Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘terrorismo’

- Basta con le vostre maledette menzogne – gridò Ernesto, saltando su dal divano con impensabile agilità – BASTA!
L’urlo liberatorio sembrò calmarlo e tornò a sedersi, mormorando:
- Eccola la bomba più terribile di tutte, la televisione. Bell’idiota che sono a darti retta
A poco a poco, nella solitudine del vecchio salotto, il desolato soliloquio riusciva in qualche modo a diventare dialogo col mondo virtuale che aveva di fronte; come l’avesse davanti in carne ed ossa, l’uomo faceva il verso alla giovane cronista che, microfono in mano e tono di allarme commosso, ripeteva il suo mantra: “Mai accaduto! Una bomba davanti a una scuola… mai!”
- Così t’hanno istruita, certo, ma tu non sai nemmeno di che parli. E’ comoda questa tua “prima volta”, si capisce, ma è anche schifosamente falsa. Chi ti passa veline lo sa, ma non gliene frega niente. A lui la “prima volta ” serve a intimidire chi ascolta, ma non è la prima volta, cara la mia giornalista. Non è andata così. L’hanno già fatto due volte a Trieste, davanti a una scuola elementare slovena e l’antiterrorismo lo sa. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, qualcosa per fortuna s’inceppò e non ci furono morti; nel 1974, invece, la bomba fece il suo mestiere ma trovò la scuola chiusa e si evitò la strage. Era aprile, però, me lo ricordo bene, e a maggio il botto di Brescia fece morti e feriti in Piazza della Loggia. No, non è la prima volta e la mafia non c’entrava nulla. La mafia fa saltare saracinesche e auto se non paghi il pizzo e se mira più in alto c’è un potere “legale” a coprirle le spalle.

Gracchiava da un’ora la televisione. Le esclamazioni, le note banali e i dettagli più atroci, messi lì per solleticare interessi morbosi, si alternavano al cordoglio degli immancabili “servitori dello Stato”, pronti al rito composto, ma stranamente sconcio, delle dichiarazioni ufficiali, tutte uguali tra loro, tutte segnate da una sapiente miscela di lutto, commozione e insinuazioni. Mafia e terrorismo in ogni possibile salsa: o piste alternative, che si escludevano a vicenda, o un pericoloso intreccio per l’eterno attacco al cuore di uno Stato innocente per definizione e pronto a reagire con la forza e la severa maestà della giustizia. Ci sarebbe voluto ben poco a cogliere i tratti d’una scontata retorica, i dettagli “scollati” dai fatti e le falle di ricostruzioni che non stavano in piedi, ma i giornalisti se ne stavano zitti – “la gente è ormai carta assorbente“, rifletteva Ernesto – e si capiva che ormai bastava davvero poco a montare e smontare cervelli: parole dietro parole, senza un serio costrutto, senza la spina dorsale d’un cenno storico e d’una nota critica, senza il salutare tarlo del dubbio. Il solito copione: verità presto smentite da successive e più vere certezze, rivelazioni, ritrattazioni e un susseguirsi di effetti speciali, un incrociarsi di flash che accecavano un popolo di “senzastoria”. Cose sperimentate probabilmente da esperti prezzolati in terre sventurate. Chi muoveva i fili non cercava più la disinformazione. In campo c’erano progetti più ambiziosi e ad Ernesto il colpo pareva da tempo pienamente riuscito.

Per istinto più che per una ponderata riflessione, tutto era ben chiaro a Ernesto, il professore che in testa, sotto la neve candida dei capelli ancora folti, si portava un’idea di società che più il tempo passava, più era contraddetta e sconfitta dalla realtà, più gli cresceva dentro con la forza singolare della ragione che non si piega alle ragioni della forza. Non si trattava certo di un vecchio sognatore incapace di adattarsi ai cambiamenti. Aveva sessant’anni ma, a guardar bene oltre il velo delle lenti, gli occhi si mostravano così vivi e accompagnavano con tanta armonia di sfumature le parole e i moti dell’animo inquieto, che l’intelligenza, benché affaticata dagli anni e da una vita amara, s’intuiva lucida e penetrante. Così penetrante, che quando la cronista si avventurò in un’apologia della democrazia, con un brutto arnese che a Genova s’era distinto per la brutalità, le oppose subito parole taglienti:
- E’ una verità scomoda e forse la conosci, ma io voglio dirtela. Nella tua santa democrazia il criterio quantitativo causa inevitabili storture: spesso la ragione sta dalla parte di sparute minoranze. Lo vedono tutti e ne sono convinti, ma quando ci si conta entrano in ballo i più svariati interessi e un torto evidente diventa ragione.

