Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura.
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto – la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.
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Devastazione e saccheggio: l’emergenza Italia e l’Italia dell’emergenza
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Acciarito, Aldovandi, Avola, Bresci, Cancellieir, codice Rocco, Crispi, Cucchi, Daspo, devastazione e saccheggio, Frezzi, Legge Reale, Luigi Felicò, maggio '98, Maroni, Risorgimento, Settimana Rossa, stato d'assedio, Uva, Zanaedelli il giorno 06/04/2013 | 3 Commenti »
La polizia di De Gennaro contro gli studenti
Postato in Interventi e riflessioni, tagged 14 dicembre 2010, Cancellieri, De Fennaro, Maroni, studenti. "Fuoriregistro" il giorno 05/10/2012 | Lascia un commento »
Non lasciamoli soli, gli studenti, come soli lasciamo ormai da tempo gli operai, come già facemmo due anni fa, tutti assieme, docenti, genitori e comitati di lotta.
I filmati parlano chiaro: questa è la polizia di Genova e De Gennaro, il “servitore dello Stato” promosso a sottosegretario, dopo la Diaz, in un governo che nessuno ha eletto e manomette diritti e principi costituzionali.
Cancellieri riparte da dove s’era fermato Maroni il 14 dicembre del 2010, nel giorno d’una violenza peggio che fascista, d’una miseria morale che non ha precedenti nella storia della repubblica. E chi ha la memoria corta farà bene e ricordarlo: quel giorno, mentre un’intera generazione protestava e prendeva botte attorno ai palazzi d’un potere squalificato, in Parlamento una banda di cialtroni che si definiscono ancora deputati comprava e vendeva voti per tenere in piedi un governo che non aveva più nessuna maggioranza nel Paese.
Si comincia dove s’è finito in quel 14 dicembre di due anni fa, con lo stesso Parlamento illegittimo tutto nani, ballerini e faccendieri nominati da segretari di partiti, con un presidente della Repubblica che trova giusto parlare a telefono di processi con i suoi amici imputati di gravi reati, un governo mai eletto, una maggioranza che mette insieme il diavolo e l’acqua santa, un ministro indagato per frode fiscale, un sottosegretario accusato di truffa e mille conflitti d’interesse.
Capita dalle nostre parti una di quelle “primavere” colorate che mandano in solluchero pennivendoli e velinari se si tratta di Paesi lontani, ma diventano violenza se varcano i nostri confini e ci dicono ciò che sappiamo tutti: le giovani generazioni derubate del futuro e i lavoratori massacrati da Monti, Fornero e compagnia cantante si preparano a presentare il conto. In un Paese civile, chi ha prodotto un simile sfascio si assumerebbe la responsabilità della tragedia e si farebbe da parte, Napolitano e Monti prima di tutti. Non accadrà: i filmati sono chiari. Si vuole la prova di forza. Sarà quel che sarà, ma è bene ricordarlo: non ci sono manganelli e repati antisommossa che tengano, i giovani sono il treno che va incontro al futuro e la storia li segue. Andrà dove essi la condurranno. Chi pensa di fermare quel treno è un pazzo criminale che in nome dell’ordine costituito difende la Bastiglia e il Palazzo d’Inverno.
Uscito su “Fuoriregistro” il 6 ottobre 2012.
