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Zavorre d’Italia“. Così, con questa sprezzante definizione, in un libro privo di intenti autobiografici e di una sia pur minima punta di autoironia, Antonio Catricalà descrisse anni fa ciò che frena la crescita. La definizione mi ritorna in mente mentre provo a evitare la valanga di dotte analisi sui sottosegretari del governo Letta. Tranne rare eccezioni, silenzio di tomba sul grumo d’interessi corporativi, protezioni e privilegi di classi sociali forti strette attorno alla “squadra di governo”; la parola d’ordine è chiara: sorvolare sul cuore del problema italiano, ignorare che in una repubblica parlamentare, quali che ne siano gli esponenti, questo governo, nato tradendo gli impegni presi con gli elettori e vincolato alle condizioni dettate alle Camere da un Presidente della Repubblica rieletto, soffre di anemia costituzionale e scarsa legittimità democratica. Più che ministri o sottosegretari, gli uomini di Letta sono, in realtà, esecutori d’ordini, scelti col manuale Cencelli tra sacerdoti del liberismo e sperimentati portaborse dei capi fazione di una maggioranza rifiutata dal voto popolare. Non c’è dubbio: Lombardi e Crimi non sono Matteotti e Amendola, ma il circo mediatico picchia più duro del manganello e, grazie alla “Calderoli-Acerbo“, manipoli di “nominati” bivaccano alla Camera in attesa dell’incombente “Convenzione” e rendono l’aula parlamentare così sorda e grigia, che mai come stavolta l’inascoltato monito di Gaetano Arfè sulla rinascente “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” appare più profetico che amaro.
Se si esce da questo quadro per inseguire il sogno dei “buoni ministri” che danno il crisma di santità a un governo di senza Dio, gli “elementi positivi” si possono anche trovare. Basta però fermarsi ai nomi dei personaggi “sperimentati“, per capire quanto potrà contare la storia d’un volto pulito. Catricalà, Cavaliere di gran Croce all’Ordine del merito della Repubblica e docente di Diritto privato prima all’Università di Tor Vergata e poi alla LUISS, grazie a un anemico saggio sul Consiglio di Stato e a una guida alla preparazione delle prove di concorso con schemi, esempi e quesiti, che Wikipedia contrabbanda per un saggio di diritto civile, più puntuale di un orologio svizzero, figura nell’elenco dei sottosegretari. Già presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, presidente designato dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha visto premiata la sua fede neoliberista con un posto di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri del governo precedente e, dopo il disastro, eccolo viceministro allo Sviluppo Economico, dove regna Flavio Zanonato, noto soprattutto come sostenitore dell’energia nucleare. In quanto all’istruzione, mentre il buon nome di Maria Chiara Carrozza, sull’esempio della Boldrini, fa da specchietto per le allodole, la riconferma di Marco Rossi Doria è da sola un programma di governo: sostenitore del dialogo con Casa Pound, guardia armata della disastrosa legge Aprea, paladino del concorsone e crociato dell’Invalsi, Rossi Doria ha appoggiato con la più ferma convinzione tutte le iniziative di Profumo, che, a sua volta, ha tenuto con ostinata mano ferma la rotta tracciata dalla Gelmini. Una posizione notevolmente rinforzata dall’arrivo di Gianluca Galletti e Gabriele Toccafondi. Ammesso che voglia farlo – ed è cosa tutta da dimostrare – basta cercare nei loro curricula, per capire quanto sarebbe difficile per il nuovo ministro mutare il corso delle cose.
Gabriele Toccafondi, scuola PDL, si è distinto soprattutto per la difesa dei contributi statali alle “scuole paritarie“, in aggiunta ai fondi ordinari del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca , e per l’istituzione di un Fondo per la parità scolastica sostenuto in tandem con Gianluca Galletti, centrista e cattolico, che, per suo conto, ha lottato per evitare il pagamento dell’IMU alle scuole paritarie, ha difeso l’insegnamento della religione cattolica, s’è battuto per dell’ANVUR, la discussa agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca e ha chiesto di reintegrare il fondo in bilancio previsionale 2013 per le istituzioni scolastiche “non statali, in modo da garantire il livello di finanziamento degli anni precedenti.
Chi ha sognato il cambiamento è avvisato: stiamo assistendo al trionfo delle zavorre d’Italia. Inutile sognare o continuare a chiedere ciò che spetta di diritto alle buone grazie dei ministri. I diritti si difendono lottando come si può, con le unghie e con i denti se necessario.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 maggio 2013 

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E’ vero. I soldi per le borse di studio sono spariti nei tagli e nell’insipienza della politica, ma non bisogna coltivare la disperazione. Il gusto forse è macabro, l’intento inconscio ha un vago sapore di sadismo, ma la notizia circola e nell’indifferenza generale che circonda la scuola occorre registrarla a futura memoria. Quando gli storici attoniti ricostruiranno la vicenda di questo impensabile codicillo di legislatura, occorrerà che si sappia: mentre il Paese annaspa nei vortici della peggiore crisi finanziaria che si sia mai registrata, Profumo, ministro scaduto e però prorogato, dà segni di vita e lancia, ineffabile, la sua tragicomica “Campagna di educazione finanziaria“.

In società con Poste Italiane, prende il via così, per gli studenti della scuole secondarie di II grado, quello che l’Ansa definisce, con impeccabile stile professionale lo “strumento di pagamento integrato alla ‘Carta dello Studente – IoStudio”.
L’ha presentato a Roma con invidiabile faccia di bronzo il ministro in persona nei locali del Miur probabilmente sconcertati, in compagnia di un noto campione del management, l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, che con indiscutibile senso della realtà, si è associato all’ineffabile ministro nel funambolico panegirico della strampalata iniziativa. A dar retta ai due illustri personaggi, “Attraverso questa ulteriore operazione la nostra scuola si allinea ai migliori standard internazionali, con una carta in grado di attestare lo status di studente non solo in Italia, ma anche all’estero”.