Le televisione gli dava ormai la nausea e si sentiva impotente, benché, per difendersi dalla valanga di menzogne, ricorreva a un suo sistema di difesa, forte di meccanismi logici così sperimentati da essere ormai automatici. Da anni s’era abituato a credere che quando il baraccone mediatico ti indirizzava al no, dovevi puntare sul sì; da anni faceva di ogni esclamativo un punto interrogativo e nella verità del potere cercava la menzogna che si voleva coprire. Stavolta il vecchio professore era partito da una riflessione apparentemente balzana: la scuola era da tempo nel mirino del potere e l’attentato che aveva dilaniato corpi, puntava a cancellare un più atroce massacro.
-No, non è come racconti. Questa bomba che non è stata la prima come ci vuoi far credere, diceva a se stesso, questa bomba che ha dietro una storia di bombe mai punite, esplose ogni volta che si trattava di farci ingoiare medicine amare, questa bomba ha obiettivi più tragici di quello centrato. Ha dilaniato delle povere ragazze sventurate, ma ha anche levato un immenso polverone attorno a ciò che è accaduto alla scuola e ai giovani in questi ultimi anni…
Qui si fermava, quasi consapevole del suo isolamento e critico con se stesso. Gli pareva di sentirli gli eventuali interlocutori e le loro accuse di dietrologia e di becero complottiamo, ma mentre il diavoletto critico che gli viveva dentro pareva imporgli un pensiero parassita sulla valenza estetica di parole come dietrologia, egli si richiamava all’ordine e non smarriva il filo del ragionamento.

- Quando i giovani hanno scoperto la reale portata della rapina e si sono accorti che tra formazione privatizzata, pensioni cancellate e precarietà levata al rango di feticcio, gli hanno rubato i sogni, sono comparse prima le solite squadre nere, poi son venute le bombe.
“Quali bombe?” avrebbe dovuto chiedergli la cronista dal maledetto televisore, ma non poteva e, d’altro canto, muta com’era persino quando poteva parlare, figurati se avrebbe pensato di fargli una domanda ora che le era impossibile intervenire. Per Ernesto, però, anche quell’obbligato mutismo era un modo di interloquire e rispose perciò alla domanda come se davvero gliel’avessero fatta:
- E sottrarre fondi alla scuola pubblica per passarli ai privati non è stato un attentato gravissimo? La continuità didattica ammazzata, il diritto allo studio negato e i professori “fannulloni”, investiti da campagne di stampa che ne hanno fatto mangiapane a tradimento, tutto questo non è stato un sanguinoso massacro? Chiunque abbia messo una bomba oggi davanti a una scuola viene a completare un lavoro iniziato da tempo e cala una pesante cortina di paura su tutto e su tutti: qui c’è un pericolo immediato, si urla, e lo si fa per coprire il pericolo più grave, quello che non fa rumore, non esplode, non dilania e non brucia. Annichilire con la paura la coscienza critica – si diceva da tempo Ernesto – è l’obiettivo del terrorismo vero. Così è con la crisi. Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, ci ripetono ogni giorno, è ora di pagare. Anche questa è un bomba – pensa ora Ernesto – un colpo sparato nel mucchio, senza lasciare scampo. Ne ha fatto e ne farà di morti, questa paura, perché la gente dignitosa e onesta si lascia morire piuttosto che vivere nella vergogna.

