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Naturalmente, chiosano i benpensanti, s’è trattato d’un caso, forse d’una distrazione, e i più “saggi” e “moderati” – quelli che di solito si strappano i capelli per le vittime del terrorismo, per i “nostri ragazzi” uccisi in “missione di pace” mentre, armati fino ai denti, danno una mano a truppe d’occupazione, quelli che di moderazione in moderazione ormai chiudono gli occhi su tutto, sui lager che chiamiamo CIE, sui richiedenti asilo rispediti al mittente, sui cimiteri nei fondali meridionali, su Aldovrandi, su Cucchi e chi più ne ha più ne metta. I più “saggi” e “moderati” invitano a non strumentalizzare. E va bene, non strumentalizziamo. Notizia secca:

Ieri pomeriggio, 29 giugno, un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Si chiamava , Anna Reccia e aveva 65 anni”.

Note a margine.

Non era libica, la sventurata, e questo è davvero un peccato, perché qualcuno ci avrebbe potuto “informare” con scrupolo professionale: “ecco una vittima di Gheddafi.  Perciò siamo in Libia, per difendere i civili“. Invece, è nata da noi e l’abbiamo “protetta” come meglio sanno fare uomini messi a guidare mezzi militari da guerra in territorio italiano, per accorrere in tutta fretta contro non si sa bene quali pericolosi invasori.

Non sarebbe accaduto, se non fosse ormai del tutto normale vedere le nostre città presidiate da uomini armati, in assetto antisommossa, pronti a far fronte ai tremendi rischi che vengono al Paese da tutto ciò che somiglia a una protesta. Nessuno sa se le nostre efficientissime forze dell’ordine dormono con gli anfibi e gli elmetti per tenersi pronte, come si direbbe girando per le vie. E’ certo, però, che  l’ordine è perfetto: sono stati picchiati i pastori sardi giunti a Civitavecchia dalla Sardegna, i terremotati del’Aquila presentatisi a Roma, gli operai licenziati, gli studenti scippati delle scuole e delle università, le popolazioni che difendono il territorio da speculatori e malavitosi e non si fa un corteo se prima non si concentrano ingenti reparti di forze dell’ordine, schierai contro i cittadini.

E’ vero, sì, ma sono dettagli. Impunemente si organizzano cacce ai gay, tra poco, come sempre col caldo, i piromani manderanno felicemente in fumo i nostri boschi per fare spazio alla cementificazione, le barche da venti e più metri fanno sonni tranquilli nei porticcioli turistici, senza che nessuno si chieda cosa facciano e di che vivano i proprietari, e gli affari della mafia non vanno certamente male. E’ verissimo: se un magistrato chiede l’arresto d’un deputato, le manette non le usa nessuno, se uno ruba, invece, e magari per fame, finisce dentro carceri orrende e qualche volta si suicida. Qui il Parlamento, però, non mette il becco e chi s’è visto s’è visto.

Lo sanno tutti: l’Italia protegge i civili. Nessuno sa farlo meglio.

I civili che ne pensano? I civili sono felicissimi. Non potrebbero non esserlo: in genere, un corteo di protesta si sa come comincia, ma è difficile prevedere come finisce. E fioccano le imputazioni per veri, presunti e comunque pericolosissimi “sovversivi”. I civili pagano senza fiatare i protettori e sono tutti “sinceri” ammiratori del leghista Maroni che combatte così efficacemente i “clandestini”, che sono tutti una gran manica di mariuoli, e atterrisce la malavita organizzata. Ha  efficacemente protetto finora tutti i deputati inquisiti, processati o in attesa di processo. Tutti, perfino uno che la magistratura ha chiesto di arrestare. Il ministro e il suo partito naturalmente non hanno voluto che si eseguisse il mandato di cattura: gli alleati, si sa, sono per definizione anime innocenti. Ricordate Gheddafi? Una gara d’inchini e riverenze… 

Povera donna. L’accompagnerà certamente il dolore del nostro Presidente della Repubblica.

Adelante Pedro…

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Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario”, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male. “Il Manifesto” del 12  annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa: la “società civile” dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione”. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà.