Maroni e gli infallibili robocop
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Costituzione, daspato, Daspo, dogma dell'infallibilità, ex cathedra, Genova 2001, leggi speciali, Maroni, Napolitano, polizia, repressione, robocop, Scelba il giorno 26/10/2011 | Lascia un commento »
Date retta a Maroni, il galantuomo verde bottiglia che diventerà santo per i miracoli nordafricani: sono anni ormai che le anime pie in divisa da tutori dell’ordine soffrono di un crescente timore psicologico. La gente, in genere, non se ne accorge perché non può guardarli in viso, bardati come sono da controfigure di robocop ma, da Genova 2001 in poi, va sempre peggio. Ogni volta è un crescendo di paura: rompere teste e, se occorre, ammazzare qualcuno in una manifestazione è ancora un po’ pericoloso. Terminata la pacchia del ventennio, messi in naftalina i giorni felici vissuti dai celerini di Scelba, in questa repubblica parlamentare senza Parlamento, vive o, per dir meglio, sopravvive a se stessa – e ha i colpi di coda dell’animale ferito a morte – l’eredità funesta della guerra partigiana: quel capolavoro di comunismo consociativo che si chiama Costituzione. In attesa che il distratto Napolitano ne firmi l’atto di morte, per i più disordinati tra i tutori dell’ordine ci sono ancora rare probabilità di trovarsi nei guai. Nessuno li porterà mai in gattabuia, questo si sa, ma ci sono le versioni ufficiali da concordare, gli avvisi di garanzia, le incriminazioni le sospensioni e i processi. Grattacapi, insomma, che il verde bucolico Maroni è deciso ad evitare agli uomini che in passato ha preso a calci e a morsi – s’è difeso con le unghie e con i denti scrissero i giornali – ma ora sono diventati il suo più grande amore, la vera passione della sua vita. Ed eccolo alla carica. E’ vero, manifestare è un diritto costituzionalmente garantito, ma cosa c’è di più serio di poliziotti impuniti? Il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive) non sarà costituzionale, non basta una semplice denuncia per privare di un diritto un cittadino, prima che arrivi almeno una condanna ma, quando si tratta di repressione, i “nominati” sono tutti d’accordo: si tratta di prevenzione e si può tranquillamente procedere nonostante manchino processo e sentenza sia d’obbligo la presunzione d’innocenza. Se il “daspato”, si dice, verrà l’ assoluzione. Quanto ci vorrà nessuno lo sa, perché in Italia un processo può durare anche molti anni, ma questo conta poco. Né serve invocare misura di sicurezza che tutelino i manifestanti dai frequenti eccessi dei sempre più nervosi robocop.
Nulla da fare. Per i manifestati si stringe la morsa: introduzione dei reati di possesso e lancio di materiale pericoloso. divieto di portare maschere antigas e caschi protettivi nelle manifestazione pubbliche, sicché le teste siano inermi di fronte allo strapotere dei manganelli, estensione alle manifestazione pubbliche dell’arresto differito entro le quarantotto ore dal fatto. Una galleria degli orrori, insomma, mentre da anni si chiede inutilmente di rendere riconoscibili i robocp con giacche o pettorine che ne consentano “l’immediata identificazione“. Il ministro dei campi d’internamento, però, non ne vuole sapere. Per il galantuomo verde bottiglia, non ce n’è alcun bisogno. Per lui è un dogma: come il papa non può sbagliare quando parla ex cathedra, o per essere chiari, quando si esprime come dottore universale della Chiesa, i robocop sono infallibili ex platea. Insomma, se picchiano e ammazzano hanno certamente ragione.
Proteggere i civili… No Tav: una donna muore
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Adelante Pedro, Aldovrandi, Aquila, caccia ai gay, CIE, civili protetti, Cucchi, Gheddafi, leghista, Libia, Maroni, no Tav, Parlamento, pastori sardi, terrmeotati, uccisa a Venaria il giorno 30/06/2011 | Lascia un commento »
Naturalmente, chiosano i benpensanti, s’è trattato d’un caso, forse d’una distrazione, e i più “saggi” e “moderati” – quelli che di solito si strappano i capelli per le vittime del terrorismo, per i “nostri ragazzi” uccisi in “missione di pace” mentre, armati fino ai denti, danno una mano a truppe d’occupazione, quelli che di moderazione in moderazione ormai chiudono gli occhi su tutto, sui lager che chiamiamo CIE, sui richiedenti asilo rispediti al mittente, sui cimiteri nei fondali meridionali, su Aldovrandi, su Cucchi e chi più ne ha più ne metta. I più “saggi” e “moderati” invitano a non strumentalizzare. E va bene, non strumentalizziamo. Notizia secca:
“Ieri pomeriggio, 29 giugno, un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Si chiamava , Anna Reccia e aveva 65 anni”.
