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All’alba di un infangato 25 aprile il rifiuto apposto dall’Università Orientale di Napoli alla richiesta degli studenti di onorare con una targa Vittorio Arrigoni, merita una riflessione.

Umano sei, non giusto“, scriveva, ribellandosi al potere che si fingeva umano, un animo mite come quello di Parini nel 1775. Ce l’aveva con l’aristocrazia che, sorda e cieca, non ascoltò né lui né altri. Il poeta non era un rivoluzionario, ma i tempi in cui viveva preparavano la rivoluzione e nessuno poté sottrarsi al corso della storia. Non fu la ferocia di chi chiedeva, ma l’ignobile insensibilità di quanti avrebbero dovuto ascoltare a decidere della sorte di chi pensava che il potere imbriglia la volontà dei popoli sicché il mondo non cambia. Cambiò, il mondo, cambiò com’era chiaro che sarebbe accaduto e teste a migliaia caddero sui patiboli, nelle piazze e sui campi di battaglia. Non lascio mai ai sogni e alle feritli utopie più spazio di quanto non sembri giusto alla mia ragione e alla mia onestà intellettuale e, quindi, non sosterrò che il cambiamento fu definitivo e la violenza produsse il regno della giustizia sociale. E’ una cosa alla quale l’orgogliosa – o, se volete, superba – difesa della mia indipendenza di pensiero mi impedisce di credere fino in fondo. Cambiò, il mondo, però, e fu migliore di quello precedente. Non me lo nascondo: non c’è certezza che il gioco delle forze economiche e le debolezze dell’umano sentire rendano duraturo e intangibile un progresso, e nel corso del tempo vichianamente credo che le conquiste della civiltà possano cedere il passo alla barbarie in un succedersi di primavere e inverni della storia; così andrà, finché uomini vivranno e mi basta la consapevolezza - ce l’ho, ma non saprei dimostrare che ho ragione – che senza lottare si perde la sola vera ricchezza nostra, l’umanità, e perciò non si vive. Per favore, fatela la vostra battaglia e non pensate che sia piccola. Non è piccola cosa quella per cui balzano in luce meridiana la rozzezza e l’insensibilità di chi governa un’istituzione millenaria come l’università. L’univeritas, che da millenni, sia pure tra mille contraddizioni, è fabbrica di pensiero critico e immagina un uomo capace di seguire le sue inclinazioni con la consapevolezza che il presente è il passato di chi ci seguirà ed ha, perciò, natura squisitamente storica. Piaccia o no a chi siede nel Senato accademico, la trincea in cui si sono ridotti rinnega la funzione per cui esistono. Arrigoni e il suo messaggio non parlano evidentemente al popolo militante, ma invitano tutti a una riflessione critica sulla storia e a una così naturale inclinazione dell’uomo che, volendola fuori dalle sue mura, l’«universitas» contraddice la sua ragion d’essere: fare del sapere un patrimonio pubblico comune, ricordando che ogni scienza è tale, solo se ricorda d’essere umana. Il vostro Senato accademico, chiuso nell’ostinato silenzio di chi non ha altre ragioni da opporre a chi gli chiede ascolto, se non quelle del potere, è fermo a una concezione del mondo che nacque a Trento con la Controriforma e impose l’abiura a Galilei, torturò e mise a morte col fuoco Giordano Bruno e creò l’indice dei libri proibiti. Eccolo il vostro reato: avete portato un libro dannato al rogo nelle vostre aule. Arrigoni, da vivo, era un militante, oggi è un dito puntato contro il potere. E’ vita del pensiero contro la morte per “ragion di Stato” e voi siete colpevoli di  lesa maestà. La targa ad Arrigoni è il libero pensiero che pretende spazio. Siatene orgogliosi e non arretrate. Se il Senato Accademico dissente, abbia l’animo di lasciare testimonianza di sé: consenta che la targa stia dov’è e l’affianchi con un’altra che manifesti le ragioni della contrarietà. Giudicherà la storia se a un cittadino del mondo l’università possa negare la cittadinanza.