Nunc est bibendum! Dopo le pagine buie di Berlinguer, Moratti e Gelmini, Profumo apre un nuovo capitolo e accende un faro sulla sorte della nostra pubblica istruzione: benché privi ormai di una scuola degna di questo nome, grazie alla “carta Profumo”, i nostri ragazzi continueranno a chiamarsi studenti.
Segnate la data col lapillo bianco.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 aprile 2013

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Sul filo di lana e nella logica oltraggiosa del “voto utile“, Skuola, sponsorizzata da Mediaset e Tgcom24, ha pensato bene di chiarire ai lettori-elettori i progetti per la scuola dai “grandi” protagonisti delle elezioni, senza interpellare gli altri candidati. L’iniziativa è quantomeno singolare. I rapporti tra la scuola malata e l’equipe dei “guaritori” dovrebbero essere ormai chiari: Bersani Monti e Berlusconi l’hanno governata assieme in piena concordia. Assieme hanno deciso i rovinosi tagli, l’illegale concorso a quiz e la sorte riservata ai precari; assieme hanno trasferito milioni di euro dal pubblico al privato in sfregio alla Costituzione e non c’è stato gran dissenso nemmeno sulle campagne di stampa per l’orario dei docenti e l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Scuola, istruzione e ricerca, fortilizi di democrazia, strumenti imprescindibili di promozione e riscatto sociale e autentici motori di quello sviluppo invano cercato nella trappola del rigore, nella mortificazione dei lavoratori, nell’attacco ai diritti e nella difesa di privilegi di classe, non avevano mai conosciuto il tracollo che viviamo. La trionfante DC del’48 non giunse a fare delle politiche per la conoscenza il perno di quel “sovversivismo dei ceti dirigenti” che ha ispirato Monti, il suo governo e la maggioranza che l’ha sostenuto. In linea con una tendenza tipica del neoliberismo all’italiana, Monti, Berlusconi e Bersani non si sono limitati infatti a una devastante rinuncia agli investimenti, ma hanno dilapidato un patrimonio di conoscenze e di esperienze pedagogiche e didattiche. Per un anno si è parlato di merito mentre si tagliavano servizi, si sono violate le regole mentre si bandivano crociate per la cultura della legalità, si è battuto sul tasto della formazione e lì ci si è fermati, ignorando che essa è solo una parte del mondo più ampio e complesso che si definisce educazione. Al tirar delle somme, è emerso il disastro e dopo le infinite chiacchiere sulla meritocrazia i docenti, messi sotto processo, hanno potuto verificare che ciò che si voleva da loro era solo la disponibilità a smetterla di educare, di fornire, cioè, strumenti in grado di formare coscienze, scegliere tra sistemi di valori, ricavare dall’insegnamento ciò che sarà utile per la durata di una vita che chiede anzitutto autonomia e capacità di relazione dialettica col tempo che cambia. Si voleva dimenticassero, in ultima analisi, che usar bene una penna, non significa “esser padroni del pennino e dell’inchiostro” ma aver parole da dire quale che sia lo strumento utilizzato: il miscuglio di acqua e polvere colorata con cui la preistoria ci parla dalle sue caverne, la biro, la matita, la tastiera virtuale di un tablet o quale che sia domani lo strumento tecnico che ci consentirà la comunicazione grafica. Si voleva che si limitassero a fornire agli studenti un minimo di competenze da spendere in tempo breve sul mercato del lavoro, per farne una piccola, alienata rotella del grande ingranaggio della produzione. Era, a ben vedere, la messa al bando del “Prometeo”, di “colui che riflette prima” e poi si schiera in un conflitto che è legge di vita e nel titanico scontro, metafora classica della lotta di classe, sa come rubare il fuoco agli dei.
Una scelta politica di fondo, quindi, perché ormai è chiaro: a dar retta agli stregoni del capitale, ai docenti tocca stravolgere il “tempo” della scuola, il vero capitale del loro investimento sul futuro; un “tempo” che è l’elemento di distinzione tra una programmazione che guarda lontano e quella che si limita a interventi a “ricaduta immediata”, verificabili in senso quantitativo nel breve volger di un anno. Di qui l’Invalsi e i quiz che levano alla gloria degli altari la nozione in nome di una utilità momentanea, buona per derubare i ceti subalterni di una “scuola per la vita” e disarmare Prometeo, difendendo dal furto il fuoco degli dei. Chi ha dato uno sguardo alla legge di stabilità, conosce la miseria della filosofia che sta dietro le scelte condivise dai tre “grandi” e la domanda a questo punto è legittima: perché “Skuola” e in generale il circo mediatico danno tanto spazio ai protagonisti di un sfascio senza precedenti, lasciando fuori Grillo, Ingroia e Giannino?
Se il caso Giannino, profeta della meritocrazia scivolato, guarda caso, proprio su questioni di merito e di educazione – due lauree inventate per rimpinguare il percorso di studi – induce a riflettere sui mostri che genera l’impuro connubio tra merito e mercato, non meno interessante è il “caso Grillo”. Al di là del ritorno alla “politica in piazza” e delle conseguenti “piazzate”, il suo programma, infatti, mette la scuola su binari “transitabili” dagli addetti ai lavori e attacca le due destre già alleate nel sostegno a Monti con un’affermazione che non fa spazio a equivoci: abolizione della legge Gelmini. Alla chiarezza dell’incipit, però, seguono poi il rifiuto dei finanziamenti dello Stato alle scuole confessionali e private, che fa l’occhiolino al dissenso di sinistra e, per rovescio, i cavalli di battaglia di Profumo, in modo da non dimenticare le delusioni della destra: abolizione del valore legale dei titoli di studio e integrazione Università/Aziende; infine, per star dietro al “nuovismo”, che è un “ismo” vitale per il populismo, tutto il web del mondo, il possibile e l’impossibile, senza criteri didattici, con l’abolizione graduale dei libri di scuola stampati e quindi la loro gratuità. Principi sani e fanfaronate, com’è nello stile della casa, ma Skuola ha fatto la sua scelta: l’alba del nuova politica nasce con Berlusconi, muore con Monti e fa i conti con Bersani. Altro non conviene ci sia e non se ne parla. Svanisce così la sinistra raccolta attorno a Ingroia con un programma che si colloca in modo consapevole fuori l’«arco incostituzionale» dei neoliberisti e scandalizza i sacerdoti del dio mercato con quel suo inizio che riafferma il valore universale della scuola, dell’università della ricerca pubbliche. Chi l’ha pensato, non ha cercato a tutti i costi il nuovo ed è, anzi, tornato schiettamente alla “vecchia” tradizione di uomini come Calamandrei, all’idea di una repubblica che garantisce l’accesso ai saperi per tutte e tutti, in base al principio indiscutibile che non esiste altra via per assicurare al Paese cittadine e cittadini liberi e consapevoli; un ritorno a dottrine sociali o addirittura all’«eresia socialista» della centralità della conoscenza, tanto cara ai padri Costituenti, da indurli a farne il tema del terzo principio della legge fondamentale della repubblica. Anche qui netto è il rifiuto della legge Gelmini, voluta da Berlusconi, cara a Monti e Profumo e mai seriamente messa in discussione da Bersani. Un rifiuto che si accompagna a proposte di ispirazione europeista, l’Europa antifascista di Spinelli, però, che è agli antipodi dell’Unione bancaria di Monti, Bersani e compagnia cantante: l’obbligo scolastico a 18 anni e il ritiro del blocco degli organici imposto dalle ultime leggi finanziarie, tutte ispirate, giova dirlo, al delirio monetarista di sacerdoti e servi sciocchi dell’Europa germanica. In questo solco di ispirazione democratica e di “statalismo socialista” – ecco un’altra eresia – si pongono il rifiuto di “qualsiasi progetto di privatizzazione del sistema di istruzione” che unisce sostanzialmente i tre “grandi”, e la stabilizzazione del personale precario. Novità significativa, la visione articolata delle politiche culturali. Sarà “passato” anche questo – siamo a Spinelli e al “Club del Coccodrillo”, al tempo in cui il nesso tra formare e informare era così chiaro, che Gaetano Arfè cercò di far nascere un telegiornale europeo – ma per Ingroia e compagni, scuola, università e formazione viaggiano sullo stesso binario di una seria riforma dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione ai poteri economico-finanziario.
Di tutto ciò s’è parlato poco e si capisce il perché: la ricetta è alternativa. Né, maghi, né guaritori e nemmeno “miracoli rivoluzionari”. Senso della storia, però, occhio volto al futuro e, per farla breve, tanta Costituzione. Le urne non cambieranno il mondo, ma a ragionare onestamente bisognerà dirlo: col loro voto scuola e università hanno l’occasione di valutare con decisiva chiarezza l’Invalsi, l’Anvur, e la pletora di ignoranti che da tempo millanta crediti che non ha.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 febbraio 2103

