Se n’è andato sicuro e contento, nell’applauso gelido dello studio televisivo, dopo il “colpo di teatro“, avvocato. Se n’è andato e nessuno le ha dato l’insufficienza piena per il profitto scarso di studi improvvisati. Nessuno, né la scuola piegata, né l’università ridotta allo stremo sull’ultima spiaggia, gliel’ha fatto notare: s’è comportato come lo studentello impreparato e presuntuoso che studia sul Bignami e poi gioca d’azzardo. Non so quale malaccorto leghista le scriva gli interventi che recita a memoria come un guitto e, però, chiunque sia, licenzi il pennivendolo e si raccomandi alla Gelmini per un “corso di recupero ministri culturalmente indigenti“. Faccia presto, avvocato: l’Italia si vergogna.
Pacatamente e però fermamente, come si conviene a un professore: le mafie non si combattono solo con la repressione e si favoriscono uccidendo la scuola e l’università come fa il suo governo. In quanto a Salvemni, i suoi articoli sul federalismo, che lei piega a fini separatisti, nacquero per unire. Un pensiero politico ha senso solo se s’inserisce nel contesto in cui si forma e il maestro delle vituperate scuole elementari gliel’ha certo insegnato: è l’abbiccì di chi spiega il presente ricorrendo al passato. Lei fa invece il contrario, avvocato: lei giustifica la vergogna presente con un passato nobile che di solito disprezza. Di federalismo, Salvemini scrisse su “Critica Sociale” di Filippo Turati e Anna Kuliscioff e fu parte integrante della militanza d’un socialista eretico, lontano anni luce dalla ferocia leghista. La critica s’appuntava sul latifondo assenteista e parassitario del Sud, alleato da sempre – gliel’ha detto Saviano, ma lei non può capire – coi ceti mercantili o più o meno industriali del “mitico” suo Nord, vissuto d’incentivi di Stato fino ad oggi, col sedicente “libero mercato” alla Marchionne. La “Padania” di cui ciancia, avvocato, non esiste. Esistono ceti abbienti che hanno le mani sporche di un patto che pesa su quelli subalterni. E non basta recitare un versetto del Corano per dichiararsi musulmano. Lei non c’entra nulla con Salvemini e col meridionalismo. Salvemini sosteneva che il socialismo, di cui lei rifiuta storia, origini e cultura, non doveva “compromettersi” con le tendenze “economiche” delle oligarchie del Nord, comprese quelle operaie, ma lottare per riforme generali, utili ai settentrionali e vitali per l’affrancamento delle masse contadine meridionali. Salvemini, per capirci, accusava i ceti dirigenti settentrionali di aver sottoscritto un accordo criminale con quelli meridionali, espressione anche delle mafie: agli uni i privilegi della rendita, agli altri la crescita delle organizzazioni economiche padronali e proletarie. E’ andata com’è andata e i meccanismi, quelli sì, i meccanismi lei li conosce bene. Ha avuto per socio al governo Cosentino e, tra i suoi alleati, ci sono gli indagati, i processati e i condannati.
Lei, avvocato, non è solo imprudente. Lei è un ministro dell’interno che reprime con violenza cilena chi difende un diritto, non sa di che parla e le fa difetto l’onestà intellettuale. Dovrebbe saperlo, per gente come quella che forma il governo di cui lei fa parte, Gaetano Salvemini scrisse un celebre opuscolo, oggi più che mai attuale: Il ministro della malavita, si intitolava. Perché non l’ha citato? Non lo conosce? Studi avvocato, lo legga, lo impari a memoria. La finirà di raccontare frottole e dire spropositi.
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Bossi pronto alla guerra civile? Una nuova marcia su Roma…
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Berlusconi, berlusconismo, Bersani, Bondi, Brancher, Calderoli, Caliedo, Capezzone, Cicchitto, Cosentino, federalismo, Fini, Fitto, Gasparri, guerra civile, guerriglia verde, Indipendenza della Padania, maramaldo, Marchionne, marcia su Roma, Padania, pasdaran, Repubblica di Padania, Scajola, Statuto della Lega Nord, Tremonti, Veltroni il giorno 01/08/2010 | 2 Commenti »
Il polverone che s’è levato attorno alla vicenda Fini, può fa ben sperare per la fine di Berlusconi, ma rischia di coprire la pericolosissima china sulla quale il berlusconismo di destra e di sinistra ha cacciato il Paese. Della crisi della nostra democrazia, checché ne pensino i rivoluzionari da strapazzo e i pasdaran del nuovo che avanza, Fini è responsabile a destra, quanto Veltroni a sinistra e non lo salva il “gran gesto” ora che tutto rischia d’andare a catafascio e persino una nullità come Marchionne fa il maramaldo e sputa nel piatto in cui ha lautamente mangiato.
