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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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Tragicommedia. Non poteva che finir così. C’è davvero l’Italia di oggi nei cori sprezzanti dei tifosi contrapposti, nei cortei che si schierano davanti ai palazzi d’un potere sempre più estraneo, come fedeli davanti agli altari, in attesa dell’immancabile “miracolo”. Nell’incredibile confusione tra “liberazione” e “rito liberatorio“, c’è la comica tragedia d’un Paese che non s’è mai veramente “liberato“. Che il fascismo sia stato, come scrisse lucido Gobetti, l’autobiografia degli italiani, ora sì, ora si vede chiaro in questo surrogato di “liberazione“, che ci fa più servi in un inevitabile crepuscolo della democrazia. E’ vero, Berlusconi cade – e questo fa certamente bene – ma a chi torna ai ritmi del poeta latino – “nunc est bibendum” – il vino va alla testa e tutto si confonde nel gioco delle parti. Cade, sì, ma per mano di lanzichenecchi della finanza e di squallidi capitani di ventura, suoi pari, come Sarkozy e la Merkel, che l’hanno detto chiari e minacciosi a Papandreu: se si rompe il giocattolo, si torna all’Europa dei conflitti. Cade e l’Italia fa festa o protesta; in piazza c’è chi l’ha combattuto per anni, impotente, inascoltato e tradito da opposizioni complici che non l’hanno mai inchiodato al conflitto d’interesse, e chi l’ha liberamente eletto, esaltato e spesso idolatrato; strati sociali così vasti e così variamente connotati, che parlare ancora di “società civile” pare non abbia più senso. Brinda, fa festa o protesta, l’Italia, ma è un’Italia avvilita che non trova rappresentanza politica e cerca invano una classe dirìgente capace di arrossire, che mostri senso del pudore e quella capacità critica che distingue gli uomini liberi dai servi sciocchi. Canti, cori, dirette televisive e l’eterno salotto buono, con Di Pietro, folgorato sulla via di Damasco, che non parla più di “macelleria sociale“, Concita De Gregorio, pronta a sostener la tesi insostenibile che è stato il governo a scatenare la crisi economica nata negli Usa, Casini berlusconiano per due e più lustri, Fini capobanda fino all’anno scorso e il solito Floris con una batteria di servizi terroristici sui bancomat in tilt e i soldi sequestrati in banca per effetto del fallimento. Un polverone sollevato ad arte per coprire la miseria morale di una “uscita” dalla crisi di governo che, da qualunque parte la si guardi, non va d’accordo coi principi della democrazia e, quand’anche fosse l’unica, amara e necessaria medicina, non meriterebbe certo una festosa accoglienza.
Morto il re, viva il re, ma operai e docenti stiano allerta. Il “nuovo che avanza” ha già detto basta alla nefasta influenza marxista e al suo “arcaico stile di rivendicazione che è un grosso ostacolo alle riforme” e “finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati“. La ricetta è il solito veleno – il “vincolo della competitività” – e quanto sia efficace s’è “visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili“.
In fabbrica, quindi, flessibilità e mano libera al signor padrone e, in quanto alla formazione, basta col valore legale del titolo di studio e via con l’incubo americano: il figlio del ricco borghese che studia a Milano vale il doppio del cocciuto figlio di poveracci che va a scuola a Canicattì. Che ci va a fare? Lo studente non conta niente, vale il “nome” dell’istituto. Ci sono lauree e pezzi di carta in un mondo in cui chi ha i quattrini per farlo si costruisce la scuola e l’università. Chi decide è il mercato…
Così, Mario Monti, sul Corriere della Sera del 2 gennaio scorso. Altro che nuovo! Monti al governo – un “governo tecnico“, s’intende, di colpo di Stato non si parla più – è una fucilata sparata a bruciapelo sulla democrazia! Lo sanno tutti, Napolitano, gli “scamiciati” del Governo di Unità Nazionale, il rosso Vendola con la formula diplomatica del “Governo di scopo“, Bersani e i suoi, stretti attorno alla bandiera tricolore di un “Governo di transizione” che ci porta difilato al patibolo della Bicciè. Lo sanno tutti, ma fingono di non sapere: dopo un lungo scontro, c’è una resa incondizionata e tutto avviene nello stesso campo: la trincea è quella del peggior capitalismo. Nulla a che vedere coi diritti e la fatica della povera gente, costretta con un colpo di mano a pagare il prezzo d’una crisi per cui Monti è responsabile più o meno quanto Berlusconi. Monti, sì, che, guarda caso, è stato International Advisor della “Goldman Sachs“, ha libero acceso al chiuso “Gruppo Bildeberg, è membro stimato della “Commissione Trilaterale” creata da Zbigniew Brzezinski e Rockefeller e ha partecipato in prima linea, come Commissario europeo per l’economia, alla creazione del mostriciattolo che ci si ostina a chiamare “Unione Europea”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 novemente 2011 e sul “Manifesto” del 15 novembre 2011 col titolo “Il nuovo avanza ma il capitalismo è sempre lo stesso”.

