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In testa il vuoto, quasi nulla in tasca – pochi rubli, consigliavano tutti – e gli appunti sul foglio ormai confusi, Carlo strinse indice e pollice della sinistra attorno alla radice del naso, sull’angolo interno degli occhi serrati con forza e sospirò. Un rifiuto del mondo, una sorta di repulsione che si faceva malessere. Aveva imparato a conoscere così bene la strana sensazione, che non si agitava più, pensando a chissà quale pericoloso malessere.
Nelle prime ombre che si allungavano sulla riva del Canale Gribaedova, il via via di turisti e i lampi di cellulari e macchine fotografiche gli parevano insopportabili e facevano il paio coi nugoli di ragazzi, l’incredibile folla di giovani che non lo convincevano da quando aveva messo piede in città. Non avrebbe saputo dire il perché, ma gli riusciva incomprensibile e un po’ lo irritava quel loro veloce andirivieni tra il Museo Russo, il parco Michailovksij e la grande Prospettiva Nevskyi, che in fondo alla via incrociava il canale a perpendicolo e mandava fin lì il rombo di auto potenti lanciate a tutta velocità tra un semaforo e l’altro.
Ci sono giovani ovunque, s’era detto compiaciuto, al primo vederli, ma era stato davvero un istante. Qualcosa gli aveva poi dato fastidio. Giovani ovunque, certo, ma ovunque troppo uguali a se stessi e troppo simili a tutti i giovani delle grandi metropoli occidentali, infilati in larghe t-shirt e fasciati da jeans attillati e affusolati verso il basso, fin dove la griffe italiana delle scarpe costose dichiarava una ricchezza impersonale, acritica e del tutto incurante dell’eleganza.
Carlo era lì a ripetersi la cantilena: Smettila di essere così critico, dai. Non sei invecchiato tanto da non capire che non si tratta della città e nemmeno della sua gente. E’ qualcosa che ti sta dentro.
Se lo diceva e ripeteva, ma non bastava. Continuava a non convincerlo – e addirittura si rifiutava di vederlo – il contrasto feroce tra i passi veloci e indifferenti di ragazzi e ragazze che filavano via spediti come trottole e quelli lenti, forse circospetti, di vecchi che russi non erano, perché non avevano alcuna fretta, mentre gli passavano accanto con lo sguardo opaco, presi nei loro strani colloqui – parevano trattative a un mercato bovino – fatti di mani aperte a indicare cifre, più che di parole; ognuno con una ragazza in minigonna scelta a casaccio, bionda come le altre, alta e slanciata come le altre, tutte più o meno uguali, poggiate a parapetti e ringhiere, spalle al Canale, che ripetevano una cantilena musicale, anche quella uguale alle cento cantilene delle altre, come uguali erano il suono della risata falsa che, chissà, forse salutava un accordo raggiunto, pensava Carlo, e il gridolino venato di sdegno che sembrava rifiutare un’offerta scandalosamente bassa o una qualche irricevibile richiesta.
I compagni di viaggio entusiasti di quella ammaliante serata a San Pietroburgo, erano presi da altro, in fondo la città era un incanto, ma Carlo, la fronte segnata dalla linea profonda delle rughe, gli occhi aggrottati per un fastidio dell’animo che il viso non sapeva nascondere, non capiva quale meccanismo, per lui misterioso, agisse nelle loro teste decise a non pensare, selezionando da un insieme complicato ciò che piaceva e non disturbava. Erano giorni ormai che la sera gliele indicava, mentre da invisibili pertugi degli edifici settecenteschi le vecchine serali sbucavano coi mazzolini di fiori di campo, s’appostavano davanti ai locali più noti e frequentati, ai crocicchi più affollati, o prendevano a camminare passo passo, provando a vender fiori a coppiette infastidite, a giovani indifferenti e a turisti noncuranti, instancabili fino alla fermata Majakovskaya della metro sempre gremita. Lì si fermavano stanche, le vecchie signore, sotto gli occhi stupiti di Vladimir Majakovskij, e col sorriso gentile che chiedeva solidarietà offrivano fiori in cambio di qualche rublo.

La Russia, terra di rivoluzioni, pensava Carlo, non ascolta più il cantore d’un sogno, che s’è fatto incubo. E chissà di dove affioravano i versi lontani: “Siamo uguali compagni…, proletari di corpo e di spirito. Soltanto uniti abbelliremo l’universo”. Parlava tra sé Carlo, o forse no, forse pensava di farlo, ma in realtà declamava, perché subito una voce irritata lo rimproverava. Una voce di dentro, credeva, e si meravigliava che due Carlo stessero lì a litigare davanti agli smalti e alle piastrelle di vetro e ceramica variopinta della chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, ma anche in questo sbagliava e si capiva: era confuso. Frutto di quella confusione era forse la sensazione che a parlare fosse lui, mentre probabilmente gli parlava un compagno di viaggio o, a pensarci bene, una donna. La sorella, un’amica, la moglie? Chi fosse contava poco. Aveva i toni sfuggenti che usavano con lui per dirgli, scherzando, che non lo sopportavano più con le sue malinconie, col cenno petulante alla rivoluzione, con i versi immancabili d’una vecchia poesia e la politica, “la maledetta politica che Carlo non lascia mai a casa e – ci si può giurare – prima o poi diventerà memoria di un suo ignoto sovversivo, passato di qua senza lasciare altra traccia di sé, se non quella traumatica che a lui tormenta i sonni e a noi rovina i viaggi”.
Da anni ormai, ogni occasione era buona per ricordare con tono inizialmente solenne, “lo storico percorso turistico targato Carlo, con affannosa galoppata parigina alla ricerca della celebre Rue de Clignancourt” e giungere poi, con crescendo ironico, al “chilometro e mezzo di edifici insignificanti nel diciottesimo arrondissement, tra Rue Championnet e Boulevard de Rochechouart, che – per chi non lo sapesse – ai primi del Novecento accoglieva una banda di italiani fuggiaschi che Crispi e Giolitti intendevano spedire al fresco”. A questo punto, la “voce narrante” poteva commuoversi per gli “sventurati turisti costretti a sorbirsi strampalate considerazioni sull’epopea sovversiva, di cui, a perenne ricordo, la via conservava la vecchia e quasi illeggibile tabella d’un teatro alternativo, dio sa perché sopravvissuta, sull’ingresso di un edificio trasformato in supermercato, e la folla d’arabi malfidati, sfuggiti – perché no? – a un Crispi di casa loro: dimostrazione vivente che luoghi e cose conservano il filo della continuità tra storia e vita, passato e presente”.
Carlo sentiva di non avere più nulla da opporre all’angoscia, ma l’incantevole chiesa del Salvatore sul Sangue Versato lo rincuorò. Benché fosse molto tardi, c’era ancora luce e lo sguardo si fermò sul punto in cui si conserva un tratto di ringhiera divelta, sul lato che guarda al canale Gribaedova, dove una bomba aveva ucciso Alessandro II. Saprei raccontarvi la storia di quel 13 marzo del 1881 come nessuna guida può fare – pensò, guardando i compagni di viaggio chiusi a cerchio attorno a sua moglie che leggeva da un libriccino la terribile fine dello zar. Quanto più oscuro, ambiguo e affascinante sarebbe stato il racconto, se avesse chiamato in causa il suo nichilista, si disse Carlo, ma preferì tacere. Dopo la faccenda di Rue di Clignancourt, non aveva alcuna voglia di aggiungere un capitolo nuovo al percorso  turistico targato Carlo. Quale che fosse, non aveva dubbi: la verità che nascondeva il suo nichilista non interessava nessuno e, d’altra parte, il gruppo già s’era disperso attorno a figuranti che nascondevano la fatica di vivere sotto gli abiti sfarzosi dell’antica nobiltà russa. La disfatta di chi aveva creduto di uccidere l’ingiustizia sociale, uccidendo lo zar, non poteva essere più evidente. Forse di lì nascevano la tristezza di Carlo e il suo invincibile malessere; dalla percezione di quella disfatta. Basta smettere di guardarla con gli occhi del turista – si consolò Carlo – e San Pietroburgo, ostaggio del libero mercato, città d’imperi finiti nel sangue e rivoluzioni soffocate dalle loro stesse contraddizioni, diventa un tragico simbolo dell’inutile ferocia della storia.
Ma a che serve farlo? – si chiese Carlo, quasi per legittima difesa. Perché non seguire la via dei suoi compagni di viaggio? Per loro, San Pietroburgo era lì dove li portava la guida e non era detto che avessero torto; San Pietroburgo era ora nelle stupende maioliche variopinte della chiesa, come era stata prima nell’eleganza dei vestiboli in pietra delle stazioni della metro, qui con l’azzurro del mare, lì col rosso dedicato a Puskin, tra falci incrociate a martelli e il bassorilievo in bronzo dell’Aurora, l’incrociatore che esplose il primo colpo della rivoluzione. Occorreva fermarsi lì, senza porsi domande su quella sorta di minuscola galera che imprigionava le ferroviere immobili giù, in fondo alle scale mobili, per tutto il tempo del loro lungo turno. Fermarsi sempre un attimo prima di interrogarsi. Sentire, sì, il fascino della stupenda Università Statale sull’isola Vasil’ievskij, coi suoi muri di mattoni rossi e gli innumerevoli balconi incorniciati di legno dipinto in bianco, ma difendersi dalle osservazioni acute di Natascia e dalle mille tentazioni che nascevano dai suoi occhi azzurri, limpidi e profondi, dai suoi riccioli biondi, dalla sua camicia colorata e civettuola che involontariamente, ma ostinatamente si sbottonava sul seno florido. Fermarsi lì e non darle ascolto, mentre ti diceva, in un italiano ricco e musicale, che lei faceva la guida per arrotondare il magro stipendio di docente universitaria e procurare tutto quel che serve alla “bimba mia”. Fermarsi lì, senza provare a capire chi la spuntasse in lei tra rimpianto e disprezzo, quando ti parlava di una condizione generalizzata d’ingiustizia e di cancellazione di diritti. Sbarrare la via alla sua devastante osservazione: ho vissuto a lungo in Italia per ragioni di studio e mi dispiace dirlo, ma credo sia così, stanno sperimentando su di noi quello che poi faranno anche a voi.

