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18430_13215_20130507-yy2_Image[1]«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani – «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi. Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».
Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà» direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.
I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggia, caricando con estrema violenza  un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini, così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.
Torni in città quando vuole, la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli  ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata difficile che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori  i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori». dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».
La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo la tragedia di Piazza Alimondi, nel cuore di una crisi economica che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia,

Uscito su Liberazione.it il 9 maggio 2013

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Abbiamo una teoria e una filosofia della storia. Sappiamo che non sarà dalle urne che verrà fuori la soluzione di questa crisi epocale e siamo convinti che la via del cambiamento si può costruire solo con le lotte dei lavoratori uniti. Noi però concordiamo con Lenin: “Chiunque aspetta una ‘pura’ rivoluzione sociale, non vivrà abbastanza per vederla”. Noi sappiamo che l’opposizione al capitalismo si fa anzitutto fuori dal parlamento, ma non per questo pensiamo di doverne stare fuori, perché la reazione si combatte nei luoghi fisici della sua organizzazione e perciò anche nel cuore delle istituzioni borghesi.
Noi, quando serve, scegliamo e non abbiamo paura di sporcarci le mani votando. Anche così si costruisce la rivoluzione.

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Si potrebbe titolare “La polemica sull’Invalsi continua”, mentre l’università si accende di speculari timori per i connotati dell’Anvur, e non sono in pochi a chiedersi sconcertati se non sia tornata la Gelmini. I devoti di Monti e dell’Italia “nuova” si scandalizzeranno, ma le cose stanno così e, a ragionare laicamente, c’è poco da far festa: va, se possibile, anche peggio e mentre i ripetuti segnali di continuità fanno suonare campanelli d’allarme, il dato più inquietante è che stavolta alla barra del timone c’è uno dei grandi “tecnici” per cui si meditano processioni di ringraziamento e s’è avviato, con i doverosi caratteri dell’urgenza, il processo di santificazione del già beato Napolitano.
Che l’articolo 51 del “decreto semplificazioni” firmato dai tecnici sia, in realtà, il solito “decreto falsificazioni” di marca politica, è facile capire. Si pensava, però, che, se non altro, si fosse riconosciuto un confine che nessuno mai più, tecnico o politico, avrebbe osato varcare: il confine della decenza, che il governo “salva Italia”, in linea con l’armata Brancaleone passata da Berlusconi a Monti ha invece violato. E’ indecente, infatti, che, dopo le battaglie politiche sulla teoria e la pratica della valutazione, il governo “tecnico” abbia sistemato all’Istruzione la sottosegretaria Ugolini, giunta al Ministero dai vertici di quell’Invalsi, imposto poi come attività “ordinaria” alle Istituzioni scolastiche. Mai come oggi è stato così chiaro: a ispirare Profumo, che sa di scuola molto meno di un qualunque cittadino di media cultura, c’è con tutta evidenza la filosofia della vituperata ma trionfante Gelmini. A nulla è servito che appena un anno fa la Magistratura abbia intimato alla politica di non imporre quiz ai docenti. A nulla purtroppo serve ormai appellarsi alla Costituzione, che invano sancisce la libertà di insegnamento e l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Nel clima di una negata ma operante “sospensione della democrazia”, il governo “tecnico” agisce ormai come se l’Italia fosse davvero la “repubblica dei Presidenti”.
C’è una logica stringente in ciò che accade sotto i nostri occhi. Il governo Monti, nato com’è nato e vissuto con amara soddisfazione – è il prezzo da pagare al dopo Berlusconi, pensano in molti – e il timor panico per una crisi devastante, non è frutto di un caso. Monti, Berlusconi e ciò che attorno a loro si unisce in termini di cultura padronale, fastidio per i diritti, le tutele socialdemocratiche e i vincoli keynesiani, vengono da lontano, nascono nel 1992, con la vittoria del capitalismo liberista su quello di Stato del socialismo reale, con le barriere cadute a est e il pianeta a portata di mano di avventurieri il cui solo ostacolo, per un apparente paradosso, diventa quella “democrazia borghese” che del Capitalismo è stato a un tempo maschera e arma vincente.