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Bocce ferme. Dopo risse, aggressioni e concerti, tacciono finalmente i candidati, ma il rantolo della politica vive nel delirio di Berlusconi: “Mister Obama, ho una nuova maggioranza”. Dietro le luci psichedeliche, due liberismi a confronto; a Milano Pisapia, un ex comunista, si volge ai “moderati” e una sinistra tutta belle maniere e società civile promette di sterilizzare il conflitto e ripristinare le regole del gioco. A Napoli, la voglia di riscatto si affida a De Magistris, un magistrato messo fuori dalla magistratura, una sorta di “perseguitato politico” che fa da argine allo strapotere della criminalità organizzata, ma non va oltre le cicliche e storicamente sterili “campagne morali” d’una borghesia sorpresa dalla sua stessa miseria morale. A completare il quadro, le bandiere rosse, che non hanno scelta, dopo la storica Caporetto della sinistra alternativa, si schierano a mezz’asta sul terreno del liberismo progressista.

Se questo è al momento il terreno dello scontro, ben venga la disfatta della destra reazionaria e golpista. Il “popolo sovrano”, fonte della legittimità del potere, s’è diviso e frantumato nell’illusione del “benessere” che ha superato gli antichi confini delle classi. Qui la vittoria della società industriale avanzata è innegabile, tuttavia, sotto la calma paludosa che rassicura i grandi gruppi di potere, qualcosa si muove e sfugge alla lettura “classica” borghese. E’ un terremoto che ricorda Marcuse e il suo “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.

Si fa un gran parlare di democrazia. C’è chi la colora di ciclamini e chi l’utilizza per far la guerra, ma un dato su cui riflettere si coglie: mentre la crisi blocca l’ascensore sociale, più il tempo passa, più cresce la massa dei disperati che rimane fuori dal processo della “democrazia” e più si moltiplicano i segni di aperta insofferenza per l’inganno liberista. La politica si perde tra il Pil e gli indici economici e predica il contenimento della spesa, ma la vita, che si spende tutta in una volta sola, si rifiuta di spegnersi nelle astratte ragioni di burocrati e ragionieri. E qui il corto circuito può accendere l’incendio.

Non è questione di regole, riformismo o conservazione. E’ che le intollerabili ragioni dell’economia di mercato cozzano contro quelle insopprimibili della volontà di vivere, sicché le piazze che si riempiono di giovani si collocano fuori dal sistema e da fuori lo attaccano perché lo sentono nemico. Forse i giovani non ne hanno ancora una coscienza chiara, ma la loro opposizione è di fatto rivoluzionaria. E torna in mente Marcuse con la sua “forza elementare che viola le regole del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Quando masse di sfruttati levano la bandiera dei diritti violati, si raccolgono repentine in strada e occupano la piazza senza armi, sapendo di rischiare lo scontro fisico, l’assalto delle forze dell’ordine addestrate a reprimere, la galera, l’internamento e forse la morte, c’è qualcosa che si muove nel profondo del corpo sociale.