La crisi del nostro mondo non è tragica per ragioni semplicemente economiche, come ci vogliono far credere i cialtroni che l’hanno provocata e ora intendono farla pagare alla povera gente. E’ una crisi assai più acuta, radicale e pericolosa: è crisi culturale. Questa scelta dell’università ne è la prova più tangibile e dolorosa. Quando il perno di una civiltà si riduce a riconoscersi nelle innovazioni del mondo economico e pretende di formare disciplinati soldati del capitale, invece che libere coscienze, non c’è altra via che la lotta. Siamo tornati molto più indietro di Parini e del suo 1775. “Umano sei non giusto”, egli scriveva allora, ma non è umano oltre che ingiusto quello che ci accade alla vigilia di un 25 aprile infangato. Tornano in mente i versi desolati di chi ha visto il volto della barbarie: “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento“.

Il tempo della lotta non ha limiti e confini. Vive anche oggi e prima o poi trionfa. Strapperemo ai salici le cetre. S’è promesso per voto.

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Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini - ”e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

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E’ andata così. Claudio Moffa, apre a Teramo le lezioni di non so che master. Due affermazioni scomode e fondate: si fa un uso politico della Shoah e non esiste per ora un ordine scritto da Hitler che comanda l’Olocausto. E’ truismo, verità banale, comoda e certo strumentale, ma come dargli torto? Poi, dissennato, nega la Shoah. E qui di torti ne ha tanti, perché tra i documenti inoppugnabili ci sono la memoria dei sopravvissuti e l’umanità che si rivolta. Qui si capisce bene perché Moffa parte dall’ovvio: è a corto di argomenti nobili e la tesi è ignobile. Il fatto è però, che, pronte, sono partite le richieste “liberali” e Riccardo Pacifici, rappresentante della Comunità Israelitica di Roma suggerisce una legge penale che sancisca la negazione. “Va bene così“, si canta in coro: verità per decreto. Per tutti i sedicenti liberali, una “verità storica”, che t’impone la fede col tintinnare delle manette e il Sant’Uffizio è libera e liberalissima. Non sarà il rogo, politicamente ancora assai scorretto, ma ci vuole e può essere galera. “Eppur si muove”, mormorerà di nuovo Galilei, e un ostinato Bruno, se ancora volesse vedere un qualche Dio nella natura, rischierà il massacro.

Va così. Siamo ormai convertiti all’abiura e guai a chi dissente o solo mormora sconcertato: troppo liberalismo d’ogni colore, destro, sinistro e figurarsi a centro, per non sospettare l’inflazione, non scorgere la deriva di un “pensiero unico” che infetta anche la scienza. Siamo monodimensionati, come ci vide Marcuse, e indotti a consumi industriali persino d’una verità storica di massa: Shoah, fascismo e foibe, per cominciare. Passa e s’impone un orwelliano bispensiero con il corredo necessario del psicoreato. Lo storico ha il destino segnato: o racconta deliberatamente menzogne e ad un tempo ci crede davvero, senza resistenze, o ecco la maestà della legge. E’ un’esasperazione giustizialista che supera i confini dell’aberrazione e si applica perfettamente, con l’ottusa ferocia di questo nostro tempo malato, alla mutevole verità del potere. E lo fa, qui sta il segreto, senza fare obiezioni: oggi è vero quello che ieri era falso, come domani una menzogna riveduta e corretta sarà la nuova verità della storia. Non puoi pensare in maniera divergente. Questa è la regola e se ne fa garante una psicopolizia di carta stampata e di schermi televisivi, con una Guardia Nazionale d’intellettuali della sinistra pentita che cercano sconti-pena anche all’inferno. Ai sedicenti liberali dovrebbe ripugnare e invece piace.

La verità storica per decreto. E’ l’ultimo prodotto di questo tempo che abiura. Nessuno se ne stupisce e, se una voce si leva che dissente, immediato, feroce e pronto, ecco: la soffoca il conformismo. I “chierici” della “verità del fatto” – revisionisti che ti spacciano per revisionista – chiedono processi per tutto e di tutti; per loro conto, gli immancabili, eterni “parenti delle vittime” che qualche ragione magari ce l’hanno, ma valgono come tante, ci istruiscono coi versetti d’una nuova bibbia, eletta a statuto disciplinare delle scienze storiche. L’accademia si defila, le corporazioni degli storici si pongono in posizione d’attesa, fiutano il vento e annusano l’odore del consenso e, non bastasse, la voce flebile fa la sua messa scalza, bussa alle mille porte dei giornali e persino gli alfieri delle lotte al “bavaglio” e i crociati della libera parola, diventano d’un tratto sordomuti. Hai voglia di bussare. Porte chiuse e puoi disperare. Nel dilemma non c’è corno che mostri salute: o abiuri e svendi la dignità, che non ha gran mercato ma ti fa uomo davanti a te stesso, o tieni duro e affronti la tua pena.

