarono il progetto economico della borghesia italiana.
La simbiosi tra Banca e Industria e il legame con le Istituzioni dello Stato, che si faceva garante di una settoriale politica d’investimenti, finirono per costi­tuire l’asse portante d’un sistema economico e politico che sacrificava, in pratica, le ragioni e gli interessi d’un sano sviluppo economico a quelli dei grossi gruppi finanziari, favorendo processi di crescita industriale e facendo sì che la nostra industria, tecnicamente deficiente e complessivamente arretrata, cre­scendo all’ombra dell’apparato di garanzie offerto dal sistema di protezioni, si trasformasse in un organismo parassitario.
La crisi del 1907, spingendo il mercato azionario a preferire ai titoli indu­striali i depositi bancari e le obbligazioni di Stato, indusse l’industria a ricor­rere sempre più al sostegno dello Stato e determinò fenomeni di accentramento di sempre più vasta mole, acuendo i fattori di squilibrio insiti nel sistema (76).
L’intreccio di partecipazioni e di interessi che si andava sempre più conso­lidando intorno al nucleo d’una industria pesante ch’era il settore più malato della nostra industria, anziché quello trainante, contribuiva d’altro canto alla radicalizzazione delle posizioni politiche, mentre i problemi di sovrapproduzione da cui era afflitta gran parte dell’industria italiana sembravano poter esser risolti solo da una intensificata domanda da parte delle Amministrazioni militari (77).
Ormai la mediazione giolittiana non tornava più utile e Giolitti fu allontanato dal centro della scena parlamentare. Quando vi fece ritorno, l’asse politico s’era spostato a destra e i bilanci non permettevano più di conciliare una politica di spese militari con una di riforme. Le forze che all’aprirsi del secolo avevano giudicato Giolitti l’uomo adatto al momento erano le stesse che, quindici anni dopo, lo mettevano in disparte, sostituendo ad ogni altra possibile prospettiva per l’economia italiana quella della guerra.
Che la guerra non sia una conseguenza ineluttabile di una crisi del capitale è opinione da condividere (78). È innegabile però che dall’inizio del secolo le guerre del Regno d’Italia furono combattute tutte nell’illusione di risolvere una crisi e tutte ne generarono un’altra di dimensioni più gravi. Si dirà che è difficile dimostrare che esiste un nesso tra le crisi economiche del Regno d’Italia e le sue guerre, e può essere vero; altrettanto difficile, tuttavia è negare che tra crisi e conflitto esiste un nesso che non si può definire congiunturale, a meno di volerle ritenere tutte accidenti casuali (79). In realtà il nesso esiste e va cercato nell’identificazione tra classe dirigente economica e politica. Sintetizzando, si può dire che, in effetti, la prima produceva la seconda sicché, quando la classe economica era di fronte alla crisi, quella politica la soccorreva con la guerra.
Questo discorso, però, condurrebbe lontano. A me basta osser­vare che a ogni guerra si registrava un ampliamento dei settori dell’industria pesante più presenti al Nord che al Sud, che c’erano secche perdite di capitale monetario colmate dallo Stato mediante la tassazione indiscriminata, che a ogni guerra, infine, diminuiva o si bloccava l’emigrazione. In altre parole, ogni guerra aggravò lo squilibrio economico del Paese, sicché paradossalmente si può dire che ognuna fu combattuta da ‘due Italie’ delle quali una, quella del sottosviluppo, il Sud, uscì sempre e comunque sconfitta.

 
 
Note

 

1) Sulla legge speciale per Napoli del 1904, cfr. Marcella Marmo, L’economia napoletana alla volta dell’Inchiesta Saredo e la legge dell’8 luglio 1904 per l’incremento industriale di Napoli, in «Rivista Storica Italiana », 1964, IV, pp. 954-1023; Francesco Barbagallo, Stato e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno, Arte Topografica, Napoli 1976; Alfonso Scirocco, Politica e Amministrazione a Napoli nella vita unitaria, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1972; Ferdinando Del Carretto, La legge del 1904 per Napoli e la sua applicazione, Napoli 1908; Giuseppe Russo (a cura di), L’avvenire industriale di Napoli negli scritti del primo Novecento, Unione Industriali, Napoli, 1963.
2) Per gli studi più significativi sui problemi dell’industrializzazione della Campania e sullo sviluppo economico del Napoletano, si veda Giovanni Brancaccio, La Campania industriale. Bilancio storiografico, in «Prospettive settanta », n. s. VIII (I986), n. 2-3, pp. 213-231.
3) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana dal 1861 al 1894, Einaudi, Torino 1968, p. 15.
4) Ivi, p. 19.