Note a margine.
Non era libica, la sventurata, e questo è davvero un peccato, perché qualcuno ci avrebbe potuto “informare” con scrupolo professionale: “ecco una vittima di Gheddafi. Perciò siamo in Libia, per difendere i civili“. Invece, è nata da noi e l’abbiamo “protetta” come meglio sanno fare uomini messi a guidare mezzi militari da guerra in territorio italiano, per accorrere in tutta fretta contro non si sa bene quali pericolosi invasori.
Non sarebbe accaduto, se non fosse ormai del tutto normale vedere le nostre città presidiate da uomini armati, in assetto antisommossa, pronti a far fronte ai tremendi rischi che vengono al Paese da tutto ciò che somiglia a una protesta. Nessuno sa se le nostre efficientissime forze dell’ordine dormono con gli anfibi e gli elmetti per tenersi pronte, come si direbbe girando per le vie. E’ certo, però, che l’ordine è perfetto: sono stati picchiati i pastori sardi giunti a Civitavecchia dalla Sardegna, i terremotati del’Aquila presentatisi a Roma, gli operai licenziati, gli studenti scippati delle scuole e delle università, le popolazioni che difendono il territorio da speculatori e malavitosi e non si fa un corteo se prima non si concentrano ingenti reparti di forze dell’ordine, schierai contro i cittadini.
E’ vero, sì, ma sono dettagli. Impunemente si organizzano cacce ai gay, tra poco, come sempre col caldo, i piromani manderanno felicemente in fumo i nostri boschi per fare spazio alla cementificazione, le barche da venti e più metri fanno sonni tranquilli nei porticcioli turistici, senza che nessuno si chieda cosa facciano e di che vivano i proprietari, e gli affari della mafia non vanno certamente male. E’ verissimo: se un magistrato chiede l’arresto d’un deputato, le manette non le usa nessuno, se uno ruba, invece, e magari per fame, finisce dentro carceri orrende e qualche volta si suicida. Qui il Parlamento, però, non mette il becco e chi s’è visto s’è visto.
Lo sanno tutti: l’Italia protegge i civili. Nessuno sa farlo meglio.
I civili che ne pensano? I civili sono felicissimi. Non potrebbero non esserlo: in genere, un corteo di protesta si sa come comincia, ma è difficile prevedere come finisce. E fioccano le imputazioni per veri, presunti e comunque pericolosissimi “sovversivi”. I civili pagano senza fiatare i protettori e sono tutti “sinceri” ammiratori del leghista Maroni che combatte così efficacemente i “clandestini”, che sono tutti una gran manica di mariuoli, e atterrisce la malavita organizzata. Ha efficacemente protetto finora tutti i deputati inquisiti, processati o in attesa di processo. Tutti, perfino uno che la magistratura ha chiesto di arrestare. Il ministro e il suo partito naturalmente non hanno voluto che si eseguisse il mandato di cattura: gli alleati, si sa, sono per definizione anime innocenti. Ricordate Gheddafi? Una gara d’inchini e riverenze…
Povera donna. L’accompagnerà certamente il dolore del nostro Presidente della Repubblica.
Adelante Pedro…
Tremonti e compagni: il suicidio è di massa
Postato in Interventi e riflessioni, tagged "giovani indignati", Alì, Armando Diaz, Asburgo, attacco alla cultura, Berlusconi, berlusconismo, Bersani, Bologna, Bossi, Canal di Sicilia, Carlo Galli, Casini, D'Alema, Fini, Fuoriregistro, Garagnani, Gasparri, Gelmini, La Russa, Lampedusa, leggi razziali, Madrid, Maroni, Merola, Milano, Napoli, Napolitano, NordAfrica, primavera della storia, Puerta del Sol, rivoluzione dei ciclamini, scuole, segregazionismo, Tremonti, Turco, università, Veltroni, vento del Nord, Vittorio Veneto il giorno 20/05/2011 | Lascia un commento »
Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo.