Occorre l’animo di dirlo: abbiamo di fronte i due volti di una sola realtà, dominata dalle criminali aspirazioni di sparute, ma agguerrite pattuglie di guastatori agli ordini di una concezione reazionaria della società e della filosofia della storia, di un potere che non ha patria e non chiede legittimità ai popoli. La conoscenza, la coscienza critica, la filosofia della “formazione di massa”, il pensiero che attribuisce un ethos politico alle classi subalterne, armi efficaci e naturale presidio della democrazia, sono perciò l’obiettivo privilegiato di una guerra senza quartiere: il conflitto per la supremazia tra i mercanti, celati dietro l’astrazione che definiamo mercato. Una guerra in cui annientare le tutele democratiche e la cultura dei diritti non è meno vitale di un conflitto scatenato per conquistare la via del petrolio. Sembrerà un’esagerazione, ma è nella logica di questo conflitto: scuola e università sono da tempo nel mirino di governi apparentemente diversi tra loro. Il controllo del potere passa anche e soprattutto per il controllo della scuola e non c’è nulla che lo spieghi meglio del filo rosso che attraversa e unisce le politiche per la formazione lungo l’asse Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo; politiche che, non a caso, privilegiano il privato d’élite a danno del pubblico. Chiunque provi a leggere tra le righe nei progetti sulla scuola elaborati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio troverà nei concetti economici di produttività, impresa ed efficienza la chiave di lettura politica delle cortine fumogene su merito e “competenze”. Dietro, è facile vederli, ci sono la svendita della funzione docente, l’asservimento economico di insegnanti ormai dequalificati, la cancellazione dell’autonomia della ricerca e della libertà d’insegnamento. Dietro, si coglie soprattutto la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su un’imprecisata volontà di “cambiare” il sistema formativo, copre abilmente l’obiettivo ambizioso e pericoloso: utilizzare la formazione per trasformare il Paese. Di intenti “pedagogici” del governo ha talora parlato il prof. Monti.
A ben vedere, la crisi, chiedendo scelte radicali, riconduce al conflitto tra sfruttati che producono ricchezza e sfruttatori che la fanno propria e chiama i governi borghesi alla necessità, storicamente ricorrente, di imporre ai ceti subalterni di pagare con la salute, la miseria, il sacrificio del futuro dei figli e la rinunzia al sogno di un mondo migliore l’esito devastante delle contraddizioni del sistema.
In questo senso se, com’è evidente, la crisi riguarda anche le strutture di comando capitalistico, non meraviglia che il lavoro intellettuale e i docenti che, piaccia o no, sono essi stessi “intellettuali”, siano nel mirino. Toni Negri, da cui si può dissentire ma non è mai banale, riflettendo sull’attuale natura del lavoro intellettuale, coglie il senso dell’attacco alla formazione, portato da un potere economico che diventa politico nonostante la crisi, o forse proprio perché c’è la crisi, e si mostra deciso a costruire una società di automi attivati da un pensiero unico, privi di senso critico, capaci di vivere solo in una “moltitudine produttiva” e incapaci, perciò, di autonomia personale. “Quanto più il lavoro diviene immateriale, cognitivo, affettivo, relazionale” egli osserva, “tanto più diviene [...] produzione della vita”. Tornano in mente Marcuse, sbrigativamente pensionato, Marx ripudiato e le domande sono serie: se questo è, quale “vita” si vuole produca oggi un docente? Il lavoro di chi si propone di offrire dal basso chiavi di letture della pluralità e complessità degli eventi, coltivando l’autonomia del pensiero critico, rientra nel modello di società che si va costruendo? Il “docente-intellettuale”, che non vuol dire per forza l’intellettuale organico e neanche quello “impegnato” che era tutt’uno con la sua lotta, ma perdeva il contatto coi lavoratori, come accadeva prima della cesura prodotta del Sessantotto, il docente che non a caso si presenta ormai come pietra dello scandalo, perché di quella cesura è molto spesso figlio, quel docente ha cittadinanza in una società tornata rigidamente gerarchica? Tutto lascia credere di no: il docente che vive di dubbi socratici e al dubbio forma i suoi studenti, di fatto si rivolta contro il pensiero unico ed è per questo “rivoluzionario” sul terreno teorico ed eversivo su quello della prassi. Questo docente, perciò, e la scuola che egli sa e vuole fare vanno cancellati.
Così stando le cose, la scuola dei quiz, che umilia la classe docente per asservirla, ha una funzione chiara: non valuta gli alunni, seleziona i docenti. Chi non si svende non rientra nei fini pedagogici di base della “scuola nuova”: la produzione di una umanità che Labriola definì “bestiame votante”, massa di manovra e manovalanza generica, priva di pensiero autonomo e senso critico, dannata a vivere d’elemosina, stenti e supina rassegnazione clericale. In altri termini, la base di consenso del regime che avanza. Il De Felice di turno spiegherà poi ai nostri nipoti che eravamo tutti convinti.

