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Scuola, l’orario lungo «vale» 721 milioni“. Così titola, arrogante e spudorato, il giornale dei padroni, prima di salutare festante il miracoloso debutto di un “Fondo da ripartire per la valorizzazione dell’istruzione scolastica“, che, incredibile a dirsi, risolverà in un sol colpo la vexata quaetio della “qualità” della formazione e aumenterà, per giunta, le ferie per gli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado, confermerà la norma “salva precari” e i favolosi progetti promossi da Miur e Regioni per trovare lavoro ai docenti rimasti senza incarico. Insomma, a dar retta a Profumo e alla stampa padronale, in Italia la scuola non ha più problemi!
Per tacitare i soliti dubbiosi guastafeste, non manca il balletto delle cifre. I risparmi che si faranno grazie all’aumento delle ore per gli insegnanti sono riportati, infatti, in una tabella che arricchisce, si fa per dire, la relazione tecnica di accompagnamento del provvedimento. Le cose starebbero così: costringendo i docenti a un disastro programmato, il sedicente governo tecnico risparmierà 128,6 milioni di euro di spesa nel 2013, 385,7 nel 2014 e 385, 7 nel 2015. E non è tutto. Stravolgendo il lavoro degli insegnanti di sostegno, i ragionieri impegnati a distruggere con sistematica furia la scuola pubblica riusciranno a spremere in risparmi 109,5 milioni di euro nel 2013, 328,6 nel 2014 e altrettanti nel 2015. Spiccioli, infine, deriveranno ancora dal taglio dei distacchi dei prof. presso il Miur, enti o associazioni: 2,3 milioni di euro nel 2013 e 7 milioni all’anno nel 2014 e nel 2015.
A conti fatti, pagati gli stipendi a ministri e sottosegretari, sottratti le notevoli cifre impegnate per sostituire nelle università da cui provengono gli scienziati capaci d’inventarsi questo marchingegno e i consulenti alla Bondi, al decantato “Fondo da ripartire per la valorizzazione dell’istruzione scolastica“, l’anno prossimo non andrà il becco d’un quattrino, ma c’è l’impegno solenne che, dopo le elezioni politiche, chi si troverà a gestire la patata bollente dovrà trovare da qualche parte 548,5 milioni nel 2014 e 484,5 milioni nel 2015. In parole povere, asalerà così l’ultimo respiro ciò che ancora sopravvive dello “stato sociale“.
Questo, però, riguarda il futuro. Nel frattempo, mentre il giornale di Confindustria vende fumo, il ministro Profumo, a misfatto compiuto, si dice pronto a un confronto e tira fuori dal cilindro un fantomatico “modello tedesco“, che, a suo dire, ammazzata la scuola di ogni ordine e grado, renderebbe possibile la rivalutazione della formazione professionale e invoca l’immancabile patto tra scuola e mondo del lavoro. Se, quando dice “tedesco“, l’ineffabile ministro abbia in mente il Reich di Hitler non è dato sapere. L’italiano medio però, che, poverino, non può volare alto come i suoi geniali ministri, da tempo pone invano un quesito e non trova risposta: qualcuno ha informato il governo che uno solo dei cacciabombardieri pronti per l’acquisto non costa più da 80 ma 127 milioni di dollari e che tutti assieme i velivoli non ci costeranno, come ci avevano raccontato, 12 miliardi di euro, ma 15 miliardi e 200 milioni? Sanno, il ministro Profumo e suoi impagabili sottosegretari, che sarebbe bastato rispedirli gratis al mittente per finanziare la scuola nei secoli dei secoli? La Corte dei Conti, che pochi giorni fa ha distrutto le legittime speranze di centinaia di migliaia di persone chiamate “esodate”, affermando che il Paese è squattrinato, sa che dove non governa la barbarie nessuno mette un cacciabombardiere avanti alla vita umana? Sa che in nessuna parte del mondo si consente a un contratto di lievitare di giorno in giorno i suoi costi sino a raggiungere un’eccedenza del 60%?
Sono domande che sarà bene qualcuno si ponga, Profumo avanti a tutti. La gente che vive di lavoro non ne può più di chiacchiere e conti truccati.

“Uscito su “Fuoriregistro” il 20 ottobre 2012.

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«Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. [...] Il capitale [...] non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale [...] si mobilita per aiutare se stesso. [...] La “civiltà occidentale” nascosnde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli».
Che Guevara

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L’ordine è uno, imperativo e categorico: negare l’evidenza e costruire una verità alternativa su cui tornare, tornare e tornare ossessivamente. Potrà ripeterla mille volte la sua verità, Nicolò Amato, dimostrarlo in modo inoppugnabile che nel 1993 la mafia chiese la sua testa a Scalfaro, perché era deciso a proseguire sulla strada del carcere duro, e perciò fu cacciato. Non servirà: è tutto vero, Amato fu allontanato, ma non ci fu trattativa. L’ordine è uno: negare l’evidenza.
A Londra come a Madrid, ad Atene come a Roma e a Basiano, ovunque la polizia impone con violenza fascista le scelte deliranti della Bce? Va bene così: l’Europa è democratica per definizione, anche se ormai si vede all’opera una vera dittatura. Da noi, per esempio, non serve a niente che i giudici condannino i vertici della polizia: l’uomo che li guidava fa parte del governo e lì rimane, con  Monti, per rapinare i deboli e aiutare i forti; in fondo fa… beneficenza.
Di fronte alla fanatica furia con cui Scalfari difende l’indifendibile Napolitano, il Ministero fascista della Cultura Popolare reciterebbe ruoli da apprendista. La tecnica è quella di  Goebbels, Ministro della Propagande del terzo Reich, il quale convinse i tedeschi, virtuosi e un po’ babbei, a resistere persino tra le rovine di Berlino, perché non c’era dubbio, la radio lo aveva ripetuto fino alla fine e la carta stampata lo aveva confermato: il Reich non poteva essere sconfitto e uno splendido futuro attendeva la Germania. Essa non doveva arrendersi alla furia delle “orde asiatiche”, che non avrebbero risparmiato nessuno, e non doveva cedere alla ferocia degli anglo-americani, perché Hitler aveva pronte le sue “armi segrete” e la guerra era vinta.

Così è oggi da noi: la povera gente lo sa, il rigore alimenta la crisi e ci trascina a fondo, ma il circo mediatico presenta la sua verità falsa e virtuale: Monti ci ha salvato e ci dobbiamo credere. Siamo in balia della Germania? Falso, l’uomo di Dio ha mortificato Angela Merkell! I ricchi non pagano la crisi? E’ una menzogna, Monti assicura che pagheranno! E’ una sorta di allucinante 1984, si parla la neolingua e siamo schiacciati dalla psicopolizia, ma le veline di regime e la selva di pennivendoli al servizio di una messinscena ci raccontano meraviglie del democratico governo Monti.
Scuola, ricerca e università sono allo stremo, ma Profumo parla di merito e nessuno se ne ricorda più: è ministro di un governo mai eletto, che ha per programma una lettera scritta da due privati cittadini e vive coi voti di una banda di “nominati” impropriamente definiti deputati, inopinatamente costituitisi in “maggiominoranza“, in un Parlamento tornato ad essere Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Regista dell’operazione è stato Giorgio Napolitano, un ex deputato messo alla porta dagli elettori, ma subito nominato senatore a vita per meriti noti solo al suo amico Ciampi e giunto, infine, alla Presidenza della Repubblica grazie al voto dei soliti “nominati”. Nominato da nominati, quindi. Questa “maggiominoranza“, così poco autorevole e rappresentative, ha i numeri per modificare la Costituzione e impedire persino il referendum popolare. In pratica è una Costituente. Nessuno l’ha mai eletta, ma sta riscrivendo la Carta costituzionale.   
Di scuola non si parla più, ma è ormai deciso: Bondi, l’ultimo macellaio aggregato alla banda Monti-Fornero,  ha deciso che nelle scuole un docente, purché laureato, insegnerà anche discipline per cui non è abilitato. Il principio è semplice: eri titolare in italiano, latino e greco e non hai più la cattedra, perché il governo ha messo insieme due classi, per risparmiare? Niente paura. Sostituirai il collega di Storia che va in pensione, anche se non sei abilitato. Che ci vuole? All’università hai studiato anche storia… Ai giovani si fa così un triplo regalo: per gli studenti, una classe molto più numerosa e un cattivo professore, per i giovani abilitati, un posto di lavoro in meno. Profumo ha trovato la cosa del tutto naturale. Come naturali gli sono sembrati il 4,53  % tagliato ai fondi ordinari del CNR da qui al 2014, il 14 % sottratto al centro Fermi, il 5 % all’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, il 7 % all’Istituto di alta matematica, il 14 % all’Istituto di fisica nucleare, il 16 % all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, il 7 % alla stazione zoologica Anton Dohrn… Si potrebbe proseguire, ma a che servirebbe? Il ministro non ha battuto ciglio e continua  a recitare da guitto la particina del “signor merito“.

Sento parlare a volte di autunno caldo e amaramente sorrido. Calda è stata di certo e calda sarà ancora questa estate. Così calda, che l’autunno, quando verrà, porterà sensazioni di gelo. E di pensieri freddi c’è bisogno, per affrontare questo feroce tentativo di ricondurci indietro fino a prima della Rivoluzione francese e del secolo dei lumi.  Ad Atene come a Madrid, la gente finora s’è ribellata in massa e ha riempito le piazze, consegnandosi inerme a macellai in divisa che essa stessa paga perché la massacri. Una guerra così combattuta non serve ed è subito persa. Ieri, mentre a Madrid si lottava, dalle mie parti, nelle strade dei ricchi, la gente indifferente, abbronzata e tranquilla faceva  il solito shopping e spendeva per un paio di scarpe quanto guadagna in un mese un cassintegrato, mentre ad ogni crocicchio un poveraccio chiedeva la carità. Non serve, mi sono detto, scendere in piazza e protestare in massa. No. La musica cambierà solo quando sarà guerriglia, quando per ogni pupazzo in divisa ce ne vorrà uno che gli guardi le spalle, perché qualcuno potrebbe colpire, ma non si saprà come, non si saprà dove e non si capirà quando; la musica cambierà solo quando gli eroi da operetta che impazzano in piazza, diventeranno pallidi la sera, per strada, da soli, perché avranno paura delle ombre. La musica cambierà se ogni casa povera sarà un rifugio e tutto ciò che fa parte della vita di chi è ricco e di chi è potente diventerà quello che in gergo tecnico si chiama “obiettivo sensibile”.