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Mettiamola così, per farla breve: se non soffre di vocazione al suicidio, non c’è malato al mondo disposto ad affidarsi al medico che ha sbagliato diagnosi e l’ha mezzo ammazzato di farmaci inutili e rimedi peggiori del male. Fa eccezione l’Italia che studia, ma non è cosa normale perché il medico s’è imposto al malato. Al capezzale della scuola politici e tecnici hanno chiamato tutti tranne gli insegnanti. Riuniti a consulto, si sono visti all’opera maghi della comunicazione, economisti ed esperti di marketing e, in quanto ai vertici dell’equipe, in sala rianimazione è stato il trionfo dei dilettanti: un’esperta di razionalizzazioni d’azienda, un medico, un avvocato e un ingegnere con la vocazione del manager, per fermarsi al più recente passato. Uno dopo l’altro, da Moratti a Profumo, tutti neoliberisti: privatizzazione, libero mercato, mercificazione del sapere. Un disastro annunciato, ma alla paziente sempre più malmessa nessuno ha mai chiesto lumi e persino adesso che siamo al collasso e si rischia il funerale la ricetta non cambia.
Francesca Puglisi, candidata al Senato e responsabile istruzione del Partito Democratico, è, manco a dirlo, laureata con lode in economia e si è sempre occupata di marketing e comunicazione. Promette cambiamenti di rotta e novità da capogiro, ma in una recente intervista, ha esordito copiando pari pari l’esordio dell’avvocato Gelmini: “stipendio più alto per i professori“. Subito dopo ha lanciato il proclama: “basta riforme calate dall’alto, la scuola è stata stravolta e ha bisogno di fiducia e quattrini, perché Berlusconi ha aperto il libro delle favole e Monti ha proseguito con i tagli.
Peccato che per un anno il Partito Democratico abbia votato tutti i provvedimenti del governo Monti, che Bersani e soci hanno sostenuto, guarda caso, assieme al vituperato Berlusconi. Peccato soprattutto che, mentre promette una grande stagione di “collaborazione con la comunità della scuola” e l’immancabile “fase costituente con una grande consultazione nazionale“, l’esperta in marketing s’avventuri nell’esposizione di un programma già pronto, definito e confezionato, in cui spicca la scelta sadomasochista di concedere lo stipendio più alto solo a quei docenti che accettino di lavorare “intra moenia” di pomeriggio invece che a casa, per correggere compiti, preparare lezioni e occuparsi di aggiornamento tra le macerie di scuole cadenti e deprivate. Poiché la fantasia non manca, ecco però la promessa mirabolante: niente paura, signori docenti, il governo vi stima e vi rispetta; per intervenire sui guasti dell’edilizia scolastica tirerà fuori un’elemosina da un maquillage al patto di stabilità e addosserà agli Enti Locali – ai quali manca ormai persino l’aria per respirare – il compito di fare da volano della crescita, investendo quattrini a palate per ristrutturare e addirittura costruire nuove scuole. Temete forse che le risorse possano rivelarsi inadeguate? Potrebbe darsi, certo, però abbiate fede. I “democratici” son capaci di trovate generose e perfino geniali. E’ vero, il futuro governo non troverà i fondi riducendo le insostenibili spese militari, vendendo caserme e smobilitando dai fronti di quella guerra che la Costituzione ripudia; è vero anche che non bloccherà i quattro miliardi di euro graziosamente “prestati” da Monti ai suoi amici banchieri alle prese coi bilanci ballerini del pasticciaccio Montepaschi. Il PD, però, che non accetta l’immobilismo, sa il fatto suo e non si lascerà cogliere certo impreparato. Affiderà perciò la scuola al buon cuore dei cittadini, offrendo loro la possibilità di destinare l’8 per mille all’edilizia scolastica. Uno scialo inatteso e – ciò che più conta – davvero rivoluzionario.
In quanto ai precari, che si attendono da un governo che “collabora con la comunità della scuola” una qualche stabilità, gli studi sul mercato condotti dal partito dell’aspirante senatrice puntano tutto su un equilibrio precario tra i possibili bacini elettorali: ai “giovani migliori laureati” un concorso di assunzione riservato, parziali stabilizzazioni ai precari, non importa se avventurose e lente, in un futuro indefinito che prima o poi, per forza d’inerzia diventerà presente. Né più, né meno che Profumo riveduto, corretto e presentato in salsa elettorale.
E’ vero, ha ragione l’aspirante senatrice Puglisi, che di comunicazione s’intende molto: “l’Italia giusta si prepara a scuola“. Il suo programma, però, ci aiuta soprattutto a capire perché il nostro Paese è stato e sarà ancora ingiusto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 gennaio 2013