Si sentiva in colpa il vecchio professore. Non perché avesse mai davvero vissuto prendendo più di quanto dava. In banca aveva un conto disperato e dopo quaranta e più anni di lavoro non possedeva praticamente nulla. Il suo primo stipendio superava di poco le 100.000 lire e l’ultimo, misurato in euro, sfiorava la miseria. In quanto alla pensione, che da un po’ figurava sui giornali come un furto ai danni di figli e nipoti, non gli sarebbe bastata a campare. Nella vita Ernesto non aveva guadagnato nemmeno la millesima parte di ciò che toccava in un anno ai mille Soloni che da qualche tempo andavano cancellando diritti, in nome d’un delirio chiamato mercato, però si sentiva in colpa.
- Buona parte dei delinquenti che occupano oggi i posti di comando – si diceva con vera amarezza - l’abbiamo formata noi, io e i miei colleghi.
Si confortava, però, ricordando a se stesso che per decenni aveva tirato su tantissime intelligenze. I più s’erano poi distinti all’università e nelle libere professioni; i figli degli operai erano saliti su fino ai piani alti della società o avevano trovato lavori dignitosi. Non era vero nulla, pensava, il treno dei diritti aveva fatto onestamente la sua corsa. Era stato l’altro a truccare la corsa, il treno dei privilegi, che aveva continuato a viaggiare su un binario parallelo. Se tornava indietro e rifaceva il viaggio per intero tutto era chiaro: ogni volta che il treno dei diritti, aveva soprapassato quello dei privilegi era scoppiata la bomba. I criminali erano lì, su quel treno occorreva cercare fabbrica e proprietario delle bombe.
La televisione, intanto consumava con sperimentata perizia l’assurdo rituale di accuse sparate a caldo. I soliti anarchici, naturalmente, e l’anarchico Ernesto, che si sentiva d’un tratto chiamato in causa, sorrideva per vincere l’inquietudine. Al posto del “ballerino” Valpreda, era comparso ora un nuovo tipo di mostro: un sessantenne “asociale”.
- Va a capire che vuol dire asociale, si chiese per un attimo Ernesto. E io, che di natura sono schivo e me ne sto da parte perché in questo condominio della malore si mangia pane e regolamento e non si vive senza sparlare dei vicini, io che sono?
“Un asociale” gli rispose qualcuno o qualcosa nascosto chissà dove nella sua testa. Un asociale.

La tragedia era nell’aria, pensò, e la televisione, pronta, lo confermò
“Qualcuno ha pensato bene di preannunciarla”, azzardava un funzionario di polizia, fermato al volo dal microfono infuocato dell’instancabile cronista. “Dopo il colpo di pistola tirato a un manager giorni fa, è apparso chiaro a tutti che non ci saremmo fermati a quel gesto folle. Non si tratta di bande armate. Sono anarchici di sicuro, ma, gente isolata , cani sciolti che agiscono da soli. Gente inserita tranquillamente nei gangli vitali della società. Magari un insegnante. Uno di quelli frustrati dal clima nuovo, che fa la battaglia di retroguardia contro la valutazione e la società del merito”.
E giù l’elenco inconsistente dei soliti indizi buoni per tutto e per niente: la lettera con polvere di esplosivo, il riferimento a Moro, Falcone e Borsellino, un incidente in cui s’era trovato coinvolto un mezzo dei carabinieri. Tutte cose che, chissà perché, a dar retta al funzionario, facevano pensare all’immancabile anarchico, che nell’intervista diventava d’un tratto proprio come occorre che un anarchico sia per la polizia. Non un tizio che si fa domande e ha un’opinione politica. No. Un mistero glorioso, uno che non si vede, non si sente e nessuno conosce tranne gli anarchici come lui e la polizia. Se l’opinione pubblica aveva bisogno di un uomo “geneticamente” colpevole, l’intervista ne aveva fornito un vero identikit. Tutti e nessuno tra i dissidenti, i diversi e gli strampalati.
- L’anarchico così come lo hanno descritto, potrei essere tranquillamente io, si disse Ernesto, mentre si rendeva conto di non avere lo straccio di una alibi. E il suo sorriso intelligente si fece un po’ più teso. Si consolò, però:
- Due voli dalla finestra d’una questura sarebbero certamente troppo anche per loro. La pelle la salvo. E tornò alla televisione non senza una spiacevole sensazione d’inquietudine.
La testa ora, chissà perché, s’applicava ai particolari. E’ un inestricabile groviglio, pensava. Una povera ragazza uccisa e mille contraddizioni. Mafia dice la televisione, ma il luogo e il movente sono fuori contesto. La mafia salda i conti in Sicilia, e le altre organizzazioni criminali non fanno attentati su commissione. E Moro, poi. Cosa c’entra l’omicidio di Moro con Borsellino? E’ la prima volta che si colpiscono ragazzi… Ma chi lo dice? I morti a Trieste si volevano fare e prima ancora si fecero a Portella della Ginestra; quanti ragazzi colpiti, in quella tragedia, pensò, scuotendo il capo. Anche una madre incinta. E non se ne parla. No, nemmeno una parola.
“Un maledetto imbroglio”, gli sussurrò il solito inquietante pensiero parassita. E aveva ragione. Chi spara nel mucchio, si disse, non sa chi prende e, a essere onesti, anche un anarchico lo deve ammettere: le Brigate Rosse tiravano. prendendo la mira.
“Ma è proprio per questo che serve un anarchico”, fece allora la voce parassita. Ed era vero. Non a caso, l’ordigno era rudimentale – la rozzezza dei mezzi sta nell’idea di anarchia – e se vuoi creare dal nulla un colpevole se cerchi di depistare un’indagine perché c’è da coprire qualcuno, l’anarchico è il meglio che passa il marcato. E’ la parola stessa che fa pensare ai mostri, c’è una storia pregressa, un percorso già fatto. E la gente si accontenta di poco. Basta scatenare la paura e subito si rintana, ti chiede che gli porti al più presto il capro espiatorio e crede in qualunque fandonia. Tu rivendichi e tuoi e i suoi diritti, ammise, ma quella ci rinuncia, ti guarda con sospetto e giunge a volerti morto.
“E’ un’operazione classica, da antologia della provocazione”, gli fece d’un tratto il pensiero parassita. Poi qualcuno bussò alla porta. Ernesto si fece di ghiaccio.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2012