Uscito su “Fuoriregistro“ e su “Paesesera“ il 5 aprile 2012

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Per Berlusconi era l’«azienda Italia» e ne menava vanto: a guidarla l’aveva voluto il «popolo sovrano». Il voto non è dettaglio banale, ma dopo il lavoro forsennato dei curatori d’immagine e le utili idiozie dei pennivendoli, l’amore per la democrazia si fa passione per la «sobrietà». L’opinione pubblica si costruisce: è la fabbrica del consenso che si studia nelle scuole non a caso ridotte alla fame. L’intelligenza critica non cede al ricatto dello spread.
Monti, che pare vada per la maggiore, nei sondaggi sarebbe al 50%, ma si finge d’ignorare che metà degli elettori non intende votare, sicché il dato reale d’un consenso virtuale non va oltre il 25%. Ai rischi legati a statistiche manipolate è molto attento il libero insegnamento, ma Profumo dovrebbe saperlo: chi investe in formazione punta sui tempi lunghi e lavora quasi a futura memoria. Sapendo che è un imbroglio e nell’aula sorda e grigia sta in piedi solo col voto dei nominati di Berlusconi, Monti va in scena col nuovo che avanza, raffina l’arroganza padronale del suo predecessore-sostenitore e specializza l’impresa: la sua «azienda Italia» è ora una «merchant bank» che, per dirla volgarmente, fa intermediazione finanziaria, colloca titoli, trasforma risparmi in capitale di rischio, arricchisce così le “sue”banche e manda alla malora la povera gente. Per farla breve, se Berlusconi badava alle imprese di famiglia, Monti sfascia le famiglie per aiutare le imprese che l’hanno messo dov’è. E’ un gioco di specchi.
Per il «self-made man» il «mattone era volano dell’economia»; il professore mette all’arco altre frecce e tira colpi con la miope sicumera di chi passa per scienziato. In comune, però, i due hanno una verità di fede: il capitalismo, sottratto al destino dell’evento storico che nasce, cresce e muore. Entrambi, forzano verso l’idealismo la filosofia della storia che, farsa o tragedia, nei fatti si ripete, in un delirio di astrazioni estraneo alla fenomenologia storica degli avvenimenti. A scuola, ove la Grecia di Socrate ancora non prende ordini dalle banche, c’è chi ricorda il dissidio tra platonici e aristotelici, con l’anatomista che mostrava nel cervello il centro del sistema nervoso e l’aristotelico, gelido e tronfio, che a stento concedeva: «se Aristotele non avesse affermato ch’è il cuore il motore del nostro sentire, direi che hai ragione». Si andò avanti per secoli così.
Il nuovo che avanza non vola più alto e tiene per assioma che il debito si è accumulato per colpa dei lavoratori che – ipse dixit – hanno vissuto al disopra delle proprie possibilità. E va per la sua strada: paga gli strozzini e sacrifica dignità e diritti al feticcio del mercato. Metafisica, direbbe Comte, ma non c’è scampo. Triviale avanspettacolo berlusconiano o humor volgarmente britannico di Monti, non c’è limite all’indecenza: dai laureati sfigati al titolo di studio svalutato, dall’oltraggiosa monotonia del posto fisso, all’impresa da aprire con un euro, al giovane che non è imprenditore di stesso, alla sperequazione livellata in basso per smantellare le tutele, tutto fa a pugni con la realtà, la banca che non concede mutui, il lavoro, quale che sia, sfruttato, il futuro negato; tutto è propaganda di guerra e la differenza è solo un’apparenza. I velinari hanno versato fiumi d’inchiostro sul loden e il doppiopetto ma se Berlusconi avesse parlato di posto fisso coi toni di Monti, se di articolo 18 avesse discusso Sacconi con le parole di Fornero, se Brunetta avesse attaccato gli studenti lavoratori come Martone, l’enfant prodigio che “brucia le tappe“, qualcuno l’avrebbe detto: sono pugni allo stomaco della democrazia.
A scuola, con lo scandalo della Banca Romana diventa subito chiaro: la storia del debito è un imbroglio scandaloso. Ai più bravi, poi, di questi tempi, chi può fa leggere con la dovuta cautela un celebre brano sull’Economia Politica alla Monti, sui problemi di una teoria storica sulle scienze e sulla «inutilità delle pretese scientifiche dei nostri economisti» ai quali manca lo «spirito abituale di razionalità positiva che credono di aver trasferito nelle loro ricerche». Un paradosso anacronistico di Comte, se ogni parola di Monti, che solo due mesi fa ha scoperto l’esistenza di pensionati a 500 euro mensili, non confermasse il giudizio e non lo completasse: sacerdoti di un liberismo che parte da verità di fede, Monti, Fornero e soci sono «inevitabilmente estranei [...] ad ogni idea di osservazione scientifica, a ogni nozione di legge naturale, a ogni sentimento di vera dimostrazione». Senza giungere a Marx, converrebbe anche Keynes: non hanno saputo applicare «convenientemente alle analisi più difficili un metodo del quale non conoscono affatto le più semplici applicazioni», sicché, «l’insieme delle loro opere manifesta [ ..], ad ogni giudice competente ed esercitato, i caratteri più decisivi delle concezioni puramente metafisiche».
Avanti così noi non andremo a lungo: la nostalgia per l’umanità del passato esploderà in rabbia.