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Diciamola tutta, per noi stessi e per la storia che qualcuno poi domani scriverà: Napolitano è un mostro di coerenza. Se guerra doveva essere, occorreva seguire almeno il corso della nostra storia e tener ferma la tradizione nobile dell’Italia guerriera. Son cose cui il Colle ha da badare e, per favore, non cominciamo a sproloquiare di scelte costituzionali. L’arbitro è lui e se giocando commette un qualche fallo, pazienza. D’accordo, non tutto quadra: forse l’arbitro non dovrebbe giocare, forse la guerra è un’ignobile forzatura, forse l’arbitro giocatore è entrato a gamba tesa sull’articolo 11 della Costituzione di cui è garante, forse c’è una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli, ma a questo mondo non puoi avere tutto e qualcosa va sacrificata. Questi sono dettagli secondari. Napolitano ha badato anzitutto alla coerenza dell’azione diplomatica. Non facciamo gli ingenui, per favore. Le guerre, quelle vinte e quelle perse, noi le abbiamo fatte sempre seguendo un duplice principio: violare le regole e tradire le alleanze. Sotto questo punto di vista le scelte di Giorgio Napolitano sono veramente ineccepibili.

In sintesi per non esser pedanti, però diciamolo. Non eravamo ancora nati, nemmeno si sapeva se saremmo stati una repubblica, una monarchia o uno stato federale e già si coltivava la strada dell’onore. E poi si sa: a liquidare la favola delle regole, provvedono la ragion di Stato, il segreto inviolabile del palazzo e le menzogne degli storici. Il dato è certo: il 23 agosto 1860, con Garibaldi in marcia verso Reggio Calabria e la Sicilia in fiamme, il Regno di Sardegna tradiva il re di Napoli dichiarandosi “nazione amica, che ha il suo rappresentante nella capitale e che nulla ha di comune con i volontari di Garibaldi”. Di qui, una tradizione: Sarajevo ci trova alleati degli Imperi Centrali, ma una manica di nazionalisti da operetta e un re che ignora bellamente popolo e Parlamento fanno la piroetta: la guerra si fa contro gli alleati. Com’è ovvio, ne ricaviamo il disprezzo di vincitori e vinti, l’isolamento di Versailles e vent’anni di fascismo, perché la guerra costa e la pagano sempre i poveracci.

Su questa nobile linea, c’inventiamo un incidente di confine per gassare gli etiopi, bisognosi di civiltà romana e, senza nemmeno dichiarar guerra, massacriamo la Spagna repubblicana assieme ai nazisti di Hitler, notissimi campioni di civiltà occidentale. Nel giugno del 1940, quando la Francia è in ginocchio, la pugnaliamo coraggiosamente alla schiena e ci mettiamo in guerra contro il mondo. Pensiamo che Hitler l’abbia già vinta e da buoni sciacalli ci prepariamo a spartire il bottino. Le cose però vanno male e a settembre del ’43 nuovo tuffo carpiato: il re fugge eroicamente a Brindisi e Badoglio, scappando con lui, salva la tradizione e, si capisce, dichiara subito guerra all’alleato tedesco. I partigiani sulle montagne ci salvano la faccia, ma poi ricicliamo tutto il fascismo nella repubblica e chi s’è visto s’è visto; Dubbi? Ci pensa Pansa . Madonna che bisticco! - che prontamente spiega: la Resistenza fu una vergogna.

Le chiacchiere non resuscitano i  morti, d’accordo, ma oggi quel sant’uomo di presidente che ha chiesto scusa per l’invasione dell’Ungheria e il martirio dell’ungherese Nagy , compie il suo capolavoro. E’ vero, noi ripudiamo la guerra e in Libia non si sa che accade, però c’è un conflitto e, costi quel che costi, pensioni, stipendi, ricerca cancellata, giovani senza futuro, non c’è scelta: noi dobbiamo far la guerra all’alleato. Ne va dell’onore.

I nostri ragazzi in lotta per i loro sacrosanti diritti hanno già provato a farsi ascoltare da Napolitano, che s’è prontamente dichiarato loro alleato. Tornino se necessario, ma ricordino bene: così Napolitano tratta gli alleati.