Read Full Post »

 A Napoli la cronaca della città pone domande inquietanti: i miei giovani amici studenti, i miei compagni di lotta, i sindacati di base, sono tutti tornati d’un tratto “sovversivi”? A dar retta all’allarme dei cronisti e alle denunce, si direbbe di sì e anzi, com’è nella tradizione d’un Paese che non sa o non vuol fare i conti con la sua storia, sono diventati ormai “pericolosi”. Se dico “tornati”, non è per sopraggiunta demenza senile. E’ il contrario. E’ che la memoria, invece, è ancora buona e ricordo perfettamente che, per fare un esempio, qui a Napoli, i ragazzi del “Collettivo Autorganizzato Universitario” sono stati “sovversivi” già nel dicembre del 2010, quando sul “Mattino” Massimo Martinelli scriveva cupo e allarmato che i giovani studenti serrati “i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo” s’erano messi “contro lo Stato”. Oggi nessuno se ne ricorda e i ragazzi hanno poi smentito coi fatti Martinelli e soci, ma in quei giorni, secco come una fucilata, il giornale titolava: “Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore“. Niente spazio per i dubbi: una condanna senz’appello. In quanto al “Messaggero”, un modello di giornalismo liberale, citando un rapporto dell’antiterrorismo, “riservato” per tutti, non per il suo cronista, descriveva addirittura la “galassia” del terrore. Una “riservatezza” violata, dio sa come, anche dal “Mattino”, scatenato a sua volta nei dettagli su un fronte del “terrore” formato, guarda caso, dalle espressioni del mondo della scuola, che era in piazza ogni giorno coi ricercatori universitari; proprio loro, sì, i ricercatori, che come tutti sanno hanno antiche tradizioni bakuniniste. Gli uomini dell’antiterrorismo, poi, che a quanto pare avevano tracciato la “mappa del terrore” per passarla ai giornali, riferivano che “a Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori, ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine”. Non mancavano gli onnipresenti “duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti, […] i ragazzi delle università, […] i centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento”. Equitalia non c’entrava nulla – all’epoca il problema era Gelmini – ma i “sovversivi” a Napoli erano quelli di oggi: studenti del “Collettivo Autorganizzato Universitario” e attivisti del Laboratorio Insurgencia, che di lì a poco, però, folgorato sulla via di Damasco, si sarebbe schierato con Luigi De Magistris, al quale tutto si può rimproverare, meno che frequenti “sovversivi”.