Animo, tuttavia, ché anime pie ti recano conforto. C’è un baluardo ancora, fatti forza: la “comunità degli studiosi”. Quale? Quella che ha abbandonato al loro destino i ricercatori e la scuola, ridotti all’ultima spiaggia di fronte ai lanzichenecchi della Gelmini?

C’è chi teme il regime che verrà. E mi ricordo un amico mio grande che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio. Gaetano Arfè, partigiano e riformista vero, tra migliaia di liberali da operetta e rivoluzionari pentiti, collaborativi e collaboranti: “C’è stata battaglia e non ce ne siamo accorti”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 novembre 2010

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E’ singolare, ma non stupisce. La storia, nel nostro “liceo nuovo“, è una successione cronologica di eventi “correlati secondo il tempo“, in cui – occorre dirlo? – individuare le “radici del presente“. A che serve un astratto percorso botanico tra i semi invisibili del lontano passato e le incomprensibili piante che costituiscono il mondo d’oggi? A capire il presente o giustificarlo? Non è la stessa cosa. L’impressione è che non torniamo a Ranke e alla histoire événementielle. E’ peggio. Siamo di fronte a un corpo amputato, una cesura netta di cui la vittima designata è il pensiero critico. Lo studioso che s’arrovella sul problema drammatico del silenzio del “fatto” qui da noi da noi non ha più patria.
In senso “cronologico” le Idi di marzo del 44 a.C. consegnano alla storia un evento “concluso“: Cesare ucciso a pugnalate da Bruto e Cassio. Messi i fatti uno dietro l’altro, non è facile trovarci la radice del presente e ha ragioni da vendere lo studente: ti obietterà che a distanza di 20 e più secoli, la faccenda non gli interessa. Eppure, non c’è dubbio, il docente che, invece di scovare antiche radici, pone ai fatti domande attuali, ne ha risposte in sintonia con la sensibilità dei suoi studenti e trova facilmente ascolto. Cesare fu un dittatore, o intendeva rinnovare la repubblica? Bruto e Cassio dei volgari assassini o i tragici e nobili difensori della legalità repubblicana? Ci fu una ragione etica nel gesto dei congiurati o si trattò di criminali ambiziosi? E se Bruto fu solo un omicida, tali furono anche Schirru e Sbardellotto, condannati a morte per aver complottato contro Mussolini? Criminali furono anche von Stuffeneberg, Canaris, Von Moltke, e quanti con loro provarono a uccidere Hitler alla “Tana del lupo“? Le Idi di Marzo non sono il passato, ma una riflessione sulla natura del potere su cui si è recentemente fermato Canfora. Ne nasce un dibattito, si richiamano filosofie della vita e della storia, si discute di regole, cadono certezze; il reazionario si interroga, il democratico esita, tutti capiscono che il fatto li riguarda; in quanto al docente, si trova a parlare di etica politica, di Machiavelli, di Giovanni di Salisbury e di Shakespeare, ha davanti a sé, risvegliato, l’intero corso delle cose e, alla fine del percorso, lascia allo studente chiavi che non conducono al passato, ma offrono strumenti per leggere con la propria testa ciò che lo circonda e gli pare indecifrabile. Il fatto è che questo lavoro, proprio questo, tendono a impedire le cosiddette nuove indicazioni.
A sinistra, il meglio che s’è trovato per contrastare questo ennesimo colpo è la sacrosanta, ma miope protesta per la Resistenza taciuta. Com’era prevedibile, gli “scienziati” gelminiani l’hanno inserita prontamente nella “lista della spesa” e la tempesta si acquieta. Silenzio su tutta la linea. La pretesa superiorità della morale vaticana è un articolo di fede: paradossalmente, la storia non fa i conti con la storia e inganna se stessa, violando persino la conclamata “religione del fatto“. Tutto dimenticato, dalla pedestre contraffazione di Costantino, agli Albigesi sterminati, dall’Inquisizione a “Dio lo vuole“, da Bruno a Galilei, dal Sillabo ai complici silenzi sul nazifascismo. Nella “civiltà giudaica“, come in un acido dissolvente, svaniscono la cruciale vicenda del Medio Oriente e il dramma della Palestina; nel “terrorismo” precipita anche solo l’idea di una resistenza popolare alla tirannia, all’aggressione e all’illegalità del potere costituito. Mentre si accenna in maniera ambigua e strumentale al “confronto tra democrazia e comunismo“, sicché nessuno sa dove mettere Gramsci, si cancellano in un sol colpo l’idea di socialismo, i crimini del capitalismo e la natura degenerativa dei sistemi borghesi di fronte alle crisi economiche; nulla da dire se, per fermarsi all’Italia, una repubblica fondata sul lavoro, si tiene in piedi sulla disoccupazione, sul lavoro nero e sullo sfruttamento. Il confronto democrazia-capitalismo è top secret, si fa silenzio sull’etnocidio e, in quanto al razzismo, non è mai esistito. La Lega vuole mano libera per arrestare clandestini e chiuderli nei campi.
Il vecchio Carr direbbe che il fatto storico non esiste – sono gli storici a scegliere tra la muta miriade degli eventi – e il moderato Croce si limiterebbe a ricordare che, prima della storia, occorre conoscere la storia dello storico. La sinistra, inerte, non s’allarma. Ancora una volta, come ripeteva negli ultimi suoi anni Gaetano Arfè, finirà che c’è stata battaglia e nemmeno ce ne siamo accorti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 aprile 2010

