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18430_13215_20130507-yy2_Image[1]«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani – «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi. Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».
Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà» direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.
I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggia, caricando con estrema violenza  un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini, così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.
Torni in città quando vuole, la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli  ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata difficile che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori  i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori». dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».
La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo la tragedia di Piazza Alimondi, nel cuore di una crisi economica che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia,

Uscito su Liberazione.it il 9 maggio 2013

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Ha torto Napolitano. L’orrore per gli “accordi” tra forze politiche inconciliabili non solo è del tutto comprensibile, ma ha radici profonde nella storia della repubblica e riguarda direttamente la vicenda della parte politica in cui ha militato per buona parte della sua vita. Di quell’orrore di cui egli si fa giudice sprezzante, la sua carriera e le sue scelte di dirigente sono, a ben vedere, una delle cause non secondarie.

Per quanto m’è dato sapere, non se n’è mai scritto o parlato. L’ho scoperto da un po’, cercando il “volto politico” delle Quattro Giornate di Napoli, che furono davvero l’inizio della Resistenza, con cui condividono pagine eroiche e domande che attendono invano risposte. Non so se avrò forze e vita per proseguire le mie ricerche e giungere a raccontare in un libro il mondo che sto scoprendo, ma ho promesso a me stesso di non sprecare tempo. Intanto, come s’usa fare talora ai dotti convegni, voglio annunciare qui i primi risultati della mia appassionante ricerca.

Un valoroso partigiano, Edoardo Pansini, che aveva preso parte all’insurrezione col figlio Adolfo, studente di architettura caduto al Vomero, armi in pugno, negli scontri sanguinosi coi tedeschi alla Masseria Pezzalonga, lo aveva sostenuto subito, sin dal dicembre del 1943: nell’Italia dilaniata dalla guerra, non c’erano “liberatori”. C’era un popolo che aveva ritrovato se stesso e la sua dignità e lottava per un mondo migliore. Lo diceva chiaro, Eduardo Pansini, in un discorso che avrebbe voluto leggere alla radio e finì invece censurato dagli “alleati” assieme al “Cimento”, una sua rivista soppressa dai fascisti, tornata in vita subito dopo la rivolta e prontamente “silenziata” dagli anglo-americani. Già perseguitato politico durante il fascismo, poche settimane dopo le Quattro Giornate, di cui era stato protagonista, nell’indifferenza di buona parte della sinistra, che non aveva “orrore” per le “intese” con forze politiche incompatibili, il Pansini finì addirittura in manette, arrestato da quei carabinieri che, nonostante il sacrificio di alcuni tra loro – l’eroico Salvo D’Acquisto, il manipolo di militi fucilato dopo la strenua difesa della Centrale telefonica – non vennero meno alla loro tradizionale fedeltà al padrone di turno.

Repubblicano di formazione mazziniana, Edoardo Pansini, che aveva visto il figlio sacrificare la sua giovane vita agli ideali cui egli l’aveva educato, non si piegò ai compromessi con la monarchia, non accettò gli accordi tra partiti incompatibili, i cavilli legali cui si attaccava con successo il futuro Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, difendendo in Tribunale e nella battaglia politica gli esponenti del regime; egli pagò con una spietata cancellazione dalla storia il suo rifiuto della “larga intesa” e il tentativo di proseguire la lotta iniziata con le Quattro Giornate, per stanare i gerarchi impuniti e impedire che si riciclassero all’ombra degli anglo-americani, della Democrazia Cristiana e di parte della rinascente sinistra, che si mostrò subito più papalina del papa. Quella sinistra che, intesa dopo intesa, disfatta dopo disfatta, uomini come Napolitano hanno prima snaturato, poi condotto all’estinzione assieme alla Costituzione, esempio nobile di compromesso che, non a caso, il “nuovo” Presidente ha barattato con il fatale marciume di intese così “larghe”, da mettere assieme la politica nobile e quella ignobile, nella nebbia di una retorica nazionale che assolve persino chi, corrotto, corrompe.

Nessuno ci ha fatto mai caso, ma il figlio di Pansini, ucciso in combattimento, non fu decorato. Si preferì confermare la ricostruzione americana e la prima, nobile pagina della Resistenza fu ridotta così alla rivolta degli “scugnizzi”. Eppure non si trattava di un caduto senza storia o di un “eroe per caso”. Appena ventunenne, il giovane studente di architettura, era un antifascista conosciuto dalla polizia politica perché anni prima, dopo aver organizzato un gruppo di giovani cospiratori, era stato scoperto, aveva subito un processo ed era stato in carcere per quasi un anno. Non uno “scugnizzo”, quindi, ma un valoroso militante dell’Italia che nasceva. All’epoca Giorgio Napolitano, più o meno coetaneo di Adolfo Pansini, si dilettava a fare il critico teatrale nel gruppo universitario fascista, collaborava con il settimanale “IX maggio” e faceva la fronda, civettando molto prudentemente con alcuni antifascisti. Lì forse, all’università, fermo a metà del guado tra fascismo e antifascismo, in attesa che giovani come Pansini decidessero il corso della Storia e dessero la vita perché nascesse la Repubblica che oggi presiede, Napolitano sperimentava per la prima volta la sua dottrina delle “larghe intese”.

Perché Pansini non fu proposto per la decorazione? Perché guastava il “quadro” della città di plebe che si rivolta solo per disperazione? E perché gli altri capi delle rivolta prima non protestarono e poi non hanno mai raccontato? Forse perché la scelta della “continuità dello Stato” e la prima “larga intesa” non lo consentivano? Per quanto mi riguarda, più scavo nel passato e più mi pare di capire perché l’ombra lunga del “compromesso” giunge fino ai giorni nostri. Nel passato negato o taciuto c’è molto probabilmente la spiegazione profonda della  sconfitta di oggi. Nella lettura di ciò che sta accadendo alla repubblica c’è un equivoco di fondo. Napolitano non è, come i lascia credere, l’inevitabile figlio della crisi. No. Lui e molti dei suoi sedicenti “compagni” ne sono evidentemente i naturali e legittimi genitori.