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Luci e ombre

- Questa tua mania di attaccarti alle parole come fossero vita, sangue, muscoli e nervi della realtà non è semplicemente puerile. E’ patologica come un’ossessione e mi mette a disagio…
Dietro il tono pacato di Lucia, s’intuiva una rabbia rancorosa. Sono anni ormai che stai lì a imputarti sui tuoi sogni, i tuoi principi, le tue impossibili storie, ma la vita vera non è quella dei tuoi militanti martiri e santi, pareva dire coi suoi occhi grandi, neri ed espressivi, che si facevano impenetrabili. O forse, forse c’era compatimento nel ripetuto ma impercettibile no della testa tutta ricci abilmente tinti di nero corvino che incorniciavano la fronte in guerra perenne con le rughe. Una sorta di compassione che a stento affiorava sul velluto innaturale del viso, dietro il trucco lieve ma incredibilmente efficace che, Dio solo sa come, cancellava pallori e rossori, esaltando il disegno delle labbra misteriosamente innocenti e sensuali.
Ognuno vede se stesso e gli altri con la luce che gli viene dalle cose in cui crede e per le quali vive. Luci di dentro. Accendono e spengono un mondo che non vediamo com’è, ma come ci appare in un eterno gioco di chiaroscuri che inconsciamente disegniamo.
Alessandro si portava dentro i sogni d’una giovinezza lontana, semplicistici, forse. “Utopie senza futuro“, come da tempo sosteneva Lucia, senza nemmeno provare a dissimulare un dispettoso fastidio che talora pareva disprezzo. “Sogni egualitari con i quali volevamo combattere le fatidiche ‘grandi ingiustizie’ e n’è venuto fuori questo letamaio!
Se la luce di Alessandro si fermava sulla disperazione che sbucava da ogni parte e diventava rivolta, il buio che Lucia portava dentro, pragmatico e cupo, figlio naturale della delusione, ricopriva la disperazione fino a farla sparire. Lei vedeva luci che ad Alessandro parevano ombre: l’abitino griffato che “si porta molto, ma vedi? E’ senza prezzo… Un amore, sì, ma occorre vedere addosso come scende“.
Luci ed ombre.
- Il conflitto è nelle cose. Da Eraclito a Marx: acqua e fuoco, ricco e povero, operaio e padrone – ripeteva a se stesso Alessandro che, per Lucia, avrebbe fatto meglio a occuparsi più spesso della barba e dei capelli che l’invecchiavano troppo.
- Ed è un peccato, osservava la donna, perché la tua, tu, potresti dirla ancora e non lo vedi…
- Come tu dici la tua, certo…
Alessandro, in verità, la sua la diceva, ma sceglieva un terreno diverso: riunioni, appelli in piazza, manifestazioni e, se capitava la manganellata, pazienza. Come un disco incantato, qualcuno allora ripeteva: Alessandro? Su lui sì, su lui si può contare.
Alla fine, ognuno diceva la sua dove gli pareva che ci fosse da dirla. Così, se per Lucia cortei e proteste erano “quanto di più patetico si possa vedere in città al giorno d’oggi“, i periodici “saldi al 30 % da ‘Camomilla’, che poi ti frega e ricicla il museo degli orrori” erano per Alessandro “la prova più evidente dell’inizio della fine“.
Come accade assai spesso nella vita, tra le luci e il buio c’era probabilmente una terra di nessuno in cui si confondevano albe e tramonti, aurore e crepuscoli e l’intera gamma delle tonalità di grigio pronta a miscelarsi a un qualche sconosciuto colore. C’era, impercettibile ancora, ma pronto a germogliare, il mondo nuovo. Più giusto o più ingiusto si sarebbe capito dopo, ma a domandarglielo, Lucia t’avrebbe detto che “tutto rimane in fondo sempre uguale a se stesso” e Alessandro l’avrebbe punzecchiata: “Tu no, tu sei certamente cambiata“. Dentro però, lui continuava a crederci: altri avrebbero provato a cambiare le cose, uno per passione o per ossessione, un altro per compassione di se stesso e degli altri, ci avrebbero provato ancora. E ne sarebbero nati grandi amori, forti passioni, tremende delusioni. Uno avrebbe pensato dell’altro che era patetico e quello l’avrebbe guardato con compatimento. E se l’angoscia lo prendeva e una malinconia invincibile pareva averla vinta, lo sollevava improvvisa una speranza insensata, irrazionale eppure lucida e puntuale.
- E’ questo, si domandava, solo questo che resta di quanto abbiamo cercato? Questo resta di noi e degli altri, questo fiume melmoso d’anime, di pensieri e di lamenti? E quand’è che abbiamo sbagliato? Quando c’è parso giusto ribellarci assieme, oppure oggi, che ognuno fa la sua strada e tutti siamo soli?
Lucia stringeva le belle labbra in una smorfia fino a farsi male e replicava:
- Non c’è mai stato un tempo della ragione e uno dei torti. C’è la vita che scorre e ci cambia.
- Ci cambia quando rinunciamo a cambiarla, brontolava Alessandro, mentre irrimediabilmente la luce sua da dentro oscurava il buio di Lucia.
Luci ed ombre.
Dov’è mai la ragione, se una ragione c’è nell’intrico delle nostre cose? L’improvviso e devastante fragore dei tre cacciabombardieri che a quell’ora partivano puntuali dalla vicina base li schiacciava al suolo come fossero due insetti. Portavano con sé, nei modernissimi motori, un mondo che voleva essere nuovo ma pareva antichissimo. Un mondo che chiamava pace la guerra e divorava in mille modi la vita: i fuggiaschi lasciati a morire nel Mediterraneo, i giovani senza futuro, i vecchi senza pensione, gli operai sempre più servi della produzione. In quell’arroganza senza limiti, luci e ombre si fondevano in un sentimento di rabbia indistinta che risvegliava pensieri politici e sogni del passato. Era come la terra tremasse; Lucia e Alessandro ora lo sentivano bene senza bisogno di parlare: c’era nell’aria tutta l’elettricità d’un fulmine improvviso che nella notte, col rombo cupo del tuono, annuncia la burrasca.