5) Ibidem, p. 41. Le elaborazioni sono mie. Pro­seguendo nella sua politica, il fisco espropriò, dal 1885 al 1897, altri 89.347 proprietari meridionali (1’82 % del totale nazionale), trascinando cosi nella rovina anche fittavoli e mezzadri e producendo effetti devastanti su piccola e media proprietà terriera del Sud. Il rapporto medio tra espropri ed abitanti (uno su 6.154 a livello nazionale, uno su 18.357 al Nord e uno su 2.835 nell’Italia centrale) fu al Sud di un abitante su 374. I dati riportati sono in Italo Giglioli, Malessere agrario ed alimentare in Italia. Relazione di un giurato italiano all’Esposizione universale di Parigi, nel 1900, sulle condizioni dell’agricoltura in Italia, in paragone colle condizioni all’estero, Stabilimento Tipografico Vesuviano, Portici 1903. Le elaborazioni sono mie.
6) Per i dati e la citazione, cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana…, cit., p. 113. Le percentuali sono mie. Il Candeloro, al contrario, scrive che dopo il 1871 si evidenziarono problemi nati dal modo in cui fu attuata l’unità, dal tipo di Stato costruito e dalla politica economica seguita nel primo decennio unitario e coglie il nesso tra crisi agraria, malgoverno e dualismo, affermando «che la crisi agraria degli anni ‘80 e i provvedimenti presi dal governo aggravarono gli squilibri esistenti [...] tra il Nord e il Sud ». Cfr. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Feltrinelli, Milano, 1970, VI, pp. I4 e 2I6.
7) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria in Italia, Einaudi, Torino, I959, p. 279. Forse gli scrittori meridionali sbagliano «a rappresentare quasi una parità di livello tra il Nord e il Sud al momento dell’unificazione e ad attribuire quasi esclusivamente alla legislazione dello Stato Unitario la disparità che si stabilirà e si accrescerà di decennio in decennio ». Non è meno errato però sostenere che a tale disparità fu estranea una legislazione che fu «chiara espressione della totale impreparazione e della vacuità letteraria di una classe diri­gente disarticolata all’estremo e impregnata di un infantile provincialismo ». Ivi, pp. 278-279.
8 ) Con Luzzatto, anche Castronovo, come vedremo, esprime dubbi in tal senso. Grifone, poi, afferma che l’Italia nel I86I soffriva di «penuria di capitali [...], scarsezza di materie prime, assenza di un grande mercato [...] » e che «l’unità di per sé sola non crea il mercato, ma soltanto una delle condizioni essenziali perché un grande mercato sorga. Perché il paese offra possibilità d’investimento, di smercio, occorre attrez­zarlo». Cfr. Pietro Grifone, Il capitale industriale in Italia, Einaudi, Torino, I971, p. 5. Cafagna, a sua volta, scrive che alla data dell’unità, la condizione economica dell’Italia non consente di parlare minimamente di base industriale. Cfr. Luciano Cafagna, La formazione di una base industriale fra il I869 e il I9I4, in «Studi Storici », II, nn. 2-3 luglio-dicembre I961. p. 290. Per una critica alla tesi di chi vede il Sud, già prima dell’unità, in posizione irrimediabilmente compromessa e per un’efficace analisi delle cause del dualismo, cfr. Renato Zangheri, Dualismo economico e formazione dell’Italia moderna, in La formazione dell’Italia industriale, a cura di Alberto Caracciolo, Roma-Bari, 1969, pp. 285-296.
9) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria … , cit., p. 274.
10) Ivi, p. 276.
11) Ibidem, p.281.
12) Ibidem, p. 276.
13) L’Eckens ha provato a cercare un metodo di comparazione tra le fonti, ottenendo però esiti tanto inferiori alle intenzioni, che meglio sarebbe stato dire a conclusione del saggio, quanto, in tutta onestà è scritto all’inizio. «I dati [...] sulle relative situazioni economiche del Nord e del Sud all’epoca dell’unificazione -egli osserva – non consentono un giudizio immune da [...] interpretazione soggettiva. Non è infatti possibile sommare i dati regionali e confrontarli fra loro sulla base di un calcolo ‘pro capite’ ma è necessario confrontare alla meno peggio tipi di dati tra loro disparati». Cfr. Richard. S. Eckens, Il divario Nord-Sud nei primi decenni dell’Unità, in La formazione dell’Italia …, cit., p. 223.
14) Cfr. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia … , cit., VI, p. 216.
15)  Ivi, p.231.
16) Ibidem, p. 231.
17) Per spiegare i Fasci Siciliani, ad esempio, il Luzzatto risale alla sfiducia della Sicilia nel potere centrale e periferico, accenna ai Vespri, alle illusioni sorte con la spedizione dei Mille, all’azione politica della dittatura garibaldina e, finalmente, alla divisione dei beni demaniali, all’alienazione di quelli ecclesiastici e al malcontento suscitato dall’iniqua distri­buzione degli oneri fiscali. Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., pp. 207-208.
18) Per il Morandi, il liberismo è una ‘mazzata’ calata su quel poco d’industria cre­sciuta al Nord.. È un’opinione difficile da condividere. Al Nord non c’erano ancora né industria né industriali. C’era, come scrisse lui stesso, una figura di mercante-imprenditore che governava con gli agrari e cercava una politica che, tacitando questi ultimi, consentisse la sua trasformazione in capitalista. Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria … , cit., p. 279.
19) Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento a oggi, Mondatori, Milano, 1980, p. 27. Al Castronovo, in verità, pare sfuggire che nuove ‘bardature’, avrebbero di lì a poco tute­lato i «numerosi stabilimenti» sorti al Nord. In quanto al ‘dispendio’ di capitali, persino l’Einaudi ammise che, con la vendita di beni ecclesiastici e del demanio e coi prestiti pub­blici, molta ricchezza del Sud fu trasferita al Nord, dove si contribuì di meno e si approfittò di più delle spese fatte dallo Stato, ottenendo la maggior parte dei pubblici appalti. Cfr. in proposito Renato Zangheri, Dualismo economico … , cit., p. 286. 
20) Cfr. Valerio Castronovo, L’economia italiana … , cit., p. 24.
21) Cfr. Gino Luzzatto, L’industria italiana … , cit., p. 5.
22) Cfr. Il Nord nella Storia d’Italia. Antologia politica dell’Italia industriale, a cura di Luciano Cafagna, Laterza, Bari 1962, p. V.
23) Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana … , cit., p. 22.
24) Una ricostruzione completa della realtà economica meridionale al momento dell’unità non esiste, per quanto non manchino lavori anche pregevoli su suoi aspetti particolari e determinate realtà settoriali o locali, per i quali rimandiamo a Giovanni Brancaccio, La Campania industriale. Bilancio…, cit.
25) Cfr. Giovanni Wenner, L’industria tessile salernitana dal I824 al I918, s.l. e s.n., 1953. Del lavoro esiste una ristampa della Società Editrice Napoletana, (Napoli 1983) con un’Appendice curata da Ugo Di Pace.
26) La ristrutturazione fu avviata quando si avvertivano ancora le ripercussioni della guerra di secessione americana e ben prima dell’entrata in vigore del protezionismo doganale.
27) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., pp. 24-25.
28) Nel 1861 la produzione nazionale di ghisa fu di 26.000 ton. Ivi, p. 121.
29) Ibidemi, p. 133. Si tratta di operazioni da cui il Sud non trae in verità vantaggio alcuno.
30) Per una storia dell’Opificio di Pietrarsa, si vedano gli Atti della Commissione di Inchiesta sull’esercizio delle Ferrovie, Roma 1881, parte II, voI. I, p. 449 e ss.
31) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., p. 125.
32) Cfr. Angelo Mangone, L’industria nel Regno di Napoli, Fiorentino, Napoli, 1976, pp. 50-51.
33) Cfr. Giorgo Candeloro, Storia dell’Italia … , cit., VI, p. 245.
34) Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana … , cit., p. 44. Un invito a dir poco incoerente, dopo che s’era fatto di tutto per smantellare gli stabilimenti militari del Napoletano, allo scopo – si disse – di evitare a Napoli, «troppo bella città », il pericolo d’un bombarda­mento! Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-97. Prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese pubbliche in Italia, ora in Scritti sulla questione meridionale, Laterza, Bari 1958, p. 214. In realtà i cantieri non furono poi mai aperti.
35) Cannoni e proiettili di ogni arma si producevano a Pietrarsa, alla Guppj, alla Fon­deria Reale e all’Arsenale di Napoli. Il Mangone cita anche, ma non specifica la fonte, fabbriche di armi di Torre Annunziata, Napoli e Lancusi. Cfr. Angelo Mangone, L’industria nel Regno … , cit., pp. 52-53.
36) Cfr. Gino Luzzatto, L’economia italiana … , cit., p. 123.
37) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria … , cit., p. 278.
38) È stato giustamente osservato che a fine secolo il Paese non era in grado di sostenere il peso d’una politica d’espansione che, inoltre era estranea agli interessi dei gruppi più accorti dell’alta borghesia. Cfr. Valerio Castronovo, L’industria italiana … , cit., p. 69. Appena gli agrari imboccarono la via del colpo di Stato, l’al1eanza fu rotta.
39) Il giudizio più penetrante sul ‘sistema’ di Giolitti resta ancora quello del Carocci, che lucidamente ha avvertito come «la democrazia giolittiana trapassava verso una oligarchia plutocratica nella misura in cui l’industria si avviava verso forme sempre più concen­trate e potenti ». Cfr. Giampiero Carocci, Giolitti e l’età giolittiana, Einaudi, Torino 1971, p. 53.
40) Sulle contraddizioni della campagna socialista per l’industrializzazione di Napoli, cfr. Giuseppe Aragno, Socialismo e sindacalismo rivoluzionario a Napoli in età giolittiana, Bulzoni, Roma 1980.
41) Il numero degli scioperi fu il più alto fatto registrare fino a quell’anno; gli scioperi terminati con la vittoria totale o parziale dei lavoratori furono il 54%. I dati sono in Ministero Agricoltura,.Industria e Commercio (MAIC), «Annuario Statistico Italiano. Statistica degli scioperi », Roma 1900, Tav. I, Rie­pilogo, p. 527. Le elaborazioni sono mie.