Sarà difetto di memoria, o il difetto riguarda forse gli strumenti d’analisi, sta di fatto che anni fa volemmo l’Italia arcobaleno; manterremo la pace, ci dicemmo, ma navi e soldati andarono in guerra. Se il vento consente, accendiamo candele per la legalità ma la luce non basta e il paese è più marcio; in difesa della libertà ci mettiamo ogni tanto in viola, ma il gregge parlamentare fa come i fascisti: se ne frega e passano in serie leggi liberticide. Ecco allora le firme sui rotoli di carta igienica. Per carità, ognuno a suo modo e, d’altra parte, è segno che ci siamo. In quanto a me, sono vecchio lo so e, più il tempo passa, più questo mondo non mi sembra il mio. Prendetela perciò come un sintomo di senilità e lasciatemelo dire: avanti così, col folclore e le “pensate” illuminate, i conti non li quadriamo.

I precari della scuola urlano dai tetti occupati: non ci stanno, non cedono, e sfidano un governo che schiera manganelli contro i lavoratori e altro non fa. Questo andazzo sa di Cile, hanno gridato, e induce alla sommossa. Il loro nemico, però, non è solo l’avvocato Gelmini. I precari sono un dito puntato anche contro docenti “di ruolo” e genitori più o meno “organizzati”. Gente che sui tetti non va perché è impegnata coi nodi ai  fazzoletti, con le candele accese e con la carta igienica.

C’è un mare di sofferenza, i diritti sono violati, milioni di lavoratori ridotti alla fame. Si fanno leggi che offendono le coscienze, ma per buona sorte c’è un vento che sa di tempesta. Mettiamolo in piazza questo vento. Agiamo dal basso e di concerto. La lotta dei precari della scuola sia quella di chi non ha e non avrà lavoro, dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, degli studenti ai quali tolgono scuola e università. Mettiamo tutto questo in piazza senza paura, facciamolo, poi tiriamo le somme. Quante volte si è detto? Ma non c’è stato verso. In piazza c’era l’Onda degli studenti, Gelmini tremava, ma insegnanti e genitori stavano a guardare. Sarebbe bastato affiancarli per aprire la breccia. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.

Lo dico chiaro, ché male non ci fa: non si può fare una lotta solo per la scuola. E se tutto si riduce a questo, la partita è persa. La battaglia è contro un disegno politico che, con gelida ferocia, colpisce la scuola statale in quanto fucina di pensiero critico, archivio vivente della memoria storica e presidio di democrazia, per colpire diritti e lavoratori. Ragionare per “compartimenti” – protestano i precari, protestano gli immigrati, oggi in piazza c’è la “No tav”, domani il “Comitato acqua”, poi Termini Imerese, poi “Libera”, ognuno col suo dramma – ci condanna. Stiamo assieme, cittadini, genitori e lavoratori. La nostra è la lotta degli operai licenziati, degli immigrati massacrati nel Mediterraneo o internati in campi di concentramento, la lotta della civiltà contro la barbarie. In questo andar da soli c’è qualcosa che sa di un nostro antico male, che ricorda Guicciardini e il “particulare”. Qualcosa che sa di calcolo di bottega. O gli insegnanti e i genitori diventano il collante tra le realtà in lotta per costruire modi e tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è persa. E senza appello.

Ci sono momenti della storia in cui l’estremismo cammina alla rovescia, viene dall’alto, dalle istituzioni, nasce dal potere, da ceti dirigenti decisi a perpetuare se stessi. Sono i momenti in cui è necessario e legittimo reagire e chi davvero vuole aprire la gabbia non pensa a salvarsi da solo. Siamo pochi, è vero. Ma vero è anche che la scuola assediata non ha scelta: è chiamata a una lotta che va oltre il suo orizzonte. Sul Parlamento non c’è da sperare. Il Parlamento non c’è, non esiste; ci sono cricche di cooptati, camarille di vassalli che gestiscono il voto in nome e per conto di chi li ha messi a sedere nell’aula stavolta sorda e grigia. Veline, buffoni o scienziati conta poco. Sono “nominati”. Arfè, che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio, l’aveva intuito prontamente: qui è la questione di fondo. Ineludibile e decisiva: il rapporto tra governanti e governati, coi governanti che si mettono fuori dalla legge. Il problema cruciale della legittimità di norme sancite da organismi illegalmente costituiti e, quindi, della difficile scelta tra dovere di rifiutarsi e diritto di ribellarsi. Sui modi concreti del rifiuto e sulla sua natura – obiezione pacifica che si appelli alla coscienza, o ricorso alla forza che raccolga la sfida d’un regime e lotti con ogni mezzo per abbatterlo – su questo si potrà poi riflettere e scegliere la via. Intanto occorre prendere atto: la legalità repubblicana è violata. Il governo è figlio di una legge elettorale che ha sottratto al popolo la sovranità e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.