Non c’è dubbio, se l’ingombrante guitto che confonde la politica con il trono di cartapesta della “Mediaset” chiuderà la sua penosa vicenda impolitica, non solo ci leveremo di torno Cicchitto, Bondi, Gasparri e l’angelico Capezzone – che non è cosa da poco – ma eviteremo, per il momento, il disastro del sistema formativo e daremo un’immediata pedata nel sedere all’italo canadese della Fiat. Magari scopriremo poi che con Bersani e soci gli risarciremo il danno con gli interessi, ma il punto non è questo. Il punto è che manderemo al diavolo Tremonti, Calderoli e la loro sudicia idea di federare la miseria e dividere l’Italia per soddisfare gli egoismi di qualche produttore di latte e di un banda di fanatici in divisa verde. E’ qui, però, che la faccenda pare complicarsi.
Se il governo dei nobiluomini Scajola, Fitto, Brancher, Caliedo, Cosentino e Berlusconi, va gambe all’aria, cade miseramente nel nulla anche l’astuto progetto dei fascio-leghisti. Le cose stanno così, lo sanno tutti, anche se nessuno lo dice: il movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”, meglio noto come “Lega Nord” o “Lega Nord – Padania”, ha come prima finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania”. Così dichiara urbi et orbi lo Statuto del partito, approvato nel marzo 2002 e mai modificato. E’ vero, Maroni e soci dicono di volerci arrivare “attraverso metodi democratici e il […] riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”, ma quel galantuomo di Bossi, che sente puzza di bruciato, spara ormai a pallettoni. L’ha fatto il 31 luglio a Colico, ad una delle adunate in cui si galvanizza la minacciata guerriglia verde. Bossi non si è limitato, infatti, a rifiutare un Governo tecnico. No. Il ministro della Repubblica l’ha detto chiaro: “Non staranno fermi, cercheranno di puntare su un governo tecnico […]. Ma se questo scenario dovesse profilarsi la Lega non starà ferma. Fortunatamente la Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine.
Ci sarebbe devvero da ridere, se non venisse da piangere.
Il ragionare critico
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Berlinguer, Cassandra, Costituzione, democrazia, fascista, federalismo, Gelmini, Parlamento il giorno 19/05/2010 | Lascia un commento »
Quest’intervento ha ormai sette anni. A rileggerlo la soddisfazione è amara: non avevi torto, ma a che serve saperlo? Meglio sarebbe stato il contrario e poter dire: tutto sbagliato, amico mio. Tutto dall’a alla zeta. Ma sbagliato non era. Bastava guardare. Dietro l’angolo era pronta una Gelmini.
Si grida da più parti che oggi, finalmente, dopo ottant’anni, la scuola può avviare un processo di riforma.
Sarò pignolo, ma mi attacco ai numeri, faccio conti aritmetici, quelli del pallottoliere, e mi sento spaesato. Ottant’anni indietro conducono al fascismo ed io, che mi avvio alla pensione, scopro con angoscia di essere stato senza accorgermene studente e insegnante di una scuola fascista.
Senza accorgermene. Mai, nemmeno una volta. Nemmeno quando i professori fascisti erano tutti a scuola per ragioni anagrafiche e per la generosità di vincitori che sono oggi sotto processo.
Anomalie della storia.
Inquieto, mi chiedo se per caso non sia frutto della mia incipiente confusione senile anche l’idea – peregrina a quanto pare – che io abbia insegnato nelle scuole dello Stato, quelle che Berlinguer ha proditoriamente liquidato – ne pagherà mai la colpa? – per fare spazio alle alchimie paritarie in barba alla Costituzione. Mi soccorrono, per fortuna, carte inoppugnabili. La deprecata burocrazia me le ha donate in trentadue anni di servizio e mi conforto: le scuole dello Stato sono esistite ed io ci ho studiato e lavorato. Ho sperato, lo ammetto, che migliorassero, ma non avrei mai pensato di vivere così a lungo da vederle morire. Ed ecco, improvviso, mi sorge ancora un dubbio. vuoi vedere, mi chiedo, che dopo ottant’anni, siamo punto e daccapo e ci propinano di nuovo una scuola fascista?