Nessuno conosce il futuro e dallo scontro che s’annunzia potrebbe anche nascere una barbarie che spezzi il percorso della pretesa civiltà occidentale. Tuttavia, quando una genrazione non si riconose nel gioco e non si piega alla violenza legalizzata dello Stato, nulla proibisce di pensare che barbaro oltre misura sia diventato il potere e la spinta al cambiamento delinei, invece, il quadro d’un crollo che ha dalla sua le ragioni della storia. E’ già accaduto e grandi imperi sono caduti quando gli estremi si sono toccati, saldando la forza degli sfruttati alla lucida protesta della avanguardie prodotte dalla coscienza dei diritti negati. E’ accaduto, quando l’impossibilità del riscatto sociale s’è incontrata con la consapevolezza dell’arretramento civile e l’utopia, che muove la storia, ha trasformato in coscienza rivoluzionaria un generico desiderio di cambiamento. Non aveva torto Marx: “il vero regno della libertà [...] può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2011

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Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo. E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.

Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.

Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.

In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in  Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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Sono anni che Bossi prende soldi a palate per governare l’Italia che intende affondare. A Roma fa il ministro della repubblica, a Pontida, il “padre della patria” d’una barzelletta che chiama Padania e smania, minaccia sfracelli e promette macelli. Come la gru di Chichibbio sta in equilibrio precario: nessuno sa se ha due zampe o una sola. In quanto alla testa è piuttosto modesta. A Pontida protesta ma a Roma è ortodosso, si veste da fesso e domanda perdono se la spara più grossa. Ce l’ha duro a Milano e s’ammoscia per lo scirocco romano. A Pontida è guerriero feroce, A Roma si tace, a Bergamo pare Brighella, sui colli fatali è un gran Pulcinella, a Strasburgo domanda insistente un brevetto per l’inesistente. E’ un delirio che prende i padani, la repubblica dei ciarlatani a spese dei contribuenti italiani. Ogni giorno fa guerra il carroccio, ma in pace, da vero fantoccio, si tace rapace quando mette i piedi e le mani nei salotti e gli affari romani.

In un Paese normale Bossi e compagni sarebbero il paranormale, un fenomeno da baraccone, la rissa d’un ubriacone. Qui da noi governano l’Italia per conto della Padania, con un grande programma nazionale: la graduatoria regionale dei docenti, non importa se deficienti, bambini neri affamati nella scuola privatizzata, un ghetto per alunni stranieri in una scuola specializzata in negrieri, sputi alla bandiera, campi di concentramento e l’obbligo d’insegnamento della lingua di Cassano Magnago, Verona, Pastrengo e Legnago. Il programma è centrato sui discorsi politici di Bossi, sul federalismo targato Cota, sulla musica e il folclore di Zaia governatore, sulla politica delle integrazioni pensata dal geniale Maroni.

Ameana puella defututa
Tota milia me decem poposcit,
[…] Propinqui, quibus est puella curae,
amicos medicosque convocate:
non est sana puella…

Amici e voi che avete la ragazza in cura, i medici convocate! E’ malata, si vede, non è sana, è impazzita davvero la fanciulla.

