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6269781250_6aa9a0fee3[1]Il prossimo 25 aprile, in una città mobilitata contro il ricatto del debito e la distruzione dello stato sociale, Madrid celebrerà la «festa nazionale per la liberazione da tutti i fascismi» e renderà omaggio alle donne e agli uomini accorsi in Spagna in difesa della Repubblica minacciata da Franco. Sarà l’occasione per una riflessione sulla lotta antifascista di resistenza, sull’attualità e il valore del 25 aprile in un’Europa paradossalmente «unita» eppure divisa come non pareva potesse più esserlo. E’ difficile immaginare in quante scuole e università italiane ci sarà spazio per ricordare e quanti giovani, nel clima politico che viviamo, conoscano Rosselli, Pesce o Vincenzo Perrone, caduto per mano franchista a Monte Pelato, e le ragioni per cui migliaia di ragazzi e ragazze nel 1936 partirono dall’Italia per combattere una guerra che non pareva riguardarli. Tra presente e passato s’è ormai creato un pericoloso «corto circuito» e non c’è nulla purtroppo che somigli a un gregge quanto un popolo che ignora la sua storia.
Lo dicono in tanti: «in Europa c’è la crisi». Pochi, tuttavia colgono probabilmente la contraddizione storica da cui essa scaturisce. Figlia del«Manifesto” scritto da Spinelli, Rossi e Colorni, confinati a Ventotene, e perciò «geneticamente» antifascista, l’Europa unita, infatti, non solo ha smarrito i suoi autentici connotati, ma si va sempre più trasformando nel suo esatto contrario. Nata per impedire l’«oppressione degli stranieri dominatori», è uno strumento di oppressione di alcune élite su masse popolari escluse dai processi decisionali; concepita come antidoto alla degenerazione degli ideali di indipendenza nazionale in quel nazionalismo imperialista che intralciava la libera circolazione di uomini e merci, con la vicenda libica sembra ormai tornata all’imperialismo. In quanto alla libera circolazione, porte spalancate per le merci, soprattutto se speculano sulla qualità, sul costo del lavoro e sui diritti negati, ma per quanto riguarda gli uomini, entro e fuori dai suoi confini, l’Europa mortifica le ragioni stesse della sua esistenza. Da anni ormai una umanità dolente paga sulla propria pelle il naufragio di quel capitalismo che dopo il crollo del muro di Berlino aveva annunciato l’età dell’oro e la «fine della storia». Mentre gli immigrati sono respinti o internati e chi domanda asilo solo raramente trova accoglienza, entro i confini della «terra promessa» l’egemonia dei «paesi creditori» su quelli debitori disegna ormai il quadro di una vera colonizzazione interna. Non bastasse questa grave miseria morale, l’Europa unita, in mano ad élite che governano senza mandato, snatura se stessa, adottando un modello di «democrazia senza partecipazione» e ripudia persino Montesquieu. A rendere più profonda la rottura con l’ispirazione solidaristica dell’idea federalista, a fare dell’Europa un’atroce «zona franca» nella corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori hanno pensato poi, negli ultimi anni, l’olocausto mediterraneo e la Grecia, asservita agli interessi delle banche. Un disprezzo così profondo per la vita umana, richiama alla mente le riflessioni di Hannah Arendt, sulla «banalità del male» e la filosofia della storia che tra le due guerre mondiali scrisse le pagine più buie della vita dell’Occidente. Dietro il dramma che si profila minaccioso e chiaro all’orizzonte, si intuiscono le ragioni insondabili del profitto che antepongono all’umanità sottomessa gli interessi parassitari di quel capitale finanziario che vide nel fascismo la sua naturale tutela.
In questo quadro, recuperare alla memoria storica la dimensione internazionale dell’antifascismo e della Resistenza, ovunque sia possibile – scuola, università, dibattito culturale, movimenti di lotta alla globalizzazione dello sfruttamento – significa far crescere intelligenze critiche e combattere il pensiero unico. C’è un passo del «Manifesto di Ventotene» in cui l’esperienza di chi ha vissuto la repressione fascista e ha combattuto la sua battaglia per i diritti e la dignità si volge al futuro con uno sguardo così penetrante, da sembrare profetico. E’ un passo che andrebbe studiato L’Europa dei popoli uniti, vi si legge, non nascerà senza contrasti. I «privilegiati [...] cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata di sentimenti e passioni internazionalistiche». Gli antifascisti non hanno dubbi: «quei gruppi del capitalismo [...] che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati» – scrivono con mano ferma – «già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. [...] hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando [...], si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti».
Tornare all’antifascismo e alla sua lunga stagione di lotte condotte tra incomprensioni, fratture e scontri dolorosi come accadde per la guerra di Spagna non vuol dire cercare rifugio nel passato di fronte alle sconfitte del presente, ma cogliere la lezione che viene dai fatti: c’è nell’antifascismo europeo un filo rosso che lega il passato al presente e disegna una via per il futuro. Il cammino aperto in Spagna da giovani accorsi da ogni Paese a sostegno della libertà e dei diritti calpestati, non si è fermato a Guernica o a Barcellona, nonostante la ferocia dei primi bombardamenti terroristici. Molti dei combattenti italiani di Spagna presero anni dopo la via dei monti e combatterono la guerra partigiana, testimoni troppo spesso dimenticati di una vicenda che segna in maniera indelebile la storia del Novecento. La guerra di Spagna, ebbe a scrivere Pierre Vilar, «come fatto culturale ebbe un valore universale». Il valore che Carlo Rosselli, un grande antifascista, seppe riassumere in una frase che sembra scolpita nella storia: «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo».
Molte cose sono cambiate, ma l’Europa in cui viviamo sembra restituire alla sfida di Rosselli il valore di un monito a futura memoria. E’ necessario che il filo della memoria non si spezzi. Non a caso Madrid che lotta in piazza, sente il bisogno di ricordare: nella memoria storica c’è spesso il senso più profondo del presente. E’ una lotta che qui da noi dovrebbe fare della scuola statale non solo il punto di sutura tra tempo della storia e tempo della vita, ma un baluardo che va difeso. Costi quel che costi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 aprile 2013