42) Ivi, p. 325, elaborazioni mie.
43) 22 scioperi contro i 7 del centro e i 4 del Sud. Cfr. «Annuario », cit., p. 527.
44) 37 contro i 10 del centro e del Sud. Ivi.
45).79 contro i 51 del centro e i 23 del Sud. Ibidem.
46) La Campania è al nono posto per numero di scioperi (superando Umbria, Puglia, Sardegna, Liguria e Calabria), al decimo per numero di scioperanti e giornate di sciopero (superando Puglia, Sardegna, Liguria e Calabria). Ibidemi, p. 325. Nessuno sciopero vi dura più di 30 giorni, uno se ne registra tra quelli di durata 10-30 giorni, due tra quelli di 4-10 giorni. Persino per gli scioperi di durata non superiore ai tre giorni, la Campania è superata da Lombardia, Piemonte, Emilia, Sicilia, Toscana, Veneto, Lazio e Marche. Ibidem.
47) Cfr. «Annuario … », cit., p. 526.
48) Ivi, pp. 526-527. Elaborazioni mie. In Campania gli scioperi rivendicativi sono solo 3 e impegnano 48 operai in 68 giornate di lotta. Altrettanti gli scioperi difensivi, con 197 scioperanti e 1.574 giornate lavorative perdute. Un solo sciopero, infine si registra per cause diverse dalle precedenti con 60 scioperanti e 780 giornate perdute. Ibidem.
49) Sulla storia del salario industriale in Italia cfr. Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia,Firenze 1972, pp. 373-457, che si occupa, però, del salario in relazione al rapporto tra proletariato operaio e sviluppo del capitalismo italiano. In effetti, dai dati a disposizione, scarsi e spesso alterati dagli imprenditori, è impossibile ricavare un esatto quadro salariale. Io ho confrontato situazioni del Nord con realtà campane, ma le osservazioni sono senza dubbio valide per il Sud nel suo complesso.
50) Le medie erano le seguenti: in Campania £. 1,60 (uomini), £. 0,85 (donne), £. 0,65 (fanciulli); in Lombardia rispettivamente £. 1,88, £. 1, £. 0,53; in Piemonte £. 2,25, £. 1,15, £. 0,65; in Liguria £. 2,75, £. 1,15, £. 0,55. Cfr. MAIC, Direzione. Generale della Statistica, Ricerche sopra la condizione degli operai nelle fabbriche, Roma 1877, pp. 85 e 107 per la Campania, pp. 12, 41 e 62 per la Lombardia, pp. 112 e 77 per il Piemonte, p. 70 per la Liguria.
51) I dati sono in Stefano Merli, Proletariato di fabbrica … , cit., pp. 400-401. Le elaborazioni sono mi3.
52) Ivi, pp. 400-401. Le elaborazioni sono mie. Su 26 operai che svolgevano la medesima mansione, 26 percepivano a Genova un salario più alto.
53) Cfr. M.A.I.C, «Annuario Statistico Italiano », Mercedi agli operai, Roma 1900, cit., p. 504. Le elaborazioni sono mie.
54) II risparmio, che ben ripagava i 50 centesimi dati in più ad ogni fabbro era di £. 1,30 per calderaio, 20 centesimi per congegnatore, 30 per fonditore, 40, per operaio generico e 90 per addetto alla trazione. Ivi, p. 505. Le elaborazioni sono mie.
55) A Napoli 10 salari su 15 erano inferiori a quelli di Torino e 11 a quelli di Milano.
Abbiamo escluso i dati di Genova perché incompleti. Cfr. «Annuario … », cit., p. 505. Le elaborazioni sono mie.
56) Nel 1901, il capitale locale a Napoli era pressoché inesistente nell’industria e le azioni appartenevano tutte a stranieri o settentrionali. Cfr. Ernest Lémonon, Naples. Notes historques et sociales, Mayenne e Colin, Plon-Nourrit, Parigi 1912, p. 199. La legge speciale non mutò, in sostanza, la situazione. Ancora nel 1913 in Campania era collocato il 22% del capitale straniero inve­stito in Italia. In Liguria la percentuale era del 16 % e in Lombardia e Piemonte del 12. Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il capitale straniero in Italia, Stab. Tipogr. Federico Sangiovanni, Napoli, 1915, pp. 42-43 e 94-123. Le elabora­zioni sono mie.
57) Cfr. «Avanti! », 13-2-1902, art. Bizantinismo, firmato A. Lucci.
58) Ivi, 11-2-1902, Artuto Labriola, Lo sciopero della Pattison: il movimento operaio napoletano. Ci pare che di rado si sia gettato lo sguardo su un panorama così vasto. A Napoli, infatti, è possibile verificare come l’industria italiana si trovò in condizioni ambientali e legislative che le permisero uno sviluppo privilegiato in un mercato quasi ine­sauribile di manodopera e mostrò, nonostante ritardi storici e tecnologici, un dinamismo legato alle capacità di domare e sfruttare la classe operaia, in cui sono da vedere i primi passi della grande industria italiana. Cfr. Stefano Merli, Proletariato di fabbrica … , cit., p. 39. Ancor più evidente risulta come quei ‘primi passi’ non avrebbero condotto lontano, se non fossero stati accompagnati, per così dire, da una strategia socialista confusa e perdente. 