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Luigino Biliandi aveva avuto dalla natura il dono invidiabile e, in verità, meno raro di quanto si creda comunemente, d’una notevole propensione alla moderazione nel campo spinoso delle occupazioni redditizie, che i più sono soliti indicare, assai superficialmente, col nome ben più grave e serio di lavoro.
luigi1[1]
Era nato, è vero, in “terre di spopolamento - come aveva letto una volta in un libro del fratello che faceva l’università a Salerno – ma portava nel suo giovane cuore di uomo del Cilento un ottimismo “anomalo” che, per dirla in breve, stava tra il non ben meditato e il superficiale – almeno così pensavano i più – e che, in un modo o in un altro, la vinceva persino sulla dottorale sapienza di suo fratello. D’altro canto, perché mai avrebbe dovuto essere pessimista o nutrire sospetti uno come lui, che, sfuggendo a un destino grigio, che si sarebbe consumato tra case ridotte a pietraie, andava incontro a un lavoro sicuro e già “assegnato“, come gli aveva assicurato in una lettera un suo vecchio amico ormai “milanese“?
Eppure, a sentir le ciance di suo fratello, le cose stavano proprio così e c’era da star con tanto d’occhi aperti:
- Ma ti pare che lassù aspettano te per un lavoro buono? Luì, chissà che sarà!luigi2[1]
E se Luigino a questo punto tirava in gioco la sua sostanziosa propensione ad ogni genere di lavoro sicuro – che nasceva probabilmente dal non averne potuto trovare mai nemmeno uno – e se poneva l’accento a suo modo su quel particolare, assai piccolo e però notevole, che lì, in paese, se la poteva solo fare con vecchie o donnette, ad aspettare l’abbacchiatura e far giusto il soldo per rischiare un colpo a bocce su un quartino, sicché tra l’alba e il tramonto stava sempre a cercare il modo di girare per sentirsi vivo, ecco, se lo faceva, il fratello sbottava e assumeva un tono alto, che alla fine sfociava immancabilmente in uno stridulo falsetto:
- La libertà! Luì, chi emigra se la gioca, la libertà! Tu qua in un modo o in un altro non ci campi? E stacci, sta a sentire a me, che di sopra ti comprano la pelle.
Non fosse stato suo fratello – e se un certo rispetto per i libri che studiava non l’avessero tenuto – Luigi un bel calcio indietro gliel’avrebbe dato di gusto, magari per dispetto e per dirgli in un suo modo paziente:
- Ma chi ti ha mai detto che a me così pare di stare libero?
Luigino aveva una sua precisa filosofia sul lavoro.
- Fatica - diceva spesso - è la nostra, quella che facciamo a schiena rotta e senza pace, senza un’ora buona o una festa che conti. Solo per rimanere in piedi e respirare, così poi torni a faticare. Lavoro è una parola diversa e complicata. Non lavora, questo è certo, non lavora chi pareggia coi soldi che prende quello che spende e non gli resta che ripetere la stessa storia tutti i giorni. Uno così fatica e muore. Se poi uno si trova una lira in più quando fa i conti, bene: così non è lavoro: è gioco. Uno così è felice. Lavoro – diceva Luigino – è una parola che non dice niente. Ci sono solo il gioco e la fatica. Che fai? Ti danni per una cosa che non ti dà quanto ti serve e lo chiami lavoro? Quella è disperazione…
Come molti di coloro che hanno la consapevolezza d’essere nati e cresciuti tra le incertezze di fatiche che non bastano a garantire la tranquillità e che non pagano per quanto vogliono, Franco, il fratello di Luigi che aveva studiato, sentiva un’assoluta diffidenza per ogni speranza e per ogni disperazione. Non era rassegnato, perché per esserlo occorre aver sperato, e non era vinto perché non aveva lottato. Era, diceva Luigino, un “teorico“, uno che non capiva la pace dell’animo di quel suo fratello contadino ignaro del sottosviluppo e dello sfruttamento, e non si spiegava come facesse a risolvere ogni questione con quella sua strampalata filosofia tutta “individualismo piccolo borghese” e “isolazionismo gretto e contadino“. Uno che finiva sempre con l’accontentarsi d’una “presa per il didietro” che gli assicurasse il minimo di sicurezza materiale. Tutto questo irritava Franco, specialmente quando s’accorgeva di quanto fossero insufficienti la sua “scienza” e la sua consapevolezza delle cose, quando si trovava ad imporle a quel cocciuto contadino. Per qualunque verso s’era mai provato a prenderla, quella faccenda gli era sempre sfuggita di mano. Non aveva null’altro da opporre che chiacchiere a quella sorta d’antica fame di stabilità che c’era nel petto, per tutte le altre cose tranquillo, di Luigino.