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- Tutto in fondo ci è ignoto.
Questa fu la prima risposta del primo cattivo maestro alla prima domanda del suo primo allievo.
- Tutto in fondo ci è ignoto – proseguì – ma tutto ha una spiegazione ed è sempre possibile trovarla.
Non aveva paura, il maestro. Si vedeva dal viso disteso nonostante le rughe, dagli occhi lucenti che nel buio non tremavano, dalla noncuranza con cui s’avvolgeva nel rosso mantello mentre l’aria si faceva pungente. Di fulmini e tuoni ne aveva visti tanti nella sua lunga vita e sapeva bene che quella furia del cielo solo di rado fa del male a un uomo. Tanto bastava perché il vecchio se ne stesse sereno nel buio della notte. La successione repentina, inattesa e accecante dei segmenti di luce nell’universo nero come pece, il fragore terrificante del tuono, la totale ignoranza di quello che realmente accadeva rendevano folle di paura il pastore. Il giovane che un attimo prima appariva forte e sicuro di sé, col fiato corto, i capelli neri scompigliati dal vento sul viso pallido e ansioso, solo dal vecchio sperava ormai salvezza.
- E quale spiegazione posso dare a me stesso, stanotte, perché le mie gambe forti, veloci e ferme non tornino a tremare?
La notte, intanto, tornava serena. Il vento portava lontano il temporale e presto, spazzate via le nuvole, la luce della luna piena avrebbe restituito cuore e voce agli uccelli della notte. La tempesta se ne stava andando via così com’era venuta.
- Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te. Apri il tuo cuore alla verità e vedrai svanire la loro giusta ira.
Fingendo di non rispondere, il vecchio, in verità, una risposta l’aveva data: il male era da cercare nel cuore del giovane terrorizzato. La reazione del pastore gli avrebbe consentito di misurare quale fosse la forza della sua parola, ma il vecchio ne era perfettamente consapevole: l’ignoranza del suo allievo era la sua unica e vera conoscenza e, quando il giovane, impaurito, cadde in ginocchio e alzò le mani al cielo, sorrise compiaciuto.
- Oggi ho disobbedito al mio padrone – gridò il pastore, strappandosi i capelli e confessando quella che ormai era per lui la causa scatenante dei fulmini – l’ho ingannato, ho tenuto per me un po’ del suo formaggio e non gli ho detto nulla. Non lo farò mai più, dovessi morir di fame.