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Da un po’ tutto s’è fatto così buio, che se accendiamo un lumicino è necessario riparare gli occhi con la mano, perché la luce ti ferisce. Lavori, militi, rifletti, scrivi, ti accampi negli archivi in cui sei entrato giovane e lo sai bene: ormai ci sei stato tanto, che occorre ti prepari a uscirne. Sei vecchio quanto basta perché sempre più spesso ti capiti di chiederti a che sia servito e a che serva interrogare il passato, quando il presente minaccia il futuro e di mille battaglie, non una alla fine ne hai vinto. 
Da un po’ c’è tanto buio attorno a te, che se un lumicino s’accende, tutto riacquista un senso  e ti accorgi che, tornassi mille volte indietro, mille volte rifaresti quello che hai fatto e non hai rimpianti. A qualcosa è servito, certo che è servito, mi dice un messaggio venuto dalla Spagna a cancellare i dubbi. Una buona notizia e val la pena di raccontarla.

Cari partecipanti al congresso di Barcellona del novembre 2011,
in attesa dell’imminente uscita del volume degli atti vi comunico con un certo orgoglio che la nostra denuncia dei bombardamenti di Barcellona da parte dell’aviazione legionaria ha aperto una prima breccia nel muro di impunità che “tutelava” i crimini della guerra civile.
È un risultato storico.
Qui l’articolo de El País
Allego il nostro un comunicato e vi invito a diffondere la notizia!
Un caro saluto,
Ida
Associació Altraitalia - Barcellona“.