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Il fascismo, regime del capitale finanziario”: così intitolò Pietro Grifone il capitolo di un suo lontano, ma ancor valido saggio, che dalla Marcia su Roma giungeva alle iniziali prove di governo fascista, tra il 1922 e il 1926. Sarà un caso ma l’esordio di Roberta Lombardi, neo deputata e capogruppo parlamentare del Movimento a Cinque Stelle, ci riconduce proprio al “senso dello Stato” del primo fascismo, dando così al rappresentante  di una massa fin qui indistinta l’occasione di aprire il discorso su un tema che pensavi avrebbe aperto la sinistra: il nodo, storico sì ma anzitutto politico, del ruolo che nei momenti decisivi assumono non gli individui o i singoli gruppi politici, ma le forze economiche, le classi sociali e gli interessi organizzati.
Più che accendere una polemica retrospettiva, è evidente che l’esponente del Movimento di Grillo ha inteso mettere al centro della riflessione sulla squilibrata situazione politica italiana una prospettiva di stabilizzazione orientata a destra, che non va intesa come un’eresia che riguarda il passato, ma una inquietante prospettiva per il futuro. Del primo fascismo si possono avere, infatti, le più diverse opinioni, indiscutibile, decisiva e preziosa addirittura per il nostro capitalismo fu la funzione stabilizzatrice in un contesto di tremenda crisi economica e di grave incertezza sociale.
A voler guardare freddamente gli eventi, senza fermarsi a recriminare sui rischi per la repubblica nati dalle scelte di Napolitano dopo le dimissioni di Berlusconi, l’intreccio tra politica e storia che si delinea nel Movimento di Grillo per i suoi rapporti con Casa Pound, per la messa al bando del sindacato e le considerazioni sul primo fascismo, conferma alcuni dati di fatto e pone domande cui occorre dar risposte: è possibile gestire la globalizzazione con un progetto socialdemocratico, come ha tentato di fare Bersani, nell’illusione di rafforzare a un tempo la democrazia nella società e nelle imprese, senza modificare radicalmente regole del gioco e “modi” di produzione? E’ possibile farlo, se per globalizzazione s’intendono Marchionne e il dominio del capitalismo finanziario? Il PD ha scommesso sul sì. Di qui probabilmente i conti che non quadrano, l’indebolimento e la perdita di credibilità di fronte agli effetti di una espansione del capitale che non cancella le differenze, radicalizza lo scontro col lavoro e, per dirla con Foa “spacca il mondo in due”. Un capitale che, è bene ricordarlo, rifiuta la linea della collaborazione, ma chiede al sindacato e al suo partito di riferimento di isolare le “ali sinistre”, indebolendo così la loro stessa base di consenso e producendo masse “tradite”, che non si sentono più rappresentate.
Il primo fascismo di cui parla l’esponente di Grillo non esiste. I fasci ebbero identità e vita reale solo quando divennero  squadrismo e furono capaci, questo sì, di attrarre miti e frustrazioni di alcuni sindacalisti rivoluzionari, come Rossoni, Michele Bianchi e Agostino Lanzillo, che, tentando di risolvere la pratica sindacale nel rapporto diretto dei lavoratori coi padroni, si aprirono facilmente all’idea corporativa, dando credito alla concezione autoritaria dello Stato fascista in nome della rivoluzione. Quale modello ne nacque e di che parla, quindi, nella sostanza, il movimento di Grillo? Evidentemente di un pensiero politico che riconosce l’autorità aziendale e finisce in braccio al capitale, inseguendo due miti: quello dell’efficienza e della produttività e quello della “bontà” del modello corporativo rispetto al “caos” e alla “corruzione” della mediazione sindacale e della democrazia parlamentare.
Grillo e i suoi rispondono così a Bersani e in fondo si capisce. Qui da noi, le gravi crisi del capitale sono storicamente incompatibili con i modelli della socialdemocrazia. Purtroppo, però, né Bersani, né Grillo pongono in discussione la struttura del credito e la proterva libertà del mercato, il ruolo della banca mista, la socializzazione delle perdite a fronte della totale privatizzazione degli utili e l’iniqua divisione della ricchezza tra le classi sociali. Problemi che mettono a rischio la“sovranità popolare” e la democrazia come valori reali. Il modello “giolittiano“ di Bersani, adatto al più ad un’economia in cui l’industria decolla e domanda tregua sociale, mette in ombra i temi della“sovranità popolare” e della democrazia reale, che sono valori e non formule vuote di contenuti, e naufraga di fronte a una crisi che non consente mediazioni e non chiede pace sociale. In questo contesto, col capitale che non accetta procedure sindacali, il “modello Grillo” diventa punto riferimento per forti interessi materiali, ma intercetta anche attese, delusioni, bisogni concreti che, nel deserto di valori lasciato in eredità dal berlusconismo, si saldano in una base di consenso trasversale alle classi sociali, tenute assieme da un individualismo che diventa elemento decisivo di una sorta di egemonia culturale. Grillo, che modifica persino il linguaggio della politica, attirando la rabbia all’amo della “democrazia diretta“, diventa vincente perché si nutre di problemi reali e, mentre tiene viva nella base la sensazione di una ritrovata rappresentanza e l’illusione di una rivoluzione, si offre al potere economico come elemento di stabilizzazione su base autoritaria. Ecco il significato reale del cenno al deformato “fascismo della prima ora”. Un significato che spiega ad un tempo la logica che in basso blocca la proposta di Bersani e assicura buon gioco a quella di Grillo, in alto rende quest’ultimo molto più credibile di quanto si creda. Così stando le cose, il discorso del deputato del Movimento 5 Stelle non è pericoloso per i suoi riferimenti alla storia passata, ma per la minaccia che potrebbe costituire per la storia che verrà.
Non è passato molto dai recenti accordi tra Cgil e Confindustria. Dalle colonne del Manifesto ci fu modo di far cenno ai rischi di un rinato autoritarismo. “Chiacchiere da bar sport”, si rispose dai soliti “grilli parlanti”. Ora che Grillo getta il Paese nel caos, sarebbe il caso di riflettere seriamente sulla nostra storia. La convergenza tra fascismo e grande capitale non fu, come si racconta assai spesso, figlia legittima della cecità del massimalismo. Se una paternità venuta al regime da sinistra si può riconoscere, bene, essa tocca molto probabilmente ai riformisti, che, finiti in orbita liberale, dimenticarono che le riforme vere sono quelle “di struttura” e nascono come strumento di lotta di classe. Come Grillo, anche Mussolini, era solo e tale dichiarava di volere restare: “Siamo soli  dinanzi alle nostre terribili responsabilità, soli e da soli dobbiamo giungere un porto”. Furono i liberali a dargli una mano, assicurandogli un’alleanza che egli accettò senza esitare, tradendo così i “rivoluzionari” che gli avevano creduto. Oggi la lezione dovrebbe esser chiara: una sinistra di classe veramente unita avrebbe forse salvato il Paese da una tragedia.

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Guido Dorso - Wikipedia

Guido Dorso – Wikipedia

Le forze dell’ordine, le stesse che di lì a un decennio, folgorate sulla via di Damasco, si sarebbero convertite all’idea repubblicana e presto avrebbero “legalmente” incarcerato partigiani e “dissidenti” di sinistra, negli anni Trenta si misero invano sulle loro tracce. Gli autori non furono mai trovati, ma i volantini, custoditi negli archivi di Stato, serbano memoria di un “antifascismo” di destra, “liberal-democratico” se così si può dire, probabilmente disorganizzato, ma in grado di far circolare idee e programmi in cui non è difficile cogliere lo “sguardo lungo” e una lucidità che, alla inconfutabile luce dei fatti compiuti, si rivela oggi profetica; dietro ci sono evidentemente un progetto politico che ha radici nella nostra storia e un sistema di valori condiviso da larghi strati di quella parte di popolazione che oggi diremmo moderata. Un’analisi breve ma efficace: il fascismo cadrà – prima o poi tutte le dittature cadono travolte dal peso delle contraddizioni – ma gli sopravvivranno la Corona, che è il vero riferimento dell’esercito, e il Vaticano con cui il sedicente regime “totalitario”, non ha mai smesso di fare i conti. In questa prospettiva di tempo lungo, paradossalmente, per i “moderati antifascisti”, il problema non è il regime ma l’antifascismo “rosso” che si oppone eroicamente a Mussolini. A ben vedere, dall’analisi non nasce solo un progetto di lotta antifascista – stare a tutti i costi con la Corona e con la Chiesa – ma, anche una lucida sintesi del problema che si porrà all’Italia post fascista; essa traccia, infatti, il profilo che, esaurita la funzione storica dei Savoia, assumerà il Paese e mette all’ordine del giorno la “continuità dello Stato”.

Invano, anni dopo, nel novembre del 1945, mentre la repubblica era in gestazione, l’azionista Guido Dorso avrebbe fotografato l’essenza dello Stato italiano nel “Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico” e nel “Maresciallo dei RR. CC.“, l’equivalente di “quello che gli architetti chiamano la voltina“. Nonostante la guerra partigiana e il grande sommovimento tellurico che l’ha lesionata “la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio“, prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa. La quasi totalità dei Magistrati, egli osservava, per ottantacinque anni ha giurato “in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele“; poi ricorreva ironicamente ad Anatole France, che “è di moda nelle nostre Corti di giustizia“, con “le ironiche considerazioni che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille. Di fronte alla guardia municipale che asseriva essere stata oltraggiata con l’apostrofe di vache. il presidente routiniere, optava per il potere costituito” e il grande scrittore non poteva non concludere: “in quel tempo in Francia gli. scienziati erano in ribasso“.

Nel suo insieme – e da tempo immemorabile – in Italia in ribasso sono le azioni di certa “sinistra” che prima non ha potuto o saputo cambiare lo Stato e poi, sposando dottrine neoliberiste, ha affiancato di fatto il capitale ed è finita in braccio agli ignoti antifascisti liberali degli anni Trenta. Con un’aggravante: quelli lottavano almeno contro il fascismo, l’odierna “sinistra moderata” ha perso anche la bussola dell’antifascismo e naufraga nelle secche di un’ormai sterile lotta per un Parlamento che purtroppo non solo ha poco o niente a che vedere con la Costituzione, ma è l’immagine speculare di un potere che ricorre costantemente alla repressione poliziesca contro chi lotta per i diritti e, quando ce l’ha, sempre più spesso muore sul posto di lavoro, costretto ad accettare ogni condizione, anche la più dura e illegale, per dar da vivere alla famiglie e aiutare le giovani generazioni per le quali non c’è più futuro. La storia purtroppo non concede la “prova del nove”, ma tempo per verificare ce n’è: non è stato Grillo a portarsi appresso la nostra gioventù. E’ stato il naufragio della sinistra parlamentare a portarglieli in dote.

Si può essere “moderati” in mille modi. Il centro sinistra, che ha confuso la moderazione con la complicità, farebbe bene a riflettere sulle parole di Dorso, moderato, certo, ma autentico antifascista. Sono ormai decenni che lo Stato italiano somiglia sempre più a quello che il grande meridionalista intendeva cambiare. E’ lo Stato che Grillo attacca purtroppo con giusta ragione e Vendola e Bersani intendono invece lasciare com’è, braccio armato del mercato e strumento di logiche repressive di classe. Attestato su questa posizione ambigua, il centro sinistra è andato a caccia di non si sa quale consenso, non l’ha trovato e ora apre all’avventura di Grillo. Da troppo tempo purtroppo il Parlamento, ridotto a una “piccola cellula istituzionale“, composta di nominati privi della legittimità di un voto popolare, non solo non può più produrre democrazia, ma crea di continuo conflitto, sta dalla parte dei padroni e oppone a chi lotta il “Maresciallo dei RR. CC.“. Il centro sinistra, sostegno di sedicenti “moderati” alla Monti, va a traino della reazione. L’Italia ha galere piene di povera gente; per i “clandestini” e i “ceti pericolosi” le forze dell’ordine dispongono di strumenti efficaci quanto l’ammonizione e il confino. Il governo dei “moderati ” è giunto a riesumare il codice Rocco e il reato di “devastazione e saccheggio”, ma non s”è trovato l’animo di osservare che, in seguito alle conseguenze delle riforme Fornero, sarebbe stato eccessivo parlarne persino di fronte a un sussulto insurrezionale. Sentenze ingiuste puniscono con una pacca sulla spalla poliziotti assassini e si sta lì, in Parlamento, presi dall’eterna battaglia morale contro Berlusconi col quale, però, si è andati al governo.