Nessuno può dire con certezza dove sia il confine che corre tra inganno e potere e mente chi ci racconta che Ercole ha liberato Prometeo. La verità è che in ogni ignorante superstizioso vive nascosto un Ulisse. Talvolta parte, non ha un poeta che ne canti l’epico viaggio, ma parte il nostro Ulisse e varca le sue colonne d’Ercole. Va, naviga affronta il mare e i rischi dell’ignoto, ma non gli basta la cera per salvare i compagni e, per quanto acume lo spinga, contro di lui si levano nuove sirene, sulla sua rotta si parano nuovi scogli e nuovi naufragi affondano vascelli coraggiosi. Ulisse però non si ferma e ogni volta che parte scopre una terra nuova.
Se dall’alba della vicenda umana l’ignoranza è la migliore arma di un potere fatalmente oscurantista, la conquista della conoscenza è lo strumento più efficace dell’emancipazione. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, ogni volta che il giovane ladro di formaggio ha imparato un segreto, il cinismo del potere – o la malizia del vecchio camuffato da maestro? – hanno saputo incatenarlo a una nuova paura. Quando il giovane ha smantellato le menzogne di Tolomeo, il vecchio gli ha spiegato che gli dei sbagliano solo perché usano il linguaggio degli uomini. “Fermati o sole“, è vero, invocò Giosué nel fuoco della battaglia. Ma il dio che gli mise sulle labbra quell’orribile inganno – è il sole che gira attorno alla terra – usò quelle parole perché in nessun altro modo gli uomini avrebbero capito.
Sono secoli che il giovane pastore corre e affanna, terrorizzato dalla sua ignoranza. E sono secoli che il vecchio cura ogni ogni paura del giovane con il suo antico e sperimentato consiglio:
- Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.

Per quanto il vecchio finga d’ignorarlo, il giovane diffida.
- Io non credo che l’anima si salvi al mercato delle indulgenze, un giorno ha sostenuto.
- Non c’è nulla di più pericoloso del dubbio, ha mormorato il vecchio, minaccioso. E in un baleno, contro quel primo, sorprendente pensiero critico, emessa la sentenza – “è ribellione” – si son levati i roghi. Terrorizzato, il pastore s’è precipitato come sempre a cercare il peccato nel suo cuore. Stavolta, però, guardandosi dentro, nel profondo del suo animo, ha trovato un peccato autentico e l’ha confessato:
- E’ così: il demonio mi possiede. Ho un insaziabile bisogno di sapere.
Per la prima volta dalla notte dei tempi, il potere nato dalla paura ha sentito d’aver paura e non ha esitato:
- Sia bruciato il giovane ribelle, ha decretato.
Messo in moto il boia, però, e levato il rogo, non è bastata legna.
- Guardati dentro, ha insistito ancora il vecchio.
- Ci ho guardato, l’ho detto, e ci ho visto il tuo dio. E’ nelle cose. E’ nel mio intelletto. E’ una inseparabile unità di spirito e materia. Io posso essere signore di me stesso.
In questo inesausto e insuperabile duello tra conoscenza e superstizione, il ladro di formaggio s’è riconosciuto padrone e ha cercato il male fuori dal suo petto. Con un estremo inganno il vecchio è giunto a manomettere la storia – l’accademia è potere – e ha raccontato che il giovane pastore è un sovversivo, ribelle e terrorista. La Curia ha preso atto: è potere la Curia. Ma non sono bastate tortura, galera e pena capitale. Il giovane pastore ha inseguito i suoi sogni.
- Occorre aver paura dei sogni! l’ha ammonito il vecchio. Uno dietro l’altro, il ragazzo ha visto morire Tommaso Moro, Campanella, Serveto, ma rimanevano vivi i sogni e le utopie. Non muore la tentazione diabolica del libero pensiero. Brucia la legna e bruciano i corpi, ma il pensiero non muore.
Mille e mille pastori hanno imparato così a zittire le paure e i vecchi e cattivi maestri coi loro antichi e ormai inutili trucchi. Ercole finalmente ha liberato Prometeo, Ulisse non ha perso più la rotta, Galilei non ha chinato la testa e nessuno ha saputo più come mettere al rogo Giordano Bruno.

E’ un po’ che il vecchio maestro cattivo prova di nuovo a metterci paura:
- Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.
Tutto quello che accade in questi giorni oscuri ha uno scopo preciso: ricondurci al primo fulmine, al primo tuono, alla prima domanda e all’eterna paura. Se il potere non può più contare sull’ignoranza e sulla superstizione, getta la maschera e mette mano alla forza. Tuttavia, il giovane ladro non ha più paura e l’ha capito: il formaggio non appartiene al padrone.
Raccontate alla curia e all’accademia – i servi sciocchi d’un governo liberticida – l’antica storia del vecchio e del pastore. E, col poeta decadente, mettetela in versi dalla musica lieve:
o campana, campana, campana,
la mia favola breve è finita,
la breve mia favola vana
“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2009.

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