Davanti al Salvatore del sangue versato, ciò che contava davvero era l’anomalo e affascinante profilo architettonico della cattedrale, l’unica in città a conservare il disegno delle chiese del medio evo russo, armonicamente unito alle linee tipiche delle basiliche del Seicento. Perché, tra uomini e cose, giunse a chiedersi Carlo, pur di convincere se stesso, non dovrebbe essere legittimo fermarsi sull’incanto delle cose, quando esse sono arte? Anche così ci si occupa degli uomini, convenne, ma la tentazione improvvisa di stringere l’indice e il pollice della sinistra attorno alla radice del naso per aiutare gli occhi a stare chiusi, gli ripropose un rifiuto doloroso. Freddo e deciso non si lasciò tentare. Appallottolò il foglio dei suoi appunti, lo mise in tasca, poi si poggiò alla fredda ringhiera del canale. A Barcellona, ricordò, nulla gli aveva parlato di Catalogna, più che le tracce d’una radio repubblicana e d’una famiglia d’italiani che aveva lottato e vissuto tra l’Avinguda Diagonal e Carrer de Còrsega durante la guerra civile. A Parigi, oltre il velo dei monumenti e l’industria del turismo, la Rue de Clignancourt che tutti avevano disprezzato, l’aveva aiutato a rompere il velo dell’ipocrisia occidentale, gli aveva insegnato quanto precaria sia l’integrazione e gli era parso evidente: ci sono strade che ereditano drammi e in quella via, dopo gli italiani, non a caso c’erano venuti gli arabi. Lì, ancora e forse sempre lì.
Basta, si disse, anche se sapeva bene di essere venuto a Pietroburgo per parlare ancora una volta ai suoi fantasmi. L’ultima volta forse, s’era detto, se è vero com’è vero che l’età e la salute non hanno certo rispetto delle stupide leggi di chi ci governa e se si vive di più, spesso si vive male. Non avrebbe chiesto al Salvatore del sangue versato di parlargli dell’attentato. Ci credeva ancora ai miracoli di quel dialogo, era certo che lì avrebbe potuto sapere com’era andata, ma per queste cose si viaggia da soli, come da soli, in fondo, si vive. Solo lui aveva quel dubbio e molto probabilmente solo a lui interessava sapere se Giovanni Bergamasco era lì il giorno dell’attentato, Giovanni, figlio di Carlo, il napoletano fotografo di corte che tante volte aveva fissato sulle sue geniali lastre lo zar che lì era poi caduto, su quella riva ormai muta. C’entrava davvero, Giovanni, il presunto nichilista che la vita aveva poi portato in Italia? Era lì il giornalista brillante e poliglotta, lo studioso di botanica, l’amico poi nemico di Mussolini, il rivoluzionario che, per uno dei misteriosi paradossi della storia, i rivoluzionari bolscevichi avevano espropriato e i reazionari fascisti perseguitato per tanta parte della sua lunga vita? No. Non avrebbe cercato i due palazzi che Carlo, il giramondo e ricchissimo napoletano, aveva invano acquistato in quella che, con incerta grafia le polizie di mezzo mondo definivano “la centralissima via Moskovskaya”. A Carlo non interessavano più i due palazzi ereditati da Giovanni dopo la fuga a Napoli. In quei giorni faticosi, San Pietroburgo gli aveva narrato già molto e ora sapeva: vi si erano spenti i grandi e terribili sogni del Novecento e il secolo nuovo vi sperimentava un incubo. Che poteva aggiungere, se mai sopravvissuto alla fine degli zar, alla rivoluzione, all’assedio nazista e al crollo dell’Unione Sovietica, lo splendore dei palazzi di Bergamasco? Di splendore ne aveva visto abbastanza nel palazzo del principe Jusupovskij; ciò che non aveva ancora trovato era chi sapesse dirgli dove abitavano i poveri, in una città che pareva tutta palazzi nobiliari. Che città era mai quella, si domandava, fatta di sfruttatori senza sfruttati?
Carlo pensò che in fondo questo è la storia: parla dei vincitori e tace dei vinti. Forse un altro Carlo, l’intraprendente fotografo di corte, una risposta l’avrebbe avuta. Lui che a San Pietroburgo c’era venuto da emigrante; lui che si era poi arricchito con le sue foto, tutte sparite con la rivoluzione, che aveva visto fuggire per sempre un figlio rivoluzionario e un altro l’aveva perso quando s’era messo coi bolscevichi per la rivoluzione, una risposta, lui, poteva averla. E chissà, un’altra non l’avrebbe avuta Giovanni, ricondotto lì, davanti a quella ringhiera divelta di cui conosceva il segreto nascosto. Giovanni avrebbe forse potuto spiegargli ciò che nessuno tranne lui sapeva. Ma contava davvero saperlo? E Carlo, poi, aveva davvero ancora voglia di capire?

Quali che fossero le risposte, di una cosa ormai s’era convinto, lo strano viaggiatore: a guardare le cose dal punto di vista della povera gente, che negli itinerari turistici non aveva casa in città, benché ci vivesse, San Pietroburgo era un enigma e i conti non tornavano. Certo, coi bolscevichi contadini, metalmeccanici, professori non avevano diritto di parola, ma casa, lavoro, scuola e medicine ce l’avevano tutti. Ora che, invece, a dar retta a giornali e televisioni, era arrivata la democrazia, non avevano certezza d’un salario, d’una medicina, d’un posto a scuola o d’una laurea, se avevano testa per studiare. Ecco, un metalmeccanico forse avrebbe saputo sciogliere questo rebus e l’avrebbe data una risposta alla domanda che si portava dentro: è possibile che dove c’è libertà ci debbano essere per forza le vecchiette che vendono fiori per fame la sera e invece, se la fame non c’è, se c’è uno Stato che pensa a curarla, la povera gente, e fa studiare tutti, anche chi non ha un centesimo, non c’è libertà di parola e d’opinione? Bergamasco, rivoluzionario, sognatore, combattente, perseguitato politico cancellato dalla storia dopo aver sognato di cancellare i padroni, di queste cose capiva. Lui, ch’era nato a Pietroburgo e sapeva di zar e di bolscevichi, di democrazia liberale e di fascisti, lui che s’era trovato sempre a dover scappare e mille volte era finito in galera, in tutte le stagioni della storia, lui che aveva attraversato per decenni la tragedia della vita e s’era spento sulle montagne dell’Irpinia confinato politico a ottant’anni, lui sì che poteva trovare risposte convincenti, pensò Carlo, ostinato e convinto. Lui avrebbe sciolto quel dannato rebus che era in fondo San Pietroburgo. Certo che le avrebbe trovate, le risposte, si disse, ma non c’era più tempo.
Il gruppo premeva per la cena. Anche questa è cultura, pensò Carlo; bisognerebbe saper mettere insieme la cultura d’una cena a base di pietanze russe e i miei fantasmi parlanti. Assieme, forse, troverebbero la via di mezzo tra il Palazzo d’inverno e la catapecchia d’un contadino, la via di mezzo tra la strage dei Romanov e i gulag, tra il realismo socialista, che dietro la giustizia sociale celava la repressione, e l’agile, immediata, anonima e feroce ingiustizia, che pesa sulla libertà del mercato di cui si nutrono Gucci, Armani, Intimissimi e Calzedonia, ai quali di certo molti tra i suoi amici e le sue amiche avrebbero dedicato le rituali ore di shopping, nel giorno della partenza, sulla Nevsky Prospekt, nell’inferno rombante di Lamborghini, Mercedes e Ferrari.
Dopo essersi costretto a non stringere di nuovo tra pollice e indice la radice del naso, Carlo si avviò. S’era appena mosso, che sentì qualcuno parlargli. Non capì di dove venisse la voce, ma le parole gli giunsero chiare: non puoi pensare di cancellare i prepotenti dal tritacarne della storia, ma puoi fare di tutto per non essere dalla loro parte, per giungere a spezzarti, piuttosto che a piegarti…
Per la prima volta in quella terribile serata Carlo sorrise. Quelle parole le conosceva: le aveva scritte Giovanni Bergamasco alle figlie il giorno in cui aveva deciso di tagliarsi le vene. Non era la risposta alle sue mille domande, ma non c’era dubbio: il suo sovversivo non era mancato all’appuntamento.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 agosto 2012