Ormai non passa giorno che qualcuno non si riempia la bocca della parola “legalità” ma, nella realtà quotidiana, manca anche l’ombra della giustizia sociale. Il centro sinistra in Parlamento perde perché i governi in cui entra o quelli per cui chiede il voto non “lavorano per il lavoro” ma sposano totalmente le tesi liberiste e intimidiscono, per dirla con Dorso, chiunque abbia “vaghezza dl fruire integralmente dei suoi diritti civili e politici dormienti negli ingialliti fogli dello Statuto“.
Da questo storico stallo non si potrà uscire solo col “reddito di cittadinanza“, come propone Bevilacqua sul “Manifesto“. Benvenga, se non costa nulla alla povera gente e alla dignità dei lavoratori, ma all’ordine del giorno ci sono i diritti e la giustizia sociale. Occorre prenderne atto per capire che ormai non si tratta più di sfidare il Movimento a Cinque Stelle.
E’ giunta l’ora di sfidare se stessi e soprattutto limiti e divisioni della nostra storia recente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2013 e su “Liberazione” il 4 marzo 2013

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Bottega Scriptamanent
Mensile di dibattito culturale e recensioni

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Graziana Pecora
Anno VII, n. 65, gennaio 2013

Repressione fascista e resistenza al Duce. I danni della scienza usata a scopi politici . “Pazzia indotta” vs “ragion di stato”: da Bastogi editore, otto storie di vite annientate dalla psichiatria di regime

Quando la Storia assume quasi i caratteri del romanzo, pur non essendo purtroppo invenzione; quando il sacrificio di vite umane diviene racconto, messo nero su bianco e reso disponibile ai lettori, non si può fare a meno di riflettere su una pagina triste del nostro passato.
Durante la Repressione fascista molti uomini, donne, ragazzini decisero di non abbassare la testa, di continuare a lottare per la propria libertà e per le proprie convinzioni, nonostante l’incombente minaccia di privazioni e addirittura di morte. Non si trattava solo di privazioni materiali e di mancanza di libertà ma di perdita della vita, brutale o graduale, giorno dopo giorno, quando spesso accadeva di essere rinchiusi nei manicomi perché le proprie idee non erano affini a quelle del regime.
Giuseppe Aragno, storico napoletano scrittore di numerosi testi sulla lotta antifascista rivoluzionaria e sul movimento operaio, ha recentemente pubblicato il saggio Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editore, pp. 154, € 15,00), in cui la cornice della Storia durante il periodo fascista non può escludere gli otto racconti privati dei singoli che della Repressione sono stati vittime lucidamente e coraggiosamente consapevoli.

La psichiatria: strumento di repressione politica
Le vicende raccontate sono storie di reclusione presso manicomi di persone non malate ma considerate pericolose agli occhi del regime, per le proprie idee antifasciste; dei “folli” che non possono camminare liberi per strada ma devono essere segregati, censurati, stretti da una camicia di forza che non blocca solo i movimenti ma anche i pensieri. Un utilizzo dunque politico della psichiatria. Tra le varie storie c’è quella di una donna, Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese e ben lontana dal cliché di sartina pallida e buona madre e moglie, frequenta già da adolescente i circoli socialisti, tacciata subito dalle autorità di essere una donna “audace e pericolosa”. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repressivo fascista. Clotilde sarà epurata come “schizofrenica”, così come tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti “mentalmente instabili”, quindi rinchiusa a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
C’è poi la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due “ragioni di stato”, quella russa prima, quella italiana poi. Nato infatti a Voronež, non distante dal confine ucraino, Kolia (così come sua moglie Varia ama soprannominarlo) è fedele al Partito comunista sovietico, ma viene “eliminato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua “nazionalità inaffidabile”. Rifugiatosi a Napoli, ben presto i suoi ideali gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Straziante la sua corrispondenza epistolare con la moglie e con il figlio, che trasmette tutta l’umanità e la sofferenza di un uomo incompreso e punito due volte per il proprio credo. Arrestato nel 1939, si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mesi dalla fine della sua pena, arrivata grazie all’insperata amnistia sovietica.
Ancora, c’è la vicenda di un giovane, Umberto Vanguardia, che da adolescente forse inconsapevole, forte dei propri ideali contro il regime da urlare giustizia già tra i banchi di scuola del ginnasio, viene internato ancora una volta per la sua “utopia”. E poi le storie di Luigi Maresca, Emilia Buonacasa, Pasquale Ilaria, Giovanni Bergamasco e l’intera famiglia Grossi, tutte accomunate dallo stesso triste finale, quello dell’internamento.
Nel raccontarle, Aragno non si accontenta di mettere sotto accusa l’apparato repressivo totalitario della dittatura mussoliniana, ma insiste sui meccanismi di un’Italia liberale prefascista, che aveva concepito e costruito i rudimenti del sistema di controllo e repressione, usati prontamente poi in epoca fascista. Protagonisti delle biografie presentate sono attivisti delle forze minori, ma che appaiono al contrario rappresentativi di una vicenda di dimensione nazionale e internazionale, delle classi subalterne, che rompono gli schemi consolidati.

Lo scontro tra “ragion di stato” e utopia antiregime
Quello che emerge dalle vicende raccontate da Aragno è una riflessione sulla dicotomia tra la “ragion di stato” – quella che Benedetto Croce descriveva come la «legge motrice» di un paese e che assume nella realtà l’ideologia di un regime come rinuncia al singolo in nome degli interessi dei gruppi dominanti – e l’utopia antifascista, uno scontro tra «l’eccesso di realismo», come lo definisce l’autore, e l’eccesso di speranza. Non a caso l’utopia rasenta il limite sottilissimo della pazzia che, in questo saggio, è pazzia indotta, pazzia inventata, giustificazione o alibi a dei moti e ideali da reprimere e controllare. L’isolamento, la paura, la scelta di opporsi comunque e resistere in un libro che tiene assieme il rigore della ricerca scientifica e i ritmi e le parole della narrazione, un “romanzo storico” che, partendo dalla varietà di situazioni, aspirazioni, relazioni e intenti, si focalizza sui volti, le voci, le vicende umane e politiche di una militanza sofferta.

Federica Lento
(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 65, gennaio 2013)

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Il Manifesto, 16 gennaio 2013

Memoria- «Antifascismo e potere. Storia di storie» di Giuseppe Aragno
Frammenti ribelli all’ordine costituito

Gli studi di storia del movimento operaio, che in Italia hanno conosciuto una fase di effervescenza nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, sono da gran tempo trascurati dagli studiosi dell’età contemporanea. Il lavoro e la lotta di classe non sono alla moda, appaiono estranei e stridenti con lo spirito del tempo, e gli studiosi italiani, per lunga tradizione, si guardano bene dall’urtare il perbenismo dominante nella nostra accademia. Solo da alcuni anni sono ripresi gli studi di storia del sindacato, che segnalano una rinnovata attenzione a quello che è senza dubbio un carattere saliente della storia politica italiana nel XX secolo.
La presenza di un grande sindacato di classe come la Cgil, e talora un ruolo incisivo delle formazioni minori, accompagna originalmente la vita e l’evoluzione dei ceti popolari nel corso del secolo. Ma la storia del sindacato non è la storia del lavoro e dei lavoratori, anche se la riguarda molto da vicino e la coinvolge. La classe operaia, come corpo sociale e i movimenti popolari non hanno conosciuto l’ampiezza degli studi riservati dagli storici italiani ai contadini e alle loro lotte. E oggi men che mai tornano ad attrarre l’attenzione degli storici. Perciò appare come uscito da un età remota il recente saggio di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi Editrice Italiana, pp. 145, euro 15). Per la verità Aragno aveva già pubblicato per Manifesto-Libri Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009). Ora continua in quel filone di studi che riprende la tradizionale storia del movimento operaio, esaminata non quale fenomeno collettivo – sempre presente come sfondo storico – ma sotto forma di vicende biografiche, storie individuali, avventure politiche ed esistenziali dei singoli. E, per quest’ultimo aspetto, va anche rilevato che i personaggi ricostruiti nel loro percorso non sono i grandi leader, non portano nomi illustri, ma sono protagonisti oscuri o semiuscuri che hanno dedicato la loro vita alla lotta politica, pagando un caro prezzo personale. Sfilano in questo testo, preceduti da una nota di inquadramento storico, le vicende di uomini e donne irregolari, trasgressivi, che lo Stato liberale e quello fascista spesso bollano come pazzi, reietti, violenti eversori dell’ordine costituito. Referti che Aragno registra con particolare soddisfazione, perché il suo impegno di storico è tutto mirato a portare alla luce personaggi che sin nella loro esperienza esistenziale appaiono come antisistema, fuori e contro ogni ordine costituito.
Esemplare sotto questo profilo è la storia di Emilia Buonacosa d’ignoti, trovatella di Pagani, nel salernitano, che diventa organizzatrice sindacale a Nocera Inferiore nei primi decenni del Novecento e poi entra nel giro europeo degli esuli antifascisti. Ma nel testo troviamo anche le vicende di personaggi meno oscuri, come quella di Luigi Maresca, partigiano durante le Quattro giornate di Napoli, che ha un profilo intellettuale e politico più evidente e maturo. Le storie iniziano con la vicenda di una donna, Clotilde Peani, anarchica, nata a Torino, che finisce i suoi giorni a Napoli dopo anni di persecuzione fascista, e proseguono con la vicenda di altri sette personaggi.
Di queste storie non si può dar conto se non in maniera frammentaria, per suggerire un’idea del materiale che il lettore trova nel libro. Certamente val la pena ricordare la vicenda di Kolia (Nicola) Patriarca, un italo-russo che, come ricorda l’autore «vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature». Patriarca, infatti, comunista, è costretto ad espatriare dall’Urss, dove infuria la repressione staliniana, e a rifugiarsi in Italia. Qui è accolto di buon grado dalle autorità del regime, che possono utilizzare la sua posizione in funzione antisovietica. Ma Patriarca ha alle spalle una storia di condivisione della rivoluzione sovietica e non lo nasconde. Viene perciò denunciato dalla polizia, nel 1938, «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici» dell ‘Italia. Finisce al confino a San Costantino Calabro.
Le storie ricostruite da Aragno hanno il sapore di una giustizia postuma resa a personaggi travolti dalla storia e poi e dall’oblio, talora politicamente intenzionale, di chi è venuto dopo. Vi si osserva evidente una determinata volontà di risarcimento della memoria. È una operazione moralmente e storiograficamente degna, che merita plauso. Credo, tuttavia, che la qualità storiografica dell’operazione sia alterata dal linguaggio che l’autore ha scelto per narrare queste storie. Appare evidente un eccesso di partecipazione ideologica di Aragno alla vicenda dei suoi eroi. Sicché le parole dei protagonisti, i loro punti di vista, le loro recriminazioni, il loro intero mondo vissuto di persecuzione e di lotta, diventano il materiale diretto della narrazione storica, con poco filtro emotivo e la misura che sarebbe stata necessaria.