 

SENTENZA – COMUNICATO STAMPA

La sentenza pronunciata oggi dalla sala X dell’Audiencia Provincial di Barcellona rappresenta un avvenimento di portata storica.
Finalmente si è infranto quel muro del silenzio che per anni ha impedito, sul fronte pubblico, la conoscenza di importanti avvenimenti del nostro recente passato, mentre su quello giudiziario ha bloccato qualsiasi tentativo di individuare i responsabili dei crimini contro l’umanità commessi durante la Guerra civile spagnola.
Questa sentenza determina l’apertura di una fase istruttoria volta a individuare i responsabili dei bombardamenti a tappeto, condotti dall’aviazione italiana, che tra il gennaio 1937 e gli ultimi mesi del 1938 colpirono la popolazione civile della città di Barcellona.
Paradossalmente, i promotori di questa azione di denuncia contro uno degli episodi più drammatici della violenza fascista in territorio spagnolo sono proprio i membri di un’associazione di italiani, l’Associació Altraitalia – Barcelona, che costituendosi parte civile ha accompagnato nel percorso giudiziario due delle vittime ancora in vita dei bombardamenti del quartiere della Barceloneta.
Con la precisa volontà di rendere noti e divulgare importanti fatti storici volutamente dimenticati e occultati dalle rispettive autorità istituzionali.
Dal 2009 la commissione memoria di questa associazione antifascista non legata ad alcun partito, ha testardamente portato avanti il suo progetto, nonostante le reazioni di sarcasmo e incomprensione
ricevuti da gran parte dei suoi interlocutori, ed è riuscita a raccogliere tutto il materiale storico necessario per esporre la sua denuncia per i bombardamenti effettuati dall’aviazione e dalla marina fascista nel 1937-38 ai danni della popolazione civile inerme, che costò oltre 6 500 morti al popolo catalano. L’ indifferenza e l’ostracismo che questa iniziativa ha incontrato nelle istituizioni catalane e italiane durante questi anni è stata sottolineata dalla sentenza stessa in riferimento al comportamento negligente tenuto dalla Generalitat e dai comuni delle zone bombardate che dal punto di vista giuridico non hanno promosso o appoggiato iniziative per sanare questa ferita umana e per restituire dignità storica alle vittime.
L’intervento delle truppe e le armi inviate da Mussolini sono stati decisivi per il trionfo del colpo di stato militare di Franco contro un governo democraticamente eletto e legale. Legalità che i bombardamenti violarono sistematicamente: l’Italia non aveva mai dichiarato guerra alla Repubblica spagnola, gli aerei e le imbarcazioni che effettuavano le azioni erano “pirata”, perchè avevano accortamente mascherato i loro segni di riconoscimento e operavano prevalentemente di notte, inoltre con la modalità dei bombardamenti a tappeto, utilizzata per la prima volta contro una grande città europea, si infrangevano i patti internazionali che lo stesso stato italiano -in quanto firmatario- si era impegnato a far rispettare.
Per come è stato dimostrato dai documenti d’archivio italiani i bombardamenti avevano l’obiettivo di attaccare e terrorizzare la popolazione civile catalana con il fine di provocare la demoralizzazione della retroguardia repubblicana.
I membri di AltraItalia hanno anche promosso una ricerca d’archivio (pubblicata nella rivista Sapiens num. 114 del 2012) in cui si dimostra come fino alla fine degli anni Cinquanta lo stato democratico italiano continuò vergognosamente a ricevere dal regime franchista il risarcimento delle spese di guerra sostenute. Con l’intenzione di promuovere il dibattito sulle implicazioni dle fascismo italiano con il colpo di stato di Franco, la guerra civile e la successiva dittatura, l’associazione ha organizzato inoltre delle giornate internazionali di studio dal titolo: “Catalunya-Itàlia: memòries creuades, experiències comuns Feixisme i antifeixisme des de la Guerra Civil fins a la Transició (1936 -1977)”, che si realizzarono con il supporto del Memorial Democràtic della Generalitat de Catalunya il 25 e 26 novembre 2011.
Eppure lo stato italiano non solo non ha mai riconosciuto le responsabilità di queste azioni militari, anzi ha permesso la creazione di monumenti e lapidi agli eroi della “Guerra di Spagna” che dagli aerei dell’esercito italiano uccisero donne e bambini a sostegno della sollevazione franquista. In varie città italiane, come Arezzo e Trieste, si mantengono e addirittura si inaugurano spazi dedicati a membri delle truppe fasciste caduti nella guerra di Spagna. Una guerra che rappresenta una pagina volutamente rimossa dalla memoria storica e civile italiana.
Per costruire una nuova Europa dei popoli su valori condivisi bisogna ristabilire la verità storica. Così l’hanno inteso i figli e i nipoti delle vittime dei massacri nazisti perpetrati tra il 1944 e il 1945 in diversi centri italiani che, con l’appoggio delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali, hanno portato a processo, 60 anni dopo, i responsabili di quei crimini, ottenendo condanne e riconoscimento di risarcimenti.
Le vittime dei bombardamenti del quartiere della Barceloneta, contattate e sostenute da AltraItalia, attraverso gli avvocati Newton Bozzi (membro dell’associazione), Jaume Asens (membro della Commissione di difesa dei diritti umani del Collegio d’avvocati di Barcellona) e con il supporto di Josep Cruanyes (presidente della Commissione per la dignità) hanno presentato il 2 giugno 2011, una prima denuncia all’Audiencia Nacional, che dopo essere stata respinta dal tribunale, che si è dichiarato “non competente per il territorio”, è stata ripresentata l’1 giugno 2012 al tribunale di Barcellona.
Oggi, finalmente, è stata accolta la richiesta di apertura della causa.