59) Cfr. «La Strada », 1-5-1903, art. La nuova fase del partito socialista a Napoli.
60) Probabilmente l’appoggio all’industrializzazione del Sud fu determinato dall’illusione di vedervi nascere una borghesia capace di porsi a capo d’una tale rivoluzione, borghesia della quale pochi anni prima s’era riconosciuta la mancanza in due terzi deI Paese. Cfr. Lettera di Anna Kulisciov ad Engels, in Marx ed Engels. Scritti italiani, a cura di Gianni Bosio, s.n., Milano 1955, p. 164.
61) Invano Antonio Labriola intravedeva il ‘socialismo’ nelle lotte dei contadini del Sud, cui mancava una direzione capace di dettare parole d’ordine unificanti e d’indicare obiettivi graduali, finalizzati alla disgregazione deI blocco agrario. Non era lontano dal vero il Labriola quando paventava la degenerazione del partito in strumento di requisizione del ‘bestiame votante’ e l’appiattimento su di una linea politica da cui «nasce, e vegeta poi, la setta, la consorteria, la combriccola, ma non sorge e vive il Partito ». Cfr. lettera di Antonio Labriola a Bosco Garibaldi in Arturo Labriola, Democrazia Socialismo in Italia, a cura di Luciano Cafagna, Universale Economica, Mi­lano 1954, p. 78.
62) Cfr. « Critica Sociale », 16-6-19°0, art. A proposito di Nord e Sud; per fatto personale.
63) La prassi dell’alleanza con forze ‘affini’ identificate nella comunanza d’interessi momentanei, produsse fatalmente, quando non vero e proprie collusioni, un’ambigua fusione tra maggioranze e opposizioni, governanti e governati, che aggravò le condizioni del Paese in generale, del Sud in particolare. E su questo dato, a nostro avviso, dovrebbero meditare seriamente i politici, più che gli storici.
64) Le tariffe doganali del 1887 garantivano un mercato interno riservato a produttori d’acciaio, manifatture tessili, coltivatori di barbabietola da zucchero, raffinatori e produttori di frumento, mentre emarginavano gli interessi di piccoli coltivatori ed esportatori di colture specializzate. Cfr. R. Webster, L’imperialismo italiano, Torino 1974, p. 31.
65) Cfr. Guido Savarese, L’industria in Campania (I9II-I940), Guida, Napoli 1980, p. 28.
66) Ivi.
67) Ibidem, p. 29.
68) Cfr. Rosario Romeo, Breve storia della grande industria in Italia, Cappelli, Bologna 1961. Per una critica alle tesi del Romeo cfr. Alexander Gersghenkron, Rosari Romeo, Consensi, dissensi, ipotesi in un dibattito, e Luigi Dal Pane, Alcuni studi recenti e la teoria di Marx, in Alberto Caracciolo, La formazione dell’Italia … , cit., pp. 53-81 e 83-92.
69) Cfr. Guido Savarese, L’industria … , cit., passim. Sulla politica ‘speciale’ per il Sud, interessanti risultano le osservazioni di De Marco e quelle più recenti di Galasso. Cfr. Paolo De Marco, L’industria italiana dal fascismo alla ricostruzione, in «Archivio Storico delle Province Napoletane », 1974, pp. 154-171 e Giuseppe Galasso, Il Mezzogiorno: ancora politica spe­ciale’?, in «Prospettive Settanta », n.s. VIII (1986), n. 2-3, pp. 232-239.
70) Cfr. Giovanni Aliberti, Struttura industriale e organizzazione del territorio nell’Ottocento, in Storia della Campania, a cura di Francesco Barbagallo, Guida, Napoli 1978, II, p. 380.
71) Cfr. Marcella Marmo, Il proletariato industriale a Napoli in età liberale, Guida, Napoli 1978; S. Sciarelli, P. Stampacchia, Imprenditore locale e sviluppo industriale. Il caso della Cam­pania, Isfa, Salerno 1978; Augusto Graziani, Radiografia del sistema industriale, in AA.VV., Napoli dopo un secolo, Napoli 1961.
72) Cfr. Giuseppe Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Ita­lia, Mondatori, Milano 1982, pp. 191-216.
73) Cfr. «La Propaganda», 20-10-1908.
74) Al 30-6-1900 i depositi delle 184 Casse di Risparmio ordinarie del Regno ammon­tavano a £ 499.410.060. Di tali depositi, il 59 % era in banche del Nord, il 34 % in quello dell’Italia centrale e il 7% in quelle del Sud, il cui patrimonio collettivo costituiva peraltro solo il 4 % di quello complessivo delle Casse italiane. Cfr. M.A.I.C., «Divisione Credito e Previdenza», Bollettino sul Credito e sulla Previdenza, Roma 1901, II, pp. 218-219. Le elabo­razioni sono nostre.