E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.
Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.
Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.
In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.
Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.
Unità vuol dire indipendenza?
Postato in Racconti, tagged Carducci, Casati, dignità, Francesco De Sanctis, Ghandi, giglio borbonico, imprenditore, indipendenza, Italia leghista, latifondista, Maroni, mercante, Nord e Sud, Pasquale Villari, ragazzo immigrato, scuola, sottosviluppo, tricolore della "libertà", unità, verde leghista il giorno 18/03/2011 | Lascia un commento »
Colore di pelle, religione, lingua, cultura diverse da chi a scuola l’ospita e prova a riconoscergli, con passione e accoglienza, la dignità che Maroni e l’Italia leghista ogni giorno gli negano, al ragazzo indiano non sono sfuggiti né il misterioso fermento di questi giorni imbandierati, né la diversità incomprensibile delle bandiere sventolate: verde leghista, giglio borbonico in campo bianco e il tricolore della “libertà“.
Viene dalla terra di Ghandi, ha occhi attenti e riflessi veloci, il ragazzo immigrato, e deve aver pensato a chissà quale problema risolto, a quale antica servitù spezzata, sicché me l’ha chiesto, con commovente innocenza e involontaria ironia:
- Unità vuol dire indipendenza?.
Così, a bruciapelo, non è una domanda facile e rispondo d’istinto:
- No, l’indipendenza non è l’unità.
Lo so, c’è qualcosa di spurio e confuso in questo 17 marzo tutto italiano, un vizio di partenza, i sintomi d’un quadro patologico, che la “festa” tira fuori d’un tratto. E si mostra com’è: desolante.
Saremo uniti quanto si vuole in confini geografici apparentemente stabili, ma unificate non si sentono le coscienze e le singole realtà.
La scuola, per esempio, in cui il ragazzo straniero si trova a suo agio, è certo “unita“, ma sta lottando per l’indipendenza.
Tu non lo sai, ma la scuola che frequenti ha radici lontane. Porta sulle spalle il peso di lunghe battaglie. L’ha avuta vinta sulla legge Casati, che si fermava all’obbligo in seconda elementare e al ginnasio già viveva coi soldi dei genitori. Ci vollero uomini come Francesco De Sanctis e Pasquale Villari, per difenderne quel tanto di esistenza autonoma e la funzione di promozione sociale delle aree arretrate, in un paese rurale, in cui l’analfabetismo e l’emigrazione veneti univano il Nord e il Sud, più di cento guerre d’indipendenza.
Che vuoi che ti dica? Dieci anni di unità non erano serviti a nulla e il censimento del 1871 certificò che l’Italia unita, “libera“, e disgraziatamente piemontese, era molto più analfabeta di quella dei piccoli stati regionali. Fu poi vergogna d’intellettuali la posizione di Carducci, il “vate della patria“, posizione che rischiò di diventare uffuciale: “Basta coi lavori forzati del saper leggere! L’alfabeto è il più ipocrita strumento di corruzione e delitto per l’uomo, questo animale eminentemente politico”.
Così andava con questi grandi liberali e, se te lo dico, lo capisci bene, tu, oggi che il tuo diploma qui non conta nulla e sei il contadino veneto e campano del tempo nostro. Lo capisci bene e perciò me lo domandi:
- Ma se non ho una scuola indipendente, io sto qui da voi, servo per sempre.
Tu non lo sai che anche da noi una legge non scritta creava caste e produceva paria. E lo strumento di separazione, in un paese unito, era una scuola senza indipendenza.