Aveva un bel dirgli, quand’era a corto d’argomenti:
- Ma tu non ti trovi costretto! Avessi almeno famiglia o che so io…
Benché ci fosse in lui anche la speranza segreta d’insinuare non so che tarlo moralistico in seno al contendente, era troppo intelligente per non capire da sé che aveva un gran bel torto. Torto marcio. Luigi se ne andava e faceva bene. In momenti così Franco si chiedeva se tutto non accadesse davvero per una sorta di condanna ineluttabile, si sentiva impossibilitato a reagire e talora, in squarci di luce sinistra, gli si apriva dinanzi la visione dalla secolare malformazione sociale della sua gente.
Come gli altri, Luigi dimostrava di non possedere quella che Franco, con tono grave, chiamava “coscienza di classe“.
A sentire Franco, quell’assenza garantiva la sopravvivenza dell’ingiustizia e, con essa, degli uomini stessi. Franco, insomma, osservando il fratello, avvertiva il beffardo dominio dello “squilibrio che - come spesso diceva – si muta in assurda garanzia d’ordine“.
luigi3[1]Venne finalmente per Luigi il giorno della partenza e, come tutte le cose di quel “maledetto paese” – com’ebbe a definirlo per l’occasione Franco – anche la sua partenza si trasformò in un avvenimento destinato al commento dei crocchi nei successivi sette giorni.
Il Cilento è terra bella e capace d’ispirare amore profondo. Però, forse per la noia che vi aveva coltivato assieme alle rare piante riarse, forse per la durezza d’animo comune ai giovani di un tempo singolarmente freddo, una cosa è certa: a Luigi partire non faceva venire alcuna particolare passione per il suo paese. Per di più, sapendo che il mostrarsi indifferente in un momento come quello avrebbe scandalizzato le brave persone accorse in piazza per salutarlo, Luigi si sentiva notevolmente imbarazzato, mentre si rigirava a stringer mani nella piazza assolata, tanto più che il fratello se ne stava in disparte, con negli occhi un’accusa fiera per quel suo agire che doveva sembrargli un vero e proprio tradimento. Non c’è dunque da meravigliarsi se il giovane contadino si sorprese a provare sollievo per l’apparizione improvvisa, e solitamente malaugurata, di un personaggio tutto azzimato e tronfio, che compariva dal fondo della piazza, andando dritto verso di lui con l’aria consuetamente goffa, resa ancor più evidente dal contrasto tra il lampo d’orgoglio che aveva negli occhi e la figura sua stramba, che mostrava, su due gambe tozze, un ventre come un otre e le braccia forti e corte.
Don Tito era fatto così. Se poteva fare un favore e mostrar di poter muovere pedine importanti per un suo gioco, lo faceva volentieri. Aveva – di ciò Luigi era certo – qualche buon santo, tanto più che in paese c’era addirittura chi sussurrava che poteva giungere sino a Roma per faccende grosse. Per Luigino l’aveva fatto, riuscendo a “sistemarlo” senza batter ciglio. Gongolante, mentre discreti sguardi lo indicavano e berretti di velluto salutavano ossequiosi, veniva a raccogliere l’omaggio col faccione rubizzo atteggiato a compiacimento. Cercava Luigi, che a sua volta gli si affrettava incontro e l’apostrofava con vivacità: – Oh Don Tito!
A Franco il disgusto pareva salisse alla gola. E non, come si può pensare, per l’uomo grosso e per il fratello sfuggente, ma perché, con tutta la sua stizza, non riusciva a immaginare che potesse esserci un altro mondo attorno a lui o che potessero cambiare i rapporti tra quegli uomini, senza che sparisse per sempre anche la sua gente e lui con essa.
- E allora a che servirà? Si chiese amaro.
Servì. Almeno così sembrava.
luigi4[1]Vero è che a Milano Luigino cui si era trovato né più né meno che come all’inferno, con la gente che non lo capiva e lui che non capiva la gente.
Per di più – e gli pareva incredibile – il “gioco” d’un tratto prese a deprimerlo e a mandargli all’aria tutte le convinte filosofie. In quel mondo lì che non capiva, anche la sicurezza del lavoro gli era sembrata estranea e aspra e se il principio del “devi lavorare per mangiare” al paese gli pareva così naturalmente ostile, ora gli sembrava che ci fosse anche un che di più duro ad aggravarlo: che gli si desse da mangiare perché lavorasse.