75) Nel 1901 il capitale delle Società per azioni industriali costituiva a Napoli il 4% del totale nazionale, mentre quello di Genova, Torino e Milano rappresentavano rispetti­vamente il 10,34 il 10,35 e il 26,39 %, In pratica il capitale del nascente ‘triangolo industriale’ costituiva da solo il 47,09% del capitale azionario industriale del Paese. I dati sono ricavati da Ferdinando Piccinelli, Le società industriali italiane per azioni, Hoepli, Milano 1902; le elaborazioni sono mie. Ancora nel 1916, le poche società per azioni esistenti in Italia erano così suddivise: 66,35% delle società con il 63.69% dei capitali al Nord; 17,92 % con il 28,98 al Centro; il 15,73 % con il 7,33 % al Sud. Queste percentuali sono in Guido Savarese, L’industria … , cit., Tab. XI, p. 186. Le successive elaborazioni sono mie. La percentuale media del capitale investito, rispetto a quella delle Società esistenti, pur nel­l’estrema genericità del dato, offre forse l’elemento più significativo per una rilevazione il più possibile vicina alla realtà. Al nord la media è dello 0,9 %, al Centro dell’1,6 % e al Sud dello 0,4 %. La percentuale campana, 0,6 % supera quella dell’intero Sud e del Sud continentale, 0,4 % in entrambi, e quella delle Isole, 0,3 %, ma è inferiore a quella del Nord e del Centro. Questi dati mostrano come, nei primi 15 anni del secolo, il Sud veda aumentare il suo distacco dal Nord, si conferma il ‘sottosviluppo’ della Campania in rap­porto alle altre aree del Regno.
76) Le nuove emissioni di azioni, giunte a superare i 500 milioni annui, si ridussero negli anni 1910-13 ad una media di 361 milioni, scendendo, alla vigilia del conflitto mon­diale, a 342 milioni. Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il capitale straniero … , cit., p. 19.
77) Le spesse militari, che nel biennio 1906-1907 costituivano il 16,5 % di quelle complessive dello Stato, nel 1913-14 salirono al 30 %. Cfr. Richard. Webster, L’imperialismo industriale italiano, einaudi, Torino 1974, p. 106.
78) Cfr. Guido Savarese, L’industria…, cit., p. 31,
79) Ivi., p. 32.

 
Da “Prospettive Settanta”, Nuova Serie, anno X, n. s. x (1988), n. 2-3-4, pp. 513-534.

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La carezza nervosa di mia madre non mi tenne tranquillo a lungo. Presto si fece inquieta, inciampò sempre più spesso nei miei capelli intricati, ebbe ritmi convulsi, annunciò la tempesta imminente, con l’aria che si fa elettrica, il cielo cenere e piombo e gli uccelli tristi che non hanno né ali né canto. Divenne in ultimo richiesta d’aiuto.
Disperata e inconsulta.
Assorbii la tensione devastante per un’eternità, ne avvertii lo spasimo col cuore in gola, fermo nell’attesa, come gli uccelli impauriti senza canto né volo. Diventare uomo volle dire anche questo: attraversare il mio tempo con la furia disperata di un fuggiasco impaurito, distrutto dalla fatica di cercare scampo senza una bussola con cui orientarmi, senza strumenti per leggere le mappe. Conobbi l’ansia, – inseparabile compagna di viaggio nel futuro ch’è ormai passato ed in quello che sarà, mi sembrò di tradire, imparai a piangere senza farmi scoprire.
L’uragano, lungamente sospeso sulla mia testa atterrita, si scatenò in una gelida notte d’inverno. Tornato per la cena, mio padre aprì e rinchiuse la porta. Vidi il cappello entrare ed uscire: il pianto di mia sorella toccava a mia madre. Guardai con raccapriccio i suoi occhi ormai più bianchi che azzurri. Nell’aria non c’era più spazio per l’elettricità.
Mangiammo senza parlare, accompagnati dal pianto inesorabile di mia sorella; la carezza si cristallizzò sui miei capelli, poi il silenzio della notte zittì per incanto la culla, e venne il sonno. Pesante, riparatore, breve.
Dalla strada un rumore di ruote, un canto triste, un lampione mosso dal vento.
Il cappello di lana alla rovescia, la sciarpa come un nodo scorsoio, il cappotto sbottonato sui pantaloncini corti ed il freddo tagliente che s’infilava tra i panni senza trovare alcuna resistenza non furono per strada il mio solo tormento. Il sonno interrotto m’intorpidiva e una paura senza nome mi gelava più del freddo, mentre mia madre sembrava volare e mi trascinava senza pietà per il mio braccio. Gli ultimi metri li ho ancora negli occhi: il fantasma della cattedrale in Via Duomo, bianco di marmi nello slargo buio, l’incrocio tra via Donnaregina e via Anticaglia, dove entrammo sorvegliati dall’occhio nero dell’arco romano – il teatro che ospitò la follia di Nerone – incassato tra i palazzi fatiscenti degli antichi cardini, mia madre oltre l’arco, un portoncino socchiuso superato d’un balzo, alle scale salite in un lampo.