Tu non lo sai quante belle intelligenze fini, al soldo del padrone unito, latifondista al Sud, mercante con ambizioni di imprenditore al Nord, hanno messo al servizio del capitale. Penne e Gazzette di tutti i colori, per sostenere un’idea di unità che non prevedeva l’indipendenza delle classi subalterne. Un pensiero reso forte da forti interessi nascosti, che pretendeva la libertà e l’indipendenza dei padroni in una terra di servi e di bestie votanti: “In manifesta opposizione al più elementare concetto di Stato Costituzionale, – scrissero questi signori dai loro giornali – da anni i nostri governanti con tutti i mezzi sopprimono ogni privata iniziativa nelle cultura. Così s’affermano principi sovversivi, si cancellano le scuole private vigili custodi dei nostri infrangibili diritti e dei nostri valori, e si produce uno scadimento intellettuale, morale ed economico della nazione”.
Te lo leggo negli occhi, giovane indiano, quello che pensi. Tu l’hai intuito, forse ne hai parlato coi tuoi compagni di sventura e sai quello che accade, perciò mi fai le tue domande. Sai che, da qualunque parte la guardi, la tua scuola, la scuola di chi come te ha bisogno di cittadinanza, vive in in Paese unito, ma non è indipendente. Negano le risorse necessarie .
Tu che vieni dal “sottosviluppo” lo sai che Sud non è solo un dato geografico. Sai che attorno a noi, come lupi famelici, tribuni, venditori di fumo e ciarlatani rissosi, leghisti, borbonici e liberali tricolori, tutti assieme lavorano per il profitto, si annidano nei pori della produzione, moltiplicano le funzioni, spartiscono potere e territorio, federano per dividere, fanno conti da bottegai, speculano sulla distribuzione della merce, mediano, appaltano, spediscono, prestano danaro come usurai.
Chi oggi non vuole che tu parli la nostra lingua, ieri faceva guerra all’alfabeto, perché il cambiamento è periodicamente necessario, ma se tu impari a dire la tua, l’unità diventa crescita sociale.
- No, l’unità non è indipendenza se non produce diritti.
E’ questa la mia risposta, giovane indiano. Cerca i tuoi compagni tra gli sventurati di ogni colore e lotta con loro. L’indipendenza è una conquista sociale. L’unità non c’entra niente.
Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2011
Gelmini e l’Unità d’Italia. Una pazzia criminale
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Alberto da Giussano, Berlusconi, Borghezio, Costituzione, Gelmini, Gentilini, Gheddafi, Indipendenza della Padania, Italia Meridionale, Lega Nord, Liberazione, Marcegaglia, Maroni, Medioevo, nazisti, Padania bianca e cristiana, Pontida, Procura di Milano, Roma ladrona, Unità d'Italia, zingari il giorno 13/02/2011 | Lascia un commento »
Che furba la Gelmini!
Il delirio di Pontida è al parossismo e Alberto da Giussano, scudo, elmo, celata, spadone e lancia in resta, ha minacciato: “nessuna festa per l’Unità d’Italia, sennò mandiamo a casa le mezze calzette del Parlamento di Roma ladrona!.
Se questo ritorno al Medio Evo non celasse un pericoloso progetto separatista e il germe d’una tragedia, ci sarebbe da ridere. L’avvocato Gelmini lo sa e ha paura. Il destino di Berlusconi non dipende dalla Procura di Milano. Decide Bossi, filosofo del celodurismo, e l’avvocato tenta di mediare: il prossimo 17 marzo, piuttosto che festeggiare a casa, è «meglio stare in classe e parlare dei 150 anni dell’Unità d’Italia». A ben vedere, l’idea non è malvagia. Articolando meglio l’argomento, la proposta è molto interessante. Fermo restando il tema dell’Unità, bisognerebbe occuparsi dei pericoli che corre l’Italia e spiegare in classe cos’è la Lega, partendo dall’articolo 1 dello statuto che s’è dato: “Il Movimento politico denominato Lega Nord per l’Indipendenza della Padania [...] ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania“. La Gelmini sarebbe così accontentata, la “festa” utilmente celebrata e, come chiede l’avarizia avida della Marcegaglia, con poca spesa, faremmo un gran guadagno.