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Dipinto del pittore Hypnos

Dipinto del pittore Hypnos

E’ vero, i tagli del governo tecnico producono infine i danni che ci fanno greci, ma questo è vietato raccontarlo. Non si deve sapere. Siamo al punto che a Napoli da giorni si gela, ma a scuola non c’è riscaldamento. Fai fatica a dirlo perché lo sai, non ci vuole molto ad avviare l’inaccettabile scaricabarile: “e i genitori non protestano? Magari gli insegnanti sono contenti”! E tu prova a dire che quelli gelano con gli alunni. “E’ il sindaco Masaniello, sono i soliti napoletani“!
Il governo no. Il governo non c’entra.
Ciò che più colpisce è che la brutta faccenda passa sotto silenzio. La stampa, sempre pronta a lottare contro i “bavagli”, da un po’ s’è zittita da sola e il santino Monti, costruito apposta per abbagliarci, continua a brillare. C’è un dire e non dire che fa paura. Si ammette e si sopporta, perché, divisi in due squadre per vent’anni, tutto ciò che ci resta è tornare a tifare. E si sa, al tifoso non importa nulla di come hai giocato. Conta che vinci. Il meccanismo è semplice e collaudato.
E’ vero, si dice, in tredici mesi la disoccupazione è cresciuta e ai giovani s’è negata la speranza. Prima, però… E qui si tace. Altro non serve e ci si capisce: prima, “quando c’era lui, all’estero ci prendevano in giro! Come se oggi ci portassero ad esempio.
E’ verissimo, in pensione si va ormai dopo morti e chi sopravvive alla Fornero farà i conti con la fame. Certo che è vero, per gli assicuratori è stata manna dal cielo. Sì, però prima… E per quel prima che avremmo colpevolmente voluto, ora accettiamo il poi che ipoteca il futuro quanto e più del passato.
D’accordo, sì, con gli esodati l’errore è stato veramente tragico e sarebbe stupido negarlo, qualcuno s’è ammazzato… E’ vero, sì, lavoro non ce n’è e di tutto si sentiva il bisogno, tranne che d’una legge per licenziare… Certo che è vero, s’erano promesse due regole fisse, il rigore e l’equità, poi, strada facendo, il rigore è diventato macelleria sociale, l’equità è sparita, i ricchi hanno scialato e i poveri hanno pagato. Sì, però prima…
Non c’è dubbio, è così: la violenza delle forze dell’ordine ha toccato punte cilene e in piazza non c’è stato un giorno senza manganellate, lacrimogeni e onesti cittadini trattati come malfattori. Ed è vero, sì, in tredici mesi la scuola è stata rasa al suolo e nessuno ha trovato la cosa contraria ai principi della Costituzione. Le scuole dei preti hanno fatto fortuna e quelle statali sono ridotte in miseria. Per un mistero glorioso, Gelmini, travestita da professore universitario, s’è fatta una e trina e ha potuto governare la scuola passando per Profumo, Rossi Doria e la dott.ssa Ugolini. Il Paese, confuso, ha taciuto e non s’è scosso nemmeno quando Napolitano, sorpreso a telefono con un inquisito, ha denunciato i giudici per lesa maestà.
Abbiamo ministri indagati per frode fiscale e sottosegretari rinviati a giudizio per truffa, ma ci siamo detti che però prima… In quanto ai giornali e alle televisioni, c’è mancato solo che il Papa rivendicasse il suo diritto a nominare i santi. Tutto il governo Monti, persino un sospetto ateo come Polillo, è stato levato alla gloria degli altari.
E’ vero, sì, per tredici mesi non s’è parlato di Berlusconi e dei suoi processi, non s’è avuta notizia di escort, scandali e malgoverno. Era un pilastro del paradiso e bisognava tacere. Ci siamo raccontati di un male necessario per una colpa da espiare: con mille euro al mese, vivevamo sopra le righe e lo sapevamo. Napolitano, Bersani, Casini e Fini sono serviti: non s’è votato quando Berlusconi era davvero finito e si sarebbe potuto ripulire il Paese e questo è il risultato. Si è mentito e si continua a mentire: Berlusconi era d’un tratto diventato uno “statista”, tutto prudenza, saggezza e senso di responsabilità e i tecnici, che hanno saputo solo scodinzolare ai mercati, son diventati d’un tratto comunisti, decisi a far pagare la crisi a chi l’ha prodotta: un ceffone mai visto è pronto per gli evasori, si farà guerra a mafia e corruzione e via di corsa con la patrimoniale. I fatti, però, parlano chiaro: uniti e concordi, Berlusconi e Monti hanno consentito le spese più inutili e vergognose, ci hanno addossato i miliardi per lo sporco affare Tav, per gli F-35 e per le banche degli usurai.
Per tredici mesi è stato il trionfo del buongoverno. Ora che il Paese affonda e il dubbio si fa strada nelle menti ottenebrate, ora che un accenno di polo delle sinistre si va costituendo, ecco il colpo di teatro: c’è il diavolo che torna. E fa paura. Come un gregge impaurito dal lupo che minaccia, ci gettiamo imploranti davanti all’altare dei nuovi santi. Va bene tutto e ci facciano a pezzi governi di brava gente e di incorrotti professori. Sulla stampa torna il baccanale: Ruby è sparita ma ricompare, i fari si accendono sui tribunali, non c’è scandalo su cui non si torni. Avremo tre mesi di fuoco incrociato: da un lato l’inferno, che però sosteneva il paradiso, dall’altro l’incontaminata purezza tecnica affiancata da tutto il nuovo della politica: Casini, Bersani, Vendola e Napolitano. Accadrà di tutto e sembreremo persino liberi: voteremo. Poi ci risveglieremo. La prima immagine che vedremo sarà di una chiarezza veramente olimpica: Monti, beato e santo, nella gloria degli angeli Fornero, Profumo, Catricalà e Polillo e un governo di “larghe intese“. Forse allora qualcuno si ricorderà che San Polillo, quando era solo beato, di mestiere faceva il consulente economico del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà…