Di dove avesse tratto la chiave che aprì la misteriosa porta dopo aver letto il cognome non saprò mai. Ci furono movimenti convulsi, parole taglienti, mio padre mi sembrò un demonio e l’amante – così pensai, a sette anni: l’amante – disgustosa, sporca nella sua bianca nudità. Un urlo senza fine spense d’un tratto le mie luci. Mia madre era piombata al suolo come fulminata. Null’altro. Per quanto mi sforzi, null’altro.
la rividi molti giorni dopo. I capelli biondi s’erano fatti bianchi. Gli occhi azzurri erano ingialliti. C’era mio padre, uguale a sempre: nessun imbarazzo, nulla da spiegarmi o da dire, una carezza affettuosa e distratta. Un suo fratello – fascista nonostante la storia della famiglia – mi spiegò che un signore mi avrebbe fatto delle domande e mi disse come dovevo rispondere. Una cosa soprattutto: mio padre quella notte non c’era e mia madre non stava bene da molto tempo. I bambini devono aiutare i genitori ed io ero il primo figlio.
Era un uomo grosso, biondo, con i capelli ondulati tirati indietro verso la nuca, gli occhi rotondi e inespressivi: come la stragrande maggioranza degli uomini della sua generazione, non si vergognava di tradire. Rendere pubblico il tradimento, confessarlo, questo sì, questo era vergognoso. Tradire e tacere. Era la regola. Quando ci penso, mi pare evidente: Pasolini si sbagliava. Non eravamo figli di borghesi contro figli di proletari nel ’68. Eravamo giovani di tutti i ceti. Se un errore facemmo fu quello di fermarci. Il mondo, che venne, comunque, non fu più lo stesso e migliorò. Nonostante avessero tentato d’impedircelo con ogni mezzo.
Nessuno mi interrogò, mia madre ritirò la denuncia, io non dimenticai.
Passarono anni senza storia: dopo quella notte, mio padre diventò sistematicamente violento, mia madre si piegò. I capelli ripresero il loro colore naturale, anche se si spensero nei toni lucenti. Gli occhi recuperarono l’azzurro. Mi accorsi di crescere quando scoprii di avere un modello ideale; uno strano modello, privo ancora di connotati positivi e con una grande, chiara certezza negativa: l’uomo che sarei diventato aveva il permesso di essere come voleva, fare ciò che credeva. Non poteva però somigliare a mio padre. Non era poco, ora lo so: l’impegno che prendevo con me stesso era pesante, drastico il giudizio che ne era alla base. Drastiche perciò, estreme e durissime, sarebbero così diventate col tempo le mie scelte, alti i muri che avrei levato a difesa, strette le vie di fuga, impervi i valichi, accidentati i percorsi. Mi accingevo ad indossare – e non potevo saperlo – un cilicio doloroso, mi preparavo a punirmi per ogni cedimento.
Era l’inizio d’un sogno pericoloso.
Alla fine della strada un equilibrio precario, un’intransigenza inapplicabile, i sensi di colpa, l’alcol e la volontà disperata d’uscirne. Ma a dieci anni che sai di tutto questo?
A dieci anni sogni: sei il cavaliere senza macchia e senza paura. Paura invece ne avrai e non la mostrerai, e macchie compariranno e le cancellerai. Negherai. Affonderai e risalire diventerà difficile, ti sembrerà impossibile. Mio padre era un uomo. Io sognai di essere un Dio.
Un incubo. Ed in fondo al percorso il rischio d’una pericolosa frattura della personalità. Non avevo un’idea definita dei miei rapporti con le donne – non avevo in verità un’idea definita delle donne – ma ero lacerato da due estremi. Se pensavo a mia madre mi scioglievo di tenerezza ed ero pronto a morire per difenderne una. Sentivo una rabbia profonda, un disgusto senza fine e giuravo a me stesso che mai ne avrei voluta una con me, quando pensavo alla donna di via dell’Anticaglia. Questa contrapposizione, soffocata dal tempo, sepolta in non so quale meandro della mia coscienza, riemerge tuttora ed è l’origine di fedeltà disonorevoli, abbandoni ingiustificati e ritorni uguali a fughe.
Avevo dieci anni, ed era autunno, quando varcai la soglia della scuola media, superato l’esame d’ammissione, e portai la mia penna stranamente tagliente là dove i figli dei lavoratori di solito non giungevano. Mio padre lavorava in una salumeria. Mia madre aveva vinto la sua battaglia per la qualità dei miei studi, evitandomi l’avviamento professionale, ed io superai la naturale timidezza e sconfissi al primo appello il sorriso ironico dei compagni di classe, vestiti della migliore qualità presente nei negozi di un paese in ripresa. L’insegnante d’italiano, grigia, severa, estranea ai circuiti della moda ed attentissima alla posizione delle sue gambe dietro una cattedra totalmente esposta, lesse di seguito trenta cognomi, rilesse il mio, cercandomi con lo sguardo miope, e ripeté solenne la domanda: – sei parente dei proprietari del caffè Aragno?