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Dopo il pestaggio di Basiano, i nostri ceti dirigenti sono tornati d’un colpo quelli che il 7 luglio 1880 persino conservatori come Sidney Sonnino misero sotto accusa: “Noi abbiamo […] legalizzata con le nostre istituzioni e con le nostre teorie l’oppressione di una classe sopra un’altra, abbiamo coperto sotto il manto della legge un processo di sfruttamento dei nostri simili”.
E’ di nuovo così. A Basiano s’è vista all’opera una milizia di parte che, gettata la maschera, ha mostrato la sua autentica funzione: garantire l’interesse dei padroni. Venti arresti, gambe spezzate, un lavoratore steso in una pozza del suo sangue e uno in coma per qualche ora; è vero, il morto non c’è stato, ma verrà. A un certo punto ho contato otto “tutori dell’ordine” – questurini o squadristi? mi son chiesto – i quali, senza nome, cognome o numero di matricola, protetti dagli elmi e sicuri dell’impunità, massacravano un manifestante inerme caduto nel suo sangue. Finita la battaglia, non ho visto un cenno di disappunto dei colleghi, non ho sentito prese di distanza. Tutti d’accordo nel silenzio omertoso: le “alte sfere” che paghiamo profumatamente, le questure, i comandanti delle legioni territoriali dei carabinieri, i commissariati, i sindacati di polizia. Non ha parlato nessuno, nessuno ha voluto condannare. Non s’è trovato un giornalista del circuito che conta, capace di andare oltre l’accenno preoccupato alle “tensioni sociali”, non s’è sentita la voce d’un sostituto procuratore che annunciasse un’inchiesta. Zitto se n’è stato il Parlamento, zitta, per suo conto, la politica a tutti i livelli, sicché chi sa ancora leggere, scrivere e far di conto non ha potuto fare a meno di ricordare Gaetano Salvemini e un celebre pamphlet, nato in un tempo in cui un intellettuale aveva cuore per scrivere di un “ministro della malavita”.
Un re ce l’abbiamo – l’hanno incoronato gli americani, ma i nostri zerbini travestiti da pennivendoli si sono inchinati zelanti – al governo dei banchieri non manca certo l’oro per la medaglia e nel Paese di Bava Beccaris, D’Annunzio e Ronchi dei Legionari, un invasato che si senta “uomo del destino” e spari a mitraglia, non è merce rara. Ormai pare evidente: giorno dopo giorno, c’è chi porta indietro le lancette, l’orologio della storia gira a ritroso una ad una le pagine più tristi della nostra storia e il calendario, come impazzito, corre difilato verso un ripetuto ‘98. Chi non usa la lente deformante del liberismo non fa fatica a vederlo: ai magazzini del Gigante, a Basiano, italiani, egiziani e pakistani, che tempo fa si guardavano tra loro in cagnesco, di fronte all’ingiustizia, stretti nella morsa della fame, vanno riscoprendo la solidarietà e la lotta, fanno fronte comune contro il padrone, mettono su scioperi, picchetti e si prendono galera a manganellate, ma scoprono di essere piccini solo perché stanno in ginocchio. Come predicavano i primi socialisti, però, più alzano la testa, più difendono i propri posti di lavoro e dicono a chiare lettere che non accetteranno condizioni di vera e propria schiavitù e più si trovano contro la legge dei padroni.
Non c’è da farsi illusioni: la lotta continuerà e si tenterà di stroncare ogni protesta. Quando si levano in piedi, i lavoratori fanno ancora paura e solo i ciechi fingono di non vedere che il capitale è a un bivio: o continua a decorare Bava Beccaris che si “fa onore” nella repressione – non è per questo che De Gennaro è sottosegretario? – e arma così la mano di un rinato Bresci, o si ferma in tempo ed evita una tragedia che già conosciamo.
Il governo dei professori bene o male sa d’economia, ma in storia dovrebbe andare a ripetizione. Un maestro elementare ben preparato gli spiegherebbe ciò che per un liberare vero è l’alfabeto: “la colpa più grave della borghesia comincerebbe oggi se non vedesse la necessità assoluta di combattere anch’essa per il miglioramento dei lavoratori”. Con queste parole, Giolitti, parlando dallo scranno che oggi occupa Monti, spiegava a chi sognava eversioni dall’alto cosa sia governare. “La libertà, ha i suoi inconvenienti – egli sostenne – talora gravi, ma passeggeri. La libertà è una grande maestra”. E in nome della libertà, ammoniva: “Il Governo non può e non deve, sotto alcuna forma, né diretta né indiretta, modificare artificialmente gli effetti delle leggi economiche che regolano i prezzi dei salari come di tutte le merci: non interviene quando il salario è troppo basso, non deve intervenire quando si chieda una misura di salario più alta”.
Era l’alba del Novecento, si sa, ma è ancora vero: impedire con la forza ai lavoratori di migliorare la loro condizione, quando lottano per una causa giusta, non significherebbe solo fare dello Stato il rappresentante di una sola classe sociale, come voleva Agnelli, quando Giolitti minacciò di chiusura la Confindustria. Vorrebbe dire spingere “le classi popolari a sentirsi nemiche naturali dell’attuale ordine di cose”. Lo diceva Giolitti che fu liberale e riformista: l’estremismo diverrebbe padrone del campo. All’orizzonte, però, non si vedono statisti. Governano Napolitano e Monti e il pericolo è perciò terribilmente concreto: la repubblica rischia davvero un Novantotto.