Si spera che questa prima breccia aperta nel muro del silenzio e dell’impunità che ha protetto finora i crimini di una delle più lunghe dittature europee possa facilitare la comparsa di più iniziative di denuncia da parte della società civile di tutte le comunità spagnole che sono state colpite dai bombardamenti e dagli atti di violenza indiscriminata della guerra del 1936-1939.
Sono numerosi i familiari delle vittime dei bombardamenti che ci hanno contattato nel corso di questo percorso. Ci siamo limitati a raccogliere nella denuncia le dichiarazioni di due sole vittime per non dilatare i tempi e i costi dell’azione legale, ma speriamo che a partire da adesso le legittime richieste di queste persone siano sostenute da istituzioni e amministrazioni pubbliche.
Come italiani e catalani di Barcellona siamo orgogliosi di questa iniziativa e speriamo che la società civile antiautoritaria e antifascista catalana e spagnola nel suo insieme – con il supporto inderogabile di istituzioni e amministrazioni pubbliche – accetti e dia continuità al nostro contributo al riconoscimento di una giustizia universale che, oltre a dovunque e sempre i crimini contro l’umanità, permetta legare i valori che hanno ispirato le lotte di ieri per la libertà, la giustizia sociale e la dignità con quelle di oggi.

Testimoni – Vittime dei bombardamenti
1) Alfons Cánovas Lapuente
El 19 de Enero de 1938 alrededor de las 12, mi padre, que trabajaba como estibador para los Almacenes Generales del Comercio en el puerto de Barcelona, salió de su lugar de trabajo que se encontraba cerca de donde hoy está el Museo de Historia de Catalunya – Palau del Mar, es decir en la zona del puerto entre Plaza de Pau Vila y Paseo Joan de Borbón, y se fue, como hacía siempre, a cuidar de su huerto ubicado en un pequeño espacio de tierra en frente de los mismos depósitos, entre las vías del ferrocarril. Mientras trabajaba, unos aviones de la Aviación Italiana bombardearon los almacenes, las cercanías y le mataron. Este día yo me encontraba en el frente de Aragón combatiendo. Supe de lo ocurrido algunos días más tarde, cuando recibí una carta de mi tío. Cuando volví a Barcelona, mi hermana, que fue testigo presencial de los bombardeos, me repitió la misma narración del hecho delictivo.
2) Anna Raya
El día 1 de Octubre del 1937, tenía la edad de ochos años; me encontraba en el colegio de la calle Baluard del barrio de la Barceloneta en Barcelona. Una bomba lanzada por los aviones de la Aviación Italiana cayó directamente sobre el colegio. Hubo una nube, caían piedras, los niños corrían por todos lados y los aviones nos ametrallaron. Yo fui herida a la cabeza por un trozo de metal. Un soldado me llevó a un dispensario, ya que en la Barceloneta no había hospital y el más cercano estaba colapsado por la cantidad de muertos y heridos que provocaron los bombardeos. En el dispensario, un doctor me puso unas grapas para suturar la herida en la cabeza.