Piero Bevilacqua

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l43-rajoy-121228162920_medium[1]Che l’associazione a delinquere celata dietro la “grande democrazia” europea ci stia conducendo ad un moderno fascismo è sempre più evidente. Mariano Rayoi, per fare un esempio, non si limita alla cantilena dell’austerity e non si contenta di giustificare il suo iniquo rigore col terrorismo del “deficit che salirebbe all’11%”. Come Monti, anch’egli domanda “comprensione” al Paese, in nome del “pensiero unico” e della ricetta prescritta dagli usurai di Bruxelles, ma appena la piazza dissente, ecco la polizia, i lacrimogeni e la repressione scatenata contro i milioni di disoccupati prodotti dai suoi amici banchieri. Mentre taglia e tassa per aiutare le banche e promette una crescita che, per opera e virtù dello Spirito Santo, “produrrà occupazione”, Rayoi, al quale il potere fa l’effetto del vino, riconduce la Spagna a un moderno franchismo.
E’ bastato che a Madrid una giovanissima “indignata” twittasse Antonio Gramsci, ed eccola accusata di incitamento alla violenza. Denunciata dalla polizia postale, il suo grave reato ha assunto connotati tragicomici: la ragazza, infatti, è stata interrogata per aver postato su Twitter alcune celebri frasi scritta tra il 1919 e il 1920 su “L’Ordine Nuovo”: ”Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza“. Il giornale era critico verso il PSI, ma il Partito Comunista Italiano, del quale Gramsci sarebbe poi diventato il leader, non era ancora nato e nato non era ancora nemmeno il fascismo. Di Antonio Gramsci, morto di carcere duro dopo anni di galera fascista, eroico comunista, maestro di pensiero politico, di coerenza e coraggio rivoluzionario per intere generazioni di giovani, oggi si studiano il pensiero e le opere in mille università del pianeta.
Chi ha assistito con crescente preoccupazione alla violenza ingiustiicata delle forze dell’ordine nelle piazze di tutta Europa e ha avuto modo di riflettere sulla triste sceneggiata dei lacrimigeni partiti a Roma dal Ministero della Severino, non si meraviglia di quello che accade e si attrezza alla difesa della libertà politica messa in discussione da una guerra di classe scatenata dall’alto. Meraviglia piuttosto la meraviglia ipocrita della stampa borghese e degli immancabili benpensanti. Non è un caso che nella Spagna di Rayoi, della Bicciè, dell’Unione Europea, di Monti e della finanza, Gramsci torni ad essere “pericoloso per l’ordine pubblico“. La storia del movimento operaio semina il panico tra i padroni.

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La recensione di Salvatore Prinzi non è qui per far pubblicità all’autore.  Chiede spazio per replicare alle incredibili ragioni con cui il giornaledistoria.net l’ha censurata. Un caso “esemplare”, che mostra fin dove siano giunti il controllo autoritario sulla ricerca e la spudorata rivalutazione del Fascismo. Ecco il breve testo della rivista:

Di seguito le considerazioni su alcuni brani estratti dalla recensione.
Quando si parla di “esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale” aggiungendo che  “in quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia” e che “dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione” (pp.1/2) si fa un’affermazione ormai da molti anni superata (già da De Felice fino ad Emilio Gentile ed altri): le cose sembrano in realtà, soprattutto sulla base anche di una più attenta valutazione dei documenti disponibili, molto diverse. Il fascismo è stato soprattutto un regime inclusivo e questo non deve essere confuso con la forza di un presunto e da molti invocato ed enfatizzato “totalitarismo” o con l’azione della miriade di enti e simili (ONMI, OND, GIL e via dicendo).
Appare poi sinceramente fuori luogo il fatto di insistere su un fantomatico “revisionismo imperante” (tra l’altro non è chiaro a cosa l’A. si riferisca). Certamente negli ultimi anni si sono dette cose nuove, ad esempio sulla cultura e sul rapporto con gli intellettuali, sulle “modernità fasciste” e si è riflettuto molto sulle evidenti aporie del regime fascista. Ma questo non ha nulla a che vedere con un “revisionismo” inteso nell’accezione negativa del termine che l’A. usa.
Quanto alla “resistenza insorgente dai tanti militanti oscuri” anche in questo caso sono stati fatti passi avanti studiando le diverse componenti (cattolica e comunista in primis) ma rimane anche il fatto incontestabile (alla luce anche e soprattutto di documenti recenti) di una non trascurabile zona di “consenso” nei confronti e del regime e di Mussolini”.

La nota, rigorosamente anonima, è, nel suo genere, un vero capolavoro. Cosa significhi dittatura “inclusiva” è un mistero glorioso.  Sul piano linguistico, prima ancora che storiografico, la parola “consenso”, riferita a una dittatura, è un nonsenso. A sostegno della censura l’anonimo referee cita Renzo De Felice ed Emilio Gentile. Un maestro, il suo allievo e una “scuola”. La logica, quindi, è quella del pensiero unico, della verità per fede – ipse dixit - e fa venire in mente il celebre dialogo tra filosofi, quando l’anatomista dimostra il ruolo centrale del cervello rispetto al cuore nel sistema nervoso e il tomista risponde impassibile: ti crederei, se Aristotele non avesse detto il contrario. Per il censore, c’è una verità acquisita in eterno, che cancella storici del valore di Arfè e Cortesi e ignora il recente lavoro sul “consenso imperfetto” pubblicato due anni fa da Ferdinando Cordova, recentemente scomparso. Eppure, persino De Felice, maldestramente tirato in ballo, sentì il bisogno di chiudere in limiti temporali l’idea di “consenso”: 1929-1936. Storico vero, cedette al fascino dalla personalità del “duce”, ma fu mai così supeficiale da descrivere un ventennio di “dittatura inclusiva”. Da allievo indocile e ripudiato, sono testimone diretto: aveva una prosa noiosa, ma conosceva perfettamente il valore e il significato delle parole che usava.
Ora, ecco la bella recensione di Prinzi, che non è priva di acuti spunti critici, per i quali posso solo ringraziarlo.

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Il realismo dell’impossibile
di Salvatore Prinzi

Una nota sul libro “Antifascismo e potere. Storia di storie” di Giuseppe Aragno. Piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti che combatterono il fascismo.

 

Antifascismo e potereA osservarla con attenzione, molto da vicino, senza farsi impressionare dai grandi nomi o dalle date memorabili, la Storia pullula di figure singolari. Figure che non sono per nulla ricordate, pur avendo fatto qualcosa di importante; esistenze non comuni, senza essere celebri; persone di un certo spessore umano e morale, e tuttavia esposte come tutte allo sbaglio, allo scoramento, alla stanchezza. Uomini e donne, per dirla con Gaetano Arfè, che non trionfano mai ma che non sono mai vinti. Se la vittoria non vede in prima fila a raccogliere onorificenze, la sconfitta, che pure li avvolge, non li abbatte, e quando pure li afferra non li tiene.

Sono proprio queste figure, eroiche solo in un senso molto sobrio, ad essere al centro dell’ultimo libro di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi, Foggia 2012). Un libro che tira fuori dall’oblio le vicende di otto antifascisti e le fa rivivere sotto i nostri occhi, mostrandone l’attualità, la clandestina vicinanza al nostro tempo. Un libro in cui la storia stessa si fa presente, è un altro presente. Un libro che, proprio per questo, vale la pena di prendere sul serio.