Perché non dirlo? I “terroristi” io li conosco bene. Nell’infocato autunno del 2010, circondato da agenti-fotografi che, in quei mesi, mi “scortarono” attivamente, ero con loro tutti i giorni nelle assemblee di giovani che avevano serie ragioni per protestare: gli avevano rubato il futuro. Posso dirlo in coscienza: non c’era una sola verità in ciò che raccontava certa stampa. Tra noi, nessun accordo segreto e nessun terrorista. C’erano studenti, ricercatori e spesso artisti, gente di cultura, che si batteva contro la sciagurata “riforma Gelmini” dietro i loro illuminanti striscioni: “Noi la crisi non la paghiamo!”. Nell’atrio del Teatro di San Carlo, in un’allucinante sera di dicembre, ho visto coi miei occhi manipoli di agenti scatenati – il solo pericolo vero presente nel tempio della musica – manganellare a tutto spiano studenti, docenti e persino gli artisti impegnati nelle prove e venuti a parlare con noi e a solidarizzare. Gente così inerme che, non ci fosse stata di mezzo la divisa, avresti avuto buoni motivi per pensare a un’improvvisa pazzia. Pazzia, però, purtroppo non era.

Approvata la riforma, misteriosamente sparì la “sovversione” e per due anni il silenzio è caduto tra noi. D’un tratto, giorni fa, per opera e virtù dello Spirito Santo, i presunti sovversivi si sarebbero svegliati. Che è accaduto? Perché questo improvviso ritorno di fiamma? Attentati, rapimenti, espropri proletari? No, nulla di tutto questo. Uova marce e vernice ad Equitalia, cariche immediate e qualche scaramuccia. Ci sono stati eccessi? Deprechiamoli, ma la storia dei “sovversivi pericolosi” è l’eccesso più grave.

Non partirò da Cucchi, non griderò allo scandalo per De Gennaro sottosegretario, non dirò ciò che sarebbe bene dicessero per prime le forze dell’ordine dopo che “Diaz” e Vicari l’hanno certificato: Genova fu una vergogna nazionale. Non lo farò. Parlerò di un passato che riguarda tutti, come compete allo storico, per ricordare che da Crispi al ‘68, da Romeo Frezzi a Pino Pinelli, la storia del conflitto sociale s’è macchiata di troppo sangue innocente e s’è legata spesso a montature di pennivendoli e velinari. Dirò che Frezzi era un povero muratore innocente, morto di botte in un interrogatorio e Pinelli una staffetta partigiana. Dirò che a Milano, quando Pinelli volò dalla finestra della stanza in cui lo interrogavano – gli anarchici, sempre gli anarchici – era questore Guida, il fascista che aveva tenuto confinato Umberto Terracini, l’uomo che poi firmò la Costituzione. Dirò che a Napoli, nel giugno del 1914, con quattro manifestanti uccisi, non si trovò un colpevole e finì con un processo ai soliti ignoti armati di… moschetto e pistole d’ordinanza. Dirò che settanta morti in piazza negli anni della guerra fredda, dal ‘48 al ‘68, sono un orrore italiano che fa arrossire di fronte alle dieci vittime di Francia, Inghilterra e Germania messe assieme. Dirò che tornare sulla tragica barzelletta degli studenti “sovversivi” in un momento così difficile vuol dire far finta di non sapere che qui da noi spesso, troppo spesso purtroppo, dietro il paravento dell’ordine costituito, s’è costruita la tomba della giustizia sociale. E si è cominciato così, agitando uno spettro. 