Talvolta il destino si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre una chance. Potremo far finta di non vedere, ma occorre saperlo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Pugnalata alle spalle, la democrazia è in stato comatoso e occorre reagire. Alle leggi ingiuste, ai provvedimenti “pensati” per colpire i deboli, si oppone il rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce, come ha fatto il Consiglio di Circolo della Direzione Didattica di via Bandiera a Parma. Dovremmo farlo tutti. L’obiezione potrebbe essere la via giusta, ma occorre aggregare le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, far quadrato attorno alle regole come soldati sull’ultima spiaggia, saper dire di no, tenendosi nei binari della legalità e, allo stesso tempo, ammonire: “siamo pronti a lottare”. E’ possibile farlo, milita nella nostra parte una certezza che nasce da immutabili leggi della storia e, si può esser certi, è accaduto e accadrà: non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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Non so se l’estremismo sia davvero la malattia infantile dei ceti subordinati e trovi terreno fertile nella rabbia impotente degli oppressi. Val la pena di rifletterci e ci tornerò più avanti. M’interessa per ora una premessa. Cota, Bricolo, Bossi, La Russa, Gelmini e compagnia cantante non lo sanno di certo, ma è così: i tentativi di installare a Napoli tribunali spagnoli del Sant’Uffizio furono spazzati via dalla furia popolare che, nei tumulti di piazza del 1510 e del 1547, si trovò al fianco l’aristocrazia. Erano anni fecondi di studi e di rivalutazione della natura dell’uomo e la superstizione come strumento di potere stentava a perpetuare il governo della barbarie.
Non siamo al Rinascimento, questo è chiaro e, in tema di governo e di barbarie, conviene forse tornare a riflettere sull’estremismo.
Non lo nego. L’idea di Cota, Alemanno e soci – non è chiaro se Veltroni poi abbia provato a rubargliela, o sia maturata spontanea nel suo seno – è stata vincente: per impadronirsi del potere occorreva suscitare fantasmi, cavalcare la tigre della paura e trascinare il Paese sulla china pericolosa di un estremismo di nuovo conio, suscitato dall’alto con tutti gli strumenti della disinformazione. L’integralismo leghista e il populismo berlusconiano hanno così messo le mani sul Paese.
Sul solco tracciato dai leader nazionali, persino una città tollerante come Napoli ha ora le sue ronde. Una sinistra senz’anima e senza identità, accettata la sfida, ormai rilancia: “ronde antipedofilo” è lo slogan dei verdi napoletani, che scavalcano a destra – mi perdoni la destra vera, se ancora c’è verità che sopravvive qui da noi – il verde della lega e il carroccio padano e presentano il loro biglietto da visita in vista dei prossimi comizi elettorali.
Quale che sia la natura clinica dell’estremismo, è davvero difficile dubitare: la malattia è contagiosa. Partita dal Vomero, quartiere di “gente bene”, di “società civile” degli affaristi, arricchiti e parvenus, la caccia all’untore, come scrive sul “Manifesto”, la mia amica Francesca Pilla, ha fatto subito proseliti e qualcuno leverà presto una “colonna infame” in Piazza Mercato, ove salì il patibolo la civiltà nei panni di Eleonora Pimentel Fonseca alla fine della rivoluzione del ’99.
Rinnovando i fasti della “Santa fede” e cancellando d’un sol colpo il magistero e la memoria di Giordano Bruno e del libero pensiero, destra e sinistra unite in uno sconcio assalto al potere fanno entrambe, ciascuna per suo conto, la propria parte nella costruzione di un regime che sarebbe un oltraggio sanguinoso alla nostra storia definire fascista: ci fu nel fascismo una parvenza di dignità di pensiero che oggi non trovi né a destra né a sinistra. Davanti a cinque scuole napoletane sosta da due giorni una ventina di volontari divisi in pattuglie “specializzate” nel sospetto e nella delazione. Un numero verde subito rovente rovescia infamie su cittadini innocenti, alimentando la cultura del sospetto, rafforzando un sistema di delazione che tornerà utilissimo al regime.