II. Aragno è uno noto studioso del movimento operaio, autore di numerose pubblicazioni che cercano di ricostruire la complessa storia del lavoro a Napoli e in Campania, e le vicende delle correnti anarchiche, socialiste, comuniste nei primi cento anni della storia d’Italia. Qualche anno fa suscitò parecchio interesse un suo libro, Antifascismo popolare (Manifestolibri, Roma 2009), che raccontava il mondo variegato e per nulla “ortodosso” dell’opposizione al regime di Mussolini. Ora di quel libro esce una sorta di sequel: Antifascismo e potere è infatti una raccolta di piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti, principalmente napoletani o in qualche modo legati a Napoli, che combatterono, ciascuno a suo modo, il fascismo. Ma quest’ultimo libro, pur confermando l’impostazione storiografica del lavoro precedente, va oltre, perché intende mettere in questione non solo il potere fascista e le modalità feroci del suo esercizio, ma il potere tout court. Vediamo meglio.

La ricerca di Aragno muove, sin dalle sue prime pubblicazioni, dal lavoro di De Felice, assumendo come problematica quella questione del consenso che è il perno di ogni discorso revisionista. In effetti, dire che Mussolini seppe costruire consenso intorno a sé vuol dire in fondo – siccome lo scopo del politico è proprio quello di creare uno spazio e un sostegno alla sua azione – riconoscerlo come “grande statista”. Cioè come un pacificatore delle tensioni nazionali, come il costruttore e persino il modernizzatore di un’Italia uscita povera e dilaniata dalla Grande Guerra. Il problema di Aragno è appunto quello di mostrare su quale rimozione si sia fondato questo consenso e la sua narrazione: ovvero sull’asportazione, prima materiale e poi anche storiografica, della questione sociale, della vita concreta di milioni di contadini e di operai, così come sull’esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale. In quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia, e dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione.

Su questa via, l’impostazione di Aragno finisce però per contrapporsi anche a quell’antifascismo istituzionale che, rimuovendo anch’esso la ragione sociale del regime, sembra incolparlo unicamente della violazione dei “diritti umani” o della negazione dei “principi democratici”. Quasi come se il fascismo fosse una parentesi illiberale in una lunga storia italiana fatta di “regole chiare”, di uguaglianza e di condivisione dello stesso destino, quest’antifascismo di rito – e forse proprio per questo sempre meno sentito – presenta la Resistenza come il compimento del percorso Risorgimentale, come la riscossa nazionale di una libertà senza bandiere né colori contro una dittatura cattiva, ormai sconfitta una volta per tutte…

Sulla scia di storici come Arfè e Luigi Cortesi, Aragno contesta dunque il revisionismo imperante in questi anni ma non cade nella retorica di una Resistenza combattuta solo in nome della patria, di una Resistenza avulsa dal conflitto di classe, diretta dall’alto da integerrimi dirigenti di partito e disinteressatamente sostenuta dagli Alleati. Al contrario: Aragno mostra come ci sia una fortissima continuità fra l’antifascismo – che sorge nel momento stesso in cui nasce il movimento fascista, dato che questo è la sintesi più rigorosa e conseguente dell’attacco che le classi dominanti portavano da decenni contro il proletariato – e la Resistenza, che è sì un moto di liberazione ma anche di sovversione. Un moto che quindi non inizia il 25 luglio o l’8 settembre del 1943, ma attraversa, pur se a fatica e a caro prezzo, tutto il Ventennio. Con il suo approccio “dal basso” Aragno riesce così a mostrare le svariate forme e i diversi intenti che contraddistinguono l’opposizione al regime, mettendo in luce come la Resistenza vittoriosa abbia tratto la sua forza da questa Resistenza insorgente, da questi sacrifici quotidiani, dai tanti militanti oscuri, dai tanti “no” detti a mezza voce, dai rifiuti e dai sospiri di migliaia di reclusi, confinati, bastonati.

III. Proprio per questo, il modo migliore di leggere il libro di Aragno è partire dal suo sottotitolo, Storia di storie. Perché nel sottotitolo c’è già un’impostazione teorica, un certo sguardo. Appare subito, infatti, il motivo che sostiene tutto il testo: l’idea che la Storia sia fatta da una pluralità di voci, di vicende singolari, di percorsi individuali. E che sia il loro incontro, la loro circolazione, tutto questo vorticoso aggregarsi e scomporsi di vite, a mettere capo alla Storia, a quella totalità che sembra sempre investirci e travolgerci, e che si lascia pensare solo sulla taglia del Grande Evento. Il vestito storico, sembra dirci Aragno, è tessuto di fili sottilissimi, ma ogni filo ha il suo spessore, la sua lunghezza, il suo colore, e vale la pena di seguirlo fino in fondo. Ripercorrendo quella vita non tanto e non solo come caso eclatante o come testimonianza privilegiata, e nemmeno come scarto che andrebbe recuperato quasi per pietà, per un senso di giustizia verso chi è stato travolto, ma, più profondamente, come una vita attiva, partecipe e persino protagonista del proprio tempo. In altri termini, per capire davvero la Storia, per dirsela tutta, lo storico si deve mettere al microscopio. D’altra parte il passo fra biografia e biologia è breve: è quello che c’è fra lo scrivere, il disegnare, l’incidere i tratti di una vita, e il comprenderli, il discorrerne, il cercarne i principi.

È questa specifica scienza storica, questa comprensione del particolare per meglio arrivare alla totalità, che ci sembra essere il metodo del libro di Aragno, e anche il suo principale merito. Il lavoro rigoroso sugli archivi, la meticolosa ricerca di fonti, l’osservazione di tutte le tracce che una vita lascia, e la narrazione che mette tutto in sequenza, ci restituiscono il pensiero e l’azione di questi otto personaggi altrimenti destinati a restare ignoti. Perché chi può dire di conoscere le peripezie affascinanti e dolorose degli anarchici e socialisti Clotilde Peani, Umberto Vanguardia, Emilia Buonacosa, Giovanni Bergamasco, perseguitati prima dalla polizia “liberale” e poi da quella fascista per le loro idee di uguaglianza e per il loro impegno sindacale, per la loro voglia di sollevare i lavoratori al livello della decisione politica? Chi può dire di aver già sentito le storie di Kolia Patriarca o di Luigi Maresca, non due militanti senza macchia, ma due persone “normali”, tranquille, con l’unico torto di aver avuto delle idee e di averle manifestate, condannandosi a vagare da un paese all’altro, irrimediabilmente lontani dalle loro famiglie? E ancora, chi può immaginare che al fascismo si potesse opporre, e proprio negli anni del supposto consenso, anche un uomo di destra come Pasquale Ilaria, patriota pluridecorato della Prima Guerra Mondiale, e che il “potente” regime potesse temere anche ragazzi evidentemente spauriti, soli e traumatizzati come Renato Grossi?

Aragno è pienamente cosciente di stare compiendo un’operazione in un certo senso salvifica, di stare cioè resuscitando i morti, i sommersi, come direbbe Primo Levi. Basta prendere questa sua frase: «di ciò che siamo davvero, tutto si perde nel silenzio dei secoli e il tempo nostro “personale” raramente coincide col “tempo collettivo” di cui rimane traccia. Tutto si perde, a meno che storici o artisti non lo ricordino a chi, dopo di noi, farà la sua parte sul palcoscenico che ci vide all’opera» (p. 98). In questo senso Aragno sembra rispondere alle scomode domande di quel famoso lettore operaio di Brecht, che, imbattendosi nella Storia, si chiedeva chi la facesse per davvero: chi ci fosse dietro a Tebe, a Babilonia, a Roma, chi avesse materialmente costruito quei grandiosi monumenti, chi avesse realmente combattuto le guerre, chi fosse, insomma, il regista nascosto dai nomi, sempre troppo altisonanti, degli attori… Invece la storiografia ufficiale – affascinata dai grandi destini, dalle manovre diplomatiche, dagli intrighi di Palazzo – tende “naturalmente” a dimenticare il lavoro, la sofferenza, l’oppressione patite dagli uomini. E a maggior ragione dalle donne.

IV. E qui è di un’estrema importanza che il libro di Aragno riservi tanto spazio alla figura femminile, mettendo in apertura l’anarchica Peani e continuando subito con Varia, la coraggiosa moglie di Patriarca, per descriverci poi l’attività politica instancabile e itinerante dell’operaia Buonacosa, per chiudersi infine con le straordinarie Maria e Ada Grossi. Donne che, per quanto capaci di affrontare le peggiori avversità, non vengono mai riconosciute dai questurini capaci di una volontà indipendente, di una posizione politica. La rappresentazione della donna che emerge infatti dagli archivi delle forze dell’ordine oscilla fra quella dell’eterna tentatrice che «suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni» (p. 11), come riferisce un poliziotto romano a proposito della Peani, e quella “classica” della «donna di facili costumi» (p. 57), come scrive un comandante dei Carabinieri di Salerno a proposito della Buonacosa. Convergono qui il senso comune maschilista, che vuole perduta ogni donna che non sia santa, e quella particolare cattiveria che il servo dello stato esercita contro il militante rivoluzionario. Così sorprende solo fino a un certo punto vedere come questi burocrati si ergano anche a maestri di rettitudine e non disdegnino nelle loro note informative di ragionare sulla «cattiva condotta morale» o sulla «vita irregolare» (p. 10) delle loro vittime. E quando pure gli riconoscono un’opinione politica, questa non è mai il prodotto di un pensiero autonomo, di un percorso individuale che muove dalle ingiustizie subite per arrivare infine alla chiarezza di azione: è sempre su istigazione dell’uomo, per imitazione, per amore, che la donna si impegna – senza che questo paternalismo produca peraltro condanne più miti… Insomma: anche quando si muove, la donna è mossa. Non fatichiamo a credere che sia ancora questo il pensiero di tanti questurini d’oggi.