Uscito l’1 settembre su “Fuoriregistro

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Sotto gli occhi di tutti, Draghi e Trichet dettano, Tremonti scrive e legge in Consiglio dei Ministri, Berlusconi ci mette la faccia che non ha, il ricatto targato SIM, Stato Internazionale delle Multinazionali della Finanza – più o meno il “delirio” di Curcio, - passa alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni con la benedizione del presidente della nuova Repubblica Sociale. La povera gente? A quella non resta scelta: rischiare di farsi massacrare dalla forza armata – non è questa la via obbligata? - o farsi massacrare certamente e senza scampo dalla socializzazione delle perdite causate dai sanguisuga della Finanza e pagare la barca di debiti contratta da una manica di cialtroni che prima inocula il virus e poi prescrive l’antibiotico. 

Due inetti, due servi, due banchieri centrali europei, pagati per difenderci dalla speculazione, dopo anni di sonno profondo e chiacchiere sull’età dell’oro del postcomunismo e sulle taumaturgiche, terapeutiche e infallibili virtù del mercato libero, dal 2008 dettano il passo alla vita dei lavoratori: “unò, dué, unò dué, unò dué! In marcia, poltroni!

Ieri conoscevano a memoria il libero mercato, oggi giurano sulla necessità che sia lo Stato a ripianare i fallimenti privati coi soldi pubblici. Questa scienza economica che sa di marioleria, questo capitale da rapina che sa di golpe, questa banda del buco che ha svaligiato i forzieri, ora mette mano alle vite di chi non c’entra nulla. Colata a picco la Borsa, la banda punta ora un’arma alla schiena del lavoratore: pensione e salario in cambio della vita. Questa è la “scienza nuova“ dell’economia borghese: rigorosamente privato il profitto, militarmente socializzate le perdite.

Si gioca con le parole. Va di moda il default, s’impazzisce per lo spread, il rating impazza e non c’è chi non chiuda la triste giornata senza un pensiero riverente alla riapertura delle borse e alle scelte dell’Eurotown. Tutto procede così velocemente che presto l’attenta Gelmini ammodernerà la riforma con un’ora settimanale di Religione economica. Mentre la barca affonda e mancano i salvagente, in tutta l’Europa “civile” i padroni che Trichet mette in salvo sull’Arca della Bicciè, guardano divertiti il diluvio e la tragica fine della povera gente impreparata, che non ha ancora trovato un Noè. Nel secolo della vantata fine delle ideologie, un principio ideologico insensato, una furia crociata, un nuovo e cieco integralismo, decidono della sorte di miliardi di persone: “Io sono il mercato, Signore tuo Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me”.

Privatizzare è la parola d’ordine e l’obiettivo finale è la privatizzazione della vita umana. C’è un principio di vita? Il mercato l’acquista a prezzi stracciati e poi vende l’uomo-merce al miglior offerente. Il 2013 è un anno importante: pareggeremo il bilancio. E’ l’unica parità possibile. Di parità tra gli uomini nessuno parla più e chi s’azzarda a farvi cenno è un vero terrorista. Pari sono i padroni. Ciò che rimane è solo profitto.  

Abbiamo sbagliato a gridare al fascismo. Sbagliato molto. E ancora ci mancano strumenti di lettura adeguati. In più – e questo è il peggio – tanti, tantissimi tra noi, cercano soluzioni nelle “storiche dottrine”. Tra noi, reperti archeologici del Novecento, scorie pericolose dell’equilibrio del terrore atomico, umilmente però si può nutrire qualche dubbio e, fatte le debite eccezioni, registrare un pauroso deficit di capacità critica e un rifiuto di guardare le cose per quello che sono. Dopo una serie di sconfitte epocali che non abbiamo provato a spiegare, il “Manifesto” del nuovo ‘48 agita ancora uno spettro e ci ammonisce: “c’è un fantasma che si aggira…”. Il fatto è, però, che, dopo 160 anni, non si tratta di rivoluzione proletaria, ma di una pericolosissima reazione capitalistica. Forse sì, forse è una convulsione estrema e i padroni sono alla canna del gas, ma non c’è da farsi illusioni: tenteranno di farci morire della loro stessa morte e potrebbero riuscirci. Com’è andata non so; forse leggono Marx alla rovescia e capiscono prima e meglio di noi, forse c’è qualcosa che non va nella teoria, ma noi? Noi abbiamo provato a spiegare dov’è che s’è sbagliato? Noi siamo certi di sapere dov’è che il giocattolo s’è rotto? Sono ancora in tanti quelli che pensano di poter uscire da questo evidente e inspiegato rovescio per le vie ordinarie. Io nutro più di un dubbio.