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L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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Appare sempre più chiaro. L’uso pubblico della storia riaccende le ostilità e i rancori d’una stagione politica che sembrava conclusa e, alla resa dei conti, la memoria e il ricordo trasmettono ai nostri ragazzi il veleno dell’odio.
Le parole che seguono non nascono per caso: la risposta a chi da qualche tempo ci toglie la parola, levando in alto i labari fiumani, va affidata al rigore della ricerca e ad una scuola dello Stato che torni ad essere naturale cerniera tra scienza e conoscenza.
La contestazione – la mia generazione lo ricorda bene – può essere occasione preziosa per suscitare interessi e indurre al confronto. Da studioso, ho avviato perciò una ricerca e la sorte mi è stata amica: credo di aver qualcosa di nuovo da raccontare e sono più sicuro di quello che dico. Il mio mestiere è insegnare, ma si insegna solo se si continua a imparare.
Quella che vi racconto è la vicenda di un’associazione, nata dalla “Dante Alighieri” e intimamente legata alla “Associazione Nazionale Volontari di guerra”: la “Pro Dalmazia”, costituitasi legalmente in Italia nel 1919, quando il primo conflitto mondiale ha spento nel sangue i miti della “Belle époque” e al tavolo della pace la nostra diplomazia è paralizzata dalle sue contraddizioni. Ne è l’anima la “nota” Irma Melany Scodnik, suffragetta nelle battaglie femministe, che ha ereditato dal cognato, Matteo Renato Imbriani, l’ormai tarda visione di un irredentismo che, dopo essersi presentato come figlio della tradizione garibaldina e mazziniana, ha perso l’iniziale carattere di lotta per la creazione di una nuova identità nazionale, ed è scivolato nei meandri dell’etica e nell’ambiguo patriottismo di Giovanni Bovio. Com’è naturale, essa rivendica l’italianità della Dalmazia, raccoglie gente di nome – ha tra i soci Armando Diaz, un principe d’Aragona, il principe Colonna di Cesarò, Eugenio Cosleschi, stretto collaboratore di D’Annunzio a Fiume – e per un po’ vivacchia tra sussulti di orgoglio nazionale, commemorazioni del “fatidico 24 maggio”, di Foscolo e di Lissa e interpreta, tra i primi, truci bagliori del nascente squadrismo, i “voti dei connazionali tutti di Zara e di Fiume“. Giungono così, consacrazione ufficiale, mentre il paese è ormai in mano fascista, i “sovrani ringraziamenti per l’opera svolta“.
In un Paese giunto buon ultimo nella gara violentissima tra gli imperialismi, il fuoco della retorica dannunziana e l’esasperato nazionalismo fascista, sensibile alle cupe tentazioni del razzismo, formano così il crogiuolo nel quale nasce, col ferro e col fuoco, la tragedia del “confine orientale”, le cui terre, con arroganza pari solo alla rozzezza, sono state ribattezzate col nome di “Venezia Giulia”. Una tragedia destinata a condurre fatalmente alle “foibe”.
Come in buona parte d’Italia, la “Pro Dalmazia” ha una sezione anche a Napoli, nella città fascista di Michele Castelli, ministro plenipotenziario a Fiume nel 1922 e poi Alto Commissario imposto dal regime, e di manganellatori del calibro di Aurelio Padovani. A fare il bello e il cattivo tempo nella sezione napoletana dell’associazione è ormai il regime, che vi ha inserito i suoi immancabili squadristi “antemarcia”: Giovanni Maresca di Serracapriola, che sarà poi convinto sostenitore dell’universalità delle Corporazioni, Raffaele Pescione, fortemente legato a Padovani e Francesco Picone, futuro Federale della città. Basta guardarci dentro, ed eccoli all’opera, mentre “suggellano l’amore di Napoli per Fiume”, tumulando in città, nel recinto degli “uomini illustri” i resti mortali d’una sventurata dodicenne fiumana o fanno circolare – è la “Dante Alighieri” che diffonde in Italia il volantino – il “commosso saluto di Caleo da Spoleto, un “goliardo dalmata oppresso che urla ai camerati: “Memento Dalmatiae” e, intonando un suo inno rabbioso – Quando saremo a Spalato – scrive con un odio che impressiona: “Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle Mura di Spoleto romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia“. L’originaria impostazione irredentista e tardo risorgimentale della “Pro Dalmazia” è ormai svanita nelle spire della violenza squadrista e l’associazione non punta solo, come pure dichiara nel programma, alla “difesa dell’italianità in Dalmazia, ma intende imporre, in nome dell’antica prepotenza romana, una pretesa superiorità etnica, che precede di molto – e in qualche modo annunzia – la vergogna delle leggi razziali.
E’ un crescendo che non lascia spazio a dubbi. Per l’anniversario della “Marcia di Ronchi”, nel 1926, si recitano i “Canti di Guerra” di Michele Novelli e si riesuma Odoacre Caterini con le sue “Visioni Dalmate”, la “latinità del sangue” e una Dalmazia che le “le aspre cime dei monti Velebiti e dei rupestri contrafforti delle Dinariche [...] nettamente tagliano e dividono e staccano come un severo, inappellabile decreto di separazione etnica dalle retrostanti, turbolente terre balcaniche“. Una “separazione” che va difesa ad ogni costo; la sorte di chi si oppone, di chi rivendica le proprie radici e rifiuta la snazionalizzazione ce la raccontano i comunicati della “Stefani”, che scrive gelida e professionale: “questa mattina ore sei nelle prossimità di Pola è stata eseguita mediante fucilazione nella schiena la sentenza di condanna a morte emessa dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a carico capo banda terrorista Vladimiro Gortan“; una sorte segnata.
Mussolini, però, ancora non è pago. Il 4 novembre 1928, la “Pro Dalmazia” è assorbita nel “Comitato d’azione Dalmatica”, sorto “allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più efficace ed omogenea l’azione per la difesa dell’italianità e dei diritti d’Italia nella Dalmazia“. Tra il 1929 e il 1930, mentre si moltiplicano le commemorazioni di “Tommaso Gulli ed Aldo Rossi uccisi a Spalato il giorno 11 luglio 1920” e nelle città italiane compaiono “striscioline di carta con la scritta dattilografata Dalmazia o morte“, la nuova associazione, che ha sede a Milano, finisce sotto il totale controllo del regime, che affida a Eugenio Coselschi la direzione di un organo settimanale nazionale, “Volontà d’Italia”, di ispirazione imperialista e assorbe nella “Pro Dalmazia” i militanti di tutte le associazioni consimili, sciolte dai prefetti per espressa volontà del duce.
E’ così che il nuovo organismo alza il tiro e intreccia il suo percorso, sia pure in maniera prudente e non ufficiale, con l’eugenica e una più aperta ed esplicita impostazione razzista della cosiddetta difesa dell’italianità. Tramite dell’operazione, che rimane ovviamente marginale, è l’avvocato Alfredo Vittorio Russo, ex liberaldemocratico e sindaco di Napoli nel 1920, che ha lungamente esitato tra la collaborazione con Mussolini e l’adesione all’opposizione costituzionale, guidata nel 1924 da Giovanni Amendola, ma infine, benché fortemente osteggiato dai fascisti napoletani che non dimenticano, è passato tra i simpatizzanti del regime e si è messo a studiare l’eugenica. E’ su questo tema che egli offre al “Comitato d’Azione per la Dalmazia” il suo contributo, intervenendo a sostegno delle tesi del “complesso problema demografico, come [...] posto da Benito Mussolini“. Il suo contributo ha una duplice chiave di lettura: quella del “razzismo esterno”, nei confronti delle altre etnie – il “pericolo giallo” – e quello di un “razzismo interno”, inteso come “selezione della razza” e volto a impedire che la riproduzione umana tenda “sempre più a incombere sulle classi inferiori, ossia sui più deboli, con progressivo ed evidente deterioramento della specie“. Contro i pericoli che vengono dall’esterno, contro “il rapido aumento della razza slava” e “la predominanza quantitativa dei popoli di colore“, egli ricorda che tra gli scienziati c’è chi si è spinto “al punto da rimproverare, quasi, ai bianchi la diffusione, da essi operata, delle norme igieniche nell’Asia e nell’Africa“. Di fatto, però, egli osserva, il problema reale è quello della “quantità e qualità” della razza. Nessuno, infatti, “potrà mai sostenere che la quantità in tema di popolazione, possa sostituire la qualità. La necessità che si impone, quindi, è quella di combattere la “degenerazione umana” e, “tra le diverse provvidenze“, due, apprese dal noto psichiatra Leonardo Bianchi, gli appaiono essenziali: “educare in istituti speciali ben per tempo i fanciulli anormali [...] malati e tarati” e “ vietare in qualunque modo il matrimonio di persone malate che presentino decise stimmate fisiche e morali della degenerazione umana. Lo spirito umanitario, l’amore, la pietà familiare devono piegare innanzi all’ineluttabile veto di questa legge. [...]. Gli interessi delle nazioni esigono una prole sana“.
Non siamo ad una organica dottrina della razza, ma nelle parole del Russo, ben prima che il nazismo metta in campo la sua feroce pazzia, ci sono i caratteri specifici della psuedo scientificità di una teoria razzista.
E’ in questo clima culturale, e su questa base mai apertamente dichiarata, che si va formando la gioventù italiana sin dalla metà degli anni Venti. Un clima in cui, mentre cresce e si diffonde il culto della personalità del duce, “assertore magnifico del diritto e della civiltà della romanità e del Fascismo, egida vigoroso della nuova Italia“, si tiene desta una rivalità che ha le tinte fosche dell’odio contro quella che – cito testualmente da documenti reperiti in archivio – è “la canaglia jugoslava“. Non altrimenti si spiegano, se non con l’odio alimentato ad arte dalla propaganda del regime, le parole che Antonio Amato, un semplice capobarca in servizio ai motoscafi del Genio Civile scrive all’Alto Commissario Baratono nel dicembre del 1932: “Dica al Duce, Eccellenza, che gli azzurri del Battaglione di Napoli attendono frementi di sdegno un Suo comando, e quando la diana di guerra squillerà, dia a noi l’onore di piantare in quel sacro suolo profanato il tricolore d’Italia, [...] di versare fino all’ultima stilla di sangue“.
Sono parole dietro le quali si cela la propaganda del regime che, avviandosi all’avventura coloniale, lavora ad una trasformazione profonda di ciò che resta della vecchia “Pro Dalmazia” e dei suoi Comitati, assorbiti, come annuncia la “Stefani” nell’ottobre del 1933, nei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”. Un piano complesso, che Mussolini elabora personalmente con la collaborazione di Eugenio Conselschi, Maresca di Serracapriola, Pietro Castellino e Pannunzio, facendo sì che progressivamente i toni salgano e gli animi si accendano. Nel 1935, mentre Buffarini Guidi lavora perché in ogni città l’attività di tali Comitati divenga sempre più intensa, agevole e proficua, anche Ciano, Starace e i Principi di Piemonte sono coinvolti nelle manifestazioni promosse dal Comitato e, poco prima della guerra d’Etiopia, entrano in gioco persino Bruno e Vittorio Mussolini, che la sezione napoletana dell’associazione Volontari di guerra e azzurri di Dalmazia [...] saluta vibrante di entusiasmo [...] iscrivendoli soci onorari nostro sodalizio“. Il duce se ne compiace e, in un crescendo di entusiasmo dai toni velatamente razzisti, Maresca di Serracapriola, membro di del Consiglio centrale dei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”, può salutarlo come il “rinnovatore della stirpe“. A scuola – si teorizza – “una cultura irredentista fra i giovani non solo servirà a conquistare le terre che sono nostre, ma sarà la più sicura garanzia di saperle tenere in seguito.
Si apre la stagione delle peggiori avventure e dei crimini di guerra quando, alla fine di settembre, Edgardo Borselli, console d’Albania, ad “una conferenza sul tema dell’Abissinia indetta dalla sezione di Napoli del Comitato per l’universalità di Roma” si intrattiene “sulla crisi economica del dopoguerra e sulle divisioni delle colonie tra gli stati belligeranti con la quasi totale esclusione dell’Italia“. Quando il Berselli accenna “allo stato di barbarie dell’Etiopia” e agli orrori della mortalità specie infantile“, gli aerei della nostra aviazione da guerra stanno già caricando spezzoni, gas e bombe incendiarie con cui si accingono a seppellire sotto in un diluvio di fuoco i poveri villaggi etiopi stretti nella morsa del terrore e nella disperazione.
E’ l’inizio della fine. Hitler non ha ancora mostrato al mondo la cupa ferocia del nazionalsocialismo ma, in tema di razzismo e crimini di guerra, il fascismo e il militarismo italiani non hanno in verità nulla da apprendere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 aprile 2007.

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E’ singolare, ma non stupisce. La storia, nel nostro “liceo nuovo“, è una successione cronologica di eventi “correlati secondo il tempo“, in cui – occorre dirlo? – individuare le “radici del presente“. A che serve un astratto percorso botanico tra i semi invisibili del lontano passato e le incomprensibili piante che costituiscono il mondo d’oggi? A capire il presente o giustificarlo? Non è la stessa cosa. L’impressione è che non torniamo a Ranke e alla histoire événementielle. E’ peggio. Siamo di fronte a un corpo amputato, una cesura netta di cui la vittima designata è il pensiero critico. Lo studioso che s’arrovella sul problema drammatico del silenzio del “fatto” qui da noi da noi non ha più patria.
In senso “cronologico” le Idi di marzo del 44 a.C. consegnano alla storia un evento “concluso“: Cesare ucciso a pugnalate da Bruto e Cassio. Messi i fatti uno dietro l’altro, non è facile trovarci la radice del presente e ha ragioni da vendere lo studente: ti obietterà che a distanza di 20 e più secoli, la faccenda non gli interessa. Eppure, non c’è dubbio, il docente che, invece di scovare antiche radici, pone ai fatti domande attuali, ne ha risposte in sintonia con la sensibilità dei suoi studenti e trova facilmente ascolto. Cesare fu un dittatore, o intendeva rinnovare la repubblica? Bruto e Cassio dei volgari assassini o i tragici e nobili difensori della legalità repubblicana? Ci fu una ragione etica nel gesto dei congiurati o si trattò di criminali ambiziosi? E se Bruto fu solo un omicida, tali furono anche Schirru e Sbardellotto, condannati a morte per aver complottato contro Mussolini? Criminali furono anche von Stuffeneberg, Canaris, Von Moltke, e quanti con loro provarono a uccidere Hitler alla “Tana del lupo“? Le Idi di Marzo non sono il passato, ma una riflessione sulla natura del potere su cui si è recentemente fermato Canfora. Ne nasce un dibattito, si richiamano filosofie della vita e della storia, si discute di regole, cadono certezze; il reazionario si interroga, il democratico esita, tutti capiscono che il fatto li riguarda; in quanto al docente, si trova a parlare di etica politica, di Machiavelli, di Giovanni di Salisbury e di Shakespeare, ha davanti a sé, risvegliato, l’intero corso delle cose e, alla fine del percorso, lascia allo studente chiavi che non conducono al passato, ma offrono strumenti per leggere con la propria testa ciò che lo circonda e gli pare indecifrabile. Il fatto è che questo lavoro, proprio questo, tendono a impedire le cosiddette nuove indicazioni.
A sinistra, il meglio che s’è trovato per contrastare questo ennesimo colpo è la sacrosanta, ma miope protesta per la Resistenza taciuta. Com’era prevedibile, gli “scienziati” gelminiani l’hanno inserita prontamente nella “lista della spesa” e la tempesta si acquieta. Silenzio su tutta la linea. La pretesa superiorità della morale vaticana è un articolo di fede: paradossalmente, la storia non fa i conti con la storia e inganna se stessa, violando persino la conclamata “religione del fatto“. Tutto dimenticato, dalla pedestre contraffazione di Costantino, agli Albigesi sterminati, dall’Inquisizione a “Dio lo vuole“, da Bruno a Galilei, dal Sillabo ai complici silenzi sul nazifascismo. Nella “civiltà giudaica“, come in un acido dissolvente, svaniscono la cruciale vicenda del Medio Oriente e il dramma della Palestina; nel “terrorismo” precipita anche solo l’idea di una resistenza popolare alla tirannia, all’aggressione e all’illegalità del potere costituito. Mentre si accenna in maniera ambigua e strumentale al “confronto tra democrazia e comunismo“, sicché nessuno sa dove mettere Gramsci, si cancellano in un sol colpo l’idea di socialismo, i crimini del capitalismo e la natura degenerativa dei sistemi borghesi di fronte alle crisi economiche; nulla da dire se, per fermarsi all’Italia, una repubblica fondata sul lavoro, si tiene in piedi sulla disoccupazione, sul lavoro nero e sullo sfruttamento. Il confronto democrazia-capitalismo è top secret, si fa silenzio sull’etnocidio e, in quanto al razzismo, non è mai esistito. La Lega vuole mano libera per arrestare clandestini e chiuderli nei campi.
Il vecchio Carr direbbe che il fatto storico non esiste – sono gli storici a scegliere tra la muta miriade degli eventi – e il moderato Croce si limiterebbe a ricordare che, prima della storia, occorre conoscere la storia dello storico. La sinistra, inerte, non s’allarma. Ancora una volta, come ripeteva negli ultimi suoi anni Gaetano Arfè, finirà che c’è stata battaglia e nemmeno ce ne siamo accorti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 aprile 2010