V. Ed è forse proprio a partire da questo riferimento al presente, da questa continuità di certe logiche coercitive, che possiamo capire fino in fondo il senso del titolo del libro, non meno eloquente del sottotitolo, Antifascismo e potere. Qui appare il collante che tiene insieme queste biografie così diverse fra loro: è la cieca ferocia della “ragion di Stato”, l’assurda razionalità dell’ordine costituito, che impone dall’alto le sue decisioni e sempre si autoassolve.

In effetti, è proprio l’opposizione al potere – di cui il fascismo è solo l’espressione più becera, più violenta, più infame – a essere all’incrocio di traiettorie politiche e umane così diverse. Innanzitutto perché alcune delle figure che Aragno ci presenta conoscono l’allontanamento, il carcere, la persecuzione giudiziaria ben prima del fascismo, sotto il governo di Giolitti, facendoci toccare con mano la continuità delle politiche repressive fra l’Italia “liberale” e quella mussoliniana (ma, si potrebbe dire, anche fra questa e quella repubblicana, vedendo come falliranno subito i processi di defascistizzazione, quale sarà l’esito dell’amnistia, quali i nomi dei giornalisti, dei giudici, dei prefetti e dei questori che saranno riciclati nelle istituzioni “democratiche” appena finita la guerra…). In questo modo Aragno mostra che il fascismo non è solo un determinato regime, sconfitto una volta per tutte, ma una logica di governo del conflitto sociale di lungo periodo, imperniata intorno alla tutela a ogni costo delle classi dominanti e dei loro profitti, al restringimento degli spazi del dissenso, e infine alla guerra (tratti che, ancora una volta, Italia liberale, fascista e repubblicana hanno in comune: basti pensare a come si chiude il cerchio della FIAT, da Giovanni Agnelli a Marchionne passando per Valletta, o all’intervento tricolore in Libia, oggi come un secolo fa).

Su questa linea, altre biografie testimoniano di un’ostilità al potere ovunque esso si manifesti, dalla Francia in cui tanti oppositori al regime si erano rifugiati, alla Spagna verso cui molti esuli, come la famiglia Grossi, si sposteranno per dare il proprio contributo alla lotta contro il fascismo. Un’ostilità al potere che Aragno sembra condividere con i suoi personaggi, anche quando – ed è il caso di Patriarca – si tratta di criticare la stessa Rivoluzione Sovietica, la cui orizzontalità, inclusività, apertura, cambiano definitivamente di segno nell’epoca staliniana, finendo per erigere un altro potere, gerarchico, paranoico, persecutorio.

Da questo punto di vista – ed è un altro motivo di interesse del libro – l’utilizzo di qualsiasi strumento, anche della scienza, per liquidare l’opposizione politica, è il migliore indicatore di come i poteri si assomiglino tutti, di come, per Aragno come per De André, non ci siano poteri buoni. Dall’epoca di Lombroso fino a oggi, sociologia, criminologia, psicologia e infine psichiatria convergono infatti nel produrre un sapere disciplinante, un sapere che autorizzi il controllo della popolazione, la reclusione dei corpi, la loro forzosa separazione dal contesto umano con la pretesa di rieducarli e la volontà di punirli. Senza scomodare Foucault, Aragno ci mostra come ad esempio la psichiatria venisse usata là dove la detenzione comune non poteva arrivare: in mancanza di evidenze per condannare subito un oppositore al carcere, una gigantesca macchina burocratico-amministrativa lo teneva sospeso sulla soglia della colpevolezza per anni, fino a farlo impazzire, o meglio, fino a poter constatare in lui quei segni sufficienti a giudicarlo pazzo, e sbarazzarsene in qualche manicomio. In questo modo non ci si liberava solo di un avversario politico, ma si screditava tutta l’opposizione, la si riduceva all’impossibilità di parlare, esibendola da subito come irrazionale solo perché in contrasto con la razionalità dominante. In effetti un detenuto politico ha delle ragioni, lo si può odiare, biasimare, non condividere, ma ha i suoi motivi, i suoi scopi, che si possono capire. Un fanatico o un pazzo no: sono brutture da cancellare, residui arcaici, devianti che ignorano gli assunti di base del vivere sociale…
Qui l’accusa di utopia vale immediatamente come certificato di follia, anche se a distaccarsi un attimo dalla quotidianità appaia evidente come la sola utopia e la sola follia siano quelle che pretendono che nulla cambi mai. Ma allora, se così stanno le cose, non si tratta tanto di capire chi, fra il medico (l’apparato repressivo e disciplinare) e il malato (il rivoluzionario che ha osato sfidarlo e che non ritratta), sia il vero folle: si tratta piuttosto di capire dove passi la linea di demarcazione fra follie condotte in maniera estremamente saggia e cose sagge condotte in maniera estremamente folle, come diceva Montesquieu. Cioè fra il contenuto assurdo dell’ordine dominante, con la sua logica spietata e il suo vestito presentabile, e la ragionevolezza di chi domanda un ordine nuovo, e lo fa sfidando le convenzioni, a rischio del carcere e della morte… A ben vedere i rivoluzionari, giudicati e condannati per la loro condotta nel presente, vengono assolti dalla storia per il buon senso delle loro idee.

VI. In ogni caso, è su questo punto dell’opposizione al potere – di cosa sia il potere e di cosa voglia dire opporvisi – che il libro di Aragno apre davvero la discussione, lasciandoci anche liberi di obiettare o completarne il pensiero. Innanzitutto da un punto di vista storico. Se infatti è certamente decisivo che alle tante esperienze di opposizione al fascismo venga dato finalmente rilievo, se è importante tenere a mente ogni torto subito, è altrettanto fondamentale ricordare che la capacità degli antifascisti, e in particolare di quelli comunisti, è stata la capacità di costruire, nel contesto difficile di una dittatura, reti di contatto e di coordinamento che sono riuscite a sopravvivere alle infiltrazioni e alle retate del regime, che hanno permesso che non si spezzasse, almeno nelle fabbriche e nei quartieri popolari, il filo rosso dell’opposizione. Insomma, dietro e attorno alle vite che Aragno ci presenta, che in ultima istanza sembrano così sole, ci sono invece sindacati, partiti, culture politiche, famiglie, reti amicali, insomma, tutta una vicenda collettiva che bisogna stare attenti a non mettere troppo sullo sfondo. E questo ci porta al problema centrale del testo.

Se infatti uno dei suoi scopi è di far sì che dal passato si traggano degli insegnamenti, c’è indubbiamente un insegnamento che subito balza agli occhi: che è impossibile combattere il potere da soli, che l’attività principale della repressione è proprio quella di dividere, di isolare e semmai marchiare il soggetto, davanti al pubblico e davanti a se stesso, come folle. Molti degli esiti tragici di queste storie fanno cioè pensare che – se il “no” che si pronuncia è sempre una questione privata, è un atto di responsabilità personale, un’invenzione assolutamente singolare – l’unico modo per far durare questo “no” è quello di posizionarlo e stringerlo in una rete collettiva, che lo sostenga nei momenti di difficoltà, che lo renda più forte, in modo da non poter essere facilmente attaccato e distrutto. Ma fare questo non vuol dire appunto creare organizzazione? E l’organizzazione non è anche una forma, per quanto embrionale e relativa, di potere? E d’altronde, che cos’è il potere? È una forza che sta solo dal lato del dominio, pura coercizione, o non è anche e innanzitutto un poter fare, da cui ognuno di noi è investito? E se così è, se cioè il potere trova anche in noi il suo momento iniziale o terminale, mettersi insieme e produrre effetti non vuol dire già contrastare il potere, praticando forme di contropotere? Forme che sappiano ostacolare quella temporalità lunga del potere costituito, quel suo perenne poter aspettare, con una temporalità rivoluzionaria, quella che riesca a mantenere il “no” pronunciato un giorno, a sedimentare le esperienze, a far durare l’insorgenza
D’altra parte, se il libro di Aragno vuole appunto fare presente un’altra storia, oggi non facciamo proprio esperienza dell’assenza radicale di questa organizzazione e di quest’altro potere? Dai singoli militanti alle piazze “indignate”, non circola ossessivamente la domanda – dopo trent’anni di smantellamento di contenitori collettivi, di istituzioni che potessero tenere insieme e dar conto delle diverse volontà – di programmi e strumenti che possano imporre, alle logiche di potere della borghesia, l’altra logica del potere popolare? Da questo punto di vista, denunciare il «pragmatismo politico» come «tecnica di dominio» tout court (p. 7), come a volte sembra fare Aragno, non rischia piuttosto di condannarci all’impotenza? La “ragion di Stato” ha il suo più tremendo avversario nell’autenticità e nelle moralità individuali, o nel contropotere effettivo che pone già nell’ordine esistente un’altra moralità, collettiva e niente affatto individuale? Insomma, fra il realismo senza scrupoli del potere e un’utopia incantata quanto inefficace, non c’è forse lo spazio, risicato ma certificato storicamente, di un altro realismo, che ha di mira qualcosa che ancora non si vede, ma può essere qui? C’è forse da scegliere fra purezza dei mezzi e pragmatico perseguimento dei fini o il movimento è lo stesso? Fra eroismo e rinuncia, fra il non venire mai a patti e l’esserci già venuti, non si apre forse una strada, quella che è stata percorsa – e ancora oggi, se abbiamo il coraggio di allargare lo sguardo oltre la provinciale Europa, viene percorsa – dai movimenti rivoluzionari, quella che Che Guevara indicava con il celebre motto: siamo realisti, vogliamo l’impossibile?