Uscito sul “Manifesto” il 15 dicembre del 2012

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Dopo un anno perso dietro i numeri di un governo di contabili e ragionieri, i conti non tornano. E’ allucinante. Non ci avessero pensato Milena Gabanelli e quella banda di guastafeste raccolta all’ombra del “Fatto Quotidiano”, nessuno dei ben pasciuti e titolati tecnici ingaggiati da Monti e Napolitano ci avrebbe raccontato l’incredibile storia di Ilaria Sbressa. Molto probabilmente, non avremmo mai saputo che ai tempi della Gelmini un’azienda privata ha ottenuto il via libera dal Miur per realizzare una ventina di spot da “Carosello” e utilizzarli come prezioso materiale didattico, con un rapporto guadagno spese che sta nei termini osceni di ventimila euro alla voce costi contro i settecentotrentamila messi in tasca. Una barca di soldi pagati, a quanto pare, dopo l’uscita di scena della Gelmini, cui sommare cinque milioni entrati grazie a sconti, favori e acquisizioni di fondi europei. Tanto spreco, mentre l’intero governo fa il coro greco per i “costi” sociali degli studenti fuoricorso e un’appetitosa valanga elettronica, tutta tablet, lavagne multimediali e pagelle digitali, precipita sulla scuola terremotata dalla religione del profitto!
Onore al merito: mentre la Ragioneria dello Stato accampa i suoi agenti in viale Trastevere e scava a destra e a manca nei ripostigli, Il Miur, con invidiabile faccia tosta, diserta il campo minato delle ore d’insegnamento e discetta vezzosamente di concorsi, precari e rivoluzione copernicana della formazione. Non ci sono dubbi: nell’anno del miracolo Monti c’è mancato tutto, tranne gli scandali soffocati e le dichiarazioni sibilline. Dall’Ilva, difesa a spada tratta contro regole, magistrati e cittadini, a Passera ci ha fatto la lezione morale sulle tasse, portando sulle spalle il peso di un’inchiesta per frode fiscale, il confine tra realtà e rappresentazione s’è fatto così sottile, che persino l’evidenza d’un filmato è stata revocata impunemente in dubbio, senza temere ridicolo e vergogna. Il 14 novembre, mentre il ministro Cancellieri elogiava le forze dell’ordine reduci dai pestaggi capitolini, la collega Severino dichiarava di aver aperto un’inchiesta interna sul comportamento della polizia, sospettata di essersi appostata alle finestre del suo ufficio per sparare candelotti lacrimogeni sulla testa di ignari manifestanti. A risolvere brillantemente la tragicomica situazione, hanno pensato, competenti e professionali, i carabinieri, spiegandoci che l’asino vola e subito la stampa si è affettata a raccontarci che sì, è vero, l’asino vola perché ce lo dicono i carabinieri.
Chi pensava che la neolingua fosse l’invenzione di un fortunato romanziere, farà bene a ricredersi. Se da tempo abbiamo imparato che «la guerra è pace», ora sappiamo che per il Ministero dell’Interno e quello della Giustizia non sono veri i fatti, ma ciò che ne pensano i Carabinieri, sicché presto dovremo adeguarci: «la libertà è schiavitù». In quanto al Miur, se la Gabanelli ha ragione e le notizie del “Fatto Quotidiano” sulla gestione degli appalti interni al Ministero saranno verificate, il programma sarà infine chiaro: «l’ignoranza è forza».
Quando gli storici porranno mano alla ricostruzione, balzerà in luce meridiana: il capolavoro l’ha firmato Bondi, incaricato di esaminare appalti e spese per garantire risparmi mirati in nome dell’efficienza e della lotta agli sprechi. Come un abile pifferaio magico, il supertecnico ha regalato il fascino della musica inglese alla tragedia dei tagli, sicché il popolo incantato, quasi danzando al ritmo sincopato della spending-revew, l’ha seguito fiducioso fino al fatale epilogo e quando s’è annegato, quasi felice del disastro, ha perdonato l’epilogo tragico della favola antica. L’incanto della musica ha avuto questo di veramente nuovo: in un mondo che affonda nel fango, ha diffuso la convinzione ferma che di tutto si possa accusare il suonatore, tranne che di malafede. Il fatto è però che spesso di buona fede si muore e mai come oggi il monito del pifferaio di Hamelin è apparso così chiaro: non esistono miracoli onesti, ci sono solo stregoni pericolosi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 novembre” 2012

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“Non ho fatto nulla per peggiorare la situazione dei precari nella scuola” ha dichiarato Profumo, respingendo l’accusa di aver cancellato le loro speranze, .che gli ha rivolto il prof. Carmine Cerbera prima di togliersi la vita. I casi sono due: o il ministro soffre di amnesia e non ricorda la disperata rabbia dei precari che a settembre, accampati davanti al Ministero, invano gli chiesero udienza, per convincerlo a non cancellare le graduatorie permanenti, o il concorso l’ha voluto a sua insaputa il Direttore Generale Luciano Chiappetta.

Aveva ragione Don Milani: “La politica è orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è arrivato” e non c’è dubbio: il dramma di Cerbera è figlio di un clima di arroganza, persecuzioni e disprezzo per il corpo docente che non ha precedenti nella nostra storia. Per un anno, incurante dei costi umani delle sue scelte, il ministro ha fatto della pretesa “necessità dei tagli” l’alibi per un vero e proprio massacro della scuola poi, d’un tratto, s’è messo a sperperare i soldi dei contribuenti con un concorso inutile, iniquo e fuorilegge. Senza godere del voto di un solo elettore, scialbo, incompetente e autoritario, Profumo ha sbandierato il mussoliniano binomio “carota – bastone” ed è diventato ad un tempo il peggior ministro dell’Istruzione e il carnefice delle giuste speranze dei lavoratori della scuola. E’ un primato cinicamente voluto e ampiamente meritato: passeranno alla storia la farsa del “referendum” sul valore legale del titolo di studio, il crescente sovraffollamento delle classi, l’inaudito attacco al diritto allo studio, ai disabili, al tempo pieno, il polverone delle “24 ore” levato ad arte per coprire la privatizzazione ormai quasi approvata e il progetto di annientamento degli insegnanti precari.

Si chiude oggi un cerchio aperto molti anni fa e basta percorrere a volo radente le tappe del calvario di studenti e lavoratori della scuola, per capire che il “ministro tecnico” è giunto al capezzale della scuola agonizzante dopo provvedimenti inqualificabili. E’ del 15 marzo 1997 la legge 59 che trattò la scuola come una qualunque attività produttiva e decretò la fine di numerose istituzioni scolastiche in base a indecenti parametri numerici. Da quel momento, serva o no al territorio in cui opera, una scuola muore se non ha “una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni“. Per gli istituti “sottodimensionati” è stata “pena capitale” e di lì sono nate feroci unificazioni orizzontali tra scuole dello stesso grado esistenti in ambito territoriale e accorpamenti verticali in istituti “comprensivi” che, fu promesso, avrebbero rispettato esigenze educative e progettualità del territorio. Mentre un’autonomia pezzente apriva la via alla fuga verso il “privato” e iniziava lo stillicidio dei posti perduti, nelle zone “a rischio” la criminalità organizzata ringraziava per l’inatteso regalo: la scuola sbaraccava là dove più necessaria appariva la sua presenza. Per usare il linguaggio aziendale caro a Profumo e soci, tra miseri risparmi e crollo della qualità, il rosso in bilancio sul piano etico ebbe così un’irresistibile impennata.

In una sorta di “cupio dissolvi“, tra giugno e luglio del 1998 seguirono a ruota il regolamento che perfezionò il dimensionamento e il Decreto 331 che sconvolse la già disastrata rete scolastica e le regole per la formazione delle classi e degli organici. In nome del dio del risparmio e in base ai soliti parametri quantitativi, si unificarono istituti di diverso ordine o tipo, si cancellarono sezioni staccate e plessi, si proibì di costituire una classe quando le iscrizioni previste erano meno di 30. Il numero degli alunni per classe, anche in presenza di portatori di handicap, violò così ogni norma di sicurezza in scuole da sempre malconce. Cancellate senza ritegno classi su classi e lasciati i docenti senza lavoro, gli studenti, ridotti a carne da macello, furono sparpagliati nelle “scuole viciniori” e in quanto alle “eventuali iscrizioni in eccedenza“, si pensò bene di dividerle tra “le sezioni della stessa scuola“. A parole si mise l’alt sul limite estremo di “28 unità per sezione“, ma il confine fu poi violato e saltò persino l’impegno di escludere dalla spartizione le sezioni con alunni in situazione di handicap, che subito giunsero a 25 ragazzi stipati in classi per lo più inadeguate e fatiscenti.