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Ci sono vicende umane e politiche che rivelano allo stesso tempo la complessità di un momento storico e la ricchezza delle prospettive da cui è possibile tentarne la lettura. Il peso della casualità, le radici lontane che legano tra loro gli eventi, la morsa convergente della logica repressiva che spesso smussa gli angoli delle sbandierate contrapposizioni ideologiche, la dignità che, nel sonno della ragione, sopravvive al disprezzo per i diritti umani nell’Italia del “duce” come nei Soviet di Stalin, questo e molto più si cela nella vicenda di Koliuscia – così Varia, la giovane moglie russa, chiama affettuosamente il marito, Nicola Patriarca – che paradossalmente i sovietici ritengono un anticomunista e in Italia incappa nei fulmini della repressione perché ai fascisti appare invece un pericoloso comunista .
In realtà, se si scava a fondo, se si leggono con attenzione le note, le lettere censurate e i rapporti confidenziali raccolti dalla polizia fascista in fascicoli ormai ingialliti dal tempo, si fa presto a capire che le antiche carte non raccontano semplicemente l’amaro destino di un uomo lontano dal fanatismo di entrambi i regimi, che vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature. C’è evidentemente dell’altro, c’è un punto fermo che, da una tragica vicenda personale, ricava l’elemento oggettivo d’una ricostruzione nella quale più che la conferma delle affinità e delle differenze che, a seconda dei punti di vista, accomunano o dividono i due regimi, diventa possibile trovare la misura della distanza che li separa da speranze, sentimenti e bisogni reali dei popoli che pretendono di rappresentare. A ripercorrerne la storia, la sensazione netta e immediata è che, nella vicenda di Patriarca, i conti non tornino e, a volerli far quadrare, non si possa far affidamento né sul punto di vista “burocratico” dei questurini fascisti – dietro il quale s’intravede soprattutto un’aspra reazione di classe – né su quello rivoluzionario, ma non per questo meno burocratico e conformista, dei bolscevichi che, in una ricerca ostinata di alternative alla logica aberrante del capitalismo, forzano i dati della realtà per poterli adattare alle astrazioni teoriche di quella dittatura del proletariato che, fatalmente, come intuirono per tempo alcune lucide intelligenze libertarie, più si trova a fare i conti con la complessità della vita reale, più si trasforma nella sua immagine speculare e si riduce a dittatura sul proletariato .
Il fatto è che la storia è scienza sociale e, in quanto tale, cede il campo alle sedicenti certezze delle “scienze esatte“. Se gli storici accettassero la loro natura di opinabili narratori delle proprie e delle altrui ricerche e non si chiudessero nelle gabbie degli “statuti scientifici” e della legittimità accademica, sarebbe una fortuna: avremmo libri più comprensibili, lettori più numerosi e appassionati e un popolo più colto e consapevole. In attesa che questo accada – e chi ci crede invochi un miracolo – la vicenda dal Patriarca, cercherà invano una chiave di lettura appropriata nella categoria storiografica del “totalitarismo” che, generalizzando, si ferma su dati macroscopici e, com’è naturale, coglie le affinità, che sono abbastanza evidenti, ma sottovaluta fatalmente il peso delle differenze.

Nato a Mosca il 4 aprile del 1893, quando il trono degli zar sembra ancora abbastanza solido, Nicola Patriarca è cittadino italiano, ha vissuto in Russia per tutta la vita, come Vladimiro, suo padre, originario di Voronež, un porto fluviale di 80.000 anime e memoria storica della famiglia, il quale ricorda che italo-russi erano stati a loro volta suo padre e sua madre e russo di adozione era diventato ancor prima “suo nonno, [...] tenente dell’armata napoleonica, fatto prigioniero e rimasto in Russia” . Comunista convinto, sebbene non militante, Patriarca, è un onesto lavoratore, non conosce fascisti, non sa bene probabilmente nemmeno cosa sia il fascismo e non ha commesso alcun reato contro quella rivoluzione che, nelle enunciazioni di principio, nelle motivazioni profonde e nelle fasi iniziali è stata davvero lotta di proletari per l’affermazione politica del proletariato. Nel 1937, però, quando Stalin, “con la maggioranza degli ex oppositori ormai giustiziata e Bukarin in prigione“, opera un terribile “intervento di chirurgia etnico-sociale sul corpo della popolazione“, Kolia è inevitabilmente coinvolto nei provvedimenti di repressione di massa – le grandi “purghe” del 1937-38. che colpiscono anche le cosiddette “nazionalità inaffidabili“, quelle che per i documenti della polizia politica sono “soggette a governo straniero“, benché i loro membri risiedano in Russia da oltre un secolo .
“Inaffidabile” per Stalin, quindi, e costretto a riparare all’estero per evitare i colpi della feroce repressione sovietica, nell’ottobre del 1937 il Patriarca si rifugia in Italia, dove il regime, che si accinge ad aderire al patto anti Comintern, colto il valore politico della vicenda, lo ospita di buon grado, tant’è che a febbraio del 1938, come “cittadino italiano profugo dalla Russia“, è “ricoverato nel locale “Albergo dei Poveri“, a carico del comune di Napoli“. Nei suoi confronti nessun pregiudizio, nessuna misura cautelare di sorveglianza, né informazioni che consiglino la prudenza. L’ospite, del resto, lontano dal suo mondo e dai suoi affetti e ancora scosso dalla persecuzione, appare così affidabile che, a pochi giorni dall’arrivo nell’istituto, è “adibito al servizio di custode alle prigioni del convitto maschile, unitamente con certo Tamigi Giuseppe pure ricoverato“.
Quali siano i progetti e le speranze del profugo in quei primi mesi del 1938 non è facile dire; la separazione dalla famiglia è stata, tuttavia, così dolorosa, che l’uomo chiede alla moglie di raccogliere la documentazione per un ricorso e la donna, disperata, gli scrive:

Kolia caro, sono stata da tuo padre, [...] mi ha detto che lui è nato a Voronež, che suo padre e sua madre erano russi e che suo nonno era tenente dell’armata napoleonica. Fatto prigioniero è rimasto in Russia. Ecco che straniero sei tu e noi qui senza di te conduciamo una vita dura e triste“.

D’altra parte, nonostante gli ingiusti provvedimenti di Stalin, la Russia rivoluzionaria ha lasciato nell’uomo segni così vivi e profondi, che l’aria del nostro paese gli pare irrespirabile e il paragone con la Russia dei Soviet, che rimane la sua patria, è inevitabile, tanto più che gli ospiti dell’Istituto si mostrano curiosi di sapere come si trovi in Italia un profugo della Russia dei Soviet. Per lunghi giorni l’uomo dissimula, si chiude in se stesso, evita discussioni che sa pericolose, poi, d’un tratto, in un giorno di metà aprile, coi fascisti in festa dopo i violenti bombardamenti di Barcellona, la crisi del governo Negrin e la Spagna repubblicana divisa in due dai falangisti, la solitudine, che spesso è cattiva consigliera, e un’opprimente sensazione di disagio hanno la meglio sull’iniziale diffidenza. Patriarca lo sa, quel momento è destinato a segnare ulteriormente la sua vita ma, lasciando che dentro di lui il comunista insorga, non si tira indietro e afferma con orgoglio “di trovarsi male in Italia, perché v’è molta miseria e si guadagna poco“. Non contento, aggiunge “che in Russia, dopo l’avvento del bolscevismo le condizioni economiche degli operai sono state di molto migliorate e che egli era riuscito a guadagnare 32 rubli al giorno” .
Benché colpito da una cieca repressione, Kolia, quindi, si riconosce ancora nelle motivazioni e nelle realizzazioni della rivoluzione bolscevica che evidentemente non è stata per lui solo esclusione e oppressione. Preso dalla foga e rotti gli argini, l’uomo non esita a motivare le sue riserve: in Italia, spiega, non si sente “parlar d’altro che di guerra“, mentre “in Russia tutti erano fratelli” . In quanto “alla reale potenza militare italiana“, precisa tagliente, i fascisti hanno “conquistato l’impero per la deficienza bellica degli abissini” e, se “hanno strappato ai repubblicani spagnoli molte vittorie, non si deve al loro valore, bensì alla scarsità di mezzi aerei e di munizioni dei rossi“. La conclusione ha il valore profetico d’un monito: questo “non avverrebbe se l’Italia malauguratamente venisse in guerra con la Russia“.
Patriarca naturalmente non può saperlo, ma in prospettiva e a distanza di decenni, il suo sfogo getterà più di un’ombra sulle deformazioni del revisionismo, che assimila sotto la fuorviante etichetta del “totalitarismo” regimi politici che condivisero metodi comuni a tutte le dittature, ma ebbero natura e funzione storica ben diverse tra loro. Un “merito postumo” che, tuttavia, non mette il Patriarca al riparo dalle prevedibili conseguenze di critiche pubblicamente rivolte al regime e immediatamente riferite alla polizia politica dall’immancabile “confidente“. Né servirà a qualcosa, d’altro canto, la certezza che l’antifascismo del profugo sovietico non può essere in alcun modo “militante“. Denunciato “come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici“, il 28 maggio 1938 l’uomo, che in Russia s’è lasciato alle spalle l’accusa di anticomunismo, finisce davanti alla Commissione Provinciale per l’assegnazione al confino, che lo spedisce per tre anni a San Costantino Calabro, perché, “esaltando lo Stato bolscevico, oltraggiando la Nazione Italiana, il Fascismo e il Duce“, ha dimostrato d’essere, invece, un “convinto comunista, svolgendo propaganda e manifestando il suo odio pel Regime” . Paradossalmente, quindi, il comunismo di un uomo legato alla rivoluzione d’ottobre, ai suoi principi ispiratori e alle sue iniziali realizzazioni, risulta “pericoloso” in ogni caso: se è autentico, come ritiene l’Italia fascista, che condanna il Patriarca al confino, o “inaffidabile“, come è apparso nella patria dei Soviet, da dove la spietata “repressione preventiva” di Stalin lo ha costretto a fuggire , Gli italiani, si sa, son “brava gente”, San Costantino Calabro non è certamente la Siberia e può darsi che lager e gulag siano stati più feroci del confino fascista, come da un po’ raccontano revisionisti d’ogni colore, sostenuti con singolari equilibrismi etici dagli eterni chierici della tradizione trasformista . Sta di fatto, però, che il prigioniero russo va incontro a un vero e calvario e, quando finalmente riesce a stabilire un primo, momentaneo contatto con la moglie Varia e il figlio Koka, dal giorno dell’arresto sono passati addirittura sette mesi dall’arresto.