Da “Contropiano“, 19 maggio 2012

Read Full Post »

Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”. Così titolava la stampa nel dicembre scorso, ma chi se ne ricorda più? La “Rete 29 aprile”, i sovversivi travestiti da ricercatori, annidati nelle università massacrate dalla pregiata ditta Gelmini & Co, sono spariti dalle pagine dei giornali. Un nuovo “terrorismo” ruba la ribalta a Giavazzi e Abravanel e l’allarmante democrazia italiana dà il meglio di sé nei cimiteri d’acqua mediterranei, nelle guerre umanitarie tra alleati svergognati e nei pruriti alla Tinto Brass sui disordini sessuali dei nostri arzilli nonni. Non è uno spettacolo politico edificante per i nostri giovani, tutti più o meno disoccupati nella repubblica fondata sul lavoro, ma saremmo negli standard della nostra “libera stampa” e della neoliberista “democrazia dei nominati”, se in tanto buio, non fosse così chiaro che l’apparenza inganna. Normale democrazia da esportazione è un Presidente della Repubblica che ci chiede candidamente di bombardare la Libia, ma altrettanto candidamente sostiene che non si tratta di guerra. La guerra, quella vera, ormai lo sanno tutti, la fanno i nipotini del Presidente coi soldati di latta e i modellini da collezionisti. Qualcuno dovrebbe spiegare perché non c’è un centesimo per la ricerca, mentre si trovano miliardi per andare in giro a seminar la pace a colpi di cannone, ma nessuno ci pensa e siamo ancora nella “normale” democrazia del tempo nostro, quella che ad ogni pie’ sospinto chiama a difesa dei sacrosanti principi del diritto internazionale, poi li fa a pezzi e non c’è nulla da dire. Nella nostra “normale” democrazia esistono sempre due spiegazioni opposte per lo stesso fatto. Se un commando palestinese viola la sovranità di un Paese occidentale e giustizia senza processo un uomo disarmato, non ci sono dubbi: Giuliano Ferrara, Magdi Allam, Scalfari, Bersani, Mieli, Lucia Annunziata, il cardinal Bertone e tutti assieme leghisti, forzisti, futuristi, democratici, radicali, piddisti, casinisti e diprietristi, organizzano fiaccolate e manifestano sdegno per l’inqualificabile gesto d’una banda di barbari terroristi. Se la bella impresa nasce occidentale, va tutto bene madama la marchesa e, per favore, non facciamo domande, non disturbiamo l’Onu, non mettiamo su processi mediatici, non bruciamo bandiere e prepariamoci al peggio: occorrono quattrini per la difesa, perché s’aspetta presto la reazione e, poverini, i mercati turbati fanno capriole, intaccano i profitti e squintarnano le Borse. Marchionne vorrà perciò duemila referendum, Draghi riprenderà la litania sui conti pubblici e lo scialo dei pensionati e Napolitano, per suo conto, d’accordo naturalmente sui dolorosi tagli, si dirà preoccupato per la disoccupazione giovanile quantomeno raddoppiata.

Se l’assassinio pachistano dei crociati a stelle e strisce non sollevasse l’allarme per ogni dissidenza e non fornisse l’occasione per tornare quatti quatti alla campagna sugli studenti, i centri sociali e il “patto del terrore”, saremmo nello standard della nostra “libera stampa” e della concezione neoliberista della “democrazia dei nominati”. Così però non pare. Sarà un caso ma, mentre nel Lazio ormai nero c’è chi si candida per la Polverini, in nome di Mussolini, mentre a Milano impazzano bande di neofascisti e a Napoli si mette mano al coltello minacciando “antifà vi buchiamo”, mentre tutto questo accade e le liste elettorali puzzano di camorra, la Digos non sa trovar di meglio che arrestare gli immancabili anarchici nell’innocente Firenze. Quali anarchici? Quelli dello “Spazio Liberato 400 colpi”, una delle piccole “stelle” della “galassia contestatrice” che tanto preoccupò l’antiterrorismo nei giorni vergognosi dello scorso dicembre, quando fu chiuso il Parlamento e la compravendita dei deputati prese a schiaffi quel tanto che sopravviveva di legalità repubblicana.

A che gioco si stia giocando non è dato sapere, ma la domanda è d’obbligo: chi si vuole intimidire e perché? Chi difende diritti? Chi scende in piazza sdegnato per il razzismo di Stato? Chi è stanco e nauseato dei rapporti tra politica e criminalità organizzata? Chi si prepara a sostenere la flottiglia che parte per Gaza nel nome di Arrigoni e dimostra coi fatti che il silenzio dell’opposizione politica non garantisce la resa incondizionata dell’opposizione sociale?