Pignolo come sono leggo, m’informo, mi metto a comparare – la vecchia scuola questo me l’ha insegnato – e mi accorgo di sbagliare: la scuola fascista era un capolavoro rispetto a quella che è nata. Formava bene poche persone, era dichiaratamente di classe, aveva degli ideali – non a caso l’aveva pensata Gentile – e la diceva tutta e sino in fondo la verità: la democrazia è un tragico errore. Intestategli le piazza a Gentile, se vi pare, ma la pensava così e lo diceva.
Oggi è diverso.
Oggi, che il fascismo non c’è ma il governo ignora il Parlamento scippandolo delle sue competenze, oggi come la mettiamo? Questo, mi chiedo, mentre quel diabolico ragionare critico che mi ha accompagnato negli anni in cui ero studente e non mi ha più lasciato – ecco i danni irrimediabili fatti dalla scuola statale repubblicana giustamente assassinata da sinistra e da destra – il ragionare diabolico mi pone la domanda che non so soffocare: ma dov’era il Parlamento pochi anni fa, quando la scuola si poteva affondare, le guerre non erano guerre, i pacifisti erano degli inguaribili sognatori rompiscatole che intasavano la via per Assisi, i no global si potevano impunemente massacrare a Napoli col calcio del fucile e le giberne, anticipando le sparatorie di Genova, dov’era quando la Costituzione s’era fatta vecchia e bisognava cambiarla con la Bicamerale?
Mi rispondo con una promessa – ci penserò seriamente e mi darò risposte precise – e vado avanti. Oggi, dicevo, come la mettiamo? Altro che scandalose assenze alle votazioni parlamentari! Peggio, assai peggio abbiamo fatto quando c’eravamo ed era come se non ci fossimo: eravamo muti, sordi e ciechi.
Accade quello che – ahimè – qualche fastidiosa Cassandra aveva previsto. Siamo a questo: chi discute apre il “dibattito ideologico”. Ed eccolo di nuovo il diavoletto fastidioso che ho appena messo a tacere. Eccolo tornare alla carica – fanno bene a chiuderla la scuola dello Stato se non vogliono tra i piedi rompiscatole che pensano – e domandare impertinente: e chi l’ha inventato questo non senso, mi chiede a bruciapelo, chi? Quelli che oggi firmano la riforma o chi l’ha avviata partendo da presupposti non meno pericolosi? Per non rispondere avventatamente faccio nuove promesse di serie riflessioni e mi affretto a concludere.
A che serve fare appello alla vecchia coscienza di militante? Ne ho fin sopra i capelli delle mezze verità e da buon sindacalista so che l’arte del compromesso consiste nel disegnare profili compatibili con gli obiettivi per cui firmi un accordo. Dopo di che fai i conti con i tuoi principi etici e tiri le somme.
D’accordo, torno al tema, e le tiro le somme. Ora, si capisce, i nuovi riformisti si augurano che il MIUR avverta come sia decisivo per la riforma realizzare una vera autonomia. Bisognava aspettarselo. Bisognava che se lo aspettasse chi improvvido e frettoloso l’ha voluta l’autonomia che vediamo operante ogni giorno, in balia delle convulsioni, senza soldi, col federalismo che sfonda, con i Dirigenti niente scuola e solo azienda.
E chi l’ha voluta per favore? Chi e perché? domanda incorreggibile il solito ragionare critico e lo caccio via.
La riforma che fa rimpiangere Gentile ora c’è e facciamoci i conti.
Che faremo noi docenti? Fino a che punto potremo e vorremo spingerci per tentare di difendere i bisogni reali degli studenti? Chi e cosa abbiamo alle spalle? La Costituzione è ancora un baluardo attorno a cui arroccarsi?
C’è qualcuno che pensi di chiederlo con la necessaria urgenza al Presidente della Repubblica?
Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo del 2003
Scuola: 25 aprile
Postato in Interventi e riflessioni, tagged Adro, Bossi, Cota, Crispi, federalismo, Fini il comunista, Fuoriregistro, Gelmini, Giolitti, Giorgio Almiranre, Laga Nord, marocchini, Nord, Padania, Pelloux, Rudinì, Scuola graduatorie regionali, secessionismo, Sud, terroni il giorno 24/04/2010 | Lascia un commento »
Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodé “mogli e buoi dei paesi tuoi“.
“Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.
Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.
La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.
Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010