Carissimo Kolia! – scrive la moglie da Karkov l’11 novembre del 1938 – Finalmente abbiamo ricevuto la tua lettera. Ero già inquieta per il tuo lungo silenzio. Caro Kolia! Io non capisco bene. Dunque tu hai ricevuto anche la cartolina che ti ho mandata a Napoli. In tutto ne hai ricevuto due“.

Cosa sia accaduto in quei lunghi mesi non è facile dire, ma è chiaro che un insuperabile muro di silenzio e di dolore ha diviso l’uomo dal suo mondo. Più che una corrispondenza, le lettere, infatti, sembrano una somma di monologhi che provano invano ad aprire un impossibile dialogo. Non potendo scrivere – i fascisti non consentono – l’uomo è costretto a immaginare ciò che vorrebbe leggere o ascoltare. Il tempo, per lui, d’un tratto s’è fermato e in mente le domande si affollano: che fa la moglie? Come tira avanti? E Koka, il figlio, sta bene, se la cava? Come l’ascoltasse, Varia gli scrive che il ragazzo “è passato nella quinta classe dopo gli esami di riparazione“, ma tutto è frammentato e sfuggente, tutto sembra smarrito nei vuoti della memoria. Persino i volti e il suono delle voci.

Tu sai com’è nostro figlio – prosegue la moglie – vuol far tutto ma per lo studio è pigro. E’ una vera disperazione. Bisogna stargli sempre dietro. Adesso si interessa ai colombi. Ha fatto da sé una gabbia e poiché io non gli ho permesso di tenerli in casa, li tiene da un compagno“.

Manca una guida, una mano affettuosa ma ferma che indichi la via al ragazzo inconsapevole e vivace che finalmente gli scrive:

Caro papà, abbiamo ricevuto la tua lettera e siamo tanto contenti. Noi viviamo assai bene. Un pesciolino è morto e l’altro se l’è mangiato il gatto. Adesso volano qui dei colombi. lo do loro da mangiare ma non li acchiappo perché sono selvatici. Papà io sono passato nelle quinta dopo gli esami di riparazione. Adesso studio assai bene. Abbiamo avuto tre giorni di vacanza. lo sono stato a letto cinque giorni e cosi non ho ricevuto la pagella. Quanto saprò i miei punti te lo scriverò. Papà i francobolli non li ho ricevuti. Tu mi domandi se faccio la collezione di francobolli. Sicuro che la faccio. Per ora arrivederci. Ti abbraccio forte, forte tuo figlio Koka“.

In quanto alla moglie, che probabilmente non conosce bene la sorte toccata al marito in Italia, la sofferenza ha toni dolci, ma terribilmente acuti:

Caro Kolia, non vedo il momento che la nostra famiglia si riunisca. Non ho che un desiderio; di esser tutti insieme. In questi giorni il nostro Koka è stato poco bene. Ho chiamato il dottore. Ora sta meglio. Tempo fa sono stata chiamata nella sua scuola. E’ buono ma non vuol studiare. Bisogna che tu gli scriva. [...] Se tu ritornassi presto! Io al solito lavoro, Koka studia. Da poco è venuta la mamma e cosi viviamo nella speranza di riunirci e allora vivremo benissimo. Scrivi come stai di salute, come vanno i tuoi affari. Quando potremo essere di nuovo insieme! Noi sentiamo molto la nostalgia di te stiamo male senza di te. E scrivici più spesso. Sono inquieta per la tua salute. Vorrei dirti tante cose ma non è possibile per lettera“.

Una risposta il marito riesce a inviarla, ma giunge in Russia quasi un anno dopo, nell’ottobre del 1939. Solo un mese prima, l’Armata Rossa ha aggredito da Oriente la Polonia, martoriata a Occidente dalla Wermacht di Hitler, in una guerra di distruzione di una ferocia che non ha precedenti e sconvolge ogni equilibrio. Tutto vacilla, gli ideali, il senso della dignità, il confine stesso tra ragione e istinto animale, i principi attorno ai quali solo pochi anni prima ruotava la vita di Nicola Patriarca e della sua famiglia. Ogni speranza sprofonda in una notte interminabile e buia e ciò che prima pareva a Varia motivo d’un orgoglio sia pure amaro si va trasformando in un cupo senso di colpa: “Caro e amato Koliuschka, [...] che amarezza di esserci creati da noi tanto dolore!” scrive la donna al marito il 15 ottobre del 1939 in una lettera in cui la disperazione si alterna alla speranza. “Pazienza”, [...] bisogna [...] aspettare che la felicità ci sorrida di nuovo. Dobbiamo vivere e credere che saremo di nuovo insieme“, prosegue la donna che, nel rimescolamento delle carte prodotto dalla guerra ha fatto quanto poteva per ottenere il ritorno del marito in Russia, ma non ha mai ottenuto una risposta precisa e s’è rassegnata: “io non posso far niente“, pare sia “necessario che tu faccia le pratiche. Informati costì“.
Quali pratiche e a chi indirizzate la donna non saprà mai. Ogni cosa diventa vaga, incerta e dolorosa, anche se Varia si fa coraggio e spera:

Koka sta bene..[...] Pare che studi un po’ meglio ma è sempre pigro. Potrebbe studiare benissimo ma contentiamoci. Adesso sta più in casa. Ho bisogno di 250 rubli per lui, ma forse li avrò presto. In generale ogni giorno mi porta una sorpresa ma penso che avrò la forza di sopportare tutto in attesa che venga il momento che saremo tutti insieme. Basta che ci sia la salute. [...] Caro Kola, io frequento i corsi di infermiera e credo che tra un mese e mezzo avrò il mio diploma. Mi è venuto a noia di fare l’insegnante. Come sarebbe bene se tu fossi qui. Devo fare tutto da me. [...] Nell’animo sento, tristezza. Tutti vivono con il marito, il mio non c’è“.

La stretta repressiva che accompagna la furia della guerra cancella le speranze di Vania. Dopo la Polonia, per Stalin è il turno della Finlandia; una dopo l’altra Hitler assale Danimarca, la Norvegia, l’Olanda e la Francia, contro la quale, abbandonando ogni prudenza, Mussolini scatena proditorio l’impreparato esercito italiano. Il 9 febbraio 1941, mentre l’Europa è ormai un sanguinoso campo di battaglia, Nicola Patriarca riesce a far giungere sue notizie alla famiglia:

Miei cari Variuscia e Koka, – scrive il confinato – è quasi un anno e mezzo che non vi scrivo e non ricevo vostre lettere, ma avrete probabilmente capito che non è per colpa mia. Oggi ho ricevuto il permesso di scrivervi una lettera in russo e ne approfitto immediatamente“.

Così si apre l’ultima lettera spedita dal confino. Un anno e mezzo di silenzio, una lontananza sempre più dolorosa e le mille ingiustizie subite sembrano finalmente lasciare un po’ di spazio alla speranza di un ritorno che, tuttavia, la tragedia della guerra rende sempre più difficile e avventuroso.

Sono sano e salvo – prosegue il Patriarca – penso a voi ogni giorno, vivo al pensiero di voi. Il 18 aprile finisce il mio esilio, cosa sarà dopo non lo so ma penso che vi rivedrò tutti e due. Sono già tre anni e mezzo che sono lontano da voi. Koka? [...] Credo che ormai non sia più il caso di chiamarlo così: quando l’ho lasciato era piccolo e adesso, se non sbaglio, deve avere 14 anni passati, già un giovanotto, a momenti bisognerà pensare a sposarlo. Come vanno, caro, le tue cose, che classe fai, come vanno gli studi, come passi le tue sere, sei sempre appassionato del cinema come eri prima? Quante domande vorrei fare ma non è possibile scrivere tutto. E tu Variuscha, ti ricordi sempre di me o mi hai dimenticato? Lavori sempre nella fabbrica dei profumi o fai l’infermiera come scrivesti nella tua ultima 1ettera. E’ sempre vivo il babbo o è morto, quando sono partito era già vecchietto [...] Della mia vita non c’è niente da scrivere, una vita monotona, un giorno assomiglia all’altro. [...] Vorrei scrivere tante cose ma i pensieri fuggono e non posso ricordarli. Variuscha, [...] dato che la lettera deve passare la censura, non rispondere ed aspettane una col nuovo indirizzo perché, come ti ho scritto, il 18 aprile sono libero e non so dove mi manderanno. Ecco per ora è tutto, vi abbraccio forte, forte a tutti e due“.

Kola svanisce così, con quest’abbraccio. Altro di lui non sappiamo e anche Varia perdiamo con lui. In quanto a Koka, non è da escludere: potrebbe essere ancora vivo. Sono trascorsi decenni. La rivoluzione bolscevica ha chiuso la sua parabola storica, la Russia dei Soviet si è disintegrata sotto il peso delle sue contraddizioni e quel fascismo che sognava di permeare di sé la civiltà occidentale vive solo nella nostalgia di vecchi rottami e nel delirio di qualche giovane fanatico. Non sappiamo se Kola sia riuscito a tornare tra i suoi compagni bolscevichi nella Russia aggredita, se abbia riabbracciato il figlio e la sua Varia e se assieme siano usciti indenni dalla ferocia della guerra. Come che sia andata, la vicenda di questo comunista merita d’essere ricordata in questo nostro tempo di strumentali revisioni e gratuiti processi perché ha il valore di un monito e chiede conto del silenzio che l’ha cancellata dalla storia. Lo storico – sembra dirci – non può chiamarsi fuori dalla mischia in nome di una pretesa neutralità dei fatti. Dietro gli eventi ci siamo noi e la storia è un dialogo tra uomini vissuti in tempi diversi tra loro, sicché il passato cambia col cambiare degli uomini e vive nel presente che ci aiuta a “leggere” In questo senso, Nicola Patriarca vive ancora. E ci parla.