Diciamolo prima e registriamolo a futuro memoria: quale che sia il gioco, è un gioco sporco.

Read Full Post »

DSC_9655D’accordo. In Italia abbiamo i nostri guai e da solo Brunetta vale un terremoto.
E’ vero. Non è facile rompere il silenzio prezzolato di pennivendoli, guitti. velinari e cavalier serventi. E lo so bene: un paese che senza batter ciglio si lascia governare da Brambilla, Carfagna, Sacconi e Gelmini, non ha più diritto d’indignarsi.
I tempi sono quello che sono, lo so, e facciamocene una ragione, ma i conti con la coscienza ognuno li fa come crede e c’è un limite a tutto. Diciamolo, però, urliamolo forte: è disumana e feroce -  disumana nel senso giuridico della parola, perché contraria ai diritti umani – la scelta della Confédération Générale du Travail, il sindacato della sedicente “gauche”, che ha fatto ricorso alla forza per riprendersi i locali della storica Bourse du Travail occupati da migranti. E’ disumano che uomini, donne, bambini, centinaia di immigrati senza permesso di soggiorno – in Francia li chiamano “sans papiers” – siano ora accampati alla men peggio sul marciapiede del Boulevard du Temple, di fronte al sindacato, sorvegliati a vista dalla polizia, tenuti in isolamento da un vero e proprio cordone sanitario e sottoposti a una pressione fisica insostenibile che ha uno scopo evidente e vergognoso: DSC_9660prenderli per fame e sete, costringerli alla resa mentre vanno arrosto nel caldo mortale di questi giorni.
In tanta furia, però – questo è umano e conforta – in tanta feroce determinazione – questi disperati stanno resistendo. Sono deboli, soli, sconfitti e figli  di sconfitti, ma resistono. La Francia gli ha negato storia e dignità, e loro tengono duro e quasi sopravvivono a se stessi, per denuciare questa sorta di colonialismo sindacale che è tutto quanto resta dell’Europa di Spinelli. Sono lì, davanti al sindacato, prova vivente della miseria e della povertà dell’Africa e dito puntato contro la nostra coscienza sporca e la nostra penosa storia di “potenze” coloniali.
Sono lì, e per portar loro un po’ d’acqua e un pugno di riso per ricordare al potere che la solidarietà e la rabbia non sono ancora morte, c’è chi discute coi gendarmiDSC_9684 e li lavora ai fianchi, poi, quando la notte allunga le sue ombre pietose su tanta miseria umana, passa, non visto o ignorato – il potere ha pieghe davvero misteriose – e rischia l’arresto per rifocillarli.
Ora, se qualcuno se la sente, venga avanti e cominci a blaterare di civiltà occidentale, di “democrazia di esportare”, di virtù teologali e cardinali, di fede, di speranza e carità. In nome del suo dio, però lo metto in guardia: non rispondo di me stesso.
C’è stato un tempo in cui, accogliendo da ogni dove artigiani e operai per quell’Esposizione Universale di cui ci resta, ironica e infelice, la sola Tour Eiffel, i sindacalisti francesi pensavano di far lezione al mondo: “le groupement socialiste – dicevano orgogliosi – cherche à sopprimer l’antagonisme du travail e du capitalisme, par l’etablissement d’une société ègualitaire”. Era il tempo in cui gli spiriti liberi dichiaravano di avere due patrie e la seconda per tutti era la Francia. Tutto quanto rimane di quegli anni lontani è un pugno di riso e poche bottiglie d’acqua DSC_9671portate da una pattuglia di militanti dei nostri “anni di piombo”, “sans papiers della rivoluzione” e cittadini del mondo che Maroni e soci vorrebbero seppellire nelle nostre galere.
Pensatela come volete, a me pare evidente: la sfida al potere si rinnova. E’ disperata, come i tempi che viviamo, ma è anche un lampo d’umanità che si oppone al terrorismo del capitale. Quel terrorismo che non si processa.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 luglio 2009

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 60 follower