In quanto alla discussione in classe, un insegnante avrebbe solo l’imbarazzo della scelta.
La Costituzione della Repubblica afferma che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”. Borghezio, europarlamentare leghista ci spiega che la Padania, si distingue dall’Italia perché è “bianca e cristiana“.
La Costituzione della Repubblica dichiara solennemente che tutti “hanno pari dignità sociale davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Gentilini, dirigente leghista di primo piano, ci informa che la Padania la pensa diversamente. Obiettivi della Lega sono “la rivoluzione contro gli extracomunitari” e “l’eliminazione di tutti i bambini degli zingari“.
La Costituzione della Repubblica “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo“. Roberto Maroni, ministro dell’Interno, (Roma ladrona gli paga lo stipendio) s’è inventato un reato incostituzionale e ha messo in piedi vergognosi campi di internamento che richiamano alla mente i lager del nazisti. All’annientamento pensa il dittatore Gheddafi, grande amico del governo che vive solo dei voti della sedicente Padania.
L’Italia, potrà dire senza tema di smentita qualunque docente, è una repubblica democratica nata dalla guerra di liberazione dal nazifascismo. La Lega, al contrario, rinnegati i valori della lotta partigiana, conduce da tempo una sua nuova e vergognosa guerra di “liberazione”. Vuol liberare la sua deliriante Padania dall’Italia Meridionale, da Roma ladrona, dai rom, dai maomettani e da tutti gli stranieri poveri che la ferocia capitalista produce su scala planetaria. Insomma, la Lega Nord, alleata della Gelmini, sogna uno Stato teocratico e razzista.
Ringraziando l’avvocato, festeggiamola a scuola l’Unità d’Italia e spieghiamo bene chi sono e che vogliono Bossi, i crociati leghisti, il delirio di Pontida e il ministro Gelmini, che, nel nostro silenzio complice, il razzismo e la violenza li ha portati a scuola.
Facciamo festa così, poi scendiamo in piazza coi nostri studenti, occupiamole e rimaniamoci finché non avremo sconfitto questa pericolosa pazzia criminale.
Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2011
Chi li ha uccisi? La ferocia fascista al governo
Postato in Interventi e riflessioni, tagged "sangue dei vinti, Borghezio, Bossi, Brambilla, Carfagna, Cota, Dìvide et impera, fascismo, Foibe, Gasparri, Gelmini, italiani brava gente, Larussa, Lega Nord, lezzi razziali, Maroni, nazifascisti, Quagliariello, razzismo, Resitenza, revisionismo storico, Rom, SS, Veltroni il giorno 08/02/2011 | Lascia un commento »
Bruciano i bambini rom. Non è fumo di camino, ma razzismo, e le parole del lutto diventano miseria e complicità morale. Gli storici domani documenteranno ciò che oggi fingiamo d’ignorare. Nei libri il capitolo s’aprirà col titolo prevedibile: L’Italia di nuovo razzista. Altro esito politico non poteva avere la serie di menzogne che i moderati chiamano revisionismo storico e non è una polemica tra studiosi, ma un crimine compiuto in nome del profitto.
C’è da aspettarselo. Molti storceranno il naso, altri si fingeranno scandalizzati, qualcuno protesterà, ma diciamolo: questi morti hanno mandanti morali. Li hanno uccisi anzitutto i tanti storici che hanno taciuto o disertato, se gli italiani sono ancora “brava gente”. Tanti storici e, di conseguenza, la storia male appresa e peggio insegnata per decenni nelle scuole e nelle università della repubblica. E qui sì, qui, ben più che in matematica e scienze, il sistema formativo ha fatto i suoi danni, perché, occorrerà pur dirselo, là si sono formati Gelmini, Carfagna, Brambilla, Maroni e compagnia cantante.