In prima elementare ero rimasto a bocca aperta. Stavolta mi venne senza pensarci: – sì, sono il nipote.
E raccontai pacato tutto ciò che sapevo.
Mio nonno mi procurò così – senza saperlo – l’onore di un invito ad occupare un banco in prima fila, una disposizione alla comprensione che durò per tre anni e mi consentì di finire senza danni le medie inferiori – erano tempi in cui l’insegnante di lettere aveva un potere incontrastato – nonostante la mia evidente povertà di mezzi economici, gli sconsigliati eccessi di sincerità, una crescente attitudine alla contestazione, in una scuola che fondava la docimologia applicata sulla “condotta” e considerava ogni figlio di lavoratore un potenziale e pericoloso comunista.
D’altro canto, io amavo i comunisti, e si vedeva. Li amavo perché il prete della parrocchia – che invece non amavo – li odiava con tutto il cuore. Dovrei spiegare perché non amavo il prete, ma la storia è lunga. Dirò solo che il prete amava le vecchiette che in chiesa occupavano senza scampo la prima fila ed io le disprezzavo perché erano bugiarde e pettegole. Naturalmente le vecchiette non mi amavano perché odiavano mia madre, ch’era stata attrice e si ribellava al marito. Ma anche qui le differenze erano profonde: io amavo mia madre, non stimavo il marito e l’accusavo di non essersi mai ribellata davvero.
La faccenda dei comunisti ebbe quell’anno un risvolto tragico e rischiò di compromettere seriamente la mia situazione a scuola; i carri armati dell’Unione Sovietica invasero l’eretica Ungheria e Budapest si difese. Tutti in coro sostennero che si trattava d’una intollerabile vergogna e finii col convincermene anch’io, quando seppi che tra i ribelli c’era Puskas – così mi pare che si scriva il suo nome – un calciatore bravissimo e un colonnello valoroso che non poteva essere un nemico del popolo. Quando vidi che nessuno muoveva un dito stetti male e mi sembrò incredibile. Gli ungheresi. Nella simpatia che provai c’entravano certamente “I ragazzi della via Pal”, che avevo letto undici volte, superando le dieci riletture di “Cuore” e le nove di “Tom Sawier”. Ma c’era di più: nella vita ho sempre sentito un profondissimo trasporto per i grandi sconfitti ed i poveri sventurati. Ettore mi ha fatto piangere, Spartaco mi ha affascinato, Vercingetorige ha oscurato Cesare, Napoleone mi è parso grande solo tra Waterloo e Sant’Elena, i contadini di Bronte mi hanno commosso molto più di Garibaldi, Crispi mi ha spinto a sinistra ben più di Marx, Anna Kulisciof è stata il modello del mio femminismo quando l’ho pensata anarchica e mi si è fatta ingiustamente piccola vicino a Turati. Ho riconosciuto la storia dell’evoluzione nei personaggi minori, la scienza del compromesso e le regole dell’involuzione nelle figure maggiori. Pregiudizi, lo ammetto. Ma chi non ne ha?
A risolvere il mio problema col comunismo pensarono in quei mesi acerbi della mia storia di militante mio padre ed il prete del Pio Monte della Misericordia, la parrocchia in piperno nero di via dei Tribunali in cui maturò il mio distacco definitivo e irrimediabile dalla Chiesa. Furono le prediche contro i comunisti ad allontanarmi dai poveri ungheresi. Insospettito dalle dubbie qualità di un simile avvocato e messo ancor più in allarme dai giudizi negativi sui sovietici espressi da mio padre – avvocato, se possibile, più sospetto del prete – giunsi infine ad una incrollabile certezza: i comunisti italiani – ne avevo conosciuti alcuni per caso nel quartiere e n’ero rimasto incantato – non potevano mentire. In quanto ai giornali non mi fidavo: L’insegnante d’italiano, parlando di “Aragno” aveva fatto cenno al Mussolini direttore dell’Avanti e tanto era bastato a determinare il crollo delle loro azioni nella borsa valori del mio nascente sistema etico.
A parte le dovute eccezioni, i giornalisti non si sono dati gran che da fare per meritare poi maggiore considerazione.
Agli ungheresi dovevo delle scuse. Lo scoprii anni dopo e feci quanto potevo per rimediare. Anche oggi, però, benché Stalin non mi sembri diverso da Hitler, mi rifiuto di seguire la strada dei pentiti politici e buttare a mare l’acqua sporca e il bambino. Non amo papa Woitila, ma mi colpì la sua tardiva ammissione di fronte alla furia iconoclasta del capitalismo vittorioso: c’è un’anima di verità nel comunismo. Così disse Woitila.
L’ha capito un papa, l’hanno dimenticato i comunisti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2002

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