Note

1.Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero dell’Interno, Casellario Politica Centrale, (da qui in avanti ACS, CPC), busta (d’ora in poi b.), 3781, fascicolo (in seguito f.) “Patriarca Nicola”, e Confino Politico, Fascicoli Personali (d’ora in poi Confino), b. 793, f. “Patriarca Nicola”. Sulla vicenda del profugo, si trovano cenni in Rosa Spadafora, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, Athena, Napoli, vol. I, pp. 27-28 e 373, che, tuttavia, si sofferma sulla vicenda personale di cui non coglie il profondo significato politico.
2.Nella sua recente storia dell’Unione Sovietica, Andrea Graziosi sostiene che fino al 1920, quando ne scrissero Ludwig Mises e Boris Davidovič Bruckus, nessuno aveva ancora “messo in luce la tara di origine ideologica” del sistema sovietico. In realtà, nel luglio del 1919, Errico Malatesta aveva già individuato i limiti teorici e l’esito fatalmente burocratico e autoritario della rivoluzione bolscevica. “Lenin, Troski e compagni, – ebbe a scrivere, infatti, Malatesta – sono di sicuro dei rivoluzionari sinceri, [...] ma essi preparano i nuovi quadri governativi che verranno dopo per profittare della rivoluzione ed ucciderla“. Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica. 1914-1945, Il Mulino, Bologna, p. 10, e lettera di Malatesta a Fabbri, datata 30-7-1919, in Errico Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, prefazione di Gino Cerrito, Tipografia Il Seme, Carrara, 1975, riportata da Luigi Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana. L’anarchismo in Italia dal biennio rosso alla guerra di Spagna. 1919-1939, Biblioteca Serantini, Pisa, 2001, p. 57.
3.Nella prima metà del Novecento Benedetto Croce elaborò una filosofia della storia in cui affermava che ogni storia e , per sua natura, “storia contemporanea“, perché lo storico guarda al passato con gli occhi dell’uomo del presente, alla luce dei problemi del presente e secondo la sensibilità del tempo in cui si è formato. La storia, quindi, non è solo una ricostruzione di fatti, ma il giudizio che se ne dà. Com’è noto, Croce sostenne questa sua affermazione con una constatazione logica: se lo storico si limitasse semplicemente a catalogare dei fatti senza esprimere giudizi, come farebbe a sapere ciò che vale la pena di catalogare? Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari, 1938. Nonostante la limpida riflessione di Croce, ancora alcuni anni fa, un noto studioso americano si è chiesto il perché della molto “recente acquisizione della storia contemporanea nell’ambito della rispettabilità accademica“, e ha ritenuto di poterle individuarle nell’assenza del necessario distacco e, quindi, di quella obiettività di giudizio assicurati dallo spegnersi delle passioni legate alla vicinanza degli eventi. Arthur Schlesinger Jr, On the writing of contemporany history, in “Atlantic Monthly”, marzo 1967, p. 69, riportato da Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 7-8, al quale si rimanda per un’attenta e aggiornata riflessione sull’argomento. Ancora molto stimolante in tema di filosofia della storia, nonostante gli anni, è certamente Edward Hallett Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1966.
4.ACS, CPC, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera proveniente da Kharkov, spedita al confinato dalla moglie Varia l’11 novembre 1938 e tradotta dal russo per la polizia da Valentina Dolgher.
5.Andrea Graziosi, L’Urss da Lenin…, cit., pp. 417-19. A proposito del terrore, Graziosi osserva che “una volta penetrata la sua logica, esso ci appare [...] una gigantesca opera di ‘pulizia’ decisa dall’alto, che seguiva due strade: l’eliminazione dei ‘detriti’ ostili lasciati dalla costruzione del socialismo [...] e quella di ogni quinta colonna potenziale in vista della prossima guerra. [...] Ciò spiega [...] il peso determinante che vi ebbero le nazionalità collegate a stati esteri, le persone che avevano contatti con l’estero [...] e gli stranieri, inclusi gli emigrati politici: molti dei comunisti rifugiatisi in territorio sovietico [...] presero allora la via delle carceri o del Gulag“. Ivi, p. 425. Sulla sorte degli italiani nella Russia sovietica, si veda Elena Dondovich e Francesca Roghi, Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma-Bari, 2006.
6.ACS, MI, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, nota n. 12.2 del 19-5-1938 inviata da Antonio Contursi, comandante della Tenenza Scali della Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Napoli, alla Regia Questura e, per conoscenza, al Comando del Gruppo Interno dei Reali Carabinieri di Napoli.
7.ACS, CPC, b. 3781, f. “Patriarca…”, profilo biografico.
8.Ivi, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., nota n. 12.2 cit.
9.Ibidem, nota n. 12.2 cit.
10.Ibidem.
11.Ibidem e Rosa Spadafora, Il popolo…, cit., p. 27 12.ACS, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., nota n. 12.2 cit.
13.Ivi, ordinanza del 29 maggio 1938, emessa dalla Commissione Provinciale per l’assegnazione al Confino di Polizia composta dal vice Prefetto, Gennaro Sannino, dal Sostituto Procuratore del Re, Beniamino Patrone, dal vice Questore Umberto Palma, dal comandante Gruppo Interno dei Carabinieri, Ulderico Berengo, da Michele Bellocci, Seniore della M.V.S.N e da Avallone Raimondo con funzioni di segretario.
14.Il carattere “preventivo” della repressione di massa, osserva Graziosi, fu quello “più discusso ai vertici. Stalin sottolineava nella sua copia della ‘Pravda’ i passaggi sul nemico interno” e “persino i filatelici furono tra le subcategorie del terrore“. Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin…, cit., p. 425.
15.Silverio Corvisieri, La villeggiatura di Mussolini: il confino da Bocchino a Berlusconi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004.
16.ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., Lettera della moglie Varia datata Kharkov 11 novembre 1938.
17.Ivi.
18.Ibidem, nota senza data e provenienza, ma spedita certamente da Kharkov l’11 novembre del 1938. Stupisce il fatto che nelle lettere dei familiari di Patriarca non si ritrovi cenno alla terribile carestia di qualche anno prima, sulla quale si veda Andrea Graziosi, Lettere da Kharkov: la carestia in Ucraina e nel Caucaso del nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino, 1991.
19.ACS, MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera della moglie Varia dell’11 novembre 1938.
20.L’alleanza della Russia con la Germania fu conseguenza diretta di gravi scelte politiche dei Paesi occidentali. Com’è noto, il “Cremlino provò a costruire un’alleanza militare che scoraggiasse Hitler“, ma non trovò alcuna disponibilità. Londra, infatti, che sperava in un conflitto tra Germania e Russia, “non mandò il suo ministro degli esteri a condurre i negoziati a Mosca, ma un addetto militare” al quale “non fu conferito il mandato per trattare“. Le conseguenze furono naturalmente tragiche, perché, come osserva Service, “se Stalin aveva sinceramente pensato a un’alleanza con le democrazie occidentali, ora sapeva di non poter contare su di loro“. Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 278-79. Sulla vicenda si vedano Michael Jabara Carley, 1939: l’alleanza che non si fece e l’origine della seconda guerra mondiale, La Città dl Sole, Napoli, 2009, e Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin…, cit, pp. 447-49, che si ferma però quasi esclusivamente sulla politica estera di Stalin.
21.ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera inviata a Nicola Patriarca dalla moglie Varia il 15 ottobre 1939.
22.Ivi.
23.Ibidem, lettera di Nicola Patriarca spedita da San Costantino Calabro il 9-2-1941.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 dicembre 2009.

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Se il Dio dei cattolici esiste, ha impedito ai suoi fedeli di consumare un’empietà: strappare alla morte un corpo sventurato che da lunghi anni egli aveva inteso chiamare alla sua presenza. Ha impedito un gesto di ferocia che ricorda da vicino la lucida follia del Sant’Uffizio, che, d’altra parte, trovò compatti chierici e fanatici: era figlio di Dio.
Tanto basterebbe per valutare la differenza profonda che corre tra fede, religione e fanatismo clericale. Tanto basterebbe e la pietà civile, versate lacrime che nessun integralismo sa e può piangere, confinerebbe nella tragedia storica dell’ignoranza, della superstizione e della malafede una vicenda indecorosa e, per certi versi, tutta italiana.
Il punto è che il rigurgito gesuitico e il rinnovato e ossessivo “Dio lo vuole” non c’entravano e non c’entrano davvero nulla con la vita e la morte. Il punto è che la Linguadoca di nuovo bruciata e l’inferno chiamato in causa a difesa del paradiso, non avevano e non hanno nulla a che spartire con la difesa della vita, col sacro rispetto per la morte e con quel “mistero del dolore“, cui s’erano appellati, bestemmiando, le supreme gerachie Vaticane. Il punto è che dietro il nero delle tonache, il baluginare delle candele, le croci sollevate a mo’ di spada, i grani di rosario consumati e una furia sanfedista alimentata ad arte da chierici e politici s’intravedeva e s’intravede, lucida e agghiacciante, la condanna a morte della nostra democrazia. Il punto è che indietro non si torna e ciò ch’è accaduto lascia un segno profondo. Un Parlamento delegittimato, nato servo e mai delegato, un Parlamento “nominato” che non ha maggior legittimità e rappresentatività della “Camera dei Fasci e delle Corporazioni“, è stato colto sul fatto dal Dio al quale s’appellava, sorpreso nel momento in cui, in suo nome, in nome del Dio dei cattolici, poneva mano a una legge voluta da un uomo che nulla sa di fede, di speranza e carità. Una legge pensata solo per cancellare in un sol colpo la divisione tra i poteri, che fu il vanto della democrazia borghese, e la dignità di quelle che un tempo erano assemblee elettive. Una legge che apre la via al tentativo di dar vita a un nuovo totalitarismo, a uno Stato etico, padrone assoluto della vita, della morte e della volontà di cittadino ritornati sudditi.
La morte pietosa e la mano di non so quale dio, stanco di bestemmie e di menzogne, chiudono la vicenda umana. Vive, ci resta dentro come un grande insegnamento, l’esempio di dignità di un piccolo, grande eroe: Beppino Englaro, che sta lì a mostraci tutta intera la miseria morale di buona parte della nostra classe dirigente. Rimane aperta, è oscura, inquieta e tiene sospese le coscienze democratiche, la vicenda politica. Domani potremmo celebrare non uno, ma due terribili cerimonie funebri: quella d’una donna sventurata, che un’oscena sete di potere meditava di tener prigioniera della morte in nome della vita, e quello della nostra democrazia, della vita civile di noi tutti, che si medita di pugnalare alla schiena in nome della democrazia. Noi però lo sappiamo, noi l’abbiamo imparato: fu seguendo la via della democrazia che Hitler e Mussolini celebrarono i funerali della libertà. Gridiamolo, perciò, rompiamo il silenzio e sia ben chiaro a Berlusconi e ai suoi accoliti: di qui non si passa. La storia non si ripete.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 febbraio 2009

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* Sono trascorsi molti anni, ma mi pare attuale e, archiviandolo in questo spazio che in fondo è un pezzo della mia memoria, tornerei a scriverlo così come lo ripropongo, mentre Bush esce di scena e consegna alla storia gli anni oscuri e, per certi versi barbari, della sua presidenza.