Bisogna far quadrare i conti, non ci sono soldi“, fu il ritornello, ma per le private di quattini ce ne furono sempre. Agli studenti ormai non badava nessuno e nelle scuole cominciarono a “sparire” i docenti. Sulla via dell’aziendalizzazione, l’8 marzo 1999 il DPR 275 inserì nel linguaggio comune la “domanda delle famiglie“, cui la scuola finì col soggiacere, confezionando la sua “offerta” ai fini di un ambiguo “successo“. Il calcolo dei “crediti” giunse a coprire il rischio dell’analfabetismo e nacquero attività di ogni tipo, dalla concorrenza sul mercatino delle pulci, alla “giornata del cuore”. In un tripudio di scuole parificate, legalmente riconosciute e pareggiate, tutte a carico dello Stato alla faccia dei famosi “risparmi”, ai giovani docenti esclusi e in difficoltà si offrì lavoro sottopagato e spesso gratuito in cambio di “punti” per un’assunzione che non sarebbe mai venuta. In quanto alle famiglie, le più abbienti trovarono una vasta gamma di diplomifici pagati coi soldi dello Stato. Il valore legale dei titoli di studio non fu toccato, ma fece fortuna il mercato dei “crediti”. Era iniziata l’età dell’oro delle convenzioni con università private, enti e agenzie sorte come fossero funghi, per dare il loro “ineludibile apporto” alla realizzazione delle più stravaganti aspirazioni. La bandiera della “qualità” annunciò il mito del merito, a cui, nella pratica quotidiana, diede, in realtà il colpo di grazia la riduzione in servitù dei supplenti, persi nel gioco al massacro di assunzioni a cottimo e licenziamenti, e dei docenti appartenenti a classi di concorso che presentavano esuberi di personale, i “soprannumerari“, costretti a corsi di riconversione professionale, pena il licenziamento.
Aperta la breccia e trasformati i presidi in riluttanti o complici “dirigenti”, nel mirino entrò presto la dignità dei lavoratori.

Chi andasse a cercare oggi nomi e partiti, troverebbe schieramenti variopinti: Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick. Centrosinistra per lo più. Gli ingenui stupiranno, ma è un dato storico: dove si ferma la destra, perché occorrerebbe la forza, ecco in soccorso l’inganno della sedicente “sinistra riformista”.
Profumo è ultimo dopo Moratti, Fioroni e Gelmini, ma molto ci ha messo del suo, ispirandosi al modello Marchionne e creando un clima di irresponsabile e crescente insicurezza. Nessuno come lui ha cancellato diritti acquisiti nel corso di una vita in nome di un becero giovanilismo ed è chiaro che non lo sa: chi ha ragione non invecchia. E’ stata la precarietà condotta alle estreme conseguenze la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo è che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo. Farfugli se vuole la sua impossibile difesa, il ministro. Uno più uno fa due e le conclusioni può tirarle chiunque. 

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 novembre 2012

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L’immagine dell’Italia giunta dalla Germania è un film-denuncia che dalle nostre parti non ha superato la censura. Da noi l’informazione, serva o prezzolata, tratta i tedeschi come se avesse a che fare coi nazisti della «società del crollo» nell’«ora zero», sguazza nella polemica, evoca lo spettro della “Grande Germania” e in casa nostra non guarda. Ci voleva perciò un Parlamento straniero per ricordare a un popolo di senzastoria che il 25 aprile seguì la Resistenza e si concluse a Piazzale Loreto. Se Berlusconi fu un Mussolini, anche un cieco lo vede: è lì dov’era e tiene in piedi questo governo di pedagogisti che nessuno ha eletto, ma apertamente dichiarano di voler educare il Parlamento, in nome di un decisionismo tecnocratico che fa carta straccia della Costituzione. C’è un arbitro è vero, Napolitano, ma è distratto. Dopo aver “preso a cuore” i guai di un ex ministro, accusato di falsa testimonianza, è intervenuto impropriamente su temi di stretta competenza del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, andando ben oltre i suoi poteri, poi, forte del silenzio del Parlamento, ha scatenato un putiferio contro magistrati che rischiano la pelle in trincea combattendo la mafia e s’è concentrato su una speciosa difesa delle sue prerogative.
In questo clima, Monti, uscito allo scoperto, sostiene che ha il dovere di salvare l’Italia e perciò deve anzitutto educare il Parlamento. Da qui, da quest’dea ossessiva d’una funzione pedagogica e didattica dell’azione di governo, i guai che toccano alla scuola. I tecnici, infatti, che stupidi non sono, sanno che per centrare in pieno l’obiettivo, educare e se necessario privatizzare il Parlamento, bisogna disarticolare le strutture che educano il cittadino. Scuola e università in altre parole, sono il vero macigno da rimuovere, poi la strada sarà tutta in discesa.
Si spiegano così le tappe forzate di un’aziendalizzazione del mondo della formazione, che parte dalla scuola e mira all’università. E’ vero, qualcuno in modo flebile e tardivo prova a resistere ma, tutto è abilmente coperto dal taglio ai diritti contrabbandato per riforme, dal polverone levato ad arte attorno a micidiali manovre, imbellettate d’inglese à la page e presentate come spending review. Nel silenzio delle Camere che mostrano ormai segni di assuefazione alla pedagogia di Monti, la proposta Aprea, tenuta in serbo dopo mille bufere, nei convulsi passaggi Prodi-Berlusconi Monti, è giunta con Profumo in vista del traguardo. Mentre l’accademia s’attarda in calcoli di bottega e a un fronte comune con la scuola ci pensano in pochi, i colpi partono duri come mazzate e vanno tutti a segno. L’aumento delle contribuzioni studentesche, manda in soffitta il diritto allo studio e mette alla porta i figli della povera gente per farne – nella migliore delle ipotesi – lavoratori rasseganti e docile bestiame votante. In quanto alla scuola statale, prima è diventata genericamente pubblica, poi è stata tramortita dall’autonomia squattrinata e dal “privato paritario” di Berlinguer. Il resto l’hanno fatto la crociata della Moratti per spostare risorse dello Stato al privato e il “giravite” sabotatore del cattolico Fioroni. Contro la Gelmini la battaglia campale l’hanno data da soli gli studenti; i docenti erano a casa, la società civile alle prese con l’immancabile colpo di sonno dei momenti decisivi e a chi diceva che, fabbrica o scuola, la guerra è proprio la stessa, s’è dato del demente. Ormai la logica di mercato portata nelle scuola e l’educazione alla democrazia che Monti propone agli scandalizzati tedeschi hanno davanti un’autostrada.
Ne abbiamo viste tante: il maestro unico e prevalente, il tempo scuola confuso col tempo pieno, il dirigente scolastico che non sa di scuola ma è bravo perché batte la concorrenza vendendo fumo, ma stavolta siamo al dunque e non serve nemmeno la foglia di fico dell’«Europa che ce lo chiede». L’Europa, anzi, ci mette in guardia: l’Italia ha un grave problema di democrazia. Però pare tardi.
Ora che l’autonomia è ridotta all’autogoverno della miseria materiale e dell’indigenza culturale e l’inevitabile crisi del sistema formativo agevola processi di disgregazione, indebolendo la tenuta democratica della repubblica, ora si ufficializza un’aziendalizzazione pensata ben prima della crisi, che non ha cause economiche e mira a colpire la scuola come presidio di democrazia. E’ per questo che si svuotano di contenuti la facoltà d’intervento concreto di docenti e studenti nella vita delle istituzioni scolastiche, per questo che si ragiona di governance garantendo poteri straordinari ai dirigenti scolastici, con l’apporto di privati e sponsor, di fronte a corpi docenti frantumanti, divisi in fasce e spinti alla solita guerra tra morti di fame: io ti “valuto”, tu ci perdi. Diventata azienda, la scuola garantirà la linea “educativa” della “proprietà”. Come accade in tutte le aziende degne di questo nome.
Il risparmio, insomma, si fa sui diritti e passerà: in questo contesto nasce storicamente ogni tragedia politica. L’esito sarà violento? Impossibile dirlo, però m’hanno colpito le parole d’un libro che ho appena recensito: “la violenza è già in campo. E’ quella di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti”*.