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Ada Grossi è napoletana e testimone della guerra di Spagna. C´è un fascicolo personale conservato a suo nome tra carte di polizia, ma il silenzio della storia non è riuscito a chiuderla nella polvere del passato. Ada parla al cuore, prendendoti per mano, e racconta un´infanzia sconvolta da eventi più grandi di lei: Mussolini, la dittatura, l´omicidio Matteotti, le minacce al padre, Carmine Cesare Grossi. «Era socialista, ricorda, amico di Croce e noto avvocato nello studio di De Nicola». A nove anni, nel 1926, il salto nel buio: «scuola, parenti, amici, tutto alle spalle, rammenta con rinnovata emozione, e tutto perso per sempre». Umana, ma estranea, Buenos Aires, l´accoglie col padre, i fratelli, e la madre, Maria Olandese, soprano che ha cantato alla corte dello zar, ma la ragazza diventa donna tra gli stenti e la solidarietà dei fuorusciti, la propaganda antifascista e il calore d´una famiglia diventata un riferimento per i “sovversivi“. Ada è un personaggio straordinario. Se racconta la sua vita a studenti che in genere non amano la storia, i ragazzi si incantano, rapiti da una loro lontana coetanea che, nel ‘36, quando s´apre lo scontro mortale col nazifascismo, a soli 19 anni, attraversa l´Oceano e accorre con la famiglia in Spagna al fianco dei repubblicani. L´ascoltano ammirati come se ancora leggesse i comunicati di “Radio Spagna Libera”, la famosa emittente di Barcellona creata dal padre per il governo Negrin: Ada è la voce della Spagna aggredita che giunge nelle case degli italiani e scatena l´ira impotente di Mussolini. «Non vinceremo subito, ha ammonito Rosselli, ma vinceremo», e lei ripete la sfida, sorprende il regime e, sotto le bombe sganciate dai Fiat Br20 su città inermi, denuncia la furia omicida degli aggressori e affida alla storia le ragioni della democrazia. Un racconto che ha per gli studenti il fascino dell´epopea e il valore inestimabile d´una testimonianza sulla dimensione etica dell´agire politico, smarrita nell´opulenza malata del consumismo.

Evasa dal “secolo breve“, Ada Grossi vive qui tra noi la sua ultima stagione, in una città senza memoria, in un paese in cui il degrado della vita pubblica apre spazi a una equiparazione tra fascismo e antifascismo che può realizzarsi solo colpendo al cuore l´ethos politico di cui vive la repubblica: libertà, pace, giustizia, i valori che il fascismo negò. Se la incontri, non è più la ragazza “castagna di capelli o quasi bionda, occhi celesti chiari, carnagione colorita e una ben timbrata voce di soprano lirico” che il padre descrive in una lettera bloccata dalla polizia. A novant´anni, è una vecchia signora dagli occhi celesti e profondi che si emoziona se si trova davanti le carte conservate nel suo fascicolo dalla polizia fascista, di cui non conosceva nemmeno l´esistenza. «E´ incredibile, ci sorvegliavano proprio attentamente, passo dopo passo!», esclama meravigliata, mentre si trova tra le mani momenti di vita che il regime le rubò: lettere mai lette e un giornale argentino in lingua italiana che narra “l´odissea di Carmine Cesare Grossi e della sua famiglia finiti nei campi di concentramento”. «Gours, Argelés-sur-Mer – ricorda Ada – . Non è facile descrivere la tragedia dei combattenti internati in Francia dopo la fuga disperata verso i Pirenei. Camminammo a piedi per giorni, braccati dai caccia che ci mitragliavano». Un velo di tristezza, poi la donna sorride per l´involontario elogio di un questore che, nell´aprile del ‘37, scrivendo da Napoli a Mussolini, ammette che «a causa della velenosa propaganda comunista di Barcellona, s´è avuto un certo risveglio di elementi locali noti per i loro precedenti politici e subito arrestati». Per metterla a tacere, si impiantò persino “una stazione disturbatrice presso la Prefettura“. «Filo da torcere gliene abbiamo dato», sottolinea Ada compiaciuta, mentre “corregge” il questore: «La radio, però, non era comunista. Eravamo socialisti. Mio padre scriveva i testi, io leggevo e la gente ci seguiva. Quando giunsero a Barcellona, gli stalinisti italiani ci estromisero proprio perché eravamo socialisti». Il verbale di un interrogatorio subìto dalla madre in Questura, a Napoli, nel ‘41 la commuove e si abbandona ai ricordi: la famiglia dispersa in veri e propri lager, la fame, la sete, le baracche di lamiera gelide d´inverno e roventi d´estate, il matrimonio con un repubblicano spagnolo celebrato «nel campo di Argelés con un permesso speciale», la guerra, l´armistizio con la Francia e un nuovo calvario: «io tornai in Spagna con mio marito, racconta Ada, e coi falangisti fu dura. Papà fu confinato a Ventotene, mamma e mio fratello Aurelio a Melfi. Renato, l´altro mio fratello, depresso per la sconfitta e gli stenti, finì in manicomio, distrutto dagli elettrochoc».