Napoli, 7 ottobre 2001

Mi rivolgo a voi, perché sento il bisogno di affidare alla vostra passione civile le mie riflessioni sulla miseria quotidiana del dibattito politico, sull’individualismo dilagante che colma il suo vuoto morale coi feticci del mercato e sulla tracotanza di un potere economico deciso ad autoregolamentarsi; un potere che celebra i suoi fasti nel rituale dei sorrisi stereotipati consegnati alle telecamere negli incontri dei cosiddetti “grandi”, mentre la protesta giovanile incendia le piazze dell’Occidente, l’intifatada insanguina il Medio Oriente e la civiltà islamica è sconvolta dalla furia integralista. Un’orgia di violenza e ipocrisia, in cui la politica annega senza sussulti e senza dignità. Di fronte ad una crisi epocale, stretti nella morsa di problemi irrisolti. rifiutiamo di “leggere” con spirito autocritico le manifestazioni estreme di una violenza che l’Occidente ha costruito, giorno dopo giorno, ignorando le contraddizioni del mondo, i segnali di malessere, le domande e le insoddisfazioni dei giovani. L’Occidente, che ha edificato le sue fortune sulla violenza e sullo sfruttamento delle risorse economiche ed umane del cosiddetto “terzo mondo”, ed oggi entra in guerra contro la disperazione – un intervento mirato, per usare un tragicomico eufemismo particolarmente fortunato in queste ore difficili – fingendo di credere che un’azione bellica possa dire parole risolutive in tema di terrorismo. E’ la “guerra infinita” di Bush, la nostra guerra, collaterale e solidale, che ci vede sgomitare per un posto in proscenio. Perché la guerra? Perché – urla la canea “interventista” -c’è stato un grave attentato, anzi, un atto di guerra, che richiede una risposta militare. Per mettere a tacere chi osserva che un attentato, per quanto feroce, è un crimine da codice penale, c’è addirittura chi evoca il fantasma di Pearl Harbor. Per manipolare le coscienze, di storia scrivono sempre più spesso opinionisti, politologi e pennivendoli. Gaetano Arfé ha affermato di recente che toccherebbe alla “corporazione degli storici” denunciare le strumentali forzature che, stravolgono la ricostruzione della storia a fini di penosa propaganda, ma gli storici reagiscono debolmente o tacciono. Un silenzio inquietante, perché torna utile a chi, forzando il senso di fatti e parole, svuota di significato i valori della democrazia. Indicativo, in questo senso, l’uso della parola guerra, pronunciata da Bush e compagni sull’onda emotiva dei tragici eventi dell’undici settembre, poi ribadita sino a coinvolgere la NATO e infine tradotta in azione. Messa al bando in uno sforzo di censura che ha partorito la formula demenziale dell’intervento “umanitario”, per dieci anni la guerra è stata fatta e negata, sostenendo l’azione militare con una propaganda da regime, che ha giustificato l’uso delle armi con violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani interni agli Stati attaccati: il Kuwait invaso dall’Iraq, gli albanesi del Kosovo vittime della ferocia serba e così via. La guerra si è fatta, ma il “circuito massmediatico” ha negato l’evidenza per dimostrare che guerra non era, per disinformare le masse e conquistarne il consenso. Ormai è evidente: per sfruttare appieno la caduta del muro di Berlino, si è messa in scena la farsa della funzione “morale” del capitalismo che garantiva al mondo, liberato dalla “tirannide del comunismo” e unificato dal “mercato”, l’era della serenità e del benessere. E se in giro c’erano ancora dei tipacci, il loro tempo era scaduto – prometteva l’Occidente – e non avrebbero recato più danni alla “comunità internazionale”. Di qui le scorrerie anglo-americane nei cieli di Baghdad, le “operazioni di polizia preventiva” contro il Sudan, i nuovi o rinnovati “embargo” contro Cuba, l’Iraq e la Jugoslavia, le regole oscure e le leggi retroattive del tribunale internazionale dell’Aja. Un tribunale illegittimo, come affermano ormai uomini del valore di Raniero Lavalle. In dieci anni è nato il mondo “virtuale” della globalizzazione, unificato solo da slogan e grafica computerizzata, in cui le contraddizioni sono risolte, non esistono né conflitto né proprietà sociale, la resistenza dei popoli è anomalia, malattia sociale, terrorismo e la guerra si fa solo a popoli e Stati “criminali”. Alla farsa segue così la tragedia.
In questo quadro si collocano le immagini sconvolgenti delle torri attaccate, diffuse dalla televisione in “tempo reale”, e le conseguenze dell’attentato. Da settimane l’animo ferito si ribella e l’intelligenza offesa s’interroga. Domande angosciose, dopo lo choc. Una anzitutto, che non so evitare, nonostante il rispetto per le vittime, o che forse mi pongo proprio per la pena che sento: si può aggredire un popolo, scaricandogli addosso la responsabilità di una follia che non può essere sua? Un attentato impegna polizia, magistrati e servizi segreti nella ricerca di prove e colpevoli, impone di indagare in ogni direzione, anche in casa propria, per far luce su possibili connivenze, senza negare i diritti della difesa, di domandare estradizioni in base ai trattati internazionali, di fare processi giusti, come detta la legge. Qualora esista il dubbio che un’autorità politica costituita, che abbia confini, territori, eserciti regolari e riconoscibili, abbia prestato o presti aiuto a presunti colpevoli, allora, a sostegno dell’accusa gravissima, servono prove da presentare ad organismi internazionali neutrali e indipendenti, per rimettersi al loro inappellabile giudizio sul riconoscimento della colpa, sulle eventuali sanzioni, sui modi in cui applicarle e sulla scelta degli esecutori. Solo un’assemblea di barbari, che si affidi al giudizio di Dio, all’ordalia, ricorre alla guerra come strumento di giustizia: la legge fondante della guerra è la violenza e la giustizia compatibile con la violenza è quella sommaria. Non è pacifismo, ma senso della storia. Un conflitto che impegni un popolo contro un esercito aggressore è il tragico prezzo che l’uomo paga al suo amore per la libertà. Il resto è retorica, egoismo travestito da ideale, serve a mercanti d’armi, speculatori e sciacalli. Finché non sarà dimostrato che un attentato è un atto di guerra e che un popolo inerme risponde dei misfatti dei tiranni che lo governano, bene, quali che siano le segrete e “impressionanti” prove raccolte dagli USA, il diritto sarà dalla parte del popolo afgano, vittima di una dittatura costruita dalle potenze che oggi lo aggrediscono. Comunque si guardi, la guerra, questa guerra, è illegale e chi la conduce non colpisce i terroristi, ma li aiuta a crescere.
In quanto agli italiani, che un Parlamento “interventista” non ascolta, questa guerra non ha motivi riconosciuti dalla Costituzione, ed essi non la vogliono. Non la vogliono i milioni di disoccupati, costretti a guerre quotidiane con la disperazione, le madri, che temono per i figli, i vecchi che la guerra l’hanno fatta o la ricordano, i giovani che contestano la globalizzazione, chiedono nuovi diritti, legalità e giustizia e coltivano un sogno: “un altro mondo è possibile”. Un mondo che non vuole terroristi e guerre. Ma chi ascolta i giovani? Chi valuta i danni arrecati dalla nostra scarsa onestà intellettuale alla loro crescita civile? Che diremo loro dopo le menzogne dell’azione di “polizia internazionale” e degli “interventi umanitari”, smentite dalle immagini quotidiane dei bombardamenti su popolazioni inermi e dai risultati ottenuti? Prevarrà, come temo, la favola ignobile della “guerra giusta” e dell’intervento “mirato”, o troveremo il coraggio di sostenere le ragioni della storia, per affermare che la guerra non serve e nasconde fini inconfessabili, che noi, anzitutto noi, siamo i padri della violenza che ci esplode contro, per denunciare chi getta in braccio ai terroristi masse disperate perché non ne ascolta le ragioni? Restituiremo dignità politica alle nostre parole per affermare che nessun gesto estremo giustifica la condanna di un popolo ch’è tutto intero un mondo? Versailles, addebitando alla Germania lo scoppio della “grande guerra”, innescò la bomba che, vent’anni dopo, uccise milioni di sventurati e firmò l’atto di nascita del nazismo che si macchiò di crimini disumani, tutti ampiamente provati. Norimberga, tuttavia, tribunale di vincitori ammaestrati dalla storia, non osò condannare il popolo tedesco e la grande cultura germanica per i crimini nazisti ed evitò di farne un popolo di disperati, pericolosi per l’umanità. Difendiamola, quindi, la civiltà dalla barbarie, ma con le armi della democrazia, non con quelle dei barbari. Trovo così dolorosa la violenza esercitata dallo Stato in nome della legalità, che l’idea di affidare agli USA o alla NATO l’esercizio della giustizia tra i popoli, ricorrendo alle armi, mi fa pensare al suicidio delle leggi su cui fonda la convivenza civile: l’eutanasia della civiltà, per far guerra ai barbari. Non è un paradosso, ma un rischio concreto, se la politica non torna a ragionare in termini di diritto, restituendo i terroristi ai loro giudici naturali e facendo giustizia di una stridente contraddizione: la guerra riconosce al nemico una qualche legittimità politica, una dignità che spetta al soldato, il quale – aggiungo – ha una bandiera e una causa da difendere. Se – come si vuole – i terroristi non hanno bandiere e sono solo criminali, allora la guerra è illegittima. Anche se il delitto ferisce l’intera comunità dei popoli, ci vogliono codici, leggi e tribunali. Lo chiede la maestà del diritto, e quindi la civiltà, lo impone, a noi italiani, la Costituzione, che non consente di rispondere ad un crimine con un crimine. Questa guerra è illegale e il Parlamento, che invita a por mano alle armi, rischia di produrre ferite profonde nel tessuto democratico del Paese. Certo, gli americani ci stimano poco e chiederanno uomini solo in caso d’estremo bisogno. Se le cose però dovessero complicarsi, partiremmo per una guerra ingiusta e dichiaratamente sporca. Occorre evitarlo. E’ vero che siamo ad una svolta. A determinarla, però non è l’attentato alle torri. La miopia politica, il conformismo soffocante della vita sociale e la tracotanza d’un potere economico che non accetta regole, stanno dividendo il mondo. Il movimento contro la globalizzazione e la durissima risposta repressiva sono un monito serio. Cresce il dissenso, molti disertano il campo senza onore di chi, seminando disperazione, alimenta il terrorismo e se ne serve finché torna utile ad inconfessabili progetti, se poi non sta al gioco, gli dichiara guerra.