* AA.VV., Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012 e sul “Manifesto”, col titolo Italia di incapaci, Monti pedagogista, l’11 settembre 2012

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Conosco i rischi delle generalizzazioni e non ce l’avrò, quindi, con chi – saggio e prudente – eviterà di pubblicarmi e nel migliore dei casi, per non dare l’impressione di un’aperta censura, mi spiegherà – quante volte l’ho già sentito! – che le posizioni estreme non giovano a nessuno. D’altra parte, che fare? Dire e non dire, annacquare, giungere a tacere per conservare quel tanto di spazio che a volte ti si dà? E dove andrebbe a finire il rispetto che devi a te stesso, che ne faresti d’una vita vissuta sbandierando l’autonomia critica e l’onestà intellettuale? Non è forse così che in fondo si difendono la metaforica poltrona e quel potere sempre disprezzato? Devo dirlo: non ho una in grande stima la cosiddetta “società civile” e – peggio ancora – non amo i suoi frequenti abbagli e i conseguenti e tardivi ripensamenti.
Gaetano Arfè, con ironia tagliente mi raccontava che, appena eletto deputato, si trovò a fare i conti con pletore di sconosciuti “galantuomini” pronti a donargli qualcosa, persino una pompa di benzina. “A futura memoria“, chiosava, prima dell’amara riflessione: “per ogni corrotto ci sono eserciti di insospettabili corruttori“. In quanto a me, che tanto in alto non sono salito, ho ricordi chiari. Il rimprovero d’un capo d’Istituto, anzitutto, adirato per la mia mancanza di diplomazia. Era accaduto che, giovane commissario di Stato, avevo rifiutato la bustarella, minacciando di chiamare i carabinieri, a tutto danno della reputazione d’un collega, il quale – per pura gentilezza, si capisce – non s’era invece sottratto. Anni dopo, un avvocato, presidente d’un Consiglio d’Istituto radical-chic, mi ossessionò con le sue sacre regole, se invocavo un’eccezione in soccorso di alunni sventurati; il giorno in cui la regola penalizzante toccò in sorte a un parente, divenne però d’un tratto possibilista: “che regola sarebbe mai questa, professore, se non contemplasse un’eccezione?“.
L’ho fatta lunga e vengo al dunque: per scuotere moderati e benpensanti da una sorta di “dolorosa complicità” col fascismo, in nome della crociata antibolscevica, furono necessari nello stesso tempo l’indomito coraggio di Matteotti e l’estrema ferocia di Rossi e Dumini. De Nicola era approdato al “listone”, cui lo sottrasse Bordiga, sfidandolo a un pubblico confronto, e Croce scoprì che l’Italia era stata invasa dagli Hyxos solo quando il sangue era già corso a rivoli e la democrazia liberale era stata cancellata dal fascismo. La storia s’è ripetuta, farsa o tragedia conta davvero poco. Le ho fisse in mente, cicatrici d’una ferita mai rimarginata, le bandiere della “società civile” che salutavano Monti e compagni, come fossero partigiani dopo il 25 aprile. Era peggio di Badoglio, ma Marina Boscaino che oggi ci chiama in piazza, si commuoveva per l’effetto delle parole durante il giuramento del nuovo Governo, che, salva la forma, si accingeva a violare la sostanza; ci vedeva non so quale “altra intenzionalità, altra consapevolezza, altra motivazione, dopo lo scempio degli ultimi anni“. A me sembrò che un vento di pazzia corresse il Paese e rimasi atterrito dalle parole di un uomo colto e saggio come Rodotà, per il quale l’insistita “sobrietà” e “serietà” non erano segni esteriori e si contentava d’una inconsistente certezza: “sapere che non vi saranno ministri della Repubblica che, di fronte alla domanda di un giornalista o di un cittadino, leveranno in alto il dito medio o risponderanno con una pernacchia“.
Tutto era già scritto e si sapeva bene del plauso di Monti alla Gelmini, dell’appoggio di buona parte dell’accademia al progetto liberticida portato avanti da anni dai neoliberisti di Bersani e Berlusconi. Non so dove fossero o cosa pensassero quelli che oggi, mentre Aprea e Profumo le danno il colpo di grazia, chiamano in piazza la scuola. In piazza la scuola c’è andata: era il 12 dicembre del 2010 e gli studenti tentarono di occupare il Senato. Quel giorno la compravendita dei voti e una fiducia vergognosa, ci dissero che eravamo alla fine, ma gli studenti rimasero soli e soli poi sono stati i lavoratori.
Come De Nicola e Croce, la “società civile” s’è lasciata incantare dalle chiacchiere di Profumo, che scopriva l’acqua calda: “Io credo che la scuola sia la scuola, ma certamente quella pubblica in Italia è molto importante“. Troppo buono, avrebbe detto Fantozzi, mentre la gente imbandierata vedeva in queste banalità non so che rispetto nuovo per il dettato costituzionale. Perché si aprissero gli occhi, occorreva un nuovo Matteotti. Ora l’abbiamo avuto: è rappresentato simbolicamente da ciò che questo governo ha fatto ai lavoratori, ai pensionati, al sistema formativo, alla ricerca, in una parola ai diritti sanciti dalla Costituzione o conquistati con le lotte operaie. Ora dovremmo averlo chiaro: non è più tempo di abbagli, appelli e proteste formali. Prima che giunga il 1926, col suo carico di leggi speciali, poniamo mano al ciclostile e proviamo a passar parola: “Non mollare!”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2012