E´ un mondo che emerge. I fratelli al fronte con le truppe repubblicane, lei che cura con la madre i malati nell´infermeria del campo – «mancavano le medicine, ricorda, e si moriva per nulla» – , la madre, «compagna inseparabile, che condivise gli ideali del marito e affrontò ogni avversità con animo sereno», il padre che «privato dei clienti, malmenati dai fascisti, e sorvegliato a vista, tenne nello studio fino all´ultimo, in bella mostra, un ritratto di Matteotti e sfuggì agli squadristi solo perché un cocchiere lo prese al volo sulla sua carrozzella». Se parla della Spagna, il primo pensiero di Ada è per Garcia Lorca, «barbaramente torturato e ucciso perché omosessuale». E torna in mente Machado: «Cadde morto Federico/sangue alla fronte e piombo alle viscere / Sappiate che fu a Granada il delitto / Povera Granada!». La “sua” Spagna però non è solo ferocia. Rivivono, nelle sue parole, lampi della libertà che ha respirato e difeso, l´entusiasmo dei volontari, la fuga da Barcellona mentre i falangisti entrano in città dal Montjuic. «Perdemmo tutto, anche i libri ai quali mio padre teneva moltissimo». Il bilancio è pesante: Aurelio ferito a un occhio, Renato morto in manicomio e case, terre, tutto perso per sempre. Caduto il fascismo e tornati liberi a Napoli, dove non c´è chi non accampi meriti, i Grossi si fanno da parte. «Il regime aveva radiato mio padre dall´albo e lui, ricorda la figlia, per tornare avvocato, dovette ricorrere in tribunale. Mancavamo di tutto, ma non c´era nulla da chiedere: avevamo fatto solo quello che era giusto». E ripete orgogliosa: «Noi eravamo socialisti. Al governo però ci andarono i democristiani, i fascisti rimasero ai loro posti e oggi – conclude amara – ci sono Fini e Berlusconi. Noi, però, abbiamo vissuto secondo i nostri ideali». Ada vive a Napoli con Aurelio in una casa popolare e paga l´affitto grazie a una modesta pensione spagnola. L´Italia non sa che esiste, lei non chiede che sappia e mi perdonerà se lo scrivo: ha fatto più di quel che doveva. Marx non ha torto, non si può giudicare un´epoca in base alla coscienza che essa ha di se stessa e non sbaglia Vilar: il racconto è la forma naturale con cui l´uomo prende coscienza del tempo. Bene. Ada ha raccontato il suo “passato contemporaneo”. La repubblica che ha contribuito a far nascere, e che medita di cambiare se stessa, non sbagli due volte, non la consegni all´archivio senza averla ascoltata. La storia prima o poi presenta il conto.

 Uscito su “La Repubblica” ediz. Napoli, 04 febbraio 2008 e su “Fuoriregistro” il 5 febbraio 2008.

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