Potrei sbagliare, ma i presupposti per una rivolta morale ci sono già tutti. Il clima è sempre più pesante e quanto è accaduto dopo l’attentato è emblematico. La Palestina brucia e Bush, a caccia di alleati per rompere il fronte arabo, offre ad Arafat ciò che ha sempre negato, ignorando l’integralismo che terrorizza Israele. Gli ebrei, che non hanno più mano libera, accusano: l’obiettivo della guerra non è il terrorismo. C’è di che meditare, invece si corre tra i punti estremi di un segmento: gli USA rinviano all’Afghanistan, Kabul a New York, e tutti alla guerra. Un andirivieni dettato dal tema scelto dal “pensiero unico”: il terrorismo. Uscire dal coro spudorato di commenti e versioni ufficiali è “uscire fuori tema”. A leggere i fatti è il potere, ed è un assioma; la prova è provata, il diritto è ignorato e in quanto alla difesa, consentita anche al reo confesso, non c’è chi ne parli. Per chi dissente, è pronta l’accusa: cattivo maestro, fiancheggiatore o complice. Questione di età. Un dogma non si discute e di dogma si tratta: un Dio adirato ha scolpito la verità a lettere di fuoco nel nuovo decalogo e occorre crederci: il dubbio è eresia e, conduce al rogo. Parlando per bocca di Bush, che comunica il verbo agli europei adoranti, è stato chiaro come solo un Dio sa essere: tu – ha detto al presidente eletto tra sospetti di brogli e indifferenza di popolo da una pattuglia di sponsor – tu sei il braccio armato del bene che combatte il male. E il male, ha aggiunto, non sono le gravissime ingiustizie sociali, lo sfruttamento del lavoro ricondotto alla schiavitù, il traffico di droga ed armi, le insostenibili discriminazioni, la miseria disperata, la fame che uccide milioni di bambini all’anno sottraendoli pietosa alla caccia dei mercanti d’organi, all’insidia delle mine che li lasciano ciechi e senza mani, e le altre infamie che tormentano i diseredati del pianeta. Il male è il terrorismo, che ci impedisce di aprire l’età nuova e merita la guerra che condurrà la terra al regno del bene. Ecco la buona novella, la volontà del Dio dell’Occidente, che di terrore s’intende come il suo profeta. Ed ecco, la guerra è venuta e farà i suoi morti. E’ venuta, perché “Dio lo vuole” e non c’è che fare: l’Europa non ha né un Lutero da opporre né nuove tesi da esporre a Wittenberg. Nessuno protesta e molti, folgorati sulla via di Damasco, ingrossano i ranghi dell’armata: la Russia per prima, decisa a liquidare la resistenza cecena, che – serve dirlo? – è diventata una pericolosa centrale del terrore. Protette dall’ombrello NATO, in Spagna ed Irlanda IRA ed ETA hanno licenza di uccidere e nessuna sconvolta coscienza pensa di bombardare l’Ulster o i Pirenei. Eccola la guerra, in Oriente ovviamente, che già fai suoi morti. La guerra modernissima che i giornalisti non possono documentare e di cui non si sa niente, se non che gli occidentali eliminano i “terroristi” e i loro complici. Cadono, uccisi dalla fame e dalle armi, donne, malati, vecchi e bambini inermi ma Veltroni, non pianta alberelli inteneriti nelle vie della città eterna e non ci sono pennivendoli a ricordarli commossi. Cosa ricordare del resto, come imbastire la telenovela? Le vittime non sono sposini in viaggio di nozze, non hanno cellulari con cui invocare aiuto dalle macerie che li coprono, non sono lavoratori e cittadini esemplari o addirittura eroi, che, si sa, nascono solo in Occidente. L’Oriente produce al più dittatori spietati, kamikaze folli, straccioni e disperati. Tutti potenziali terroristi, gente per cui non si coprono muri con foto e fiori e non si sprecano minuti di silenzio nelle scuole, negli uffici e negli stadi.
Per quanto mi riguarda, sono inquieto. Ho assistito in diretta televisiva ad un tragico massacro. Sembrava un videogame ed era una strage. Ho visto materializzarsi l’impossibile. Può accadere – mi hanno spiegato – ma non ne sono convinto. Potrò sbagliare, credo però che l’eccezionalità dell’evento meriti un rigido rispetto delle regole. Le chiacchiere dei giornalisti, ispirate – o dettate? – da fonti occidentali, la ridda di ipotesi, notizie incontrollabili insinuate nel linguaggio ambiguo dei periodi ipotetici, tutto “potrebbe” e “sarebbe”, lasciano il tempo che trovano. Occorre sgombrare il campo da dubbi legittimi sulle possibilità concrete che un’organizzazione terroristica abbia di realizzare un attentato della micidiale efficacia di quello attuato negli USA, senza appoggi, connivenze o interessati silenzi di servizi segreti di livello occidentale. Un esame onesto dei fatti, così come sono noti, conduce ad una solo indiscutibile conclusione, la stessa che alcuni conduttori televisivi – cedendo a scrupoli residuali di una coscienza professionale che sembra morire – non hanno voluto cancellare dalle risposte ironiche e amare della gente di Harlem: “gli unici che ricavano vantaggi da questa tragedia – dicevano gli americani che non votano – sono gli Stati Uniti, che ora hanno il mondo in pugno”. Riflessioni di un’altra America, che non conta e perciò è ignorata; un’America più viva e più vera di quella tutta fede, patria e bandiere delle star, degli uomini d’affari e del cittadino “televisivo”. L’America che non s’interessa di politica perché nessuno la rappresenta – né i democratici, né i repubblicani – ed ha diritti concreti quando ci vuole la fanteria che rischi la pelle. L’America ignorata e irridente che ti conquista in un amen ed alla quale mi sento vicino, perché non rinuncia a pensare e resiste come me al lavaggio del cervello operato dai media. Il Signore della civiltà NATO mi destinerà a castighi impensati, ma devo dirlo: è dal 1861 – dalla lontana Guerra di Secessione – che la cultura militare statunitense non solo teorizza l’opportunità di prendere di mira la popolazione civile del paese nemico, ma traduce in sistematica pratica bellica questa impostazione teorica. La logica del Pentagono è ancora quella spietata del generale Sheridan – “non bisogna lasciare al popolo altro che gli occhi per piangere le sue sofferenze”. Posso dirlo o bestemmio? I morti di New York non mi hanno fatto più pena di quelli sepolti sotto i cumuli di macerie prodotti dai nostri bombardamenti in Serbia ed in Iraq, dove l’Occidente ha sperimentato le sue armi proibite e la tragedia delle torri bruciate è stata a lungo vita quotidiana. No, non credo che in ciò che accade la sola lesa sia l’Occidente, quello schiavista dell’Asiento, delle guerre di religione, di Torquemada e dell’Inquisizione, di Hitler, del razzismo, dei disastri del colonialismo e delle carneficine dell’imperialismo, l’Occidente che oggi convive senza problemi di coscienza con gli oltre quaranta milioni di bambini che muoiono ogni anno di mille morti atroci. In quanto alla guida del mondo civile, smettiamola di assegnarla a Bush, come non sapessimo che per volontà sua e di una parte del suo popolo – la minoranza nella minoranza che vota? – ogni giorno bambini iracheni muoiono per mancanza di medicinali. E’ un primato che non riconosco perché so che negli USA il boia lavora nonostante l’insegnamento del nostro Beccaria – ma Bush conosce Beccaria? – perché, per volontà del suo popolo, Hiroshima e Nagasaki, inermi città giapponesi dove c’erano solo donne, bambini e vecchi, conobbero gli effetti delle bombe atomiche, le uniche che mai esercito abbia usato contro un nemico. Mi spiace, ma non so ignorare che per volontà di chi rappresenta la “civiltà”, le bombe di Pinochet piovvero sulla residenza di Salvador Allende, così come sui villaggi vietnamiti si abbatterono le terribili bombe incendiarie che uccisero atrocemente un’infinità di innocenti. No, non credo di dover dimenticare, perché so che esistono un’Europa ed un’America ricche d’umanità e d’innocenza, che non stanno con Bush, o con Prodi. No, non ho bisogno dell’alberello d’un sindaco smemorato per ricordare ciò che c’è da ricordare.
Portino, perciò, Bush e compagni, improbabili paladini del bene, la vendetta del Dio della NATO agli “studenti” afgani, un tempo loro buoni amici. Io non sarò sotto le loro bandiere e spero che, in un guizzo d’orgoglio, altri eretici affrontino il rischio del fuoco e dicano ciò che pensano: noi non vi seguiremo.
E’ un po’ che leggo con interesse gli studi sul crollo dell’Impero Romano. Partono tutti da una constatazione: sembrava impossibile e divenne inevitabile. Dio era con i barbari.

Pubblicato su “Fuoriregistro” l’11 ottobre del 2001.

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