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 A Napoli la cronaca della città pone domande inquietanti: i miei giovani amici studenti, i miei compagni di lotta, i sindacati di base, sono tutti tornati d’un tratto “sovversivi”? A dar retta all’allarme dei cronisti e alle denunce, si direbbe di sì e anzi, com’è nella tradizione d’un Paese che non sa o non vuol fare i conti con la sua storia, sono diventati ormai “pericolosi”. Se dico “tornati”, non è per sopraggiunta demenza senile. E’ il contrario. E’ che la memoria, invece, è ancora buona e ricordo perfettamente che, per fare un esempio, qui a Napoli, i ragazzi del “Collettivo Autorganizzato Universitario” sono stati “sovversivi” già nel dicembre del 2010, quando sul “Mattino” Massimo Martinelli scriveva cupo e allarmato che i giovani studenti serrati “i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo” s’erano messi “contro lo Stato”. Oggi nessuno se ne ricorda e i ragazzi hanno poi smentito coi fatti Martinelli e soci, ma in quei giorni, secco come una fucilata, il giornale titolava: “Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore“. Niente spazio per i dubbi: una condanna senz’appello. In quanto al “Messaggero”, un modello di giornalismo liberale, citando un rapporto dell’antiterrorismo, “riservato” per tutti, non per il suo cronista, descriveva addirittura la “galassia” del terrore. Una “riservatezza” violata, dio sa come, anche dal “Mattino”, scatenato a sua volta nei dettagli su un fronte del “terrore” formato, guarda caso, dalle espressioni del mondo della scuola, che era in piazza ogni giorno coi ricercatori universitari; proprio loro, sì, i ricercatori, che come tutti sanno hanno antiche tradizioni bakuniniste. Gli uomini dell’antiterrorismo, poi, che a quanto pare avevano tracciato la “mappa del terrore” per passarla ai giornali, riferivano che “a Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori, ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine”. Non mancavano gli onnipresenti “duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti, […] i ragazzi delle università, […] i centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento”. Equitalia non c’entrava nulla – all’epoca il problema era Gelmini – ma i “sovversivi” a Napoli erano quelli di oggi: studenti del “Collettivo Autorganizzato Universitario” e attivisti del Laboratorio Insurgencia, che di lì a poco, però, folgorato sulla via di Damasco, si sarebbe schierato con Luigi De Magistris, al quale tutto si può rimproverare, meno che frequenti “sovversivi”.

Perché non dirlo? I “terroristi” io li conosco bene. Nell’infocato autunno del 2010, circondato da agenti-fotografi che, in quei mesi, mi “scortarono” attivamente, ero con loro tutti i giorni nelle assemblee di giovani che avevano serie ragioni per protestare: gli avevano rubato il futuro. Posso dirlo in coscienza: non c’era una sola verità in ciò che raccontava certa stampa. Tra noi, nessun accordo segreto e nessun terrorista. C’erano studenti, ricercatori e spesso artisti, gente di cultura, che si batteva contro la sciagurata “riforma Gelmini” dietro i loro illuminanti striscioni: “Noi la crisi non la paghiamo!”. Nell’atrio del Teatro di San Carlo, in un’allucinante sera di dicembre, ho visto coi miei occhi manipoli di agenti scatenati – il solo pericolo vero presente nel tempio della musica – manganellare a tutto spiano studenti, docenti e persino gli artisti impegnati nelle prove e venuti a parlare con noi e a solidarizzare. Gente così inerme che, non ci fosse stata di mezzo la divisa, avresti avuto buoni motivi per pensare a un’improvvisa pazzia. Pazzia, però, purtroppo non era.

Approvata la riforma, misteriosamente sparì la “sovversione” e per due anni il silenzio è caduto tra noi. D’un tratto, giorni fa, per opera e virtù dello Spirito Santo, i presunti sovversivi si sarebbero svegliati. Che è accaduto? Perché questo improvviso ritorno di fiamma? Attentati, rapimenti, espropri proletari? No, nulla di tutto questo. Uova marce e vernice ad Equitalia, cariche immediate e qualche scaramuccia. Ci sono stati eccessi? Deprechiamoli, ma la storia dei “sovversivi pericolosi” è l’eccesso più grave.

Non partirò da Cucchi, non griderò allo scandalo per De Gennaro sottosegretario, non dirò ciò che sarebbe bene dicessero per prime le forze dell’ordine dopo che “Diaz” e Vicari l’hanno certificato: Genova fu una vergogna nazionale. Non lo farò. Parlerò di un passato che riguarda tutti, come compete allo storico, per ricordare che da Crispi al ‘68, da Romeo Frezzi a Pino Pinelli, la storia del conflitto sociale s’è macchiata di troppo sangue innocente e s’è legata spesso a montature di pennivendoli e velinari. Dirò che Frezzi era un povero muratore innocente, morto di botte in un interrogatorio e Pinelli una staffetta partigiana. Dirò che a Milano, quando Pinelli volò dalla finestra della stanza in cui lo interrogavano – gli anarchici, sempre gli anarchici – era questore Guida, il fascista che aveva tenuto confinato Umberto Terracini, l’uomo che poi firmò la Costituzione. Dirò che a Napoli, nel giugno del 1914, con quattro manifestanti uccisi, non si trovò un colpevole e finì con un processo ai soliti ignoti armati di… moschetto e pistole d’ordinanza. Dirò che settanta morti in piazza negli anni della guerra fredda, dal ‘48 al ‘68, sono un orrore italiano che fa arrossire di fronte alle dieci vittime di Francia, Inghilterra e Germania messe assieme. Dirò che tornare sulla tragica barzelletta degli studenti “sovversivi” in un momento così difficile vuol dire far finta di non sapere che qui da noi spesso, troppo spesso purtroppo, dietro il paravento dell’ordine costituito, s’è costruita la tomba della giustizia sociale. E si è cominciato così, agitando uno spettro. 

Da “Contropiano“, 19 maggio 2012

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