Dopo aver introdotto l’idea strumentale, demagogica e anticostituzionale che la sicurezza di donne e bambini vada assicurata dalle “ronde”, una classe dirigente di guitti e comprimari, che nessuno conosce e riconosce, tranne complici e sodali nel patto scellerato, nessuno elegge, nessuno vota, sollecita la pancia del Paese, pungola gli istinti più bassi e giunge ad assediare persino le scuole con le sue sconce “trovate” elettorali. Incurante, del danno, decisa a conseguire i suoi luridi scopi in ogni modo e con ogni mezzo. Costi quel che costi
E noi? – mi domando. Noi insegnanti dove siamo, che facciamo, che pensiamo, quale ruolo riteniamo di poter avere per contrastare questo tentativo di reintrodurre, a distanza di secoli, nella coscienza di un popolo che l’ha storicamente rifiutato, il Tribunale del Sant’uffizio. Noi? mi domando. Noi confermeremo ciò che scrisse Gobetti: il fascismo fu l’autobiografia di un popolo, il “consenso” fu reale, il berlusconismo rappresenta l’Italia? Berlusconi e i suoi scialbi imitatori di sinistra rappresentano l’Italia più di quanto non facciano la resistenza di Chiaiano, i Dante De Angelis che si fanno licenziare per attestare la verità, i Comitati no Tav e Dal Molin, i Zanottelli che si battono per la tutela dei beni comuni? Che facciamo? Alziamo bandiera bianca, riteniamo che quello che sta accadendo sia tollerabile? No. Noi non lo consentiremo. Io rimango dell’avviso che l’Italia vera sia un’altra, minoritaria, certo, come minoritaria fu quella che contrastò il fascismo, ma alla fine vinse. Io continuo a credere che l’Italia vera sia quella che lotta, l’Italia di chi si oppone, rischia la libertà personale, la sicurezza della famiglia e il posto di lavoro. Continuo a credere che gli insegnanti si ribelleranno. C’è tempo e modo per farlo: rifiutiamo di fare scuola in queste condizioni, opponiamo dignità di coscienze a leggi che non hanno legittimità costituzionale, opponiamo luce di cultura al buio dell’ignoranza e alla ferocia del potere. E se non abbiamo animo e forza per dare battaglia, allora riconosciamo apertamente la nostra viltà: diciamolo che siamo inferiori a quel popolo che secoli fa rispose all’arroganza coloniale degli spagnoli e all’ignobile tracotanza del Vaticano, rivendicando il proprio diritto a vivere e a pensare.
Mai come oggi è stato così chiaro. Ci sono momenti della storia in cui l’estremismo sta nelle istituzioni, viene dall’alto, nasce dal potere, da una classe dirigente decisa a perpetuare se stessa in ogni modo possibile. In tutti i modi possibili, quindi, è necessario e legittimo reagire. In un momento come questo, nessuno si può illudere di difendere sé stesso disertando. E’ vero, siamo pochi, ma non è meno vero che la scuola assediata non ha scelta: è chiamata alla lotta. Uniamo le forze, mettiamo in campo la ragione, facciamoci sentire, insieme, lavoratori di ogni categoria, cittadini che non intendono ridursi a sudditi, uomini e donne e che hanno cuore e dignità. La reazione non è ancora passata e, quand’anche lo fosse, non ha vinto, non può vincere. La vicenda umana conosce abissi di disperazione, ma il sole è destinato a tornare e l’alba cancella la notte. In quanto a noi insegnanti, non possiamo ignorarlo, sarebbe un crimine: sta a noi far sì che, dopo questo inverno, i nostri studenti siano la nuova primavera della storia.

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