Certo, non sono domande a cui questo libro può rispondere. Ma di sicuro, ponendole, facendoci riflettere a partire dalla concretezza storica, Aragno dà un contributo importante a questo realismo dell’impossibile oggi ancora tutto da pensare e da praticare. A patto che il lettore voglia davvero ricominciare le sforzo di questi antifascisti, e magari portarlo fino in fondo, verso un esito – anche solo un poco – più felice.

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Me lo ricordo come fosse oggi. Avevo 24 anni e i bagliori di civiltà del lungo Sessantotto aprivano ancora il cuore alla speranza. Era il 20 maggio del 1970, Fini, Gasparri, La Russa e i loro camerati portavano ancora sulle spalle il peso dell’infinita miseria morale della loro storia e l’Italia approvava lo Statuto dei lavoratori. Ci fu allora tra i giovani chi criticò; si poteva fare di più e troppi rimanevano esclusi, ma lo dico con orgoglio: senza le lotte della mia generazione non sarebbe mai stato possibile. Si disse allora – e non era retorica – che la Costituzione diventava legge anche per i padroni. Sono trascorsi 42 anni, la mia vita è giunta al capolinea. Fini è Presidente di un Parlamento che vale quanto la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Gasparri e La Russa sono stati ministri e un ministro del lavoro, Elsa Fornero, lavora apertamente contro i lavoratori. Il fascismo, salvato dalla mancata epurazione, è tornato a governare e un esecutivo reazionario che nessuno ha eletto ha brutalmente espulso la Costituzione dai posti di lavoro. Si discute coi toni beceri dell’accademia se il lavoro sia un diritto, ma si finge d’ignorare che non ha più diritti: è il grazioso prestito riservato a chi serve, tace e acconsente, e si restituisce con gli interessi se e quando piace ai padroni. La vita ormai si gioca sui mercati ed è una vita da schiavi.

L’Italia batte la Germania a suon di gol, ma il suo centravanti nero, non sapesse tirar calci a un pallone su un prato verde, si troverebbe rinchiuso in un campo di concentramento; una banda di malfattori vende un’effimera vittoria calcistica come vittoria politica di un governo di senza patria nella partita del capitale italiano contro gli italiani. Noi non guadagneremo nulla dagli accordi che Monti ha strappato ai tedeschi. Ci guadagna tutt’al più chi ha quattrini accumulati: evasori, faccendieri,  ladri, speculatori e specialisti del riciclaggio. In cambio del permesso di respirare, il governo dei padroni impone ai lavoratori il lento strangolamento del fiscal compact. Tradotto in parole povere, il capitale italiano si salva a spese dei lavoratori, che continueranno a subire  tasse crescenti, tagli, licenziamenti, sfruttamento, svendita di beni comuni e rinuncia a ogni diritto. Il governo vende al grande capitale i ceti subalterni e la stampa alza il tricolore e fa festa. Se avessi ancora 24 anni mi procurerei le armi e lotterei per la libertà. Lo dico chiaro e non mi tiro indietro: è diritto dei popoli rovesciare governi traditori. 