Uscito sul “Manifesto” il 13 giugno 2012

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Di “estremismo liberista” e dell’illusione del governo “tecnico“, scrive con accenti ormai preoccupati Lelio Demichelis, a proposito di Monti, ricordando “la grande differenza che c’è tra politiche liberiste e liberali“. E non è certo un caso isolato. “Abbiamo sentito con fastidio e anche con rabbia le ultime parole del Presidente Napolitano sulla trattativa sindacale sull’articolo 18“, scrive a sua volta Cremaschi su Micromega, ricordando a Napolitano che “l’Italia non è una monarchia“. In quanto a Matteo Pucciarelli, pacato nella forma, rischia il vilipendio per la sostanza ma trova l’animo di dirlo: “Il Presidente del Consiglio è Giorgio Napolitano” e fa apertamente cenno a una “tecnica del colpo di Stato“. E’ difficile negarlo: il centro nevralgico della vita politica della Repubblica non è più il Parlamento ma il Quirinale, promotore d’una campagna insistita e costituzionalmente discutibile a favore di un’idea di “coesione nazionale“, astratta, per certi versi astorica e per molti altri pericolosa. Il concetto chiave è semplice ed ha un forte impatto non solo mediatico: esiste un generico e tuttavia supremo “interesse di tutti“, dai connotati vaghi, ma fortemente gerarchici, che prevale sui bisogni inderogabili, vivi, concreti e palpitanti di giovani, lavoratori, e disoccupati. L’interesse di un “signor nessuno“, dietro cui si celano, però, evidentemente le banche e i ceti più abbienti, per il quale si possono e, anzi, si devono negare quelli che il Presidente definisce senza esitazioni “interessi particolari“, e sono, invece, i diritti delle classi subalterne. Per giustificare una siffatta superiorità, che pare “al di sopra delle parti” ma è profondamente di parte, c’è stato chi in passato è giunto ad affermare che “non occorre il blocco delle masse piegate“, perché “valgono assai meglio a questo fine le minoranze volitive, aristocratiche, che sono, in fondo, le antesignane di ogni battaglia. Il grosso della masse, infatti, messo in condizioni di non nuocere, è rimorchiato sempre dai migliori“. E’ una concezione “confindustriale” o, meglio, padronale della società, entro la quale il lavoro – e al suo fianco la formazione – o procedono in sincronia con le regole del “libero mercato“, perno del sistema, sole tolemaico attorno al quale tutto ruota in funzione subordinata, o si rendono colpevoli di un “tradimento”.
Spiace dirlo ma, in una Repubblica parlamentare, questa concezione della vita politica, economica e sociale, che fu di Arnaldo Mussolini, non ha o, almeno, non dovrebbe trovare cittadinanza e più che un assalto liberista alle società dei diritti, la natura “tecnica” del governo Monti, apertamente e malaccortamente sostenuto ad ogni pie’ sospinto da Napolitano, chiama alla mente le parole ciniche ma tremendamente efficaci di Malaparte, un letterato che attraversò epoche storicamente contrapposte e ci ricorda che “la questione della conquista [...] dello Stato non è un problema politico, ma tecnico“. E da “tecnici“, guarda caso, ci parlano Monti e suoi ministri che, tuttavia, per molti, formano ormai soprattutto il governo politico di Napolitano.
D’altra parte, alla luce di quanto accade nella cosiddetta “trattativa” sul mercato del lavoro, escono dall’ombra e balzano in luce meridiana inquietanti punti di contatto tra la concezione ripetutamente espressa da Napolitano e alcuni dei temi classici che furono alla base della riflessione sullo Stato autoritario. Per cominciare, l’idea di Bottai che gli astratti doveri verso un’idea di Stato di natura etica precedono la concretezza dei diritti, sicché non fa scandalo che una trattativa con il padronato sul terreno dei “sacrifici” si realizzi su un piede che non può essere considerato di parità, dal momento che lo Stato, arbitro e allo stesso tempo parte in causa, si schiera e disciplina in maniera giuridica unilaterale i rapporti collettivi di lavoro, resi di fatto subalterni alle scelte degli imprenditori. E’ una concezione delle “relazioni sindacali” chiaramente corporativa, venata da una sottile, ma evidente vena mussoliniana; quella per cui in fabbrica esiste una gerarchia di natura squisitamente tecnica.
In questa logica di “militarizzazione” della politica in nome di un’equivoca union sacrée, il governo che interviene nella dialettica tra le classi, impone un’idea di solidarietà alla rovescia, che cancella i diritti dei lavoratori in nome di un “superiore interesse nazionale” dei padroni e, per dirla alla Bottai, manifesta la volontà tipica dello Stato corporativo, di eliminare dai rapporti sindacali il “ramo secco” della mediazione politica. Ne esce stravolta un’idea di democrazia che non fu di De Gasperi o Pertini, ma risale all’alba del Novecento e all’Italia liberale e prefascista. I riferimenti, per esser chiari, non sono Giolitti e Nitti, ma Rocco, il cui pensiero fu volgarizzato nella celebre formula per la quale: “tutto è nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato“. Rozza quanto si voglia, è una formula che sembra spiegare la posizione più volta assunta da Giorgio Napolitano, quando ha invitato i Presidenti delle Camere a modificare i regolamenti parlamentari, a votare rapidamente, senza troppe discussioni, una eccezionale e dolorosa legge finanziaria e – siamo a ieri – quando ha dettato le regole al sindacato, ripetendo senza la minima prudenza istituzionale che è tempo di smetterla di discutere, perché di fronte alla crisi non si possono difendere posizioni particolari. Per Napolitano, quindi, garante della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, chi lotta per la tutela dei lavoratori difende “interessi particolari“.
A questo punto siamo, al punto che se il reazionario Sonnino ripetesse oggi il suo invito, nessuno troverebbe di che ridire: “Maestà, torniamo allo Statuto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 marzo 2012

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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Ai politici non va giù, ma la storia, a scuola, la insegniamo com’è: gli italiani non sono “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori“. La grottesca definizione, che si legge ancora sul Palazzo della Civiltà del lavoro, a Roma Eur, la inventò Mussolini nel 1935, mentre “civilizzava” gli etiopi, sepolti sotto nuvole d’iprite, in nome di Roma antica e di un colonialismo straccione di retroguardia.
L’Italia non ha una gran storia e all’estero lo sanno. Il biglietto da visita fu la “piemontesizzazione” del Regno, ottenuta dopo massacri, processi sommari, deportazioni e domicilio coatto. Si disse che la “giovane unità” poteva andare in pezzi, ma si trattò di scontro d’interessi, i dissidenti furono macellati e il mondo civile ne fu nauseato. Mazzini morto in casa Rosselli sotto falso nome, Garibaldi sorvegliato come un delinquente, gli scandali bancari e i rapporti tra politica e mafia non portarono, poi, acqua al mulino del nuovo regno e la crisi di credibilità del nostro paese è molto più vecchia di Berlusconi. Prima abbiamo avuto Crispi con leggi marziali e domicilio coatto, Bava Beccaris decorato al valore per aver sparato a mitraglia sui milanesi scesi in piazza per la fame, le giovani generazioni senza diritto di voto costrette ad ammazzare e farsi ammazzare per la “patria dei galantuomini” e una questione femminile che si riassume in un amen: le donne contavano quanto gli asini e le mucche. Nel tritacarne della “grande guerra” operai e contadini ce l’infilarono con la forza il re e gli industriali, ma quando si trattò di saldare il conto, pagò la povera gente e gli imprenditori furono così egoisti che Giolitti minacciò Agnelli di sciogliere la Confindustria. Per tutta risposta, i padroni del vapore finanziarono il fascismo.

Questa è la nostra storia, così la conoscono all’estero e così noi la spieghiamo agli studenti. Il capitolo giustizia è tra i più tristi con la vicenda atroce di anarchici, socialisti e comunisti segregati nelle isole e nelle galere o sepolti vivi nei manicomi. Ce n’è per ogni momento storico. Romeo Frezzi ingiustamente sospettato di complicità in un attentato, fu arrestato a Roma il 17 aprile 1897 e morì per le percosse subite nel corso di un interrogatorio. Nessuno fu punito. Nel giugno 1914 la polizia, infastidita dai discorsi contro la guerra, aprì il fuoco sui manifestanti. Sette giorni di scontri, tanti lavoratori morti ammazzati, ma i giudici non trovarono un colpevole. Tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò 4.596 “sovversivi” a 27.735 anni di carcere. “Carcere duro” si disse allora.
Con la repubblica, nacquero speranze, ma tra il 1948 e il 1950 ci furono 15.000 oppositori politici condannati a 7.598 anni di galera. Tra il 1948 e il 1952 in piazza, da noi, la polizia fece 65 morti. In Francia, in quegli anni, di morti ce ne furono 3 e in Inghilterra e Germania se ne contarono 6. Sono numeri che all’estero conoscono bene, così come è noto un dato impressionante: una legge dello Stato ha riconosciuto che tra il 1948 e il 1966 in Italia ci sono stati 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che hanno subito persecuzioni politiche.

Col 1968 sembrò che si girasse pagina. A Milano, invece, nel dicembre del 1969, Giuseppe Pinelli, ch’era stato staffetta partigiana, arrestato benché innocente per la strage di Piazza Fontana, morì dopo un inspiegabile volo dal quarto piano della Questura di Milano. “Malore attivo“, decise il giudice D’Ambrosio. Nessuno capì cosa fosse, ma nessuno pagò.
Così va da sempre.
Marcello Lonzi, detenuto per tentato furto, è stato massacrato ed è morto in cella alle Sughere, a Livorno, l’11 luglio del 2003. La sentenza di archiviazione del 2010 ricorda il caso Frezzi: è stato un “forte infarto“. Le perizie, però, hanno accertato fratture, escoriazioni e due “buchi” in testa.
Il 27 ottobre 2006 Riccardo Rasman, un povero psicopatico, si rifiutò di aprire la porta. La polizia non chiamò il centro di salute mentale, entrò con la forza, gli bloccò i polsi con due manette, gli legò le caviglie con filo di ferro e lo pestò – dall’autopsia emerge una ferita alla testa inferta presumibilmente con un corpo contundente – poi lo stese a terra, un agente si sedette sulla schiena e lo sventurato morì per asfissia. Il giudice ha condannato due capi pattuglia e un assistente a sei mesi di reclusione ciascuno con la sospensione condizionale della pena.
Stefano Cucchi, arrestato a Milano nella notte del 15 ottobre 2008, morì una settimana dopo all’Ospedale “Sandro Pertini” per un violentissimo pestaggio e sono in pochi a credere che i colpevoli pagheranno. In compenso, Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos di Genova durante il G8 del 2001, condannato in secondo grado a tre anni e otto mesi di carcere e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per l’irruzione alla scuola Diaz, è stato promosso questore.
Qui da noi va così. Dal 2001 al 2010 nell’inferno delle carceri sono morti 1582 detenuti; di essi 775 si sono suicidati. Gli Istituti di pena ammassano reclusi come carne in scatola, ma nessuno muove un dito, così come nessuno parla dei CIE, i lager nei quali, per disposizioni del ministro Maroni, non fanno entrare nemmeno i deputati.