Ho seguito per un po’ la vicenda islandese. Lo so, un piccolo Paese, un altro mondo, altre condizioni… E però il piccolo Paese la sua piccola rivoluzione l’ha fatta, la gente s’è ribellata e ha scelto la sua via: non socializza le perdite e sta meglio. Paga chi ha di che vivere, hanno detto, e – ciò che più conta – hanno mandato a frasi fottere la banda del buco: BCE, UE, FMI e soci. Lo so, i nostri economisti ci spiegano che così ci affamano. Io vorrei sapere chi affamano. I cassintegrati, i disoccupati, i clandestini di Nardò, quelli che muoiono nel Mediterraneo, i giovani senza futuro? Ma come fanno? Di fame non si muore due volte. E allora? Penso che di voti e referendum ci stiamo suicidando. Penso che occorrano strumenti teorici e il massimo di unità possibile. Occorre disegnare e proporre un modello di società diverso per costruire alleanze internazionali e cambiare rapporti di forza e di potere. Contemporaneamente, credo che occorrano nuovi e concreti strumenti di lotta. E dico di più: assieme alla ricerca d’una via politica, occorre organizzare una guerriglia. Chi aspetta il regime che verrà, attenderà in eterno. Il regime c’è già e non è nemmeno un problema locale. C’è e noi siamo spalle al muro. Pochi passi ancora in questa direzione, poi l’incendio esplode. Teniamoci pronti. Occorrerà badare ai pompieri.

Uscito su “Onda Libera” il 9 agosto 2011

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Bocce ferme. Dopo risse, aggressioni e concerti, tacciono finalmente i candidati, ma il rantolo della politica vive nel delirio di Berlusconi: “Mister Obama, ho una nuova maggioranza”. Dietro le luci psichedeliche, due liberismi a confronto; a Milano Pisapia, un ex comunista, si volge ai “moderati” e una sinistra tutta belle maniere e società civile promette di sterilizzare il conflitto e ripristinare le regole del gioco. A Napoli, la voglia di riscatto si affida a De Magistris, un magistrato messo fuori dalla magistratura, una sorta di “perseguitato politico” che fa da argine allo strapotere della criminalità organizzata, ma non va oltre le cicliche e storicamente sterili “campagne morali” d’una borghesia sorpresa dalla sua stessa miseria morale. A completare il quadro, le bandiere rosse, che non hanno scelta, dopo la storica Caporetto della sinistra alternativa, si schierano a mezz’asta sul terreno del liberismo progressista.

Se questo è al momento il terreno dello scontro, ben venga la disfatta della destra reazionaria e golpista. Il “popolo sovrano”, fonte della legittimità del potere, s’è diviso e frantumato nell’illusione del “benessere” che ha superato gli antichi confini delle classi. Qui la vittoria della società industriale avanzata è innegabile, tuttavia, sotto la calma paludosa che rassicura i grandi gruppi di potere, qualcosa si muove e sfugge alla lettura “classica” borghese. E’ un terremoto che ricorda Marcuse e il suo “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.

Si fa un gran parlare di democrazia. C’è chi la colora di ciclamini e chi l’utilizza per far la guerra, ma un dato su cui riflettere si coglie: mentre la crisi blocca l’ascensore sociale, più il tempo passa, più cresce la massa dei disperati che rimane fuori dal processo della “democrazia” e più si moltiplicano i segni di aperta insofferenza per l’inganno liberista. La politica si perde tra il Pil e gli indici economici e predica il contenimento della spesa, ma la vita, che si spende tutta in una volta sola, si rifiuta di spegnersi nelle astratte ragioni di burocrati e ragionieri. E qui il corto circuito può accendere l’incendio.

Non è questione di regole, riformismo o conservazione. E’ che le intollerabili ragioni dell’economia di mercato cozzano contro quelle insopprimibili della volontà di vivere, sicché le piazze che si riempiono di giovani si collocano fuori dal sistema e da fuori lo attaccano perché lo sentono nemico. Forse i giovani non ne hanno ancora una coscienza chiara, ma la loro opposizione è di fatto rivoluzionaria. E torna in mente Marcuse con la sua “forza elementare che viola le regole del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Quando masse di sfruttati levano la bandiera dei diritti violati, si raccolgono repentine in strada e occupano la piazza senza armi, sapendo di rischiare lo scontro fisico, l’assalto delle forze dell’ordine addestrate a reprimere, la galera, l’internamento e forse la morte, c’è qualcosa che si muove nel profondo del corpo sociale.

Nessuno conosce il futuro e dallo scontro che s’annunzia potrebbe anche nascere una barbarie che spezzi il percorso della pretesa civiltà occidentale. Tuttavia, quando una genrazione non si riconose nel gioco e non si piega alla violenza legalizzata dello Stato, nulla proibisce di pensare che barbaro oltre misura sia diventato il potere e la spinta al cambiamento delinei, invece, il quadro d’un crollo che ha dalla sua le ragioni della storia. E’ già accaduto e grandi imperi sono caduti quando gli estremi si sono toccati, saldando la forza degli sfruttati alla lucida protesta della avanguardie prodotte dalla coscienza dei diritti negati. E’ accaduto, quando l’impossibilità del riscatto sociale s’è incontrata con la consapevolezza dell’arretramento civile e l’utopia, che muove la storia, ha trasformato in coscienza rivoluzionaria un generico desiderio di cambiamento. Non aveva torto Marx: “il vero regno della libertà [...] può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2011