Molti protesteranno scandalizzati, ma è così. Li ha uccisi una consapevole manomissione della verità storica a fini di eversione politica. Li hanno uccisi – e altri ne uccideranno – le “verità” ingigantite o mai provate, versate come ondate di fango sulla Resistenza, il “sangue dei vinti” che non fu nemmeno goccia nell’oceano dimenticato di quello versato dai 60.000 milioni di morti causati dagli aggressori nazifascisti. Li hanno uccisi i giorni della memoria falsificata e la volontà politica di ingigantire mediaticamente la tragedia delle foibe per rivalutare il vecchio nazionalismo fascista, col suo corteo impunito di leggi sulla razza e collaborazione con le SS. Il mandante morale è il neofascismo dilagante, con le sue guerre tra poveri, le sue nuove camicie e le sue rinnovate leggi razziali.
Il fanatismo etnico, come quello religioso, è stato e sarà sempre l’arma segreta dello sfruttamento. “Divide et impera“. E’ antica scienza politica, la stessa che oggi produce Rosarno, i rastrellamenti romani, gli affondamenti mediterranei. Oggi come ieri, ha taciuto o fa poco la scuola annichilita, là dove dovrebbe levare gli scudi, rompere i patti concertativi dei sindacati, denunciare la regolamentazione dello sciopero e aprire uno scontro senza quartiere con un Ministero che s’è fatto e si fa paladino di feroci discriminazioni: il “tetto” del 30 % per gli immigrati, le graduatorie regionali per i docenti, la corsia privilegiata per gli studenti “indigeni” nell’accesso alle borse di studio. La scuola invece tace e si acconcia al tempo nuovo, dopo avere abbandonato al suo destino i precari. Una sola battaglia prende a cuore, quella sulla valutazione, sacrosanta quanto si vuole, ma ricca d’ombre corporative.
Bruciano i bambini rom, nella memoria corta di un Paese di “senzastoria“, in un’Italia tutta escort e Pil, Mibtel e veline, shopping e consumi, Un’Italia di nuovo razzista.
“Sono morti che pesano sulla coscienza di tutti“, sento dire. E’ un ritornello. Lo ripetono in tanti e mi ribello. Ognuno si prenda quel che gli compete e smettiamola con questa notte indistinta, in cui le vacche sono solo scure. Non è così. Non è colpa di tutti e anche questo va detto.
Chi ce l’ha messi, chi è che ancora li difende, i Cota alle Regioni, i Borghezio in Europa, i Gasparri e i Quagliariello in Parlamento, i Bossi e i Larussa a governare? Chi l’ha portato Alemanno al governo della capitale? Chi è stato?
Non siamo stati tutti.
Con questa gente non ho nulla a che spartire. Ho protestato, ho scritto parole di fuoco, quando Veltroni ha chiesto l’espulsione di tutti i rom solo perché un rumeno aveva stuprato un’italiana. Non li votati io, questi campioni della democrazia che hanno fatto a gara con la destra nella caccia all’uomo, nelle scelte forcaiole, nelle politiche di discriminazione razziale. Non c’entro nulla con questa gente che, pur di governare, ha fatto causa comune col razzismo leghista.
Da tempo faccio parte per me stesso, e anche in questi mesi, mentre si faceva filosofia morale sulla violenza romana degli studenti, sulle pratiche della lotta e su tutti i distinguo che mettono in pace la coscienza, anche in questi mesi c’era chi stava con gli studenti. E ci sto ancora. Sto con le loro mille ragioni, con la loro rabbia, coi loro diritti, coi loro tentativi di saldare le lotte, con la loro sacrosanta voglia di ribellarsi. Perché non altro resta. Ribellarsi.
Lasciatemelo dire. No, davvero non c’entro nulla con questi poveri morti.
Uscito su ”Fuoriregistro“ l’8 febbraio 2011.
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