Questa è la nostra storia e, parlando di giustizia, un docente non può non ricordarlo: la legge Reale del 22 maggio 1975 consente alla forza pubblica discrezionalità nell’uso delle armi per necessità operative, estende il ricorso al carcere preventivo anche senza flagranza di reato, in modo da tener “dentro” un cittadino per 96 ore senza un decreto dell’autorità giudiziaria. Nel 1986 la legge n. 663 introduce l’articolo 41 bis che, emendato dall’art.19 del decreto legge n. 306, nel 1992 estende le limitazioni ai detenuti (anche in attesa di giudizio) per criminalità organizzata, terrorismo o eversione, riduce il numero e modifica le regole dei colloqui, limita la permanenza all’aperto (“ora d’aria“) e censura la corrispondenza. A tali categorie di detenuti s’è applicato l’art. 4 bis della stessa legge, che concede i benefici carcerari e le misure alternative alla detenzione (permessi premio, lavoro esterno, affidamento a servizi sociali, semi-libertà, detenzione domiciliare) solo a chi collabora con la giustizia. Di nuovo “carcere duro“, quindi, ma, dicono in molti, quello fascista era più mite,
Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, dopo aver visitato le nostre galere e verificato le condizioni dei detenuti soggetti al regime ex art. 41 bis, ha concluso che le restrizioni rendono i trattamenti inumani e degradanti. I detenuti, privati di ogni attività e tagliati fuori dal mondo esterno, presentano alterazioni spesso irreversibili delle facoltà sociali e mentali.

Nel 2002 il Ministro della Giustizia Castelli volle rendere permanente la validità dell’art.41 bis e il Parlamento con la legge 279 approvò la proposta, sicché oggi non c’è più alcun limite temporale e si va avanti così: una visita di un’ora al mese, sessanta minuti di colloquio, ascoltato e registrato, solo con familiari di grado diretto o conviventi. I volti sono separati da una lastra blindata per impedire, col gelo trasparente del vetro, ogni calore di contatto umano anche quello d’una mano sfiorata. La condanna, la pena e la sofferenza toccano così anche ai parenti innocenti. Lo scambio delle voci non è diretto: la voce, fatalmente alterata, passa per un citofono. Pare che a poco a poco si smarrisca così il ricordo del suono vero. Un ipocrita residuo d’umanità consente che i figli minori di12 anni possano parlare senza vetro e citofono una volta al mese, per dieci minuti.
Il Sant’Uffizio avrebbe provato brividi.
Il fine costituzionale del “recupero” è smarrito: mafiosi e “sovversivi” non sono più riconosciuti come uomini e poco importa se l’isolamento profondo fa impazzire. Il “pacchetto sicurezza” porta voti e più lo inasprisci più ci guadagni. Di qui, la gara a chi fa meglio: limiti alla possibilità di corrispondere con le famiglie, posta controllata, nessuna attività ricreativa, nemmeno se si tratta di studio, nessuna frequenza di corsi scolastici. Il detenuto studia da solo. Anche le celle sono fatte apposta: fitte maglie metalliche filtrano la luce e l’aria e le file di sbarre sono moltiplicate. Non c’è un’utilità pratica, né si garantisce più sicurezza. C’è, com’è stato scritto, “il valore simbolico ed effettivo di una ordinaria continua afflizione“*. Una sola via d’uscita: collaborare con la giustizia, com’era durante il fascismo, quando se la cavava solo chi vendeva nomi e passava al regime.

Questa è la storia. Napolitano e il Parlamento, che si strappano i capelli per Battisti non estradato da un Brasile che non prevede ergastolo e tortura, farebbero meglio a occuparsi di quello che accade a casa nostra. Una casa di cui noi, che siamo insegnanti, non possiamo che spiegare la miseria morale.

* Prefazione di Sergio D’Elia a Nazareno Dinoi, Dentro una vita

Uscito su “Fuoriregistro” e “Report on line” il 10 giugno 2011

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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Se n’è andato sicuro e contento, nell’applauso gelido dello studio televisivo, dopo il “colpo di teatro“, avvocato. Se n’è andato e nessuno le ha dato l’insufficienza piena per il profitto scarso di studi improvvisati. Nessuno, né la scuola piegata, né l’università ridotta allo stremo sull’ultima spiaggia, gliel’ha fatto notare: s’è comportato come lo studentello impreparato e presuntuoso che studia sul Bignami e poi gioca d’azzardo. Non so quale malaccorto leghista le scriva gli interventi che recita a memoria come un guitto e, però, chiunque sia, licenzi il pennivendolo e si raccomandi alla Gelmini per un “corso di recupero ministri culturalmente indigenti“. Faccia presto, avvocato: l’Italia si vergogna.
Pacatamente e però fermamente, come si conviene a un professore: le mafie non si combattono solo con la repressione e si favoriscono uccidendo la scuola e l’università come fa il suo governo. In quanto a Salvemni, i suoi articoli sul federalismo, che lei piega a fini separatisti, nacquero per unire. Un pensiero politico ha senso solo se s’inserisce nel contesto in cui si forma e il maestro delle vituperate scuole elementari gliel’ha certo insegnato: è l’abbiccì di chi spiega il presente ricorrendo al passato. Lei fa invece il contrario, avvocato: lei giustifica la vergogna presente con un passato nobile che di solito disprezza. Di federalismo, Salvemini scrisse su “Critica Sociale” di Filippo Turati e Anna Kuliscioff e fu parte integrante della militanza d’un socialista eretico, lontano anni luce dalla ferocia  leghista. La critica s’appuntava sul latifondo assenteista e parassitario del Sud, alleato da sempre – gliel’ha detto Saviano, ma lei non può capire – coi ceti mercantili o più o meno industriali del “mitico” suo Nord, vissuto d’incentivi di Stato fino ad oggi, col sedicente “libero mercato” alla Marchionne. La “Padania” di cui ciancia, avvocato, non esiste. Esistono ceti abbienti che hanno le mani sporche di un patto che pesa su quelli subalterni. E non basta recitare un versetto del Corano per dichiararsi musulmano. Lei non c’entra nulla con Salvemini e col meridionalismo. Salvemini sosteneva che il socialismo, di cui lei rifiuta storia, origini e cultura, non doveva “compromettersi” con le tendenze “economiche” delle oligarchie del Nord, comprese quelle operaie, ma lottare per riforme generali, utili ai settentrionali e vitali per l’affrancamento delle masse contadine meridionali. Salvemini, per capirci, accusava i ceti dirigenti settentrionali di aver sottoscritto un accordo criminale con quelli meridionali, espressione anche delle mafie: agli uni i privilegi della rendita, agli altri la crescita delle organizzazioni economiche padronali e proletarie. E’ andata com’è andata e i meccanismi, quelli sì, i meccanismi lei li conosce bene. Ha avuto per socio al governo Cosentino e, tra i suoi alleati, ci sono gli indagati, i processati e i condannati.
Lei, avvocato, non è solo imprudente. Lei è un ministro dell’interno che reprime con violenza cilena chi difende un diritto, non sa di che parla e le fa difetto l’onestà intellettuale. Dovrebbe saperlo, per gente come quella che forma il governo di cui lei fa parte, Gaetano Salvemini scrisse un celebre opuscolo, oggi più che mai attuale: Il ministro della malavita, si intitolava. Perché non l’ha citato? Non lo conosce? Studi avvocato, lo legga, lo impari a memoria. La finirà di raccontare frottole e dire spropositi.