Era una sensazione dolorosa che non trovava modo di sopportare, che da solo, con l’animo suo schietto, non avrebbe mai saputo immaginare. Allora perse l’appetito, cominciò a pensare che Franco avesse ragione e provò una qualche passione per il suo paese.
Ora il lavoro era lavoro ed esisteva. Riguardava non lui da solo, ma gli altri come lui, lo legava a nuovi lacci, conosceva attese più brevi ma reiterate e perciò, alla lunga, più snervanti. Insomma non era un gioco da sfruttare, come l’aveva sognato, ma, per quanto capiva, un oggetto di contesa.
D’altro canto, se ai problemi del lavoro non voleva pensarci, ci pensavano gli altri a tormentarlo. C’era sempre qualcuno ad aspettarlo. E volantini e richieste erano compagni di sempre. Spesso cose giuste, altro che parole di Franco, ma ancora più spesso incomprensibili e indisponenti. Era una sola monotona canzone, sempre uguale e cantata con tono diverso.
Tutto prese a sembrargli così una grande bestemmia, tutto gli divenne ferocemente estraneo: un lavoro che c’era e quasi sicuro, gli si presentava manomesso, come corrotto e snaturato. Si ribellava, certo, ma più si divincolava e lottava, più gli pareva che tutto fosse condannato a snaturarsi infinitamente.
C’era, dietro tutto quanto vedeva e sentiva, qualcosa che non capiva, come un’entità oscura che dominava dall’esterno la scena furiosa nella quale si trovava ed a cui sentiva d’essere assai estraneo e non capiva perché.
Il capitale era il mostro responsabile di ciò che accadeva. Gliene parlavano in tanti, gliene parlavano sempre da quando era giunto a Milano, ma tutto quello che aveva capito era solo che il mostro che gli offriva il lavoro glielo distruggeva tra le mani e gli rendeva estraneo e inutile il solo valore che conosceva: la sicurezza.
Qui si fermava, e tuttavia, giacché non era stupido e vanesio, sentiva che in seno a tutto quel gran dibattere e discettare c’era anche una qualche ansia di giustizia, sebbene distorta e resa utile a fini oscuri da figuri oscuri che a tutto quel mondo erano in fondo estranei, e avvertiva come un senso di colpa assieme ad un profondo anelito a quella tranquillità che aveva sperato inutilmente di trovare con un trapianto radicale e, tutto sommato, assalito ben presto da una crisi di rigetto.
Era per lui, facendo un paragone antico, come per quel pastore montanaro che, tra pecore e balzi scoscesi, avverte ad un tratto il desiderio di dire una parola ad un amico, però è solo e può appena cantare e giocare col cane; quello, sebbene gli sia amico, non bada che al gioco, né sa né può avvertire la malinconia che lo suscita: è un cane inutile. Così fra i compagni di lavoro stava Luigi, con tristezza schiva e simulata pace. E come il pastore poi la sera, al fuoco, sente che forse, se scendesse al piano, non troverebbe più la parola da dire e resterebbe zitto, capiva di essere fuori posto e, insieme, di aver perduto, coi sogni, anche la voglia d’un ritorno.
luigi5[1]Aveva sopportato la sua terra perché era certo di partirne ma a Milano non sarebbe restato. Era come in un limbo.
Né bene né male, né odio né amore.
E tutto gl’infuriava intorno in una lotta feroce.
L’oggetto della contesa, santo demonio, come finì per sembrargli, era il capitale, visto nelle categorie dell’uso, del possesso, della suddivisione.
La sua moderna filiazione era la lotta del lavoro, visto nelle categorie del molto, del poco, del nocivo: avesse avuto il tempo, avrebbe preso a tirare per l’uno o por l’altro contendente.
Tornò invece al paese in una sera di pioggia. Invalido, un occhio cieco e la pensione.
Era saltato sui suoi risparmi in una banca a Piazza Fontana.
C’erano stati tanti morti o tanti feriti.
Quella triste sventura in un clima d’odio gli marchiò l’animo per sempre.
Passò il resto dei suoi anni a ripetere al fratello affranto, con ostinata frequenza:
- Franco, non gli dare retta. Non dar retta a nessuno. Non lo fanno mai per noi. Mai. Noi perdiamo sempre.

9 marzo 1975

 Uscito su “Fuoriregistro” il 24 settembre 2003.

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