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Quante volte Antonio, scettico e diffidente, li aveva sentiti così entusiasti i “nuovisti” convinti:
- Ah, guarda, voglio essere chiaro: l’acquisto online non è solo una comodità. E’ uno dei caratteri nuovi della modernità!
E quante volte aveva chiesto dove diavolo fosse scritto che tutto ciò ch’è nuovo è sempre buono. Una risposta non l’aveva mai avuta e non bastasse gli era piovuto addosso il coro spezzante dei “giovanilisti” scatenato a sostegno di questa sorta di neofuturismo del consumismo:
- Non te la prendere, Antonio, ma la verità e che tu non sei invecchiato, no. Tu sei nato vecchio, che è tutt’altra cosa! E’ una vita che fai il rivoluzionario, ma sei la prova provata che la tua sinistra è stata e sarà sempre la peggiore espressione della conservazione! Non sa guardare al futuro.
Tra i “neofuturisti”, poi, per rafforzare il concetto, non tutti si fermavano a quell’osservazione e c’era sempre qualcuno che, guardandolo con sconsolata desolazione, si abbandonava al turpiloquio come pare dettasse la regola del “nuovo”:
- Antò, credimi: ci hai veramente gonfiato le palle…
Quale sentimento lo avesse spinto a cambiare atteggiamento, non è facile dire e lo stesso Antonio aveva in proposito idee decisamente confuse. Forse il bisogno di non apparire l’eterno bastian contrario, oppure il dubbio che in fondo la sua orgogliosa diversità fosse solo anticonformismo radical chic. Come fare a capirlo? Forse ci aveva messo lo zampino anche una voglia inconfessata di cogliere una luce che lo riguardasse nei grandi occhi castani della signorina Maria, un’insegnate di musica che, nonostante gli anni, gli aveva risvegliato nel cuore inaridito un interesse inquietante e perturbativo di cui aveva ormai perso persino la memoria. Fosse quel che fosse, all’ombra di un platano, nel solleone di giugno che scottava benché s’annunciasse il tramonto, tra i commenti sconci dei giovanilisti quasi settantenni su cosce, culi e tette delle badanti slave, radunate tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti, Antonio l’aveva annunciato un po’ farfugliando, un po’ guardando di sott’occhi Maria che a quell’ora, nel parco, non mancava mai:
- Ho ordinato un libro online alla Feltrinelli!
Se l’applauso fu scrosciante, il commento risultò feroce:
- Adesso bisogna solo aspettare la brutta notizia: “Inspiegabilmente, ha chiuso Feltrinelli!”.
Di tutto, però, ad Antonio rimasero dentro il velo d’ombra che attraversò gli occhi neri, profondi e ancora limpidi di Maria e il senso di dolorosa delusione che gliene derivò. Sulle labbra una domanda che non seppe fece mai:
- Ma come, pareva che fossi la prima a criticarmi e ora mi guardi come ti avessi tradita?
Non disse nulla, Antonio. Strinse gli occhi, come un miope che non riesce a leggere, si passò lievemente la mano sulla fronte, come a scacciarne un pensiero, poi si sentì osservato e guardò immediatamente altrove. Se qualcuno avesse colto anche solo uno sguardo in più rivolto a Maria, sarebbe stata certamente la fine. Non ci vuole nulla a passare da rivoluzionario conservatore a vecchio satiro in fregola e i “giovanilisti”, che si perdonavano a vicenda i desideri più osceni sulle slave, si sarebbero coalizzati nella più feroce condanna per la più depravata condotta mai vista in vecchio dell’età di Antonio.
Si era alla metà di un luglio che tutti d’accordo, vecchi, giovani e “giovanilisti” avevano definito il più rovente a memoria d’uomo, ma il libro non si vedeva nemmeno all’orizzonte umido e grigio latte della torrida estate. L’attesa di Antonio era ormai diventata spasmodica e, in quanto al ritardo, concordavano tutti: non era incomprensibile, era la conseguenza logica d’una forzatura:
- Hai voluto fare il furbo? Tu, vecchio statalista e nemico del consumismo, hai pensato di fregare un privato come Feltrinelli? Ben ti sta! Ora lo sai: il grande fratello ti guarda e il libro a te non te la darà mai.
Antonio cominciava a credere che avessero ragione, ma non sopportava lo sguardo di compatimento che gli rivolgeva Maria. In un modo o nell’altro, col libro o senza libro, sperava ardentemente che quella situazione trovasse una conclusione. Più del caldo, bruciava la distanza che la maestra di musica aveva messa tra loro. Con tutti era pronta a far sentire la sua voce armoniosa e calda, con lui solo taceva.
Con Feltrinelli protestò inquieto, e l’asettica, ma a suo modo tranquillizzante comunicazione del “servizio clienti”, che aveva persino un nome e si chiamava Cecilia, lo rasserenò:
” Gentile cliente, si è purtroppo trattato di un disservizio tecnico. Il fornitore non ha mai ricevuto informaticamente il nostro ordine. Il testo è stato riordinato e arriverà presso il nostro magazzino all’inizio della prossima settimana. Contiamo quindi di evadere il suo ordine entro pochi giorni e ci scusiamo per il disservizio”. Seguivano i saluti e la firma informatica della misteriosa Cecilia. Antonio lesse subito la missiva agli amici, sopportò i loro commenti sull’efficienza del privato, ma lo ferì l’occhiata di una Maria silenziosa, che gli sembrò sprezzante, sotto la crocchia di capelli ondulati ringiovaniti dalla tintura rosso tiziano. Si sarebbe offeso, se la fossetta sulle guance sopra le labbra carnose e sorridenti, non gli avessero provocato, va a capire perché, si domandò – pensieri terribilmente dolci.
Da uomo mite, non fece inutili polemiche con l’accattivante Cecilia del “servizio clienti” che almeno non lo disprezzava.
- Con te che polemica faccio? – pensò – e a che servirebbe? Tu non risponderesti e non hai il volto irritante di un impiegato statale.
Irritante, aveva pensato, ma poi s’era sentito in colpa. Irritante e magari “fannullone”, s’era detto correggendo il tiro, però costretto a stare dietro uno sportello a far da parafulmine alle proteste per i regali elargiti ai privati da tutte le aquile stakanoviste che vivono di politica e ci stanno affamando. Tenne per sé le osservazioni sul mitico “privato” che meglio non si può e sull’abolizione del servizio pubblico come panacea di tutti i mali e rispose conciliante: “Non importa, capita nelle migliori famiglie. Cordiali saluti e buon lavoro”.
Non c’era dubbio. La pressione neofuturista e l’inspiegabile disapprovazione dell’ombrosa Maria gli stavano causando una crisi d’identità. Non si riconosceva più. E poi, diavolo, bisognava pure che si decidesse: o era vecchio, come aveva pensato negli ultimi anni e la faccenda di Maria era a dir poco ridicola, o avevano ragione i giovanilisti e allora…
Era impegnato in queste riflessioni complicate, quando, tre giorni dopo lo scambio conciliante con la Feltrinelli, partita addirittura prima dell’alba, alle 4,05 – il privato, si sa, lavora anche la notte – gli giunge una nuova, inquietante comunicazione: il suo sventurato ordine era stato dichiarato d’un tratto “non evadibile”, perché – teneva a spiegargli il marziano che non si chiamava più Cecilia, ma era trincerato dietro l’anonimo Ufficio Clienti – il suo libro non era risultato reperibile nonostante l’avessero cercato presso tutti i loro fornitori”. Nessun cenno al risarcimento del danno per il tempo perso, però, se avesse voluto informazioni più chiare, il marziano era a sua “disposizione dal lunedì al venerdì (9.00-13.00 | 14.00-18.00) al numero verde 199.515.317, oppure all’indirizzo e-mail”.
- L’orario di lavoro s’è misteriosamente accorciato, pensò Antonio. A quanto pare, la notte per fortuna non c’è chi lavori più come uno schiavo e il sabato s’è convertito al fascismo. Quando però ne parlò con gli amici, fu vermanete il coro:
- Ma che dici? commentarono i “neofuturisti”. Non azzardare paragoni! Feltrinelli è privato! Tu chiami e ti spiega tutto.
Maria come al solito stette zitta, ma sì lasciò sfuggire un sospiro che pareva consigliargli di abbandonare la partita; Antonio non volle crederci, ma gli sembrò un sospiro di nostalgia. Era come se Maria volesse dirgli che era molto meglio l’Antonio di pochi giorni prima, quello che se la prendeva coi “giovanilisti” e non faceva acquisti on line perché sosteneva che tutto serviva a indurli a consumare. Dimentico di se stesso, tuttavia, non badò a Maria e chiamò i marziani. Per un’intera giornata una suadente voce femminile prima gli ricordò che poteva informarsi on line della situazione del suo acquisto, poi gli offrì due opzioni: premere il tasto uno o premere il due… Antonio pigiò l’uno e quella ricominciò: prima gli ricordò che poteva informarsi on line della situazione del suo acquisto, poi gli offrì due opzioni: premere il tasto uno o premere il due. Quando scagliò il telefono contro il muro, era ridotto a uno straccio. Agosto s’annunciava più torrido di luglio e le librerie avevano chiuso. C’erano aperti solo i negozi della Feltrinelli, ma lì non sarebbe andato. Temeva di fare sciocchezze.
Quando Maria annunciò che s’era decisa a lasciare definitivamente la città per andarsene a vivere dalla sorella in Liguria, Antonio era alle prese con una nuova comunicazione dei marziani.
Aveva mandato alla Feltrinelli una mail piccata con cui esprimeva il suo disappunto:
- Come potrete controllare sul vostro stesso sito, aveva scritto, il libro che vi ho chiesto è presente nei vostri negozi in mezza Italia. Com’è possibile che il libro sia per voi introvabile? Non mi pare un’affermazione degna di un’azienda seria come la vostra. E non è tutto. Come vi ho già scritto, ho chiesto una copia dello stesso libro a Hoepli la settimana scorsa per fare un regalo. Il libro è giunto al destinatario in cinque giorni, senza problemi e voi, dopo ritardi incalcolabili e l’ammissione di un vostro disguido, voi sostenete oggi che il libro non è reperibile. Sarei lieto di sapere se posso ancora contare su di voi per i miei acquisti on line. Conto su una vostra sollecita risposta. Dopo due giorni di silenzio il marziano gli aveva risposto:
- Gentile cliente, l’addebito sulla carta di credito utilizzata per il suo ordine su LaFeltrinelli.it non è andato a buon fine. Per sbloccare la spedizione dell’ordine verifichi i dati della carta nella sua Area Personale (può eliminare una carta scaduta e sostituirla inserendone una nuova). Appena effettuata l’operazione la invitiamo a darcene riscontro rispondendo a questa e-mail oppure contattandoci telefonicamente.
Seguivano i cordiali saluti del servizio clienti LaFeltrinelli.it. Cecilia era svanita nel nulla. In quanto a Maria, non lo aveva nemmeno ringraziato per il libro. In una mail gli aveva però scritto con tono accorato:
- C’è stato un Antonio semplice e coerente, che mi ha affascinato; un uomo che diceva ciò che pensava e agiva di conseguenza, senza darla vinta all’oscena tribù dei suoi vecchi amici. Gli occhi di quell’Antonio erano lo specchio d’un cuore gonfio di amore. Quell’uomo non c’è più. E’ sepolto sotto le comunicazioni d’un acquisto on line. Sopportavo la gente nel parco, perché speravo che Antonio capisse che l’amore non ha età.e rimanesse se stesso. Non è andata così. Con gli uomini io non ho avuto mai fortuna.
Una violenta scossa, un vero elettrochoc.
Nel parco i “nuovisti” convinti non si accorsero nemmeno che Antonio e Maria non si vedevano più. Era autunno ormai, ma i giovani quasi settantenni continuavano a fare pesanti apprezzamenti su cosce, culi e tette delle badanti slave radunate tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti. Qualche vecchio non c’era più, se n0era andato per sempre, ma chi se n’è accorto? Chissà perché, ci sono uomini per cui la morte riguarda esclusivamente gli altri. Vivono come fossero eterni. Una eternità che non sarebbe facile accettare. Per fortuna la vita finisce.
Di Antonio non si seppe più niente. Pare però che girasse per la Liguria come un automa. Casa dopo casa, paese dopo paese. Maria, però, non riuscì più a trovarla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 giugno 2012

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L’ultimo saggio dello storico Giuseppe Aragno: biografie inedite di uomini e donne annientati dalla ragion di Stato

Antifascismo e potere, storie di otto eroi per caso

Si fa presto a parlare di “ragion di Stato”. Qualcuno una volta scrisse che «ha fatto più morti lei delle crociate». E se Benedetto Croce la descrive come la legge motrice di un Paese, cosa accade però se la ragion di Stato rispecchia l’ideologia di un regime? Chi sono i buoni? Chi i cattivi? Ne parla lo storico e giornalista Giuseppe Aragno nel suo ultimo saggio “Antifascismo e potere”. E lo fa ripescando otto biografie inedite, una «storia di storia», tramortite dagli interessi di Stato totalitari del Novecento.
Nomi non “grandi”, quindi dimenticati, di eroi per caso che scelsero da che parte stare, militando nell’antifascismo europeo. E pagandone ogni conseguenza. Aragno li riporta in vita, descrivendo per prima Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese. e ben lontana dal cliché di signorinella pallida e buona madre frequenta già da adolescente i circoli socialisti, bollata subito dalle autorità come donna «audace e pericolosa». Prova allora a ripara­re a Londra, entrando in contatto coi fermenti dell’anarchismo internazionale d’inizio Novecento. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repres­sivo fascista. Clolilde sarà epura­ta come “schizofrenica”. così co­me tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti «mentalmente instabili», quindi rinchiusi a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
Stessa sorte, ma dai risvolti più drammatici. tocca a Renato Grossi. Nel 1939 segue in Spagna il padre. Carmine Cesare. principe del foro di Napoli, assieme, alla madre Maria Olandese e i fratelli Aurelio c Ada por unirsi alle truppe di resistenza contro l’avanzata nazionalfascista. Con la vittoria franchista però, la fami­glia ripiega verso i Pirenei, mitra­gliata dai caccia italiani inviati in aiuto al Generalissimo, tentando la fuga in Francia. Qui Renato ha un tracollo psicologico. Rinchiu­so nell’ospedale di Lannemezan e marchiato come italiano (quin­di figlio dell’odiato regime), sarà trattato dai medici come una ve­ra e propria cavia, vittima di inauditi trattamenti a base di pesanti iniezioni giornaliere d’insulina, con conseguenze disastrose e permanenti, E morto a Napoli in una clinica di Miano nel 2001.
lnteressante anche la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due ”ragioni di stato: “la russa pri­ma, l’italiana poi. Nato infatti a Voronez (non distante dal confine ucraino), Kolia. così come sua moglie Varia ama soprannomi­narlo, è fedele al Partito comuni­sta sovietico, ma viene “purgato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua «nazio­nalità inaffidabile». Rifugiatosi a Napoli, accolto nel Real Albergo dei Poveri, ben presto i suoi idea­li gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Ar­restato nel 1939,.si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mcsi dalla fine della sua pena. ar­rivata grazie all’insperata amnistia sovietica. Ma non sappiamo, né potremo mai sapere se sia riuscito a tornare a casa.

Paolo De Luca, “Repubblica”, Napoli, 9 giugno 2012

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