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C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il costituzionalissimo ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, il Maroni, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno. Con discutibile coerenza, però, il Maroni – per dirla com’è senza badare alla forma – ha continuato a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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In base alla tradizione classica che risale ad Adamo Smith, il mercato è incompatibile con l’etica, perché la “condotta morale” volontaristica è contraria alle sue regole. Non è una convinzione bolscevica; l’ha sostenuto recentemente il papa tedesco [1] e non c’è chi ne dubiti: nulla di più rozzo e approssimativo della pretesa padronale di levare i principi dell’economia borghese a conoscenza finita e perfetta della filosofia della storia e dei meccanismi che producono gli ordinamenti sociali.
Non esiste certezza teorica sull’etica del capitalismo, a meno che il determinismo della legge del profitto non giustifichi se stesso e non ci dichiariamo disposti ad accettare uno sconcertante principio etico: le leggi del libero mercato sono di per se stesse “buone” e producono necessariamente il bene, al di là della morale dei singoli. E’ un articolo di fede e c’è chi ci crede, ma il liberismo ha negato e nega che mercato e profitto possano essere guidati dall’uomo e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: quando la volontà politica ricava la sua legittimazione dalle leggi economiche, nega la morale. E, d’altro canto, l’icastica sintesi di Rousseau ha liquidato per sempre, seppellendola nel ridicolo, la “scienza” politica borghese fondata sulla proprietà privata: “il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società”. Quello che avvenne poi lo sanno tutti. Dentro il recinto abusivo il “padrone” seppellì la libertà degli uomini e, quando fu necessario, seminare, coltivare e raccogliere, divenne necessario il lavoro salariato. Nacquero così la schiavitù, la miseria e la retorica del “lavoro che nobilita”, mentre tutto dimostrava che dal trinomio proprietà, lavoro e divisione del lavoro, derivavano la ricchezza e l’ineguaglianza tra gli uomini. E non c’era scampo: s’erano divisi in padroni che godono di uno “stato superiore” e salariati costretti a penare per sopravvivere. La ricchezza corruttrice acquistò prontamente il venale sapere dei “chierici”, armò la mano a scherani, li chiamò “forza pubblica”, ma li usò a sua tutela, l’uomo si fece lupo dell’uomo e nacque il “Leviatano”.
S’era partiti da una prepotenza, ma il padrone non si fermò. I meccanismo sono noti e Rousseau li ha fissati nella coscienza del processo storico: “di un’abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e per profitto di alcuni ‘ambiziosi’ assoggettarono per sempre il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria”. E’ un percorso tutto sommato noto: diritto di proprietà, magistrati a difesa, esercizio “legale” della forza affidato allo Stato di classe. La distinzione storica tra ricchi e poveri divenne cristallizzazione dell’ineguaglianza nel rapporto politico tra potente e debole, talvolta tra padrone e servo. Marx ne ricavò la grande lezione dell’alienazione e, prima ancora, Saint Just puntò il dito sull’inganno giuridico. “Il nome di ‘legge’ – scrisse – non può sanzionare il dispotismo […]. Obbedire alle leggi: il principio non è chiaro, perché la legge spesso non è altro che la volontà di chi la impone. Si ha diritto di resistere alle leggi oppressive”. Parole con cui l’anima della rivoluzione assumeva il corpo e la voce della “democrazia moderna”; era “libertà egualitaria”, annunciava Marx e superava d’impeto la presunta sacralità delle “libertà civili” borghesi dove erano giunti, ma s’erano s’erano fermati Locke, Montesquieu e Kant.
Dietro lo scontro che si è aperto alla Fiat di Pomigliano, dietro l’accordo capestro di Marchionne, c’è tutto questo. Secoli di storia negata e di lotte cancellate, la negazione cieca e feroce della felice intuizione marxiana sintetizzata in un binomio inscindibile: l’eguaglianza esiste solo in funzione della giustizia e la giustizia non esiste se non si esercita in funzione dell’uguaglianza. Tutto questo volutamente ignora l’arroganza di Marchionne, soprattutto l’irrinunciabile principio etico d’una rivoluzione che si crede sconfitta e vive ancora: “da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.
La storia è fatta dagli uomini, non è il prodotto artificiale d’una verità costruita a tavolino. Marchionne si mostra infinitamente rozzo culturalmente e troppo primitivo sul terreno sociale per capire che nessuna regola, meno che mai quelle del mercato, può funzionare se non è sostenuta da un consenso morale. La sua sprezzante e sconfinata “libertà d’impresa” si chiama arbitrio e può essere esercitate solo con l’arma del ricatto e l’uso della forza. Marchionne non è un “padrone”, è al soldo dei padroni, come un giullare o un vecchio cortigiano, e calca da guitto il palcoscenico della storia. Non ha grandi studi, nonostante i titoli e, nel presunto pragmatismo del suo “prendere o lasciare”, la cecità della fede – questo è il delirio del capitale – pretende di passare per lettura laica della storia, sicché ogni sua affermazione è una sanguinosa bestemmia.
Marchionne lo sa. Il suo mercato e la matematica delle sue leggi del profitto non dicono nulla sul mondo e sulla natura degli uomini, non sono in grado di interpretare i sogni, i bisogni, le speranze, le paure, i sentimenti e i pensieri profondi degli uomini. Il “mercato” è un’astrazione immorale che pretende di decidere il destino degli uomini e governare la storia, come se gli uomini ne fossero spettatori passivi, come se la storia non fosse scienza umana. Lo è invece. Scienza nuova, diceva Vico, nella quale occorre leggere la filosofia che muove i fatti che sono, che furono e saranno.
I padroni mordono. Preparano la guerra e alla fine l’avranno. Sarà lotta di popolo, lunga e senza quartiere, perché sono forti. Questo è un fatto. Dietro si celano le leggi della storia e una sua chiara filosofia: non è accaduto mai ch’abbia la forza contro la ragione con più battaglie vinto anche la guerra.