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Poche parole, dott. Berlusconi, quante ne meritano la tracotanza cilena con la quale lei truffa e si dichiara truffato e l’abituale piroetta con la quale domani sosterrà che a raccontare frottole ai suoi danni sono stati giornalisti rossi, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro e compagnia cantante, noti sovversivi di sinistra e, ad un tempo, direttori dei suoi numerosi giornali e telegiornali.
Reciti, se vuole, la tragicomica caricatura del “Caudillo” in quella sorta di “Bagaglino degenerato cui ha ridotto la nobiltà della politica. E se lo lasci dire: a ciascuno il suo. Giolitti fu, per Salvemini, “ministro della malavita“, lei più modestamente, passerà alla storia come il ministro della regia marina: ciò che dice la sera non vale la mattina. Non si faccia illusioni, però. Non si tratta, come in fondo le piacerebbe far credere, della tragica e per molti versi nobile doppiezza pirandelliana, del contrasto tra la forma e la sostanza, tra la “maschera” e il “volto“, di quel muro che talvolta separa il cuore dalla mente. Fosse così, dottor Berlusconi, lei sarebbe indotto a salvarsi dalla tragedia cui si avvia e intende condurci, in nome della pietà per l’uomo che soffre, della disperata pazzia che ci ingabbia e ci condanna ad una inevitabile solitudine.
E’ inutile che alzi cortine fumogene, dottore, lei vola basso mette la maschera del gran navigatore, ma sta sotto costa e, se minaccia tempesta, perde la bussola e ripara al sicuro nel porto. Un ottimismo amorale regola il suo rapporto con la vita, segnato da un filo rosso che, dalla ricchezza materiale, conduce direttamente ad una desolante povertà morale. C’è talvolta nel male un’ombra di grandezza: è l’unica ombra che manca alla sua vita. In tema di truffa, lei si riduce in fondo al piccolo cabotaggio. Spenna polli, fa il gioco delle tre carte e ha bisogno di pali e di qualche mazziere che prenda a pugni mediatici il giocatore se per caso ha scoperto il suo trucco. Il suo manganello è la televisione, l’olio di ricino sono i suoi giornali, ma la gente ragiona, dottore, e il Paese li ha visti e riconosciuti nella loro abiezione i quattro gatti in doppiopetto che, quando occorre, tirano fuori dossier, fango e menzogne come un tempo fascisti e carogne usavano feroci le catene e le spranghe. Pagati, suppongo, e certamente usciti dalle fogne.
Chi è che la truffa, dott. Berlusconi?
Lei vanta consensi da “Soviet Supremo” ma, all’apice della fortuna, con una legge elettorale che persino Acerbo avrebbe ritenuto immorale, non ha messo insieme più del 35 % di consensi strappati con mille male arti al 60 % che ha votato. Meno, lei lo sa bene, molto meno, della sterminata massa di chi, nauseato, s’è astenuto. Lei chiama maggioranza parlamentare un clan di nominati, una combriccola d’affaristi, un manipolo di soldati di ventura che nessuno ha votato e che non rispondono ad altri che al capo d’una fazione. Stia al suo posto, dottore, si tenga tranquillamente in porto e ricordi: l’invincibile Armada naufragò miseramente e, a Salamina, le navi della libera Grecia colarono a picco la tracotanza persiana.
Chi è che truffa, dottor Berlusconi? La gente che protesta concretamente e visibilmente, organizzandosi da sola nelle vie, nelle piazze, nelle scuole e nelle università, o lei che ripetutamente vaneggia di menzogne e manovre di una fantomatica sinistra rossa? Chi truffa, dottore, lei, che con le sue ricette rischia di ammazzare il paziente, o il Paese sempre più sofferente e stanco delle cure d’un apprendista stregone che promette miracoli e produce disastri? Chi truffa, dottor Berlusconi? E’ lei che ignora il Paese reale e recita a soggetto una parte che le sta sempre più stretta. Lei truffa, dottore, e glielo diciamo con calma e fermezza: non ne possiamo più di un Presidente del Consiglio che pretende di giudicare i suoi giudici naturali, che minaccia studenti, genitori e docenti, che smantella la formazione, criminalizza l’informazione e sfugge con tutti i mezzi ai processi che s’è meritato. Non ne possiamo più di un uomo che tiene sotto tiro i fortilizi della democrazia. E’ lei che truffa il Paese, dottor Berlusconi, lei che confonde truffatore e truffato. E sarà bene che ricordi: in un tentativo stolto e disperato d’ingannare il suo popolo, Luigi XVI riunì gli Stati Generali ma, alla resa dei conti, negò la forza della democrazia alla quale s’era appellato e non seppe leggere la limpida chiarezza dei “Cahiers des doléances“. Così, dottor Berlusconi, caddero una dietro l’altra prima la Bastiglia poi la testa del re che invano aveva scatenato la Vandea, come oggi i sui ministri minacciano di scatenar la piazza. E’ un re che nessuno rimpiange.
Stia a sentire. Non sguinzagli i suoi cani, dottore. Smetta di minacciare e si fermi. E’ solo e all’ultima spiaggia.
Non ha senso truffare se stessi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2008

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La mia vita da lontano: fili sospesi nel vuoto. Ci cammino come un funambolo stanco che oscilla, si ferma e va avanti, stretto tra il timore di cadere e il bisogno di muoversi, tra la paura di aprire gli occhi e il bisogno di spalancarli per giungere, passo dopo passo nel tempo che gli è dato, dove conduce la strada segnata dai fili. Prima o poi verrà la notte a coprire d’ombra il mio spazio e il mio tempo. Un funambolo sa bene che un giorno cadrà. In piedi su un filo non si può stare mai del tutto fermi ed è impossibile muoversi con passo spedito. Si sta e si va, come un’onda che ruota spinge un’onda e poi un’altra: ciascuna al suo posto e tutto il mare in moto. Si sta e si va, adattandosi alla fatale delusione che ogni equilibrio comporta. Poi uno squilibrio pone fine al viaggio.
La guardo la mia vita – solo così posso farlo – passando per il filtro misterioso della memoria. Ho un punto di vista, un osservatorio precario e l’unico possibile: il futuro subito passato che diciamo presente. Di là guardo il futuro diventato passato: mi scorre davanti, istante dopo istante, e mi meraviglio: è di nuovo un’attesa che andrà delusa.
No, non gioco con le parole.
Il futuro, quale che sia stato, sogno, speranza, incubo o illusione, non ha mai avuto il volto del presente e non è stato mai fermo un istante, mai ne ho colto l’anima, mai l’ho fissato in una successione di fotogrammi. Se n’è andato come un sogno all’alba e mi resta il passato, un sedimento di sogni, un baleno d’illusione, il sapore amaro della delusione, il mito perduto e una triste consapevolezza: indietro non si torna se non con le parole di un racconto.
Torno indietro, quindi. Narro, cantastorie di me stesso, il respiro del tempo: il breve mio tempo di uomo affannato e quello profondo e cavernoso dell’umanità; torno indietro e colgo intrecci impensati, un mondo dentro un altro, come se guardassi una goccia d’acqua al microscopio; torno indietro, ordino eventi, individuo legami, sequenze logiche di cause e di effetti, incontro il caso cinico e beffardo, scelgo nel tempo ciò che penso stia fermo e ciò che pare che avanzi e trascorra cambiando. Cantastorie di me stesso, torno indietro e scrivo: storie nella storia.
Dal mio punto di vista, aperto su un mondo di pupi sorretti da fili, sono fortunato: non so bene per quale inganno ottico, i fili io li ho sotto i piedi. Cantastorie di me stesso, mi reggo da solo e non sono sorretto. Li vedo sospesi nel vuoto, i cavi sottili sui quali ho vissuto e torno ai sussulti di panico, ai soprassalti d’orgoglio, alle rivolte sedate, alla rassegnazione rifiutata, ai patti con me stesso, ai compromessi, all’eterna paura di cadere cercando un equilibrio nuovo. Sono lì, davanti a me, sono io che guardo me stesso su fili che intrecciano fili, e li riconosco: la mia storia e quella di un mondo nel quale hanno vissuto insieme quattro o cinque generazioni, ciascuna col suo tempo, tutte in un unico tempo, entrando o uscendo una ad una dal tempo dell’altra. Ho un figlio, potrei avere un nipote, ho visto uscire dal mio tempo mio padre che non aveva più tempo. Non c’è stato, ma poteva esserci, il tempo di mio nonno che non ho conosciuto. Eppure l’ho visto così presente nella mia infanzia – me ne hanno parlato a lungo mille cantastorie di se stessi – che senza incontrarlo ho ricavato dal tempo suo il senso misterioso della storia che regola il mio oscillante cammino sui fili. E storia del resto era la vita di quel nonno sconosciuto e affascinante che mio padre mi narrava quand’ero bambino:


- Papà era un socialista – mi raccontava spesso - amico di Mussolini quando il dittatore dirigeva l’Avanti! e spesso si fermava da “Aragno“.
Era quello per me un linguaggio incomprensibile e magnetico: il duce, l’omicidio Matteotti, la lotta antifascista, il comandante Giulietti – che mio padre trasformava in Giolitti – un organizzatore sindacale della “gente di mare” che aveva sistemato mio nonno al “punto franco” nel porto di Napoli; e mio nonno stesso – “ fuoruscito” diceva mio padre con orgoglio – si faceva magnetico e incomprensibile: un uomo che non scappa per paura, no, tutt’altro, uno che scappando ha coraggio. Due nani erano al confronto lo squadrista e il poliziotto che lo attesero per anni sotto il portone di casa e un giorno svanirono nel nulla. Tenevo per me mille domande e giungevo subito al cuore del problema:
- Perché sparirono? Domandavo puntualmente come se già non sapessi. E puntuale giungeva la risposta:
- Perché era morto. L’avevano ucciso. Non sappiamo nemmeno dove lo seppellirono.
- Troverò la tomba del nonno, concludevo ogni volta che mio padre smetteva di raccontare. E sul suo viso bruno lo sguardo schietto si faceva luminoso.
Le prime, confuse lezioni di storia le ebbi così: una vicenda ripetuta mille volte, sempre nuova e mai definitivamente conclusa, un nonno ucciso e mai sicuramente morto, un assassino feroce, ignoto e, ciò che più mi colpiva, fino a prova contraria innocente, un tempo lungo che oggi vogliamo breve e, sullo sfondo, due fedi contrapposte, il socialismo e il fascismo, che ormai, al mercato delle pulci hanno lo stesso prezzo svilito e un’etichetta che le rende assurdamente uguali, come uguali potessero essere Lutero e Sant’Ignazio, solo perché ebbero entrambi a che fare con la religione. Sullo sfondo quel socialismo, per cui un uomo poteva scegliere di morire, e il fascismo, origine d’un odio così feroce da ridurne un altro ad ammazzare i compagni. Il rosso e il nero, valori contrapposti in un tempo lungo. Qualcuno anni dopo mi avrebbe raccontato del secolo breve e dei danni causati dall’ideologia: il secolo breve, proprio così, breve, in modo da mettere quanto più tempo possibile tra un tempo nato vecchio ed uno nuovo per definizione, tra un male e un bene nettamente scissi tra loro, come se fosse possibile annullare il legame che c’è tra l’essere e il non essere, come se potesse esistere un male senza che ci sia il bene e viceversa, un bene senza male. Secolo breve, certo, per ingannare e ingannarsi, come se il tempo della storia potesse nascere e morire là dove comincia o finisce un segno sul calendario.
Aragno e Mussolini, storie nella storia, storie di uomini nella storia dell’uomo. Carne ed ossa nel loro tempo né breve né lungo, incantarono misteriosamente la mia giovane fantasia, che presto rifiutò le intollerabili dosi della sciapita pappina scolastica, tutta massacri e truculento amor patrio, tutta politici e generali sorti dal nulla e divenuti arbitri tra destini d’uomini e fortune di popoli. Quando mi resi conto che la preistoria amazzonica e australiana vivevano assieme alla sofisticata tecnologia degli “sputnik”, mi sembrò che la linea del tempo fosse solo una stupida astrazione e sentii fino in fondo le ragioni di Diogene e della sua lampada:. in una storia fatta di morti risultava impossibile trovare la tomba di mio nonno. Sepolto dagli eventi di cui era stato protagonista, l’uomo scompariva.
Come un filosofo, mio padre mi aveva involontariamente insegnato che la storia della civiltà ha le mille sfumature della vita degli uomini. Di essi, tuttavia, nei libri di storia trovavo raramente traccia. Tutti i quanti i plebei messi assieme non avevano il peso di un Menenio Agrippa, le molte pugnalate patite da Cesare cancellavano completamente lo strazio di Vercingetorige, Alesia era un nome geografico e non un bagno di sangue, Roma non era mai chiamata a vergognarsi per Spartaco, le persecuzioni subite dai Cristiani avevano il nobile volto di Pietro e Paolo e rimandavano alla follia di Nerone, ma non intaccavano il mito della “patria del diritto” e non davano nome e volto alla sventurata gente di Linguadoca. Allo stesso modo, il Concilio di Trento aveva un’assoluta preminenza sui milioni di senza nome macellati dal Sant’Uffizio, l’Asiento era tutt’al più la causa di qualche guerra ma non segnava a fuoco col marchio dell’infamia l’Occidente schiavista e non è certo un caso che gli schiavi abbiano avuto bisogno d’un letterato per acquistare un nome e un volto; di fatto, però, essi sono tutti Tom e il loro posto è una capanna che non fa ombra a quel mito americano per il quale Buffalo Bill può tranquillamente essere un clown da circo equestre e i pellerossa ebrei di seconda mano per i quali la storia può serenamente smemorarsi.
Studente di materie letterarie a Salerno, divenni maestro senza aver risolto i nodi ingarbugliati del mio complesso rapporto con la storia. Tornato a casa dai “Censi” senza un’oncia di forza, preparavo gli esami con scrupolo, ma l’università potevo frequentarla veramente poco. Il corso pomeridiano di storia contemporanea però non volli perderlo e feci miracoli per non mancare. Se ne diceva un gran bene e un gran male e se ne discuteva persino sulla stampa. Lo teneva un gran nome, un comunista che, uscito dal Pci dopo i fatti d’Ungheria, s’era dato anima e corpo allo studio del fascismo, aprendosi strade impensate tra memorie di protagonisti e carte d’archivio, ma non s’era lacerato le vesti per i marines a Santo Domingo, per il moltiplicarsi delle repubbliche delle banane, per la Baia dei Porci, per il napalm Vietnamita o per la libertà uccisa dal dollaro a Santiago del Cile.
Non c’è nulla che ci aiuti a diventare adulti più che il dolore d’una cocente delusione. Così si dice ma è un luogo comune falso e meschino: le delusioni ci incupiscono e il dolore ferisce. Di quel corso di storia contemporanea che mi vide andare avanti e indietro da Napoli a Salerno per mesi e mesi ho ricordi splendidi, ma ciò che ne seguì prese la forma della contraddizione che spezza fili dentro.
Seguii col respiro sospeso. Non mi associai al consenso mostrato in aula da moderati servi sciocchi a caccia di un voto da scroccare, non condivisi le critiche saccenti dei futuri scienziati della borghesia che, fuori dai corridoi, censuravano arditamente il “venduto passato a destra” e si preparavano ad appendere ai pali della luce i “nemici del popolo”. Non ho mai amato le mille controfigure di Che Guevara che si riempivano la bocca di un gergo da iniziati, storcendo le labbra e pontificando sullo spontaneismo anarchico o si atteggiavano ad avanguardia proletaria esaltandosi al ritmo di slogan ritmati il più lontano possibile dall’aula di storia: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tsé Tung!”.
L’uomo mancava di fascino. La fronte, ampia sotto i capelli grigi tirati verso la nuca, si separava troppo bruscamente dagli occhi vivaci, intelligenti, cerchiati e luciferini; il naso grande e aguzzo si allungava fino al disegno delle labbra che, nello sforzo di tenere stretto l’eterno sigaro, si inarcavano costantemente verso l’alto, segnando il viso con un’aria involontariamente clownesca; il collo era corto, la vita larga e le mani nervose diventavano adunche quando aiutavano il pensiero. Non aveva fascino, ma sapeva ricostruire un evento, inserendolo in un contesto e non una parola era detta a caso: dietro ogni fatto citato c’erano prove e documenti. La storia del fascismo che ci raccontava era un mosaico che teneva conto delle tessere più minute.
- I particolari, sottolineava sorridendo, sono essenziali. Occorre tener conto anche di quelli che sembrano fuori tono. La realtà italiana negli anni del fascismo fu complessa e articolato fu il fenomeno. Non capireste l’Italia vedendola superficialmente come una realtà unitaria e non capirete il fascismo se lo estranierete dalla complessità che pone le sue componenti in un rapporto tra loro dialettico. Se è moralmente consentito distinguere nell’antifascismo concezioni politiche, interessi, personalità, illusioni e fantasie, è e deve essere moralmente consentito cercare differenze tra Grandi, Farinacci e Mussolini, senza per questo doversi difendere dall’accusa di voler riabilitare il fascismo o il suo capo.
Storie nella storia, pensavo, mentre il viso molto pallido del professore si tingeva di un rosa vivo. E mi pareva che la sua strada conducesse alla tomba di mio nonno.
Un giorno ci spiegò che Croce aveva sentito sempre così viva la repulsione per il fascismo che non aveva mai voluto scriverne: gli ripugnava troppo.
- Tuttavia, aggiunse, il filosofo napoletano ammise la necessità di rendere aperta giustizia a quanti si diedero al fascismo mossi non da vili interessi, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene immaturi e privi di equilibrio critico.
Ne ricavai l’idea che essere uccisi da banditi da strada è assai meno onorevole che finire per mano d’un nemico che ha fede, sebbene riponga il suo credo in un ideale omicida chiaramente scellerato. Mi sembrò che la lampada di Diogene avesse diretto la sua luce su segni di presenza umana e che la vicenda Mussolini-Aragno si dirigesse verso una via capace di renderla comprensibile. Intuivo però che, per giungere davvero alla tomba di mio nonno, occorreva evitare che fascismo ed antifascismo fossero considerati una vicenda storicamente conclusa e collocata nel passato. La questione del tempo – mi venne di pensare – è essenziale nella storia: il passato concluso perde la sua attualità e non aiuta a decifrare il presente. Indietro si torna se non con le parole di un racconto: ma a che serve raccontare qualcosa che proprio non ci riguarda più? Pensarlo e dirlo fu una cosa sola.
- Posso fare una domanda?
- Certo.
- Ritiene che una nuova interpretazione del fascismo, professore, quale che essa sia, possa prescindere dai valori morali e politici che sono alla base della realtà del nostro tempo e della nostra Carta costituzionale?
- Il giudizio morale non compete allo storico.
La risposta secca non consentiva repliche e dentro mi rimase la sensazione di una ambiguità. La lampada di Diogene smise di dare segnali: l’uomo era evidentemente ancora tutto da scoprire. L’esame orale, dopo quello scritto, si aprì con una bellissima sorpresa. L’assistente, dopo avermi chiamato, lasciò che sedessi, poi si rivolse al titolare:
- Professore, questo è Aragno.
Il sorriso che ormai conoscevo si aprì verso di me con una curiosità compiaciuta che lo rese affettuoso:
- Lei è parente degli Aragno proprietari del famoso caffè letterario?
- Uno era mio nonno, ma non l’ho conosciuto. Fu amico del Mussolini socialista, ma morì prima che nascessi, molto probabilmente ucciso dai fascisti.
- Lei ha fatto un compito scritto molto interessante, ha due esami di storia contemporanea e sta facendo la tesi col mio assistente. Le piacerebbe venire qui a lavorare con noi dopo la laurea?
Il viso del professore s’era fatto d’un tratto ammaliante. Toccai il cielo con un dito e acconsentii senza esitare.
- Non le prometto molto, aggiunse, ma un posto di esercitatore lo troviamo. Si faccia vedere appena ha terminato. Mi racconterà di suo nonno. Ci tengo molto.
La strada per l’università non mi era parsa mai così ridente come quando passai il ponte sull’Irno e girai a sinistra verso la palazzina tutta nuova dove mi attendevano per prendere accordi e cominciare. Due mesi dopo il professore mi aveva già aperto la sua casa, la sua biblioteca, i suoi preziosi documenti e mi aveva offerto un’amicizia calda e imprevedibile. Mi pare di vederlo ancora davanti al cancello della sua casa romana a Monteverde, mentre mi veniva incontro sorridente, in canottiera, e mi accoglieva nello studio ingombro di libri e carte fino all’inverosimile. Su di una mia ricerca discutemmo per un anno ardentemente e fu per me una guida davvero preziosa. Ascoltava, sorrideva, prendeva tempo, mi invitava a prenderne, rifletteva, mi induceva a riflettere, leggeva e infine valutava:
- Ora va davvero bene. Ma c’è un punto che chiarirei.
Ed era certamente un nodo che non avevo sciolto.
- Su questo episodio dovrebbe esserci qualcosa di interessante in archivio.
E c’era di sicuro una carta da scovare.
- Ti sarà utilissimo questo libro. Te lo presto – mi diceva scherzando – ma guai a te se non me lo riporti: non se ne trova una copia in tutt’Italia.
Andava a colpo sicuro tra migliaia di volumi, tirava fuori il suo tesoro e me lo consegnava con un’aria festosa che mi faceva sorridere.
Gli spiaceva che fossi comunista, ma era convinto che studiando avrei scelto altre vie. Io scuotevo il capo e replicavo che non sarei mai passato in campo liberale. Gli dicevo quello che pensavo e sosteneva che il dissenso non creava barriere tra noi; era evidente però che lo preoccupava.
- Questa tua idea di una superiorità etica dei valori dell’antifascismo – mi ripeteva continuamente - è una posizione da militante. Tu rischi così di far prevalere il momento etico su quello scientifico.
Io mi difendevo con estrema semplicità: non credo alla neutralità dello storico, sostenevo convinto. Prendevo quel suo rimprovero come la lezione d’un precettore a un alunno che stima, ma non sentii mai pesare il potere che pure possedeva e non mi pareva mai di essere chiamato a scegliere tra “carriera” e valori. Certo, un velo gli passò negli occhi una volta che il discorso cadde sul consenso conquistato dal fascismo nel paese.
- Un’opposizione inesistente. Ridotta a nulla senza ricorrere ai gulag, Aragno. E’ questo che conta. I numeri parlano chiaro.
- Dopo le manganellate e l’olio di ricino, dopo il confino e il tribunale speciale. Col rischio del licenziamento e una famiglia da mantenere. Cose banali forse, ma i numeri non dicono ciò che pensa la gente. A casa mia, professore, ci furono balilla e piccole italiane. Non ci fu un fascista.
Quando giudicò concluso il mio saggio e mi annunziò che l’avrebbe pubblicato sulla prestigiosa rivista che dirigeva, mi sembrò di aver ottenuto una sorta di consacrazione.
- Devi aver pazienza. L’anno prossimo verrà il tuo turno. Per quest’anno sulla rivista non c’è un rigo libero.
Un anno dopo lasciò Salerno per Roma e raccomandò il suo giovane pupillo a tutti quelli che contavano:
- Trattatemelo bene. Ci tengo.
Ci sentivamo per telefono assai spesso e le volte che andavo a fargli visita a Roma aveva sempre strade da indicarmi e ricerche da avviare. Una volta, però, mentre sedeva alla scrivania con l’aria molto stanca, mi guardò sorridendo e confessò: sai una cosa? Guardandomi allo specchio stamattina ci ho visto Mussolini.
Scossi la testa, pensando agli antifascisti lasciati da poco in archivio:

- Tutti abbiamo dentro i nostri fantasmi, professore. Se fanno compagnia va bene. Se no, occorre liberarsene. Dicono che Montesquieu abbia lavorato per decenni al suo “Spirito delle leggi”. C’era sempre qualcosa da rivedere e non si decideva mai a concludere. Domani si ripeteva, ma quel domani non veniva mai. Fu così che un giorno si accorse di avere un demone dentro. Si accostò al manoscritto, aprì l’ultima pagina ed esclamò: tu hai deciso di vedere la mia morte e io ti uccido. Prese la penna e scrisse la parola fine.
Rimase pensoso e non rispose. Se il suo duce gli fosse entrato davvero fin dentro il cuore, come il demone di Montesquieu non saprei dire. Cercava più carte di quante ne servissero e, fra tutte, sceglieva sempre quelle che aprivano uno spiraglio e chiudevano porte. Se due parole servivano a giustificare, tutte le altre finivano nella penombra di frettolose note in calce: un muto elenco di carte.
L’ultima volta che l’ho visto a casa sua aveva l’ombrello aperto nel giardino di casa. Pioveva e mi aveva accompagnato al cancello. Salutandomi mi assicurò:
- I tuoi sindacalisti rivoluzionari sono al varo. Nel prossimo numero stampo il tuo saggio.
Aveva il solito viso sorridente e mi poggiò la mano sulla spalla. Nessuno dei due poteva immaginarlo quando il cancello si chiuse quel giorno dietro di me come tante altre volte prima: il filo che ci aveva uniti era logoro e stava per spezzarsi. Eravamo delusi. Mi aveva insegnato tutto ciò che sapevo e si era accorto che non sarei mai stato un suo allievo. Io, che gli dovevo molto e gli volevo bene, sapevo che non l’avrei mai considerato un maestro. Scrivere di storia in fondo è un po’ come andare in trincea: il cuore è nel presente. Il suo Mussolini e il mio Aragno, irriducibili avversari da vivi, erano incompatibili da morti. Stanco della mia indipendenza – frequentavo compagnie accademiche che riteneva selezionate apposta tra i suoi peggiori nemici – il maestro scelse la via chirurgica.
Il saggio non uscì: bisognava rifarlo – troppo il tempo trascorso – e all’università occorreva scegliere: o lasciare la scuola o andare via.
Il ponte sull’Irno non era mai stato così triste come quando me ne andai. Nel cortile tardi epigoni del Sessantotto, che da tempo straparlavano di diciotto politico e di esame di gruppo, trovarono il coraggio di appiopparmi l’etichetta che non si erano mai permessi di tirare fuori:
- il fascista va via.
In cattedra poco dopo andarono gli “apprendisti di bottega”, alcuni dei tardi sessantottini che mi dopo avermi chiamato fascista impararono a ragionare con moderazione, rinunciando ad appendere in piazza i nemici del popolo.
Non ci contavo, più, ma molti anni dopo il vecchio professore si accorse di me.
- Ha pubblicato una bella recensione sui tuoi socialisti – mi informò qualcuno - e nel tuo libro ha trovato uomini e non solo fatti.
La lessi: “ C’è una concezione alta e indipendente della vicenda storica, c’è la passione dello storico militante e ci sono ricerca e documenti“. Sorrisi amaramente.
Il telefono della casa a Monteverde non era cambiato.
- Aragno, che piacere!
E sembrava sincero.
- Volevo ringraziarla per la recensione. E’ bella.
- E’ bello il tuo lavoro. Ora non potrai negarlo, avevi bisogno di maturare.
- Può darsi, replicai. Tutti ne abbiamo bisogno. Una cosa però voglio dirgliela. Lei mi ha insegnato davvero molto di quello che so: ho imparato da lei come si fa ricerca. Il saggio che mi restituì, però, non l’ho rifatto. Così com’era poi divenne un libro. Ci aggiunsi un paio di capitoli e a Salerno lo adottarono come testo d’esame.
Stette un attimo zitto, poi esclamò cordialmente:
- La mia rivista è a tua disposizione. Se scrivi qualcosa mandamelo.
Troppo tardi, avrei voluto dirgli. Ho lavorato e scritto molto. Fuori dei circuiti accademici però si incide poco. Ma come spiegarglielo? Avrei rischiato di sentirgli ripetere la lezione sulla neutralità dello storico e sui rischi che il giudizio etico fa correre alla scientificità della storia.
Non gli mandai nulla e non lo rividi mai più: un anno dopo morì.

Uscito su “Fuoriregistro“, il 7 luglio 2005.

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Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodémogli e buoi dei paesi tuoi“.
Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.

Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.

La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.

Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010

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