1) Ioseph Ratzinger, L’economia e le sue leggi fra libero mercato e collettivismo, “Avvenire”, 28-12-2008

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Un conflitto c’è. Montato ad arte da una classe dirigente che da decenni concentra nelle proprie mani un incontrastato e stabile potere politico ma, con singolare improntitudine, si dichiara “perseguitata politica” e si scaglia con inaudita violenza contro la stampa. Sarebbe solo un patetico paradosso se, tradotto in attività politica, il conflitto non avesse prodotto atti di guerra. Il fatto è che si approntano leggi marziali. Non serve ignorarlo, fingere di non saperlo, dichiararsi equidistanti, estranei, rivoluzionariamente nauseati o puerilmente divertiti. Un conflitto c’è, non riguarda la natura dello Stato – di cui potremmo tranquillamente disinteressarci – e non è questione di “potere“, con tutto quanto pure vuol dire questa parola in termini di egemonia di classe e dei consueti e immancabili corollari: sfruttamento, esercizio “legale” della forza, utilizzata a fini repressivi contro il dissenso, emarginazione dei ceti subalterni, espulsione e dentenzione di emarginati, clandestini e “figli d’un dio minore“. Non si tratta, insomma, di stabilire se valga la pena di “sporcarsi le mani” in uno scontro per la difesa di uno Stato che concepisce in maniera gerarchica la struttura sociale, subordina famiglia e “società civile” al suo “fine immanente” e impone perciò all’uomo di sacrificare la parte migliore di se stesso: la sua vocazione sociale. Di questo si tratta, della vocazione sociale dell’uomo. E fa impressione che, accanto alle apatiche proteste di un’opposizione lasciata in vita solo perché legittima la maggioranza, si collochi un disimpegno sconcertante – speculare alle astratte pratiche “moderate” – di ciò che resta della sinistra estrema e alternativa. Un disimpegno che pare civetteria intellettualistica e rivoluzionarismo di maniera.
Troppo spesso abbiamo rincorso la distinzione tra un giudizio scientifico ridotto a “ideologia” e la passione etica delle riflessioni di Marx. Ne sono nate “chiese” coi loro testi sacri e una loro correttezza formale che fatalmente hanno cristallizzato in “sistema” la dinamica del pensiero. Bisogna avere l’animo di dirlo e ognuno poi trovi il difetto nel ragionamento. Sarà un bene che se ne discuta, perché il punto è che all’ordine del giorno non sono lo Stato e il diritto borghese, ma più semplicemente i diritti. Alcuni fondamentali diritti, siano pure “borghesi“, come si sono configurati in un lungo processo storico. Il punto è che una banda di malfattori, guidata da uno sperimentato “manganellatore mediatico“, una camarilla di sfruttatori rei confessi, d’imputati per reati patrimoniali aggravati da recidiva e puntualmente “prescritti“, una cricca di malviventi che teorizza la proprietà e lo sfruttamento dei beni comuni a fini d’interesse privato, una pletora d’evasori condonati, di imprenditori colti sul fatto mentre sperperavano risorse pubbliche a benefico personale, insomma, quella società d’affari che qualcuno chiama ancora Parlamento sospende la libertà di parola con un obiettivo preciso: negare ai ceti subalterni la possibilità d’intervenire sullo svolgimento del processo storico, proibire la comunicazione, la circolazione e la conoscenza dei fatti sociali per impedire il libero sviluppo di ognuno che è la conditio sine qua non del libero sviluppo di tutti.
Ciò che si vuole colpire non è, quindi, l’astratto principio borghese che si cristallizza nella pur rispettabile formula della “libertà di stampa“. Quello che si vuole sostenere mediante la censura è l’arrogante impunità delle manifestazioni degenerative del capitalismo, per impedire a chi è chiamato a pagare la durissima crisi economica di prendere coscienza che macchine e denaro non sono più elementi di un processo di produzione, ma forze distruttive dell’equilibrio ambientale e delle conquiste sociali. Nessuno può chiamarsi fuori. L’insieme delle leggi prodotte negli ultimi anni nel nostro Paese da maggioranze e opposizioni che si sono alternate nella cabina di comando mira a far pagare alle masse i costi di una crisi che è tutta nelle logiche del mercato. Non si stanno gettando solo le basi d’un dominio assoluto del capitale sul lavoro. C’è di più. Per ottenere lo scopo, si pone un sigillo sulla comunicazione tra gli uomini perché si riconosce che la conoscenza è, per sua natura, l’arma più efficace della rivoluzione. In tempo di guerra la censura è un passo obbligato. Prendiamone atto, perciò: siamo in guerra. Non è un’utopia proletaria, ma un postulato etico: occorre difendersi, resistere e, appena possibile, ribellarsi.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 giugno 2010.

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